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Trapianti

Trapianti, il prossimo passo: prelevare gli organi senza attendere la «morte»

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Non si tratta delle affermazioni di qualche complottista, né di un articolo apparso su una pubblicazione marginale o militante. A mettere in discussione i fondamenti scientifici dell’accertamento della morte è uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Bioethics, autorevole rivista internazionale di bioetica edita da Wiley, sottoposta a revisione tra pari e aperta al confronto tra differenti orientamenti etici.

 

L’autrice, Lucia Craxì dell’Università di Palermo, affronta una questione apparentemente solo tecnica, ma che presenta risvolti importanti: i venti minuti di assenza dell’attività cardiaca richiesti dalla normativa italiana per accertare la morte non avrebbero un fondamento scientifico ed etico.

 

La legge n. 578 del 1993 identifica la morte con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, indipendentemente dalla procedura utilizzata per accertarla. Nel caso dell’arresto cardiocircolatorio, i venti minuti di silenzio elettrico del cuore dovrebbero consentire di stabilire indirettamente che tutte le funzioni cerebrali siano cessate in maniera irreversibile.

 

Secondo Craxì, tuttavia, non esistono prove scientifiche sufficienti per attribuire a questa soglia temporale un simile significato. La ricercatrice mette inoltre in discussione la possibilità stessa di verificare clinicamente la cessazione irreversibile di ogni funzione encefalica, richiamando la persistenza di determinate attività biologiche anche negli organismi dichiarati morti secondo criteri neurologici.

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Lo studio sostiene anche che (udite, udite) i fenomeni cadaverici rappresentano i soli segni biologicamente incontrovertibili della morte, poiché testimoniano la perdita irreversibile della capacità dell’organismo di mantenersi come unità biologica integrata.

 

Di fronte a simili difficoltà, che noi beceri complottisti denunciamo da decenni, ci si potrebbe aspettare una revisione critica dei criteri di morte e delle pratiche che su di essi si fondano. La proposta avanzata nello studio segue invece una direzione opposta: ridurre l’attesa da venti a cinque minuti, come già avviene in diversi altri Paesi (sic!).

 

Alla base di tale pensata vi è la distinzione tra cessazione irreversibile e cessazione permanente della circolazione. La prima indica una funzione che non può più essere ripristinata, la seconda una funzione che non può riprendere spontaneamente e che non verrà ripristinata attraverso interventi medici.

 

Tale distinzione assume particolare rilievo nella donazione dopo arresto cardiocircolatorio (DCD controllata), procedura nella quale, a seguito della decisione di sospendere i trattamenti di sostegno vitale, si attende l’arresto della circolazione senza intraprendere manovre rianimatorie. Il prelievo viene organizzato anticipatamente e il tempo di attesa incide sulla possibilità di preservare gli organi destinati al trapianto.

 

Ma la proposta più significativa dello studio va oltre la riduzione delle tempistiche di attesa: Craxì prospetta infatti una riformulazione della dead donor rule, il principio secondo cui gli organi vitali possono essere prelevati soltanto dopo la morte del donatore, introducendo il concetto di dying donor rule, fondato sul processo del morire.

 

La giustificazione etica del prelievo verrebbe così spostata dall’accertamento della morte alla condizione clinica di un paziente entrato in un «processo del morire» ritenuto ormai definitivo (da chi e secondo quale criterio?). Ma, in ogni caso, un uomo morto e un uomo che sta per morire non sono propriamente la stessa cosa, soprattutto nel momento in cui il chirurgo si appresta ad affondare il bisturi nelle sue carni per prelevargli gli organi…

 

Ma c’è un fatto che rende tale notizia ancora più significativa: le difficoltà scientifiche relative all’accertamento della morte encefalica non rappresentano affatto una scoperta recente. Infatti, già da decenni si è a conoscenza dei limiti diagnostici, della persistenza di molte funzioni biologiche nel presunto cadavere e delle profonde differenze tra i criteri di accertamento adottati nei vari Paesi. Nulla di nuovo, dunque. E allora perché proprio oggi queste criticità vengono richiamate sulle pagine di autorevoli pubblicazioni per sostenere un ulteriore allentamento dei limiti che regolano il prelievo degli organi vitali? Cui prodest?

 

Il sospetto è che non siano cambiate tanto le conoscenze scientifiche, quanto la convenienza di utilizzare contraddizioni già note per sostenere conclusioni che fino a ieri sarebbero apparse inammissibili. Finché era necessario consolidare il criterio della morte encefalica, metterne in discussione i fondamenti significava rischiare di incrinare la fiducia nel sistema dei trapianti. Oggi, quelle stesse criticità possono trasformarsi in argomenti utili a giustificare il passo successivo: bypassare persino il requisito della morte.

 

In altre parole, la verità che prima disturbava il manovratore diventa ora la verità che può fargli comodo.

 

Non si tratta, del resto, di un caso isolato. Già nel luglio 2025, sulle pagine del New York Times, tre autorevoli cardiologi statunitensi proponevano di ampliare la definizione di morte cerebrale fino a comprendere anche pazienti in coma irreversibile, motivando esplicitamente la proposta con la scarsità di organi disponibili per i trapianti. Il titolo dell’intervento era eloquente: «gli organi da donare sono troppo pochi. Abbiamo bisogno di una nuova definizione della morte». Un anno dopo, sulle pagine di Bioethics, viene prospettata la possibilità di sostituire la regola del donatore morto con quella del donatore morente. 

 

Nessuna delle due proposte ha finora trovato applicazione normativa, ma la loro presenza  sulle pagine di Bioethics e del New York Times testimonia quanto il superamento degli attuali criteri di morte sia ormai entrato nel dibattito pubblico e accademico.

 

È il meccanismo del cosiddetto piano inclinato, dello slittamento morale attraverso il quale ciò che ieri appariva inammissibile diventa oggi oggetto di discussione e domani potrebbe essere considerato perfettamente legittimo. La rivoluzione antropologica inaugurata dalla ridefinizione della morte sembra trovare proprio nelle contraddizioni che ha prodotto il pretesto per compiere un ulteriore passo: prima si ridefinisce la morte, poi si riconoscono le già evidenti difficoltà scientifiche della nuova definizione e infine si prospetta di rinunciare alla morte stessa come requisito indispensabile per il prelievo degli organi vitali.

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Nel frattempo, il paradigma funzionalista si è progressivamente affermato, tanto nel dibattito medico-scientifico quanto nell’opinione pubblica, a scapito di una concezione della persona come realtà ontologica. E quando il valore della vita umana viene subordinato alla presenza o all’assenza di determinate funzioni, anche i limiti del potere medico sull’essere umano diventano progressivamente negoziabili.

 

È proprio a questo punto che diventa possibile spostare ulteriormente il limite. E ogni spostamento prepara culturalmente la possibilità del successivo.

 

L’introduzione del criterio encefalico ha consentito di dichiarare morto un essere umano il cui organismo conserva ancora molteplici funzioni biologiche. La dying donor rule prospetta un passaggio ulteriore: rendere eticamente ammissibile il prelievo degli organi vitali ancora prima che sia stata accertata la morte.

 

La questione riguarda dunque il limite stesso del potere medico sul corpo umano e la progressiva trasformazione dell’accertamento della morte da riconoscimento di una realtà oggettiva a procedimento regolato da criteri sempre più dipendenti dalle possibilità offerte dalla tecnica. 

 

Alfredo De Matteo

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Predazione degli organi

Trapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?

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Se donare gli organi è un gesto libero e volontario, perché lo Stato finanzia iniziative per ridurre il numero di coloro che si rifiutano di farlo? E soprattutto, fino a quando il rifiuto continuerà a essere considerato un diritto anziché un ostacolo da eliminare?   La domanda nasce da un decreto del ministero della Salute del 24 giugno 2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto, che dispone uno stanziamento di dieci milioni di euro annui per il potenziamento del sistema trapiantologico italiano.   Tre milioni sono destinati a interventi per ridurre le liste d’attesa, diminuire le opposizioni alla donazione, incrementare le attività di reperimento degli organi, il cosiddetto procurement, e rafforzare i centri trapianto. Gli altri sette milioni finanziano tecnologie per la perfusione, la conservazione e il trasporto degli organi.

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Il documento ministeriale è esplicito: «Risulta fondamentale sostenere le azioni mirate ad una riduzione delle opposizioni alla donazione».   Il rifiuto di donare, espressione di una volontà individuale che dovrebbe essere insindacabile, diventa così un problema da affrontare attraverso finanziamenti pubblici e iniziative istituzionali. Non si tratta soltanto di informare i cittadini, ai quali viene abitualmente proposta una rappresentazione della cosiddetta donazione che lascia completamente nell’ombra gli aspetti più controversi, ma di perseguire un risultato preciso: ottenere un numero maggiore di consensi.   Del resto, secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti, nel 2025 il 40,1 per cento dei cittadini che hanno espresso la propria volontà al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità elettronica si è dichiarato contrario alla donazione, contro il 36,3 per cento dell’anno precedente.   Un risultato che evidentemente preoccupa la macchina trapiantologica, impegnata ad aumentare costantemente il numero degli organi disponibili.   In sostanza, si celebra la libertà di donare, ma si considera indesiderabile la libertà di rifiutare. E quando il rifiuto diventa un ostacolo all’efficienza del sistema, il passo successivo potrebbe essere quello di eliminarlo.   Non si tratta di una prospettiva così lontana dalla realtà: nel febbraio 2025, intervistata dal Corriere della Sera, la cardiologa Maria Frigerio, già direttrice della Cardiologia 2 dell’Ospedale Niguarda di Milano, aveva lamentato che, a causa delle opposizioni, su dieci trapianti potenzialmente realizzabili se ne effettuassero soltanto sette ed era arrivata a prospettare che la donazione «potrebbe diventare un obbligo».   Dietro la retorica della generosità affiora dunque la possibilità della coercizione: gli organi umani non vengono più concepiti come qualcosa che una persona può liberamente offrire, ma come una risorsa della quale la collettività potrebbe arrogarsi il diritto di disporre.   Del resto, la legislazione italiana aveva già compiuto un primo passo in questa direzione nel 1999, quando la legge n. 91 introdusse il principio del silenzio-assenso.   Il meccanismo, mai diventato operativo per la mancata realizzazione delle condizioni previste dalla legge, avrebbe consentito di considerare favorevole al prelievo, in determinate circostanze, chi non avesse espresso alcuna volontà. Pertanto, non più un consenso manifestato esplicitamente, ma attribuito al cittadino sulla base del suo silenzio. Un rovesciamento significativo, visto che non è il sistema sanitario a dover ottenere una dichiarazione favorevole, ma il cittadino a dover manifestare il proprio dissenso per impedire il prelievo dei suoi organi.   Ma la pressione esercitata sul consenso dei cittadini è soltanto un aspetto di un fenomeno più vasto: la continua ricerca di nuove possibilità di reperimento degli organi; una ricerca che ha ormai investito anche le procedure con cui viene gestito il fine vita.   È il caso della cosiddetta donazione a cuore fermo, o DCD controllata.   In questa procedura il prelievo viene programmato per un paziente ancora in vita, dopo che è stata assunta la decisione di sospendere i trattamenti che ne sostengono le funzioni vitali. La morte viene accertata secondo il criterio cardiocircolatorio e si procede quindi al recupero degli organi.   Il 7 ottobre scorso, agli Ospedali Riuniti Padova Sud di Schiavonia, è stato effettuato il primo prelievo di organi da donatore a cuore fermo controllato in un ospedale periferico del Veneto. Il paziente aveva 87 anni e una prognosi infausta. Secondo quanto comunicato dall’azienda sanitaria, il percorso si è svolto in accordo con i familiari e ha consentito il prelievo del fegato, grazie anche all’impiego di una macchina ECMO per la perfusione degli organi.   L’operazione è stata presentata come un successo organizzativo e tecnologico, ma nella ricostruzione pubblica dell’episodio non vengono chiarite le circostanze cliniche che hanno condotto alla sospensione dei trattamenti.   Ma è proprio la stretta connessione con la pratica eutanasica a rendere la DCD controllata una delle espressioni più problematiche della moderna medicina dei trapianti: la morte del paziente e il successivo prelievo vengono inseriti in un percorso programmato in cui, tra l’altro, la tempistica assume un’importanza fondamentale per preservare la funzionalità degli organi.

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Il collegamento con il decreto ministeriale del giugno 2026 diventa ancora più significativo se si osserva che sei dei dieci milioni di euro stanziati sono destinati proprio alle apparecchiature per la perfusione degli organi, tecnologie impiegate anche nello sviluppo della donazione a cuore fermo. E il fenomeno è in rapida espansione: secondo i dati del 2025, riportati dalla Newsletter Transplant 2026 del Consiglio d’Europa, in Italia i donatori a cuore fermo sono stati 456, pari a un quarto di tutti i donatori deceduti. Appena dieci anni prima, nel 2015, i donatori erano stati soltanto 6. Le strutture abilitate a effettuare questo tipo di donazione sono inoltre passate, nell’ultimo anno, da 85 a 111.   Pertanto, da una parte si finanziano iniziative per ridurre le opposizioni, dall’altra si investe nell’espansione delle tecniche che consentono di aumentare il numero degli organi utilizzabili.   Il risultato è un sistema nel quale la disponibilità di organi umani assume un’importanza sempre maggiore, alimentando una complessa organizzazione sanitaria, tecnologica ed economica.   In questo contesto, la prospettiva dell’obbligatorietà evocata dalla cardiologa Frigerio lascia intravedere una possibile evoluzione: oggi si finanzia la riduzione delle opposizioni, domani si potrebbe intervenire sulla legge per rendere più difficile rifiutare, fino ad arrivare a considerare il prelievo degli organi un obbligo.   A quel punto cadrebbe definitivamente la maschera della donazione. Non ci sarebbe più alcun gesto di generosità, nessuna libera scelta, nessun dono: rimarrebbe soltanto un corpo umano sul quale lo Stato esercita il pieno possesso.   Sarebbe il compimento di una trasformazione antropologica profonda, il logico approdo di un sistema filosofico e culturale che ha già separato l’uomo dal suo corpo, riducendo quest’ultimo a un insieme di organi e tessuti da utilizzare secondo le necessità altrui.   Una medicina nata per servire l’uomo potrebbe così arrivare a pretendere che sia l’uomo a servire la medicina, fino a consegnarle ciò che gli rimane quando la sua vita volge al termine.   Alfredo De Matteo  

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Predazione degli organi

Il caso horror del «donatore vivente» di organi farà svegliare gli Stati Uniti?

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Le autorità statunitensi hanno avviato un procedimento per chiudere un’organizzazione per la donazione di organi, accusata di aver proseguito con un intervento chirurgico nonostante il donatore mostrasse segni di vita. La speranza di Renovatio 21 è che il caso possa aprire gli occhi a molti riguardo alla «donazione degli organi» in generale, che è giusto chiamare, invece, «predazione degli organi».

 

Il segretario alla Salute e ai Servizi Umani Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato la decisione la settimana scorsa, nell’ambito di una più ampia revisione del sistema americano di prelievo di organi.

 

Kennedy ha definito Network for Hope, un’organizzazione no-profit con sede nel Kentucky, «una mela marcia» con «persistenti violazioni delle norme di sicurezza».

 

Si tratta di una delle oltre 50 organizzazioni no-profit di questo tipo presenti negli Stati Uniti, che coordina il prelievo di organi da donatori deceduti e contribuisce ad abbinare gli organi ai pazienti in lista d’attesa per i trapianti a livello nazionale.

 

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Il caso al centro dell’azione governativa risale all’ottobre del 2021 e riguarda Anthony Thomas «TJ» Hoover II, un uomo del Kentucky che, a seguito di un’overdose di droga, fu dichiarato cerebralmente morto in un ospedale locale. La famiglia di Hoover acconsentì alla donazione dei suoi organi e l’uomo fu preparato per l’intervento di espianto.

 

Tuttavia, mentre veniva condotto in sala operatoria, Hoover avrebbe aperto gli occhi e avrebbe iniziato a seguire con lo sguardo i membri della famiglia. Secondo quanto riferito, sarebbe stato spiegato loro che si trattava di riflessi involontari, comuni nei pazienti dichiarati cerebralmente morti. Il senso comune degli esseri umani è talmente corrotto oggi che si è disposti a credere a questo ordine orwelliano: «Il Partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale», scriveva profeticamente 1984.

 

Secondo le testimonianze rese in seguito al Congresso e nelle indagini federali, la situazione ha preso una piega drammatica una volta che lo Hoover è stato portato in sala operatoria. Il personale ha riferito che ha iniziato a muoversi, a scuotere la testa, a sembrare che piangesse e a tentare di strapparsi il tubo per la respirazione, spingendo due medici a rifiutarsi di proseguire con l’intervento.

 

Ex dipendenti della Kentucky Organ Donor Affiliates (KODA), predecessore dell’attuale Network for Hope, hanno in seguito affermato che un supervisore aveva esortato il personale a trovare un altro medico disposto a proseguire con il prelievo di organi previsto, nonostante Hoover mostrasse segni di vita. Network for Hope ha negato le accuse, dichiarando che la KODA non ha mai tentato di prelevare organi da un paziente vivente.

 

La procedura fu interrotta e Hoover sopravvisse. Ora Hoover vive con sua sorella a Richmond, nel Kentucky, e si sta sottoponendo a un lungo percorso di fisioterapia e cure, gran parte delle quali vengono condivise su TikTok nel tentativo di ispirare gli altri.

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L’amministrazione Trump ha presentato il caso del Kentucky come prova di fallimenti sistemici nel sistema statunitense dei trapianti di organi. Dopo aver esaminato 351 casi di donazione di organi in cui il prelievo era stato autorizzato ma non completato, il dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha affermato che circa un terzo presentava «caratteristiche preoccupanti».

 

Gli investigatori hanno scoperto che 73 pazienti mostravano segni di funzionalità cerebrale che avrebbero dovuto escluderli dalla donazione di organi, mentre almeno 28 potrebbero non essere stati deceduti al momento dell’avvio della procedura di prelievo.

 

«Quando un’organizzazione a cui è affidato il dono della vita mette ripetutamente a rischio i pazienti, il governo federale ha il dovere di intervenire, ed è per questo che stiamo intervenendo oggi», ha dichiarato Kennedy in una conferenza stampa a Lexington.

 

Network for Hope è sotto esame federale da oltre un anno, da quando un informatore che aveva lavorato con una precedente versione dell’organizzazione no-profit ha denunciato al Congresso un caso in cui il personale aveva iniziato a prelevare gli organi di un uomo prima ancora che fosse deceduto.

 

Ora, è il caso di aprire gli occhi: la fretta con cui quest’ente privato sembrava operare per dichiarare «cerebralmente morto» (cioè morto secondo una convenzione, magari nemmeno valida in un altro Paese) è quella che, statene certi, hanno anche tanti, se non tutti, gli ospedali italiani.

 

Ci si chiede se gli operatori della «morte cerebrale» e della filiera dei trapianti abbiano incentivi speciali per aumentare il numero di espianti. E quindi, affrettarsi a dichiarare «morto» (benintenso cerebralmente, convenzionalmente: perché il trapianto si deve fare a cuor battente) qualsiasi disgraziato gli capiti a tiro, vuoi per una overdose, vuoi per un incidente stradale o altro.

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Pur non sembrando esservi incentivi al personale coinvolto, esistono meccanismi di rimborso e finanziamento delle attività di procurement degli organi (segnalazione potenziali donatori, mantenimento, prelievo, trasporto, coordinamento) e di trapianto, che di fatto incentivano gli ospedali a incrementare l’attività.

 

A livello interregionale (compensazione mobilità sanitaria) esistono tariffe convenzionali per osservazione, prelievo e trasporto di organi da cadavere (indicativamente intorno ai 2.600-3.000 euro circa per organo, più quota trasporto). Queste tariffe servono a incentivare l’attività quando donatore e ricevente sono in Regioni diverse.

 

Al di là delle questioni riguardo l’industria statale della morte già in atto, va fatto comprendere, anche a Kennedy, che quello da lui raccontato non è un caso limite: è la norma. Di fatto, tutti gli espianti di organi avvengono quando il paziente è vivo: il cuore gli batte ancora.

 

Ecco perché è giusto chiamarla non «donazione», ma «predazione»: il debole, in stato di incoscienza o solo di minorata capacità di difesa, viene assalito e squartato, a benefizio di un sistema perverso che invece di guarire le persone le uccide.

 

I «trapianti» sono una delle colonne portanti della Necrocultura, che ha reso accettabile, per le famiglie, che pure i famigliari subiscano la morte per tortura del loro caro pensando pure di fare del bene.

 

Il mondo, moralmente, biologicamente, è sottosopra: è il trionfo della Morte. Ed è ora che si sveglino tutti, anche nelle stanze dei bottoni USA.

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.   Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.   Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.   Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?   Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.   Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.    La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.   Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.    È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.   Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.   È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.   Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.   Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.    Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.   Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?   Alfredo De Matteo  

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