Spirito
Fernandez riconosce che il suo documento non interessa a nessuno
È appena uscito un nuovo documento romano sulla trasmissione della fede, ma si scontra con un’indifferenza glaciale.
Il cardinale Victor Manuel Fernandez non si faceva molte illusioni sull’accoglienza riservata al suo ultimo documento, Venite ad me, pubblicato il 22 ottobre 2026 e dedicato alla trasmissione della fede. In un’intervista concessa il 27 ottobre alla testata spagnola Religión Confidencial, il prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede riconosce che il suo testo non ha suscitato molto interesse, senza sembrare particolarmente sorpreso. Quando gli si chiede se sperasse in una risonanza maggiore, risponde semplicemente: «In realtà, no. Ero realista».
Precisa che numerose conferenze episcopali avevano risposto alla consultazione preliminare, ma partecipare all’elaborazione di un documento è una cosa, riceverlo e applicarlo è un’altra, e il cardinale sapeva manifestamente che questa seconda tappa sarebbe stata molto più difficile.
Fernandez distribuisce i voti negativi
Il cardinale Fernandez non risparmia nessuna tendenza dell’episcopato, ritenendo che «nei paesi in cui i vescovi sono più progressisti, non si vede preoccupazione per incoraggiare un incontro intenso con Cristo», ma che la situazione non sia molto migliore negli ambienti più classici o conservatori. Secondo lui, i progressisti si appassionano ai «cambiamenti strutturali e al dialogo con la società», mentre i conservatori si preoccupano soprattutto della «trasmissione della morale sessuale».
Li liquida così entrambi senza dar ragione a nessuno, mettendo sullo stesso piano i progetti di trasformazione della Chiesa e la preoccupazione di trasmettere i comandamenti di Dio. Una posizione ben in linea con quella di colui che ha firmato, nel dicembre 2023, la dichiarazione Fiducia supplicans, che autorizza la benedizione di coppie in situazione irregolare o dello stesso sesso. Dopo aver egli stesso provocato un vivo scandalo su una questione morale, il cardinale Fernández rimprovera ora ai conservatori di darvi troppa importanza.
Va persino oltre, ritenendo che progressisti e conservatori trovino quasi «romantica» l’idea di suscitare nei fedeli «un’esperienza avvincente del Cristo vivo, che offre la sua amicizia e la sua vita nuova». Rimprovera loro così di perdere di vista l’essenziale, ma sembra dimenticare egli stesso che la trasmissione della dottrina e della morale cattoliche fa parte della missione affidata da Nostro Signore alla sua Chiesa.
Un mattone di 144 paragrafi per annunciare il Vangelo
Bisogna anzitutto avere il coraggio di affrontare Venite ad me. Otto capitoli, 144 paragrafi numerati, circa 30 000 parole, note comprese: il Dicastero per la Dottrina della fede non ha lesinato sulla carta per spiegare come annunciare più efficacemente il Vangelo.
L’indice basta a dare le vertigini. Si passa dall’amore del Padre alla luce della fede, dalla famiglia alle comunità ecclesiali, dalla crisi della trasmissione alle tecnologie digitali, dal kerygma alle questioni di linguaggio, dalla liturgia all’arte e alla bellezza, prima di affrontare i rapporti tra fede e cultura, alcune preoccupazioni particolari e, per finire, una serie di testimonianze.
Gli sviluppi si accumulano, i riferimenti agli ultimi pontificati si moltiplicano e gli appelli al rinnovamento missionario ritornano in forme diverse, senza che il discorso guadagni in chiarezza né in forza. Difficile non vedere l’ironia della situazione: Roma pubblica un vero mattone per insegnare alla Chiesa ad annunciare il
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Vangelo con parole semplici e capaci di toccare le anime
E che cosa si trova al termine di questa lunga lettura? Le stesse ricette già ripetute da decenni: rinnovare il linguaggio, favorire l’incontro personale con Cristo, adattare l’annuncio alle culture contemporanee, privilegiare la testimonianza e ricercare nuove forme di presenza missionaria.
Ancora più rivelatore, il testo afferma al numero 29 che «la fede non si trasmette anzitutto come un insieme di contenuti dottrinali o di informazioni religiose, ma come una forma di vita ecclesiale nella quale il credente è progressivamente introdotto». Un orientamento annunciato fin dall’introduzione, dove si precisa che si tratta di «considerazioni» e non di una nota dottrinale, la riflessione sull’esperienza della fede prendendo così il sopravvento sulla trasmissione del deposito rivelato. È il metodo stesso del modernismo, denunciato da san Pio X nella Pascendi.
Il cardinale Fernandez si rammarica del poco interesse suscitato dal suo testo, ma che cosa sperare di più da un nuovo catalogo di ricette pastorali, redatto nell’abituale gergo astruso dei documenti postconciliari?
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Una conferenza stampa? Assolutamente no!
L’intervista rivela anche le difficoltà incontrate dal cardinale per far conoscere il suo testo. Perché non aver organizzato una conferenza stampa, come per altri documenti del dicastero? La sua risposta è rivelatrice: «Nel contesto attuale, mi avrebbero interrogato su altri argomenti e non su quello di questo documento. Penso che sarebbe stato controproducente». Difficile non pensare agli scandali dottrinali e morali che hanno costellato il suo mandato, o ancora alla scomunica ingiusta che colpisce la Fraternità San Pio X.
Il cardinale Fernandez non intende tuttavia rinunciare e conta ormai sull’amministrazione romana: «No, persisto. È per questa ragione che abbiamo chiesto l’aiuto della Segreteria di Stato per sollecitare dalle conferenze episcopali uno sforzo di recezione e di applicazione. Speriamo di ottenere qualcosa per questa via. Vedremo».
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Fernandez riconosce il fallimento degli appelli di Francesco
Il cardinale Fernandez riconosce anche il fallimento degli orientamenti missionari del precedente pontificato. «L’appello di papa Francesco a un annuncio missionario rinnovato del kerygma non ha modificato i progetti pastorali delle diocesi e dei movimenti»; così constata, prima di evocare l’enciclica Dilexit nos, dedicata al Sacro Cuore di Gesù e pubblicata nell’ottobre 2024: «Nessuno l’ha criticata, né a sinistra né a destra, ma quali effetti ha prodotto negli episcopati, nelle diocesi e nei movimenti?». Un’ammissione imbarazzante per colui che fu uno dei più stretti collaboratori dottrinali di Francesco.
Il cardinale Fernandez non sembra tuttavia prendere in considerazione che i princìpi stessi di questa pastorale possano essere in causa. «Siamo migrati dal cuore del Vangelo verso altre questioni che non si comprendono e non seducono senza questo cuore», spiega.
Ma di quali questioni parla esattamente? Dal Vaticano II, Roma non ha smesso di promuovere il dialogo con il mondo, l’ecumenismo, la libertà religiosa e gli adattamenti pastorali, mentre la riforma liturgica ha contribuito a oscurare nella mente di numerosi fedeli il carattere sacrificale della messa. Come sperare di ristabilire la trasmissione della fede senza rimettere in discussione questi orientamenti che hanno contribuito a sfigurare la Chiesa e a snaturarne la missione?
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Roma moltiplica i rimedi, ma rifiuta di guardare la malattia
Il cardinale Fernandez conclude la sua intervista con questa dichiarazione: «Mi preoccupa. Perché non credo che la Chiesa possa rinnovarsi senza tornare là dove trova la sua vera origine». Ma tornare alle origini della Chiesa, non è proprio tornare alla Tradizione cattolica, trasmessa fedelmente dagli Apostoli in poi?
Da sessant’anni, Roma moltiplica i documenti, le consultazioni e i nuovi metodi pastorali, mentre, nei paesi di antica cristianità, le chiese si svuotano, le vocazioni si mantengono a livelli storicamente bassi e l’ignoranza religiosa guadagna terreno.
Di fronte a questa constatazione schiacciante, le autorità romane persistono tuttavia negli stessi orientamenti, senza voler esaminare le conseguenze disastrose delle riforme che hanno sconvolto la vita della Chiesa. Cercano ancora come presentare diversamente il messaggio cristiano, come se il problema stesse nel modo di annunciarlo piuttosto che nelle verità che hanno smesso di insegnare chiaramente.
Quanti fallimenti ci vorranno ancora prima che Roma accetti di riconoscerne le vere cause?
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Il Vaticano contro l’«estremismo» dei fedeli che «sollevano la questione» della Comunione in mano
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Un satanista intentó profanar la Sagrada Hostia en el Capitolio del Estado de Kansas mediante algún tipo de conjuro.
Sin embargo, en un acto de valentía y devoción, un hombre católico intervino rápidamente, tomó la Hostia y la consumió para evitar la profanación. ¡Así es! Un… pic.twitter.com/x3UGLLCnyq — Carolina ❤️🔥 (@realCarola2Hope) March 29, 2025
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«Per secoli la Chiesa ha preso in mano la comunione. Solo in alcuni secoli oscuri, temendo la mancanza di igiene, si è sostituito questo gesto con quello del prenderla in bocca» spiega monsignor Forte, forte forse di tanti insegnamenti pandemici pienamente recepiti dal cattolicesimo moderno. «Ma grazie a Dio oggi siamo tutti cresciuti. Le mani ce le laviamo», assicura l’arcivescovo, che in realtà non lo può sapere, e che probabilmente non è mai stato nel bagno di un Autogrill, dove è possibile osservare l’immancabile tragitto delle moltitudini dal pisciatoio all’auto senza passare per il lavandino. (Monsignor Forte probabilmente è di quelli che non sanno perché nei bar all’aperitivo la ciotola della nocciolino include un cucchiaino). «Per cui la Comunione si prende in mano» annunzia perentorio il religioso, «con il gesto umile di stendere la mano e di accoglierla». «Chi non lo fa, fa un atto di orgoglio, si crede più saggio e più esperto del papa e dei vescovi che hanno deciso che la Comunione si prende in mano». Anche qui, è sensibile un accento dai tempi pandemici, quando alla popolazione veniva ripetuto di fidarsi degli esperti. «Per piacere siate umili ed obbedienti alla Chiesa. Almeno nel momento in cui fate la Comunione, facendo la volontà che è quella espressa nella Chiesa, dal papa e dai vescovi». Non è chiaro da dove il monsignore esperto tragga l’ordine secondo cui «la Comunione si prende in mano» secondo la volontà di Chiesa, papa e vescovi. La Santa Comunione sulla lingua è stata la norma nella Chiesa per oltre 1.300 anni, mentre la Comunione sulla mano si è diffusa a livello mondiale solo con le riforme degli anni Settanta. Monsignor Forte è ritenuto da alcuni osservatori come teologo pro-LGBT che ha introdotto il tema dell’omosessualità al Sinodo per la famigliaITALY Bishop Bruno Forte BERATES three people for receiving Communion on the tongue He claims that Communion should only be received in the hands and that it is ‘pride’ that makes people do otherwise What are your thoughts? pic.twitter.com/bWqXm0UiSr
— Catholic Arena (@CatholicArena) April 24, 2025
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Spirito
Il segreto della santità di san Francesco
A otto secoli dalla sua morte, san Francesco continua a essere ammirato. Ma il suo vero esempio è assai più impegnativo dell’immagine che spesso viene data di lui.
Nelle abbondanti ricerche sui grandi mistici o sui grandi pensatori, non si può fare a meno di indagare la loro fonte di ispirazione. Per quanto riguarda san Francesco d’Assisi, non c’è bisogno di cercare lontano, perché lo dice egli stesso nel suo Testamento: «Dopo che il Signore mi ebbe dato dei frati, nessuno mi mostrò che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il santo Vangelo».
Di fatto, è nel Vangelo che cerca la sua vocazione. Dopo i sogni che lo distolgono dalla carriera delle armi, dopo il bacio al lebbroso e l’inizio del restauro della cappella di San Damiano, dopo essere stato rinnegato da suo padre, ascolta nel Vangelo del giorno l’invio in missione degli Apostoli (Mt 10, 5-16): «Predicate e dite: Il regno dei Cieli è vicino… Non possedete né oro, né argento, né denaro nelle vostre cinture; né sacco per il cammino, né due tuniche, né scarpe, né bastone…». Andrà dunque a predicare coltivando la povertà.
Quando dei discepoli lo raggiungono, è ancora nel Vangelo che cerca quali indicazioni dare loro: «Secondo uno dei racconti, egli fece semplicemente il segno della croce sul libro dei Vangeli, lo aprì in tre punti, e vi lesse tre testi. Il primo era la storia del giovane ricco il cui rifiuto di vendere tutti i suoi beni fu l’occasione del grande paradosso del cammello e dell’ago.
Il secondo era il comando ai discepoli di non prendere nulla con sé per il viaggio, né bisaccia, né bastone, né denaro. Il terzo era quella parola, che si può dire letteralmente cruciale, secondo cui il discepolo di Cristo deve anch’egli portare la sua croce». (1)
Il Vangelo preso alla lettera
Allora seguirà il Vangelo, alla lettera: rinnegato da suo padre, si rallegra di poter dire in tutta verità: «Padre nostro che sei nei cieli»; impone a coloro che vogliono diventare suoi discepoli di vendere tutti i loro beni, di darne il ricavato ai poveri (Mt 19, 21), poi di seguirlo. Quando entra in una casa, le augura anzitutto la pace (Mt 10, 12). Organizza i grandi capitoli che riuniscono tutti i frati in una gioiosa imprevidenza che inquieta san Domenico, poiché il Signore ha detto di non preoccuparsi del bere e del mangiare (Mt 6, 31), cose alle quali Egli provvede in modo spettacolare. È detto di abbandonare il mantello a chi chiede la tunica (Mt 5, 40): uno dei primi frati del santo si affretta a correre dietro a un ladro che aveva fatto solo metà del suo lavoro rubandogli il cappuccio, per dargli anche tutto l’abito.
Chesterton esulta nel riferire questo zelo evangelico e rileva, in quell’occasione, il miracolo delle prime due conquiste di Francesco, cioè Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani: «Ciò che vedevano i cittadini di Assisi non era altro che il cammello che passava in trionfo per la cruna dell’ago e Dio che compiva cose impossibili, perché a Lui tutte le cose sono possibili; non era altro che un prete che si strappava la veste come il Pubblicano, e non come il Fariseo, e un uomo ricco che se ne andava gioioso, perché non aveva più beni». (2)
La dottrina spirituale del santo di Assisi si trova dunque tutta intera nel Vangelo, e anzi, a detta degli specialisti, nei passi del Vangelo che sono letti nella liturgia, poiché non ne cita altri nei suoi diversi scritti. I vangeli delle domeniche bastano come cammino sicuro verso il cielo, a patto che li si metta in pratica!
Al di là delle apparenze, la vera vita cristiana
Ma il modo di metterli in pratica spaventa la Curia romana. Non soltanto perché la Regola sottoposta dal Poverello all’approvazione del papa sarà una regola religiosa in più, mentre il IV Concilio Lateranense nel 1215 aveva vietato di approvarne di nuove; ma anche perché sembra impraticabile. Al che un cardinale reagisce: se questa regola è impraticabile, significa che il Vangelo è impraticabile. Bestemmia inammissibile. Come più tardi san Benedetto Giuseppe Labre, san Francesco è un richiamo divino al pericolo che c’è nell’adagiarsi in una vita cristiana comoda al punto da confondere la sapienza umana con quella di Dio.
Eppure non si chiede a tutti di vivere così. E san Francesco sa fare la differenza tra le pratiche esteriori e la virtù. A proposito della beatitudine dei poveri in spirito, commenta: «Molti sono assidui all’orazione e agli uffici, praticano l’astinenza e la mortificazione corporale; ma per una sola parola che sembra loro un’ingiuria o perché li si priva di qualcosa, sono subito scandalizzati e turbati. Questi non sono poveri in spirito».
Allora in che cosa consiste la vita cristiana secondo il Vangelo? Basta rileggere il discorso della montagna (Mt 5-7). Non è bene riassumerlo, se Gesù ha ritenuto bene di entrare nei dettagli, ma diamone un’idea: evitare non soltanto i peccati che lasciano tracce (non uccidere, non rubare), ma anche gli altri (non insultare né disprezzare, Mt 5, 21-26), i peccati interiori (peccato di desiderio, Mt 5, 27-30), le intenzioni cattive dietro le buone azioni (Mt 6, 1-6), le occasioni di peccato (Mt 18, 8-9), saper rinunciare al proprio diritto per il bene della pace, dare più del dovuto e persino di ciò che viene chiesto (Mt 5, 38-42), coltivare la lealtà e la veracità piuttosto che i raggiri (Mt 5, 33-37).
Il miglior riassunto sarà sempre il doppio comandamento della carità, poiché è la carità soprannaturale che anima i nostri atti a fare la differenza tra la lettera disseccata e lo spirito che vivifica.
Il Vangelo è messo in risalto in modo notevole nella liturgia: processione per la lettura solenne alla messa cantata, incensazione, bacio del libro dei vangeli, giuramenti sul Vangelo, consegna dell’evangeliario al diacono, al vescovo, imposizione sulle spalle e sul capo dell’eletto all’episcopato, etc.
Sarebbe inammissibile che, nonostante questa pompa liturgica, il Vangelo che è stato il trampolino di san Francesco verso il cielo non sia letto, compreso e soprattutto praticato.
Don Nicolas Cadiet
NOTE
1) Gilbert Keith Chesterton, San Francesco di Assisi, c. 4.
2) Ibidem.
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Immagine: Lodovico Cigoli (1559–1613), San Francesco d’Assisi (1597-1599), Ermitage, San Pietroburgo.
Cremazione
Lo Stato italiano contro i morti
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