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Trapianti, il prossimo passo: prelevare gli organi senza attendere la «morte»

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Non si tratta delle affermazioni di qualche complottista, né di un articolo apparso su una pubblicazione marginale o militante. A mettere in discussione i fondamenti scientifici dell’accertamento della morte è uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Bioethics, autorevole rivista internazionale di bioetica edita da Wiley, sottoposta a revisione tra pari e aperta al confronto tra differenti orientamenti etici.

 

L’autrice, Lucia Craxì dell’Università di Palermo, affronta una questione apparentemente solo tecnica, ma che presenta risvolti importanti: i venti minuti di assenza dell’attività cardiaca richiesti dalla normativa italiana per accertare la morte non avrebbero un fondamento scientifico ed etico.

 

La legge n. 578 del 1993 identifica la morte con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, indipendentemente dalla procedura utilizzata per accertarla. Nel caso dell’arresto cardiocircolatorio, i venti minuti di silenzio elettrico del cuore dovrebbero consentire di stabilire indirettamente che tutte le funzioni cerebrali siano cessate in maniera irreversibile.

 

Secondo Craxì, tuttavia, non esistono prove scientifiche sufficienti per attribuire a questa soglia temporale un simile significato. La ricercatrice mette inoltre in discussione la possibilità stessa di verificare clinicamente la cessazione irreversibile di ogni funzione encefalica, richiamando la persistenza di determinate attività biologiche anche negli organismi dichiarati morti secondo criteri neurologici.

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Lo studio sostiene anche che (udite, udite) i fenomeni cadaverici rappresentano i soli segni biologicamente incontrovertibili della morte, poiché testimoniano la perdita irreversibile della capacità dell’organismo di mantenersi come unità biologica integrata.

 

Di fronte a simili difficoltà, che noi beceri complottisti denunciamo da decenni, ci si potrebbe aspettare una revisione critica dei criteri di morte e delle pratiche che su di essi si fondano. La proposta avanzata nello studio segue invece una direzione opposta: ridurre l’attesa da venti a cinque minuti, come già avviene in diversi altri Paesi (sic!).

 

Alla base di tale pensata vi è la distinzione tra cessazione irreversibile e cessazione permanente della circolazione. La prima indica una funzione che non può più essere ripristinata, la seconda una funzione che non può riprendere spontaneamente e che non verrà ripristinata attraverso interventi medici.

 

Tale distinzione assume particolare rilievo nella donazione dopo arresto cardiocircolatorio (DCD controllata), procedura nella quale, a seguito della decisione di sospendere i trattamenti di sostegno vitale, si attende l’arresto della circolazione senza intraprendere manovre rianimatorie. Il prelievo viene organizzato anticipatamente e il tempo di attesa incide sulla possibilità di preservare gli organi destinati al trapianto.

 

Ma la proposta più significativa dello studio va oltre la riduzione delle tempistiche di attesa: Craxì prospetta infatti una riformulazione della dead donor rule, il principio secondo cui gli organi vitali possono essere prelevati soltanto dopo la morte del donatore, introducendo il concetto di dying donor rule, fondato sul processo del morire.

 

La giustificazione etica del prelievo verrebbe così spostata dall’accertamento della morte alla condizione clinica di un paziente entrato in un «processo del morire» ritenuto ormai definitivo (da chi e secondo quale criterio?). Ma, in ogni caso, un uomo morto e un uomo che sta per morire non sono propriamente la stessa cosa, soprattutto nel momento in cui il chirurgo si appresta ad affondare il bisturi nelle sue carni per prelevargli gli organi…

 

Ma c’è un fatto che rende tale notizia ancora più significativa: le difficoltà scientifiche relative all’accertamento della morte encefalica non rappresentano affatto una scoperta recente. Infatti, già da decenni si è a conoscenza dei limiti diagnostici, della persistenza di molte funzioni biologiche nel presunto cadavere e delle profonde differenze tra i criteri di accertamento adottati nei vari Paesi. Nulla di nuovo, dunque. E allora perché proprio oggi queste criticità vengono richiamate sulle pagine di autorevoli pubblicazioni per sostenere un ulteriore allentamento dei limiti che regolano il prelievo degli organi vitali? Cui prodest?

 

Il sospetto è che non siano cambiate tanto le conoscenze scientifiche, quanto la convenienza di utilizzare contraddizioni già note per sostenere conclusioni che fino a ieri sarebbero apparse inammissibili. Finché era necessario consolidare il criterio della morte encefalica, metterne in discussione i fondamenti significava rischiare di incrinare la fiducia nel sistema dei trapianti. Oggi, quelle stesse criticità possono trasformarsi in argomenti utili a giustificare il passo successivo: bypassare persino il requisito della morte.

 

In altre parole, la verità che prima disturbava il manovratore diventa ora la verità che può fargli comodo.

 

Non si tratta, del resto, di un caso isolato. Già nel luglio 2025, sulle pagine del New York Times, tre autorevoli cardiologi statunitensi proponevano di ampliare la definizione di morte cerebrale fino a comprendere anche pazienti in coma irreversibile, motivando esplicitamente la proposta con la scarsità di organi disponibili per i trapianti. Il titolo dell’intervento era eloquente: «gli organi da donare sono troppo pochi. Abbiamo bisogno di una nuova definizione della morte». Un anno dopo, sulle pagine di Bioethics, viene prospettata la possibilità di sostituire la regola del donatore morto con quella del donatore morente. 

 

Nessuna delle due proposte ha finora trovato applicazione normativa, ma la loro presenza  sulle pagine di Bioethics e del New York Times testimonia quanto il superamento degli attuali criteri di morte sia ormai entrato nel dibattito pubblico e accademico.

 

È il meccanismo del cosiddetto piano inclinato, dello slittamento morale attraverso il quale ciò che ieri appariva inammissibile diventa oggi oggetto di discussione e domani potrebbe essere considerato perfettamente legittimo. La rivoluzione antropologica inaugurata dalla ridefinizione della morte sembra trovare proprio nelle contraddizioni che ha prodotto il pretesto per compiere un ulteriore passo: prima si ridefinisce la morte, poi si riconoscono le già evidenti difficoltà scientifiche della nuova definizione e infine si prospetta di rinunciare alla morte stessa come requisito indispensabile per il prelievo degli organi vitali.

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Nel frattempo, il paradigma funzionalista si è progressivamente affermato, tanto nel dibattito medico-scientifico quanto nell’opinione pubblica, a scapito di una concezione della persona come realtà ontologica. E quando il valore della vita umana viene subordinato alla presenza o all’assenza di determinate funzioni, anche i limiti del potere medico sull’essere umano diventano progressivamente negoziabili.

 

È proprio a questo punto che diventa possibile spostare ulteriormente il limite. E ogni spostamento prepara culturalmente la possibilità del successivo.

 

L’introduzione del criterio encefalico ha consentito di dichiarare morto un essere umano il cui organismo conserva ancora molteplici funzioni biologiche. La dying donor rule prospetta un passaggio ulteriore: rendere eticamente ammissibile il prelievo degli organi vitali ancora prima che sia stata accertata la morte.

 

La questione riguarda dunque il limite stesso del potere medico sul corpo umano e la progressiva trasformazione dell’accertamento della morte da riconoscimento di una realtà oggettiva a procedimento regolato da criteri sempre più dipendenti dalle possibilità offerte dalla tecnica. 

 

Alfredo De Matteo

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Immagine generata artificialmente

 


 

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