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Spirito

Fernandez riconosce che il suo documento non interessa a nessuno

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È appena uscito un nuovo documento romano sulla trasmissione della fede, ma si scontra con un’indifferenza glaciale.

 

Il cardinale Victor Manuel Fernandez non si faceva molte illusioni sull’accoglienza riservata al suo ultimo documento, Venite ad me, pubblicato il 22 ottobre 2026 e dedicato alla trasmissione della fede. In un’intervista concessa il 27 ottobre alla testata spagnola Religión Confidencial, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede riconosce che il suo testo non ha suscitato molto interesse, senza sembrare particolarmente sorpreso. Quando gli si chiede se sperasse in una risonanza maggiore, risponde semplicemente: «In realtà, no. Ero realista».

 

Precisa che numerose conferenze episcopali avevano risposto alla consultazione preliminare, ma partecipare all’elaborazione di un documento è una cosa, riceverlo e applicarlo è un’altra, e il cardinale sapeva manifestamente che questa seconda tappa sarebbe stata molto più difficile.

Fernandez distribuisce i voti negativi

Il cardinale Fernandez non risparmia nessuna tendenza dell’episcopato, ritenendo che «nei paesi in cui i vescovi sono più progressisti, non si vede preoccupazione per incoraggiare un incontro intenso con Cristo», ma che la situazione non sia molto migliore negli ambienti più classici o conservatori. Secondo lui, i progressisti si appassionano ai «cambiamenti strutturali e al dialogo con la società», mentre i conservatori si preoccupano soprattutto della «trasmissione della morale sessuale».

 

Li liquida così entrambi senza dar ragione a nessuno, mettendo sullo stesso piano i progetti di trasformazione della Chiesa e la preoccupazione di trasmettere i comandamenti di Dio. Una posizione ben in linea con quella di colui che ha firmato, nel dicembre 2023, la dichiarazione Fiducia supplicans, che autorizza la benedizione di coppie in situazione irregolare o dello stesso sesso. Dopo aver egli stesso provocato un vivo scandalo su una questione morale, il cardinale Fernández rimprovera ora ai conservatori di darvi troppa importanza.

 

Va persino oltre, ritenendo che progressisti e conservatori trovino quasi «romantica» l’idea di suscitare nei fedeli «un’esperienza avvincente del Cristo vivo, che offre la sua amicizia e la sua vita nuova». Rimprovera loro così di perdere di vista l’essenziale, ma sembra dimenticare egli stesso che la trasmissione della dottrina e della morale cattoliche fa parte della missione affidata da Nostro Signore alla sua Chiesa.

Un mattone di 144 paragrafi per annunciare il Vangelo

Bisogna anzitutto avere il coraggio di affrontare Venite ad me. Otto capitoli, 144 paragrafi numerati, circa 30 000 parole, note comprese: il Dicastero per la Dottrina della fede non ha lesinato sulla carta per spiegare come annunciare più efficacemente il Vangelo.

 

L’indice basta a dare le vertigini. Si passa dall’amore del Padre alla luce della fede, dalla famiglia alle comunità ecclesiali, dalla crisi della trasmissione alle tecnologie digitali, dal kerygma alle questioni di linguaggio, dalla liturgia all’arte e alla bellezza, prima di affrontare i rapporti tra fede e cultura, alcune preoccupazioni particolari e, per finire, una serie di testimonianze.

 

Gli sviluppi si accumulano, i riferimenti agli ultimi pontificati si moltiplicano e gli appelli al rinnovamento missionario ritornano in forme diverse, senza che il discorso guadagni in chiarezza né in forza. Difficile non vedere l’ironia della situazione: Roma pubblica un vero mattone per insegnare alla Chiesa ad annunciare il

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Vangelo con parole semplici e capaci di toccare le anime

E che cosa si trova al termine di questa lunga lettura? Le stesse ricette già ripetute da decenni: rinnovare il linguaggio, favorire l’incontro personale con Cristo, adattare l’annuncio alle culture contemporanee, privilegiare la testimonianza e ricercare nuove forme di presenza missionaria.

 

Ancora più rivelatore, il testo afferma al numero 29 che «la fede non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose, ma come una forma di vita ecclesiale nella quale il credente è progressivamente introdotto». Un orientamento annunciato fin dall’introduzione, dove si precisa che si tratta di «considerazioni» e non di una nota dottrinale, la riflessione sull’esperienza della fede prendendo così il sopravvento sulla trasmissione del deposito rivelato. È il metodo stesso del modernismo, denunciato da san Pio X nella Pascendi.

 

Il cardinale Fernandez si rammarica del poco interesse suscitato dal suo testo, ma che cosa sperare di più da un nuovo catalogo di ricette pastorali, redatto nell’abituale gergo astruso dei documenti postconciliari?

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Una conferenza stampa? Assolutamente no!

L’intervista rivela anche le difficoltà incontrate dal cardinale per far conoscere il suo testo. Perché non aver organizzato una conferenza stampa, come per altri documenti del dicastero? La sua risposta è rivelatrice: «Nel contesto attuale, mi avrebbero interrogato su altri argomenti e non su quello di questo documento. Penso che sarebbe stato controproducente». Difficile non pensare agli scandali dottrinali e morali che hanno costellato il suo mandato, o ancora alla scomunica ingiusta che colpisce la Fraternità San Pio X.

 

Il cardinale Fernandez non intende tuttavia rinunciare e conta ormai sull’amministrazione romana: «No, persisto. È per questa ragione che abbiamo chiesto l’aiuto della Segreteria di Stato per sollecitare dalle conferenze episcopali uno sforzo di recezione e di applicazione. Speriamo di ottenere qualcosa per questa via. Vedremo».

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Fernandez riconosce il fallimento degli appelli di Francesco

Il cardinale Fernandez riconosce anche il fallimento degli orientamenti missionari del precedente pontificato. «L’appello di papa Francesco a un annuncio missionario rinnovato del kerygma non ha modificato i progetti pastorali delle diocesi e dei movimenti»; così constata, prima di evocare l’enciclica Dilexit nos, dedicata al Sacro Cuore di Gesù e pubblicata nell’ottobre 2024: «Nessuno l’ha criticata, né a sinistra né a destra, ma quali effetti ha prodotto negli episcopati, nelle diocesi e nei movimenti?». Un’ammissione imbarazzante per colui che fu uno dei più stretti collaboratori dottrinali di Francesco.

 

Il cardinale Fernandez non sembra tuttavia prendere in considerazione che i princìpi stessi di questa pastorale possano essere in causa. «Siamo migrati dal cuore del Vangelo verso altre questioni che non si comprendono e non seducono senza questo cuore», spiega.

 

Ma di quali questioni parla esattamente? Dal Vaticano II, Roma non ha smesso di promuovere il dialogo con il mondo, l’ecumenismo, la libertà religiosa e gli adattamenti pastorali, mentre la riforma liturgica ha contribuito a oscurare nella mente di numerosi fedeli il carattere sacrificale della messa. Come sperare di ristabilire la trasmissione della fede senza rimettere in discussione questi orientamenti che hanno contribuito a sfigurare la Chiesa e a snaturarne la missione?

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Roma moltiplica i rimedi, ma rifiuta di guardare la malattia

Il cardinale Fernandez conclude la sua intervista con questa dichiarazione: «Mi preoccupa. Perché non credo che la Chiesa possa rinnovarsi senza tornare là dove trova la sua vera origine». Ma tornare alle origini della Chiesa, non è proprio tornare alla Tradizione cattolica, trasmessa fedelmente dagli Apostoli in poi?

 

Da sessant’anni, Roma moltiplica i documenti, le consultazioni e i nuovi metodi pastorali, mentre, nei paesi di antica cristianità, le chiese si svuotano, le vocazioni si mantengono a livelli storicamente bassi e l’ignoranza religiosa guadagna terreno.

 

Di fronte a questa constatazione schiacciante, le autorità romane persistono tuttavia negli stessi orientamenti, senza voler esaminare le conseguenze disastrose delle riforme che hanno sconvolto la vita della Chiesa. Cercano ancora come presentare diversamente il messaggio cristiano, come se il problema stesse nel modo di annunciarlo piuttosto che nelle verità che hanno smesso di insegnare chiaramente.

 

Quanti fallimenti ci vorranno ancora prima che Roma accetti di riconoscerne le vere cause?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

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Spirito

Il Vaticano contro l’«estremismo» dei fedeli che «sollevano la questione» della Comunione in mano

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Il Vaticano ha messo in guardia contro l’«estremismo» di coloro che «sollevano la questione» della ricezione della Comunione sulla mano, in piedi o in ginocchio. Lo riporta LifeSite.   In un resoconto della visita ad limina della Conferenza Episcopale di Panama al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il dicastero, guidato dal grande nemico della Messa tradizionale cardinale Arturo Roche, ha elencato gli argomenti discussi durante l’incontro.   In merito alla liturgia sarebbe stato sollevato il «pericolo dell’estremismo nella sfera liturgica e della strumentalizzazione della celebrazione eucaristica da parte di certi gruppi di fedeli».   «Questi gruppi tendono a provocare divisioni e confusione sollevando questioni come la ricezione della Comunione in ginocchio e sulla mano, o l’uso del velo da parte delle donne. È stato ribadito che l’Eucaristia è il sacramento dell’unità e non può diventare oggetto di contesa», ha scritto il dicastero sulla sua pagina web a proposito della visita. Lungi dall’essere fonte di divisione o confusione, sollevare la questione della Comunione in mano e in piedi è un aspetto molto importante per trattare il Santissimo Sacramento in modo riverente e appropriato.   La tradizione della Chiesa cattolica, che dura da oltre 1300 anni e non si è interrotta fino al Concilio Vaticano II, prevede che i fedeli laici ricevano il Santissimo Sacramento, amministrato da un sacerdote, sulla lingua in ginocchio. Questa pratica tradizionale è dovuta in parte al fatto che le mani dei sacerdoti vengono consacrate in modo speciale durante l’ordinazione, affinché possano maneggiare la Santa Eucaristia, che è Dio stesso.   San Tommaso d’Aquino nela Summa Theologiae ha spiegato che questa è una delle tre ragioni per cui solo ai sacerdoti è permesso toccare l’Ostia consacrata:   «Per riverenza verso questo Sacramento, nulla lo tocca se non ciò che è consacrato; perciò il corporale e il calice sono consacrati, e allo stesso modo le mani del sacerdote per toccare questo Sacramento. Pertanto, non è lecito a nessun altro toccarlo, salvo in caso di necessità, ad esempio se dovesse cadere a terra o in qualche altro caso di urgenza». (Summa Theologiae, III, Q. 82, Art. 13)   Ricevere l’Eucaristia sulla mano aumenta significativamente il rischio di profanazione del Santissimo Sacramento e comporta inevitabilmente la perdita di particelle dell’Eucaristia, che possono cadere sul pavimento o altrove.   Ricevere la Santa Comunione in ginocchio è anche un importante atto di riverenza verso il Santissimo Sacramento. La Scrittura stessa sottolinea come inginocchiarsi sia un gesto di riverenza proprio di Nostro Signore Gesù Cristo: «Che ogni ginocchio si pieghi nel nome di Gesù, quelli che sono nei cieli, sulla terra e sotto terra», scrisse san Paolo nella lettera ai Filippesi (2,10).   In quanto Dio stesso, l’Eucaristia non merita niente di meno che un atteggiamento di profonda riverenza. Mentre la posizione inginocchiata è propria dell’adorazione di Dio stesso, la posizione eretta si assume quando si interagisce con un pari.

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Non solo: c’è, nemmeno dietro l’angolo, l’enorme tema dei satanisti e delle Messe nere. È infatti arcinoto come la possibilità di non dare sulla lingua l’Eucarestia crei la questione della profanazione: in breve, alimenti network satanisti, che per i loro immondi riti necessitano dell’Ostia consacrata (hanno, di fatto, più fede di molti vescovi…)   L’idea di tale pericolo era giù presente nell’istruzione di Paolo VI, quando si dice che «con questa forma ormai tradizionale (…)si evita il pericolo di profanare le specie eucaristiche, nelle quali «è presente in modo unico, sostanzialmente e ininterrottamente, il Cristo tutto e intero; Dio e uomo». Parimenti, la Redemptionis Sacramentun scrive che «se c’è pericolo di profanazione, non sia distribuita la santa Comunione sulla mano dei fedeli».   La questione è rimbalzata nelle cronache mondiale, in maniera comica e tragica al contempo, quando un gruppo Satanista ha officiato un rito fuori dal Campidoglio del Kansas, dovendo però assicurare che l’Ostia che sarebbe stata utilizzata non era consacrata.   Tale cortocircuito dello Stato moderno ha visto quindi l’attuarsi di una scena eroica: quando il satanista ha innalzato la particola e la ha buttata al suolo calpestandola, un signore che stava ai lati è intervenuto gettandosi a terra per consumarla con la bocca, ricevendo quindi le botte dal leader satanista.

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Nel frattempo, vescovi come monsignor Michael Martin di Charlotte (USA) si è pubblicamente rifiutato, durante una Cresima, di dare la Comunione a famiglie inginocchiate per ricerverla. Monsignor Martin l’anno scorso non aveva solo proibito la messa antica, ma anche la Comunione da genuflesse e laddove possibile aveva chiesto l’eliminazione delle balaustre.   Si tratta di un altra «legge» imposta dai vertici (la Chiesa come lo Stato) contrariamente alla sensibilità del popolo che fingono di voler servire: un sondaggio in America due anni fa mostrò che la larga maggioranza dei cattolici vuole la fine dell’Eucarestia messa in mano. Durante il corso di questo anno è emerso che Madre Teresa di Calcutta avrebbe detto ad un sacerdote che la Santa Comunione nella mano era «il peggior male» che mai aveva veduto.   Nell’aprile 2025 arcivescovo Bruno Forte, dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto aveva rimproverato tre parrocchiani per aver ricevuto la Santa Eucaristia sulla lingua.   Durante l’omelia, Forte rimprovera i tre fedeli per aver ricevuto la Santa Comunione sulla lingua e affermata che qualsiasi cattolico che scelga di ricevere la Comunione sulla lingua non solo è «disobbediente» alla gerarchia ecclesiastica, ma commette anche il peccato di orgoglio.   «Per secoli la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca» spiega monsignor Forte, forte forse di tanti insegnamenti pandemici pienamente recepiti dal cattolicesimo moderno.   «Ma grazie a Dio oggi siamo tutti cresciuti. Le mani ce le laviamo», assicura l’arcivescovo, che in realtà non lo può sapere, e che probabilmente non è mai stato nel bagno di un Autogrill, dove è possibile osservare l’immancabile tragitto delle moltitudini dal pisciatoio all’auto senza passare per il lavandino. (Monsignor Forte probabilmente è di quelli che non sanno perché nei bar all’aperitivo la ciotola della nocciolino include un cucchiaino).   «Per cui la Comunione si prende in mano» annunzia perentorio il religioso, «con il gesto umile di stendere la mano e di accoglierla».   «Chi non lo fa, fa un atto di orgoglio, si crede più saggio e più esperto del papa e dei vescovi che hanno deciso che la Comunione si prende in mano». Anche qui, è sensibile un accento dai tempi pandemici, quando alla popolazione veniva ripetuto di fidarsi degli esperti.   «Per piacere siate umili ed obbedienti alla Chiesa. Almeno nel momento in cui fate la Comunione, facendo la volontà che è quella espressa nella Chiesa, dal papa e dai vescovi».   Non è chiaro da dove il monsignore esperto tragga l’ordine secondo cui «la Comunione si prende in mano» secondo la volontà di Chiesa, papa e vescovi.   La Santa Comunione sulla lingua è stata la norma nella Chiesa per oltre 1.300 anni, mentre la Comunione sulla mano si è diffusa a livello mondiale solo con le riforme degli anni Settanta.   Monsignor Forte è ritenuto da alcuni osservatori come teologo pro-LGBT che ha introdotto il tema dell’omosessualità al Sinodo per la famiglia  

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Arquidiocese de Braga, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
 
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Spirito

Il segreto della santità di san Francesco

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A otto secoli dalla sua morte, san Francesco continua a essere ammirato. Ma il suo vero esempio è assai più impegnativo dell’immagine che spesso viene data di lui.

Nelle abbondanti ricerche sui grandi mistici o sui grandi pensatori, non si può fare a meno di indagare la loro fonte di ispirazione. Per quanto riguarda san Francesco d’Assisi, non c’è bisogno di cercare lontano, perché lo dice egli stesso nel suo Testamento: «Dopo che il Signore mi ebbe dato dei frati, nessuno mi mostrò che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il santo Vangelo».

 

Di fatto, è nel Vangelo che cerca la sua vocazione. Dopo i sogni che lo distolgono dalla carriera delle armi, dopo il bacio al lebbroso e l’inizio del restauro della cappella di San Damiano, dopo essere stato rinnegato da suo padre, ascolta nel Vangelo del giorno l’invio in missione degli Apostoli (Mt 10, 5-16): «Predicate e dite: Il regno dei Cieli è vicino… Non possedete né oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture; né sacco per il cammino, né due tuniche, né scarpe, né bastone…». Andrà dunque a predicare coltivando la povertà.

 

Quando dei discepoli lo raggiungono, è ancora nel Vangelo che cerca quali indicazioni dare loro: «Secondo uno dei racconti, egli fece semplicemente il segno della croce sul libro dei Vangeli, lo aprì in tre punti, e vi lesse tre testi. Il primo era la storia del giovane ricco il cui rifiuto di vendere tutti i suoi beni fu l’occasione del grande paradosso del cammello e dell’ago.

 

Il secondo era il comando ai discepoli di non prendere nulla con sé per il viaggio, né bisaccia, né bastone, né denaro. Il terzo era quella parola, che si può dire letteralmente cruciale, secondo cui il discepolo di Cristo deve anch’egli portare la sua croce». (1)

Il Vangelo preso alla lettera

Allora seguirà il Vangelo, alla lettera: rinnegato da suo padre, si rallegra di poter dire in tutta verità: «Padre nostro che sei nei cieli»; impone a coloro che vogliono diventare suoi discepoli di vendere tutti i loro beni, di darne il ricavato ai poveri (Mt 19, 21), poi di seguirlo. Quando entra in una casa, le augura anzitutto la pace (Mt 10, 12). Organizza i grandi capitoli che riuniscono tutti i frati in una gioiosa imprevidenza che inquieta san Domenico, poiché il Signore ha detto di non preoccuparsi del bere e del mangiare (Mt 6, 31), cose alle quali Egli provvede in modo spettacolare. È detto di abbandonare il mantello a chi chiede la tunica (Mt 5, 40): uno dei primi frati del santo si affretta a correre dietro a un ladro che aveva fatto solo metà del suo lavoro rubandogli il cappuccio, per dargli anche tutto l’abito.

 

Chesterton esulta nel riferire questo zelo evangelico e rileva, in quell’occasione, il miracolo delle prime due conquiste di Francesco, cioè Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani: «Ciò che vedevano i cittadini di Assisi non era altro che il cammello che passava in trionfo per la cruna dell’ago e Dio che compiva cose impossibili, perché a Lui tutte le cose sono possibili; non era altro che un prete che si strappava la veste come il Pubblicano, e non come il Fariseo, e un uomo ricco che se ne andava gioioso, perché non aveva più beni». (2)

 

La dottrina spirituale del santo di Assisi si trova dunque tutta intera nel Vangelo, e anzi, a detta degli specialisti, nei passi del Vangelo che sono letti nella liturgia, poiché non ne cita altri nei suoi diversi scritti. I vangeli delle domeniche bastano come cammino sicuro verso il cielo, a patto che li si metta in pratica!

Al di là delle apparenze, la vera vita cristiana

Ma il modo di metterli in pratica spaventa la Curia romana. Non soltanto perché la Regola sottoposta dal Poverello all’approvazione del papa sarà una regola religiosa in più, mentre il IV Concilio Lateranense nel 1215 aveva vietato di approvarne di nuove; ma anche perché sembra impraticabile. Al che un cardinale reagisce: se questa regola è impraticabile, significa che il Vangelo è impraticabile. Bestemmia inammissibile. Come più tardi san Benedetto Giuseppe Labre, san Francesco è un richiamo divino al pericolo che c’è nell’adagiarsi in una vita cristiana comoda al punto da confondere la sapienza umana con quella di Dio.

 

Eppure non si chiede a tutti di vivere così. E san Francesco sa fare la differenza tra le pratiche esteriori e la virtù. A proposito della beatitudine dei poveri in spirito, commenta: «Molti sono assidui all’orazione e agli uffici, praticano l’astinenza e la mortificazione corporale; ma per una sola parola che sembra loro un’ingiuria o perché li si priva di qualcosa, sono subito scandalizzati e turbati. Questi non sono poveri in spirito».

 

Allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo il Vangelo? Basta rileggere il discorso della montagna (Mt 5-7). Non è bene riassumerlo, se Gesù ha ritenuto bene di entrare nei dettagli, ma diamone un’idea: evitare non soltanto i peccati che lasciano tracce (non uccidere, non rubare), ma anche gli altri (non insultare né disprezzare, Mt 5, 21-26), i peccati interiori (peccato di desiderio, Mt 5, 27-30), le intenzioni cattive dietro le buone azioni (Mt 6, 1-6), le occasioni di peccato (Mt 18, 8-9), saper rinunciare al proprio diritto per il bene della pace, dare più del dovuto e persino di ciò che viene chiesto (Mt 5, 38-42), coltivare la lealtà e la veracità piuttosto che i raggiri (Mt 5, 33-37).

 

Il miglior riassunto sarà sempre il doppio comandamento della carità, poiché è la carità soprannaturale che anima i nostri atti a fare la differenza tra la lettera disseccata e lo spirito che vivifica.

 

Il Vangelo è messo in risalto in modo notevole nella liturgia: processione per la lettura solenne alla messa cantata, incensazione, bacio del libro dei vangeli, giuramenti sul Vangelo, consegna dell’evangeliario al diacono, al vescovo, imposizione sulle spalle e sul capo dell’eletto all’episcopato, etc.

 

Sarebbe inammissibile che, nonostante questa pompa liturgica, il Vangelo che è stato il trampolino di san Francesco verso il cielo non sia letto, compreso e soprattutto praticato.

 

Don Nicolas Cadiet

 

NOTE

1) Gilbert Keith Chesterton, San Francesco di Assisi, c. 4.

2) Ibidem.

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Immagine: Lodovico Cigoli (1559–1613), San Francesco d’Assisi (1597-1599), Ermitage, San Pietroburgo.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata

 


 

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Cremazione

Lo Stato italiano contro i morti

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Anche quest’anno festeggiamo lavorando l’inciviltà dello Stato moderno, nello specifico lo Stato italiano, che non permette di onorare i nostri defunti.   Pochi sono in grado di trovare una  spiegazione al fatto che uno Stato – cioè un insieme di essere umani che, per ragioni ancestrali o anche solo di convenienza, si unisce – non debba permettere ai suoi cittadini un giorno di riposo per pensare ai cari estinti. Che sono nella quasi totalità, ricordiamolo bene, cittadini dello stesso Stato che hanno espletato, con la vita, tutte le funzioni (rispetto della legge, pagamento dei tributi, sopportazione dei soprusi) che lo stesso Stato ha loro demandato.   Si tratta, con evidenza, del disprezzo che lo Stato moderno ha per i suoi sudditi, e per gli esseri umani in generale. Quando diciamo che il sistema operativo dello Stato moderno è la Cultura della Morte, stiamo riferendoci all’atto di uccidere e basta: dal momento in cui l’umano, sempre eccedente e problematico, viene eliminato, la struttura se ne dimentica immediatamente, ed esige che i suoi  infeudati facciano altrettanto.   È così: ogni anno, il 25 aprile (a danno di San Marco…) dobbiamo ricordarci della «Liberazione» (via saturation bombing angloamericani) dell’Italia, cioè del sacrificio del cinghialone col mascellone con tanto di pubblico ludibrio del corpo ignudo suo e dell’amante. Tuttavia un giorno di festa per pensare a chi è stato vicino a noi (chi ci ha conosciuto, chi ci ha procreato, chi ci ha allevato, chi ci ha amato,  e perché no, chi ci ha odiato) no, lo Stato non può permettercelo. Così: lo Stato che porta Halloween nelle scuole non lascia che i suoi cittadini vadano alla Messa dei defunti: perché, se non sei pensionato (quelli che ben presto finiranno nell’oblio dell’eutanasia pubblica, come quella varata poc’anzi dal Veneto apostata) è difficile che tu possa trovare il momento di andare in campo santo e pure in chiesa.   (Tra cattolici rimasti tali, sappiate, ci siamo comunque organizzati con celebrazioni, catafalchi, Dies Irae e teschi inclusi alle 18:30, per permettere a tutti i lavoratori, quelli a cui lo Stato sarebbe devoto sin dal primo articolo della Costituzione di partecipare. Ne daremo, magari, anche qualche immagini nei prossimi giorni – tanto per far capire davvero, nel momento delle città lasciate incendiare dai maranza, cosa significa oggi essere antisistema)   Bisogna capire che il 2 novembre non è mai stato un giorno di festa civile (ossia una festività nazionale riconosciuta dallo Stato con la conseguente chiusura di uffici, scuole e attività lavorative) in tutta la storia della Repubblica Italiana o del precedente Regno d’Italia, cioè del famoso Stato «laico».   A questo punto il lettore può iniziare ad intuire il perché: lo Stato dell’Italia unita è stato creato dai massoni, in senso totalmente contrario a quello della fede del popolo. L’Unità dell’Italia è stata voluta e programmata dalla Loggia, con tutti gli aiutini inglesi del caso, per spazzare via la superstizione cattolica da questa regione d’Europa, e trasformarla nel paradiso della religione del progresso che si merita.   I massoni odiano qualsiasi culto non sia quello esoterico della loro «scienza»: lo si vede ancora oggi in certi gruppetti di tizi dall’aspetto impiegatizio che passano il tempo a denigrare le credenze popolari (e ogni forma di religione, o di possibilità del paranormale); magari questi nemmeno sono massoni, ma ricordano certe parole di monsignor Delassus ne Il problema dell’ora presente, quando indica come i piani profondi della setta verde hanno bisogno di personaggi non accortissimi che stiano in superficie a fare pure pubblicità alla causa.   Ecco che quindi anche il culto dei morti – il più arcaico, il più umano – deve essere spazzato via. E quando diciamo spazzato via, è proprio letterale: i morti sono ridotti in cenere.   Sì, perché la massoneria ha avuto un ruolo fondamentale e determinante nell’introdurre, promuovere e legalizzare la cremazione moderna in Italia e in Europa nell’Ottocento. La pratica di incenerire i morti è stata vietata per secoli dal Cristianesimo, che imponeva l’inumazione (la sepoltura sotto terra) nel rispetto del dogma cattolico della risurrezione dei corpi. La rinascita della cremazione in epoca contemporanea fu una battaglia esplicitamente  guidata in prima fila dalle Logge massoniche nel nome dello Stato «laico», cioè della sottomissione dell’umanità al Nulla grembiulista.   Subito dopo l’Unità d’Italia, medici, scienziati e intellettuali (molti dei quali appartenenti alla Massoneria e alla Sinistra risorgimentale) iniziarono a promuovere la cremazione per ragioni igienico-sanitarie, di progresso scientifico e per sottrarre il monopolio dei funerali alla Chiesa Cattolica. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, sorsero in tutta Italia le prime Società per la Cremazione ( SOCREM). Queste associazioni, nate per finanziare i primi templi crematori, furono fondate, dirette e sostenute economicamente quasi interamente da massoni.   Il primo forno crematorio d’Italia (e del mondo moderno) fu inaugurato a Milano nel 1876 per cremare la salma di Alberto Keller, un importante industriale filantropo di origini svizzere e noto massone, che lasciò i fondi necessari proprio per questa causa. Il forno fu progettato sfruttando anche gli studi scientifici del medico massone Malachia De Cristoforis. La legalizzazione si ebbe con la Legge Crispi (1888): La pratica divenne ufficialmente legale e regolamentata a livello nazionale grazie all’art. 59 della legge sulla sanità pubblica del 1888 promossa dall’allora Presidente del Consiglio Francesco Crispi, anch’egli tra i più celebri esponenti della Massoneria italiana dell’epoca, ancora oggi mattatore della toponomastica delle nostre città. Proprio a causa dell’autoevidente attivismo massonico dietro questo movimento, la Chiesa Cattolica visse la diffusione della cremazione come un attacco diretto alla fede cristiana e ai propri rituali. Nel 1886, il Sant’Uffizio emanò una severissima condanna decretando la scomunica per chiunque scegliesse di farsi cremare o facesse propaganda per le società cremazioniste, escludendo i fautori della cremazione dai funerali religiosi e dalla sepoltura in terra consacrata.   Poi arrivò il 1963, anno in cui il Concilio Vaticano II e Papa Paolo VI rimossero il divieto canonico cattolico sulla cremazione, a patto che la scelta non fosse dettata da sentimenti esplicitamente anticristiani o di negazione dei dogmi della fede, una condizione che ricorda un po’ le scomuniche ai fedeli della Messa della Fraternità San Pio X, che arrivano solo se uno aderisce ad alcune posizioni (cattoliche).   Fu una delle prime cose che Paolo VI, l’amico del padre costituente Aldo Moro, fece una volta divenuto papa. Montini, quello che il 4 ottobre 1965 si rivolse a quelli dell’ONU dicendo «Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti». Alcuni dicono che con lo sdoganamento religioso dei forni crematori stesse ricambiando un favore di conclave. Vai a capire.   Ad ogni modo, quello che è la cremazione – annichilimento della tradizione, del passato, del presente, del futuro – lo abbiamo sentito dire bene, inaspettatamente, da Tucker Carlson, che en passant, in un suo recente monologo, ha parlato di come oggi l’idea di vivere e morire nella stessa cittadina dove sono sepolti i propri genitori è  condannata dal potere neoliberale come un «privilegio» di cui vergognarsi, perché per il mondo moderno il mercato (cioè lo sradicamento dell’essere umano) vale più del rispetto di chi siamo e di ciò che trasmettiamo.

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La cremazione, ha detto Carlson, serve a questo: a disintegrare i nostri cari e a far finta che non sono mai esistiti.   Proprio così: ci vogliono schiavi in un eterno presente fatto di obbedienza e di consumo. Esattamente come nei social (che sono, una volta di più, prodromi della società del futuro prossimo): provate a cercare quello che avete sentito, o detto, qualche settimana fa.   Ecco perché oggi non ci consentono di stare a casa, e pensare ai nostri padri, o a continuare il lutto per chi ci stava vicino, e non c’è più. Non ci è consentita una pausa per meditare il mistero della morte: perché lo Stato massonico odia il Mistero, e ancora più significativamente lo teme.   Perché il Mistero risolve, guarisce, libera. Il Mistero è la Verità, la Via, e la Vita. Sì, il Mistero della Morte è il Mistero della Vita, e potete immaginare come un popolo che lo realizzi non sia più comandabile a piacimento, sia un popolo fatto, letteralmente, di anime libere.   Ecco spiegato, cari lettori, perché oggi state lavorando. Vi stanno facendo pensare ad altro.   Potete fare, ad ogni modo, un bell’atto di disobbedienza anche ora: chiudete gli occhi, e con la mente (è ancora permesso, ma non per molto), recitate: Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace.    Amen.   Roberto Dal Bosco

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Immagine: Cimitero Monumentale di Milano: Tomba Sommaruga-Faini, opera di Giannino Castiglioni, 1935. Immagine di Santilio via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 Internationa
 
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