Il mondo intero assiste senza battere ciglio a nuovi scontri tra Israele e palestinesi, indifferente al sangue che scorre da entrambe i lati. Il corso degli avvenimenti dimostra che potenze straniere, quali Stati Uniti, Iran e Turchia, gettano benzina sul fuoco. Ma questo conflitto è diverso dalle guerre che si succedono da 73 anni: potrebbe essere l’inizio d’una guerra civile in Israele. La questione è sapere se si tratta di un incendio spontaneo o deliberatamente appiccato.
Geopolitica
In Israele è davvero cominciata la «guerra civile»?
Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21
La Giornata Internazionale di Gerusalemme
Ogni quarto venerdì del ramadan – quest’anno il 7 maggio – si celebra la Giornata Internazionale di Gerusalemme, istituita dall’imam Ruhollah Khomeini. Il suo successore, la guida Ali Khamenei, per l’occasione ha pronunciato un discorso affinché Gerusalemme (terzo luogo santo dell’islam) sia riportata al centro delle relazioni internazionali; una questione che Khamenei ritiene comunque centrale per il mondo islamico (1).
L’Iran ammette il massacro degli ebrei d’Europa da parte dei nazisti e ritiene che gli europei abbiano creato Israele per sbarazzarsi degli ebrei sopravvissuti (il che è falso, come dimostra la vicenda della nave Exodus), rubando una terra che non era loro e facendo pagare ai palestinesi il peso del loro crimine.
Il mondo intero assiste senza battere ciglio a nuovi scontri tra Israele e palestinesi, indifferente al sangue che scorre da entrambe i lati
Agendo in tal modo, gli europei hanno dato prova di quanto poco rispettino i Diritti dell’Uomo. Comunisti e capitalisti hanno mostrato il loro vero volto. L’Iran non ha mai riconosciuto lo Stato d’Israele, né al tempo dello scià Reza Pahlavi né durante la Repubblica Islamica. L’ayatollah Khamenei ha profetizzato che Israele scomparirà nel 2040, non già a causa dell’Iran, ma per «propria arroganza».
Khamenei ha precisato che Israele cadrà quando la Nazione Islamica sarà unificata. Ha celebrato i martiri della causa, ovvero i Fratelli Mussulmani sunniti e i propri discepoli sciiti, in primo luogo lo sceicco Ahmed Yassin e il generale Qassem Soleimani. Ha invece denunciato, pur senza nominarli, il «deal del secolo» e gli «Accordi di Abramo», conclusi dal presidente Donald Trump, nonché la normalizzazione delle relazioni fra alcuni Paesi mussulmani e Israele.
Khamenei ha infine ricordato la proposta depositata alle Nazioni Unite di un referendum che consenta a tutti gli abitanti della Palestina – di qualsiasi fede religiosa – e ai palestinesi rifugiati all’estero (compresi quelli in America Latina, Australia e altre parti del mondo) di decidere il loro comune futuro.
La pianificata espulsione dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah
Durante tutto il ramadan, e in particolare dopo il discorso dell’ayatollah Khamenei, a Gerusalemme era palpabile una forte tensione per l’annunciata espulsione di quattro famiglie palestinesi dal quartiere Sheikh Jarrah (2).
Dal 1948 Israele espelle, casa dopo casa, i palestinesi di Gerusalemme, in nome di leggi risalenti all’occupazione ottomana, che i britannici e il regime attuale hanno conservato. Una strategia finalizzata ad ammassare i palestinesi in un piccolo quartiere di Gerusalemme Est, Kfar Aqab, isolato dal resto della città da un muro di cemento.
Tuttavia, nel caso specifico di queste quattro famiglie, i tribunali si fondano su una legge israeliana che vìola l’accordo di 65 anni fa tra la Giordania (all’epoca gestore questa parte della città) e le Nazioni Unite.
Il corso degli avvenimenti dimostra che potenze straniere, quali Stati Uniti, Iran e Turchia, gettano benzina sul fuoco
Non ci sono dubbi sulle future decisioni della Giustizia israeliana, visto che nel 1967 Israele ha unilateralmente proclamato Gerusalemme propria «capitale eterna e indivisibile», in violazione delle risoluzioni dell’ONU.
Nella serata di venerdì 7 maggio gli scontri si sono allargati alla spianata delle moschee (Monte del Tempio, secondo la terminologia israeliana). Sono stati ancora più violenti di quelli del 2017.
Il sabato successivo ci sono stati scontri anche in Cisgiordania (governata dall’OLP) e alla frontiera di Gaza (governata dai Fratelli Mussulmani di Hamas). Le forze di difesa israeliane (Tsahal) hanno disperso la folla con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Dopo un lancio di palloncini incendiari e il tiro di un razzo da parte di Hamas su Israele, Tsahal ha risposto distruggendo una postazione militare dei Fratelli Mussulmani nella zona meridionale della Banda di Gaza. Hamas ha chiesto allora ai palestinesi di occupare la spianata sino alla fine del ramadan, giovedì 13 maggio.
La Corte suprema israeliana ha rinviato sine die l’udienza sull’espulsione delle quattro famiglie dal quartiere Sheikh Jarrah, prevista per lunedì 10 maggio.
Nel messaggio domenicale, papa Francesco ha lanciato un appello per far cessare le violenze a Gerusalemme: «La violenza genera solo violenza. Fermiamo gli scontri».
Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati, Iran, Giordania, Marocco, Pakistan, Sudan, Tunisia e Turchia hanno condannato il comportamento di Israele e invitato alla de-escalation.
Questo conflitto è diverso dalle guerre che si succedono da 73 anni: potrebbe essere l’inizio d’una guerra civile in Israele
Infine, il Quartetto (Russia, UE, USA e ONU) ha emesso un comunicato in cui afferma di osservare «con seria preoccupazione la possibile espulsione di famiglie palestinesi dal luogo ove vivono da generazioni (…)» manifestando «la propria opposizione ad azioni unilaterali, utili solo a innescare un’escalation di ostilità in una situazione già tesa» (3).
Verso un conflitto militare
La situazione è repentinamente degenerata in guerra: da lunedì 10 Hamas ha iniziato a tirare razzi contro Israele; Tsahal ha risposto bombardando Gaza con aerei ed elicotteri, ossia con mezzi dieci volte più letali.
Tutte le fazioni armate palestinesi sono rapidamente entrate in guerra, a eccezione dell’Autorità Palestinese, che invece ha represso manifestazioni popolari in Cisgiordania.
I palestinesi sono privi di democrazia, nonché della Repubblica. Nessuno sa come la pensino. Da 15 anni non ci sono elezioni. L’Autorità Palestinese ha annullato quelle che dovevano aver luogo a maggio perché Israele s’è opposto a che si tenessero anche a Gerusalemme Est.
La questione è sapere se si tratta di un incendio spontaneo o deliberatamente appiccato
Martedì 11 il leader di Hamas, Ismael Haniyeh, ha pronunciato un discorso in televisione, collegando la questione di Gerusalemme a quella di Gaza. Ha presentato Al-Quds (Gerusalemme) come il cuore della nazione palestinese. Ha denunciato le espulsioni dal quartiere Sheikh Jarrah, ma, soprattutto, ha presentato gli scontri sulla spianata delle moschee come attacchi degli ebrei alla moschea Al-Aqsa. Una versione menzognera: la polizia israeliana è entrata nella moschea e vi ha lanciato lacrimogeni perché stava inseguendo manifestanti, che legittimamente contestavano l’espulsione delle quattro famiglie da Sheikh Jarrah.
Il discorso di Haniyeh ha sorpreso gli israeliani: Hamas non si pone più come forza di resistenza che risponde simbolicamente a Israele, ma come forza che spera d’imporre la fine del lento rosicchiamento dei Territori Palestinesi.
È la guerra
Martedì sera Tsahal ha raso al suolo la torre Al-Schourouk (12 piani), nel centro di Gaza, usando bombe penetranti. Nel palazzo aveva sede anche la rete televisiva di Hamas, Al-Aqsa. È stata la risposta d’Israele al messaggio di Haniyeh. Hamas (sostenuto da Turchia e Qatar) e la Jihad Islamica (sostenuta dall’Iran) hanno risposto con una pioggia di razzi su Tel Aviv, ma anche su Ashdod, Ashkelon e fino al confine di Gerusalemme.
I palestinesi sono privi di democrazia, nonché della Repubblica. Nessuno sa come la pensino. Da 15 anni non ci sono elezioni. L’Autorità Palestinese ha annullato quelle che dovevano aver luogo a maggio perché Israele s’è opposto a che si tenessero anche a Gerusalemme Est
La distruzione intenzionale di una rete televisiva costituisce crimine di guerra. Si è fatto perciò ricorso alla Corte Penale Internazionale, dichiaratasi competente per i crimini commessi nei Territori Palestinesi.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è riunito due volte, a porte chiuse, in videoconferenza. Gli Stati Uniti si sono opposti a ogni dichiarazione ufficiale, ritenendola inopportuna a questo stadio e asserendo che l’espulsione delle famiglie palestinesi a Gerusalemme Est è un «affare interno d’Israele»; affermazione contestata da tutti gli altri membri del Consiglio.
Quanto alla Lega Araba, ha sostenuto che non si tratta di un contenzioso immobiliare e che soltanto chi ha buona memoria non può essere tratto in inganno.
La Russia ha preteso una riunione immediata del Quartetto (Russia, UE, USA e ONU, ricordiamo).
In mancanza di una presa di posizione del Consiglio di Sicurezza, quattro Paesi hanno emesso un comunicato congiunto: Francia, Estonia, Irlanda e Norvegia hanno esortato Israele a «cessare le azioni di colonizzazione, demolizione ed espulsione, anche a Gerusalemme Est».
Ci sono stati per la prima volta scontri nelle città a popolazione mista (mussulmani, cristiani ed ebrei), in particolare nel quartiere operaio di Lod, dove un giovane padre di famiglia, mussulmano israeliano, è stato linciato da conterranei ebrei armati
Il presidente turco Erdoğan, che rifornisce di armi Hamas, ha denunciato l’immobilismo del Consiglio di Sicurezza ed esortato a «dare una lezione a Israele».
Ci sono stati per la prima volta scontri nelle città a popolazione mista (mussulmani, cristiani ed ebrei), in particolare nel quartiere operaio di Lod, dove un giovane padre di famiglia, mussulmano israeliano, è stato linciato da conterranei ebrei armati. Il presidente Reuven Rivlin ha denunciato un pogrom contro i mussulmani. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha condannato con forza il crimine e decretato lo stato di emergenza a Lod. Durante i funerali della vittima, nelle 18 città israeliane a popolazione mista ci sono state scene di guerriglia.
Si parla ora non solo di guerra fra israeliani e palestinesi, ma anche di possibile guerra civile in Israele, fra ebrei e non-ebrei (goyim).
Gli Stati Uniti hanno moltiplicato i contatti con Israele per esortarlo, senza successo, a una de-escalation. Sembra evidente che Washington, apprestandosi – contro il parere di Tel Aviv e dopo le prossime elezioni presidenziali iraniane e la firma di un nuovo accordo sul nucleare – a riannodare ufficialmente i rapporti con l’Iran, non eserciterà pressioni più pesanti su Israele.
Sperando tuttavia di ottenere un qualche risultato, gli Stati Uniti si sono opposti a una terza riunione del Consiglio di Sicurezza in videoconferenza, in modo da guadagnare tempo.
Secondo il regolamento, la presidenza a rotazione, svolta questo mese dalla Cina, ha il potere d’imporre riunioni al Consiglio; Pechino però non ha esercitato questa prerogativa.
Si parla ora non solo di guerra fra israeliani e palestinesi, ma anche di possibile guerra civile in Israele, fra ebrei e non-ebrei (goyim)
Analisi del conflitto
Tutti gli osservatori imparziali sono concordi nel ritenere che la politica israeliana di colonizzazione, demolizione ed espulsione vìoli il Diritto Internazionale e le risoluzioni dell’ONU. Si tratta, di fatto, di conquista territoriale, ancorché non per via militare, ma per mezzo dell’applicazione di una normativa viziata.
Netanyahu – figlio del segretario particolare del fondatore del Partito Revisionista, Vladimir Jabotinsky – incarna il progetto di Grande Israele, che si estende dal Nilo all’Eufrate (Eretz Israel). Aderisce a una forma di suprematismo ebraico. Certamente non gode più del sostegno della maggioranza degli israeliani, eppure è ancora primo ministro.
Tutti gli osservatori imparziali sono altresì concordi nel ritenere il lancio indiscriminato di razzi su agglomerati urbani un crimine di guerra contro popolazioni civili.
A differenza di Al-Fatah, Hamas non contesta la colonizzazione della Palestina, ma solo che una terra mussulmana sia governata da ebrei. La sua posizione è una forma di suprematismo mussulmano. Del resto, questa «sezione palestinese dei Fratelli Mussulmani» (come sino a poco tempo fa proclamava la loro bandiera) è stata creata dallo sceicco Ahmed Yassin, con l’aiuto di Israele, per indebolire Al-Fatah di Yasser Arafat.
Netanyahu – figlio del segretario particolare del fondatore del Partito Revisionista, Vladimir Jabotinsky – incarna il progetto di Grande Israele, che si estende dal Nilo all’Eufrate (Eretz Israel). Aderisce a una forma di suprematismo ebraico. Certamente non gode più del sostegno della maggioranza degli israeliani, eppure è ancora primo ministro
Una volta stabilito che Likud e Hamas s’ispirano a ideologie di altri tempi e che entrambi non disdegnano pratiche criminali, non ci sono comunque prospettive di pace che permettano agli uni e agli altri di vivere insieme.
Tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, eccetto Israele, riconoscono il «diritto inalienabile» dei palestinesi, non di rientrare nelle case da cui furono scacciati nel 1948, bensì di ritornare nella propria terra come cittadini a pieno titolo. In questo modo tutti, in teoria, si oppongono alla «soluzione a due Stati», che però gli Occidentali sostengono dal 2007. Alimentando questa contraddizione, gli Occidentali sono responsabili della perpetuazione del conflitto.
Gli scontri attuali avvengono tutti nella Palestina geografica, cioè sia nello Stato d’Israele sia nello Stato di Palestina. Ma gli avvenimenti odierni non devono farci dimenticare che i dirigenti palestinesi hanno in passato rinunciato alla rivendicazione di vivere nella propria terra e cercato di conquistare prima la Giordania («Settembre nero»), poi il Libano (la guerra civile), macchiandosi a loro volta di crimini analoghi a quelli degli israeliani e così screditandosi.
L’unica soluzione al conflitto è lo Stato bi-nazionale, previsto dalle Nazioni Unite alla fine della seconda guerra mondiale, che metterebbe fine all’apartheid praticato da Israele – come scrisse 15 anni fa il presidente statunitense Jimmy Carter (4) – e garantirebbe ai palestinesi il diritto di ritornare sulla propria terra. Oggi però non ci sono personalità israeliane e palestinesi all’altezza di svolgere ruoli analoghi a quelli di Frederik de Klerk e Nelson Mandela.
Del resto, gli scontri intracomunitari di questi giorni nelle città d’Israele a popolazione mista rendono questa soluzione sempre più difficile.
Ipotesi esplicativa
È difficile credere che il logoramento dovuto al tempo basti a spiegare gli scontri intercomunitari. Israeliani e palestinesi aspirano a coesistere pacificamente, perlomeno quelli che non militano per il Likud o per Hamas. Formulo perciò un’ipotesi sul futuro della regione che gli strateghi statunitensi chiamano Medio Oriente Allargato.
A differenza di Al-Fatah, Hamas non contesta la colonizzazione della Palestina, ma solo che una terra mussulmana sia governata da ebrei. La sua posizione è una forma di suprematismo mussulmano. Del resto, questa «sezione palestinese dei Fratelli Mussulmani» (come sino a poco tempo fa proclamava la loro bandiera) è stata creata dallo sceicco Ahmed Yassin, con l’aiuto di Israele, per indebolire Al-Fatah di Yasser Arafat
L’incidente accaduto il 14 maggio a Giaffa, dove rivoltosi hanno lanciato un cocktail Molotov in una casa araba, ustionando gravemente un bambino di 12 anni, è sospetto. Ha suscitato nella città un centinaio di azioni contro gli ebrei, cui sono seguite reazioni contro gli arabi.
Ebbene, secondo la polizia, l’azione all’origine degli scontri non è stata compiuta da ebrei estremisti, ma da due arabi. Da qui nasce spontanea una domanda: si è trattato di due imbecilli che hanno sbagliato casa, colpendo il proprio campo, o di mercenari che hanno compiuto un attacco sotto falsa bandiera?
Dopo l’11 settembre 2001 (fatta eccezione per la parentesi Trump), il Pentagono mette in atto la dottrina Rumsfeld/Cebrowski: adattare le forze armate USA alle esigenze del capitalismo finanziario e della globalizzazione degli scambi. Per cominciare, lo stato-maggiore USA si è posto l’obiettivo di distruggere tutte le strutture statali della regione – salvo quelle di Israele, Libano e Giordania – affinché le multinazionali possano sfruttare le risorse naturali, senza incorrere in ostacoli di ordine politico.
Ecco che il processo distruttivo comincia in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen. Le guerre scatenate in questi Paesi ci sono state vendute come «rivoluzioni», ma nessuna lo era. Guerre che dovevano durare qualche settimana, ma mai concluse (la «guerra senza fine»), e che ora vogliono fare passare come «guerre civili». Da due anni il procedimento è stato esteso al Libano. Questa volta però senza il ricorso diretto alle armi. La carta dello stato-maggiore USA pubblicata nel 2005 è stata quindi modificata. È perciò legittimo ipotizzare che una simile calamità possa allargarsi a Israele.
Secondo l’ammiraglio Arthur Cebrowski, la maggiore difficoltà nel mettere in atto la sua dottrina è circoscrivere l’incendio. Per questo motivo ha concepito la regione del Medio Oriente Allargato basandosi non sulle sue risorse, ma sulla cultura dei suoi abitanti. È allora plausibile che si possano mandare all’aria tutti gli Stati della regione – siano essi governati da amici o da nemici – preservando però la Palestina geografica?
Una volta stabilito che Likud e Hamas s’ispirano a ideologie di altri tempi e che entrambi non disdegnano pratiche criminali, non ci sono comunque prospettive di pace che permettano agli uni e agli altri di vivere insieme
L’ipotesi regge con due varianti: nella prima, la contaminazione d’Israele è opera degli abitanti della regione, mossi dalle loro passioni; nella seconda, Israele viene contagiato per volontà del Pentagono. In ogni caso, se il seguito degli eventi confermerà l’ipotesi, quello che oggi accade modifica la natura del conflitto e lo prolunga all’infinito.
Il Pentagono si oppose alla politica estera del presidente Trump. Alcuni generali si sono persino rallegrati di averlo tradito e di aver fatto fallire il ritiro delle truppe USA dalla Siria. Non hanno digerito che questo Paese sfuggisse al loro controllo e passasse sotto la protezione della Russia. In Libano riattivarono la dottrina Rumsfeld/Cebrowski, contro il parere del presidente Trump, sfruttando le rivalità interne ed evitando di impiegare apertamente truppe USA.
Negli Stati Uniti, il Partito Democratico sta passando a una posizione anti-israeliana, sotto l’influenza del gruppo di Rashida Tlaib, Ilhan Omar, Cori Bush, Ayanna Pressley e Alexandria Ocasio-Cortez.
Il Pentagono, che dal 2001 ritiene Israele un alleato troppo indipendente per i propri gusti, troverebbe la rivincita nella sua distruzione
Il Pentagono, che dal 2001 ritiene Israele un alleato troppo indipendente per i propri gusti, troverebbe la rivincita nella sua distruzione.
In pochi giorni, e stranamente dopo il bombardamento degli uffici dell’Associated Press a Gaza, la stampa statunitense è passata da filo-israeliana a filo-palestinese; un cambiamento talmente repentino da far riflettere.
Thierry Meyssan
In pochi giorni, e stranamente dopo il bombardamento degli uffici dell’Associated Press a Gaza, la stampa statunitense è passata da filo-israeliana a filo-palestinese; un cambiamento talmente repentino da far riflettere
NOTE
1) «Speech by Ali Khamenei on the occasion of the International Al Quds Day», by Ali Khamenei, Voltaire Network, 7 maggio 2021,
2) Lo sceicco Jarrah («il chirurgo») fu, a fianco del rabbino Mosè Maimonide, uno dei medici del kurdo Saladino il Magnifico, che sottrasse Gerusalemme ai crociati.
3) «Joint statement of the Middle East Quartet on the situation in East Jerusalem», Voltaire Network, 9 maggio 2021.
4) Palestine: Peace Not Apartheid, Jimmy Carter, Simon & Schuster (2006).
Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND
Fonte: «In Israele è davvero cominciata la “guerra civile”?», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 18 maggio 2021
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Geopolitica
Gli Stati Uniti respingono formalmente la sovranità del Somaliland: duro colpo per Israele
Gli Stati Uniti hanno riaffermato «la sovranità e l’integrità territoriale» della Somalia, una mossa considerata un duro colpo per il Somaliland, la regione separatista recentemente riconosciuta da Israele e vicina agli Emirati Arabi Uniti. In un rapporto al Congresso sulle «Potenziali aree per un maggiore impegno degli Stati Uniti con il Somaliland», il Dipartimento di Stato americano ha affermato che il Somaliland è incluso nella Repubblica Federale di Somalia. Lo riporta il quotidiano Middle East Eye.
«In tale contesto, gli Stati Uniti mantengono una relazione positiva e costruttiva con il Somaliland e continuano a esplorare ulteriori opportunità di collaborazione con le autorità del Somaliland», si legge nel rapporto. Israele è stato il primo Paese al mondo a riconoscere formalmente il Somaliland il 26 dicembre dello scorso anno.
Il mese precedente, il presidente del Somaliland, Abdirahman Abdullahi Mohamed, si era recato segretamente in Israele, incontrando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e altri «alti funzionari», secondo diverse fonti in Somalia e nel Somaliland.
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Tra questi figuravano il capo del Mossad David Barnea e il ministro degli Esteri Gideon Saar, che visitò il Somaliland poco dopo il riconoscimento formale della sovranità dell’ex colonia britannica da parte di Israele.
Da allora il Somaliland ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, istituendovi un’ambasciata, mentre gli incontri tra ministri del Somaliland e israeliani sono proseguiti e personalità filo-israeliane nei media hanno abbracciato la causa dell’indipendenza della regione somala separatista.
Jake Wallis Simons, ex direttore del Jewish Chronicle, e Andrew Fox, ricercatore associato presso la Henry Jackson Society, un’organizzazione di destra, sono stati portati in Somaliland per le celebrazioni del 18 maggio, giorno dell’autoproclamata indipendenza, a Hargeisa, capitale della regione. Entrambi sono ferventi sostenitori di Israele. Anche l’ex ministro della Difesa britannico, il deputato conservatore Gavin Williamson, altro convinto sostenitore del Somaliland, ha partecipato al viaggio.
Il Somaliland spera che il riconoscimento da parte di Israele sia seguito da quello degli Emirati Arabi Uniti, e punta anche su Etiopia, India, Cipro e Georgia.
Una fonte del Congresso ha dichiarato a Middle East Eye di non aspettarsi che l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump riconosca il Somaliland. Sebbene i lobbisti, tra cui gli ex funzionari dell’amministrazione Trump Tibor Nagy e Peter Pham, avessero alimentato le speranze degli abitanti del Somaliland riguardo al riconoscimento da parte degli Stati Uniti, «non c’è mai stato alcun segnale che il presidente avrebbe dato seguito alla richiesta», ha affermato la fonte.
Durante il suo secondo mandato, Trump ha ripetutamente preso di mira la Somalia e i somalo-americani, insultandoli pesantemente. Si è riferito ai somali come a «persone con un basso quoziente intellettivo» e ha affermato che tutti i somali sono «disonesti fino al midollo», dicendo che la deputata somalo-americana Ilhan Omar «è feccia» e che «i suoi amici sono spazzatura».
Un analista e consulente politico somalo, che ha preferito rimanere anonimo poiché collabora con funzionari sia in Somalia che nel Somaliland, ha dichiarato a MEE di ritenere che il rapporto al Congresso fosse «un annuncio di grande importanza che potrebbe di fatto chiudere ogni residua speranza di riconoscimento del Somaliland da parte degli Stati Uniti». Gli Stati Uniti ribadiscono il riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale della Repubblica Federale di Somalia, che comprende la regione del Somaliland. «Da un punto di vista strategico, perché accontentarsi di una parte della torta quando l’intera torta è a portata di mano?», ha affermato, riferendosi alle ambizioni statunitensi sull’intera Somalia.
Interpellato in merito a questa analisi, Rooble Mohamed, consulente del Ministero delle Comunicazioni del Somaliland, ha dichiarato a MEE: «Gli Stati Uniti attualmente non riconoscono il Somaliland, quindi, a meno che non ci sia un riconoscimento formale, questa affermazione rappresenta la realtà per ora. Gli Stati Uniti non riconoscono ufficialmente Taiwan come stato sovrano, ma hanno accordi propri con essa, considerandola un’entità separata dalla Cina. Questa proposta sembra essere analoga».
Il Somaliland e la sua posizione sul Mar Rosso hanno acquisito maggiore importanza strategica per gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati con l’ascesa degli Houthi in Yemen, la guerra contro l’Iran e le minacce alla navigazione in una delle rotte marittime più trafficate al mondo. Dopo il suo ingresso nella guerra in Yemen, gli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a costruire una cintura di basi per controllare il Golfo di Aden.
Ciò avvenne con l’aiuto di ufficiali militari e dell’intelligence israeliani, ancor prima che le relazioni tra i due Paesi venissero normalizzate nell’ambito degli Accordi di Abramo del 2020. Berbera, il principale porto del Somaliland, faceva parte di questa rete di basi, che ora non è più del tutto intatta a seguito della rottura tra gli Emirati Arabi Uniti e il loro partner di coalizione in Yemen, l’Arabia Saudita.
Il rapporto del Dipartimento di Stato al Congresso è chiaro su questo punto. «La posizione strategica del Somaliland, vicino allo Yemen e allo Stretto di Bab al-Mandab, lo rende un potenziale partner per interessi di sicurezza comuni, tra cui la libertà di navigazione commerciale e militare dal Mar Rosso all’Oceano Indiano», si legge nel rapporto.
Funzionari israeliani e del Somaliland sono in trattative per la creazione di una base israeliana a Berbera. La società emiratina DP World gestisce anche un proprio porto nella zona, di cui è comproprietaria anche il governo britannico tramite il suo braccio per gli investimenti esteri.
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«Le autorità del Somaliland hanno incoraggiato gli investimenti statunitensi nel settore minerario e delineato le priorità in materia di infrastrutture, commercio e crescita economica», si legge nel rapporto al Congresso. I funzionari del Somaliland hanno affermato che il loro territorio è ricco di litio, coltan e altre risorse ricercate, e hanno suggerito che l’accesso degli Stati Uniti a queste ricchezze potrebbe essere accompagnato dal riconoscimento ufficiale.
Il rapporto del Dipartimento di Stato menziona anche lo «sviluppo in corso» dell’aeroporto e dei porti di Berbera, che si stanno trasformando in un polo commerciale e di trasporto per il Somaliland e l’Etiopia, paese senza sbocco sul mare, affermando che ciò potrebbe «creare maggiori opportunità» per gli Stati Uniti. Tuttavia, il rapporto conclude che «le preoccupazioni per la sicurezza regionale e la controversia sullo status del Somaliland, incluso il suo rifiuto di cooperare con le autorità nazionali, rappresentano una sfida per gli investimenti, il settore bancario e il commercio».
Interrogato sulla possibilità che il riconoscimento da parte di Israele stesse arrecando più danni che benefici al Somaliland, visti il genocidio a Gaza e il calo di popolarità di Israele in tutto il mondo, e in particolare nel mondo musulmano, Rooble Mohamed ha affermato che il governo di Hargeisa non aveva «alternative».
«Il riconoscimento è più importante di qualsiasi altra cosa. Avete un’alternativa per noi? Siamo uno dei paesi musulmani del mondo, non credo che siamo diversi. Penso che sia normale avere una relazione con Israele», ha detto Mohamed. «Questo non significa che i palestinesi siano nostri nemici».
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Geopolitica
Attacco iraniano contro l’aeroporto internazionale del Kuwait: un morto e 63 feriti
⚡️#UPDATE Iran bombs Kuwait International Airport pic.twitter.com/beTFw6Lyuv
— War Monitor (@WarMonitors) June 3, 2026
Kuwait’s civil aviation authority confirmed Iranian drones and missiles hit the T1 terminal at Kuwait International Airport. Several people were injured and the building sustained severe damage. Commercial flights have been halted. https://t.co/fbFhjSofIY pic.twitter.com/zOz83Ba6cy
— Open Source Intel (@Osint613) June 3, 2026
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Geopolitica
Colloqui con l’Iran falliti, Trump urla a Netanyahu: «sei completamente pazzo, ti sto salvando il culo, che cazzo stai facendo?»
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha attaccato duramente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per l’escalation israeliana in Libano, Lo riporta Axios, che cita due funzionari americani e una terza fonte informata sulla telefonata.
Secondo quanto riportato dalla testata americana, Trump avrebbe accusato Netanyahu di mettere a repentaglio i negoziati tra Stati Uniti e Iran e avrebbe chiesto a Israele di sospendere un attacco pianificato su Beirut.
«Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo», ha riassunto un funzionario le osservazioni di Trump a Netanyahu. Una seconda fonte informata sulla telefonata ha affermato che Trump era «furioso» e ha urlato a Netanyahu: «Che cazzo stai facendo?».
Secondo quanto riferito, il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato il diritto di Israele a difendersi, ma ha espresso preoccupazione per l’escalation sproporzionata intrapresa da Netanyahu negli ultimi giorni, con un numero crescente di vittime civili e interi edifici rasi al suolo per colpire singoli comandanti di Hezbollah.
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Negli ultimi giorni Israele ha intensificato la sua campagna di bombardamenti in Libano, prendendo di mira quelli che definisce obiettivi di Hezbollah. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si sono spinte più a fondo nel sud del Paese, conquistando il castello di Beaufort, una fortezza crociata di 900 anni e un punto strategico chiave nella regione.
Teheran ha minacciato di abbandonare i colloqui con gli Stati Uniti, poiché un memorandum in fase di negoziazione con Washington chiede esplicitamente la fine delle ostilità in Libano. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato di aver parlato con il presidente del parlamento libanese, Nabih Berri, e ha avvertito che la risposta di Teheran potrebbe andare oltre la semplice interruzione dei negoziati.
«Se l’aggressione israeliana contro il Libano continuerà, non solo interromperemo il percorso negoziale, ma arriveremo allo scontro diretto con il nemico», ha scritto il Ghalibaffo su X.
Trump ha scritto su Truth Social di aver «avuto una conversazione con Bibi Netanyahu oggi, chiedendogli di non effettuare un raid su larga scala a Beirut, in Libano», aggiungendo che il leader israeliano «ha fatto tornare indietro le sue truppe». Trump ha anche affermato che i rappresentanti della leadership di Hezbollah avevano accettato di cessare il fuoco contro Israele.
Netanyahu ha dichiarato di aver detto a Trump che Israele avrebbe colpito Beirut se Hezbollah non avesse smesso di attaccare il suo Paese. «La nostra posizione rimane invariata», ha scritto Netanyahu, promettendo di proseguire le operazioni nel Libano meridionale «come previsto».
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