Geopolitica
Teheran reagisce all’attacco USA contro l’isola
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniana (i pasdaran) ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari americani nella regione, dopo che il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti aveva condotto attacchi contro installazioni iraniane sull’isola di Qeshm e nella contea costiera di Sirik.
Le forze statunitensi hanno intercettato quattro droni d’attacco iraniani a senso unico, diretti verso lo Stretto di Ormuzzo, ha dichiarato venerdì il Comando Centrale degli Stati Uniti, affermando che i droni rappresentavano «una minaccia immediata per il traffico marittimo regionale».
«Le forze statunitensi hanno successivamente colpito le postazioni radar di sorveglianza costiera iraniane a Goruk e sull’isola di Qeshm per difendersi da ulteriori attacchi», ha dichiarato il CENTCOM aggiungendo che le forze statunitensi rimangono «pronte a rispondere a un’aggressione iraniana ingiustificata per autodifesa». L’Iran ha reagito poche ore dopo, prendendo di mira con missili balistici «due basi aeree statunitensi in Kuwait e le restanti importanti strutture della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein», secondo quanto riportato dalle Guardie Rivoluzionarie. Entrambi i paesi hanno riferito che le loro difese aeree hanno neutralizzato le minacce in arrivo, ma non ci sono state segnalazioni immediate di danni o vittime.
L’incidente è stato molto simile allo scambio di fuoco avvenuto all’inizio di questa settimana, quando gli Stati Uniti hanno preso di mira Qeshm in quello che il CENTCOM ha descritto come «attacchi di autodifesa contro una stazione di controllo terrestre militare iraniana».
🚨The IRGC simultaneously attacked US Bases in Kuwait and Bahrain in retaliation for US strikes.
IRGC seemingly used multiple Ballistic Missiles (SRBM / MRBM). Possibly Kamikaze Drones (Loitering Munition) were launched as well. https://t.co/PyibP3mynN pic.twitter.com/3wavK0FqdR
— Saikiran Kannan | 赛基兰坎南 (@saikirankannan) June 6, 2026
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All’epoca, le Guardie Rivoluzionarie risposero con attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein. Gli Stati Uniti insistettero sul fatto che tutti i proiettili fossero stati intercettati o non avessero raggiunto i loro obiettivi. Tuttavia, uno dei droni colpì un terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait, uccidendo una persona.
L’isola di Qeshm si trova nello Stretto ormusino, al largo della costa meridionale dell’Iran, vicino all’imboccatura del Golfo Persico. Il traffico marittimo attraverso questa cruciale arteria petrolifera e del gas è di fatto bloccato dall’attacco israelo-americano, con l’Iran che minaccia le navi legate agli Stati Uniti e gli Stati Uniti che prendono di mira le navi collegate all’Iran.
L’escalation ha ulteriormente messo a dura prova il fragile cessate il fuoco raggiunto ad aprile, dopo oltre un mese di ostilità scatenate dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran. Washington e Teheran stanno negoziando un memorandum d’intesa volto a estendere la tregua e a riavviare i colloqui sul programma nucleare iraniano.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato mercoledì che il cessate il fuoco con l’Iran rimane in vigore nonostante gli ultimi scontri. «È una parte diversa del mondo», ha detto Trump ai giornalisti. «Direi che in quella parte del mondo, il cessate il fuoco si ha quando si spara in modo più moderato».
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Geopolitica
Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump
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Geopolitica
Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza
I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.
La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».
Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.
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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».
«I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».
Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.
L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.
Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.
Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.
Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.
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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.
Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.
La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.
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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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