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Concistoro sulla Missione: conferma di una direzione preoccupante

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In una lettera pubblicata il 14 aprile 2026, Papa Leone XIV ha annunciato lo svolgimento di un concistoro straordinario il 26 e 27 giugno. Questo incontro del Collegio Cardinalizio, incentrato sulla «missione», si inserisce in una tendenza ormai chiaramente identificabile: quella di una deliberata continuità con gli orientamenti del precedente pontificato.

 

Dopo un primo incontro a gennaio, questo nuovo concistoro conferma l’intenzione di istituire queste assemblee come organo di governo regolare. Ma al di là della frequenza, è soprattutto la linea dottrinale ad attirare l’attenzione. Fin dalle prime iniziative del nuovo pontefice, un’osservazione è inevitabile. Lungi da un riequilibrio dottrinale o da un ritorno ai fondamenti tradizionali della fede, il lavoro intrapreso a Roma sembra confermare un percorso già ampiamente tracciato.

 

Una dichiarata fedeltà all’eredità di Francesco

Al centro delle riflessioni proposte ai cardinali c’è ancora una volta il testo programmatico del pontificato di papa Francesco: Evangelii Gaudium. Questo testo viene presentato da Leone XIV come un «punto di riferimento decisivo» che, a suo avviso, rimane sottoutilizzato. Il Romano Pontefice desidera che i cardinali valutino ciò che è stato attuato e ciò che resta «ignoto».

 

Tuttavia, come ha sottolineato don Davide Pagliarani in una recente intervista, questo approccio si fonda su una concezione profondamente nuova dell’evangelizzazione. Tale concezione consiste nel ridurre l’annuncio della fede a quello che i suoi sostenitori chiamano il «kerygma», ovvero a una formulazione estremamente semplificata del messaggio cristiano, incentrata su poche affermazioni essenziali.

 

Un tale metodo, apparentemente attraente nella sua semplicità, porta in realtà a relegare in secondo piano l’intero contenuto dottrinale e morale trasmesso dalla Tradizione della Chiesa. Ciò che per secoli ha costituito la ricchezza e la precisione della fede cattolica viene così considerato secondario, se non addirittura un ostacolo alla sua proclamazione.

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Il primato del «kerygma» e le sue conseguenze

La nozione di «kerygma» è l’asse centrale di questo approccio. Implica l’espressione della fede in poche formule brevi, accessibili e immediatamente «attraenti», concepite per evocare un’esperienza personale.

 

Ma questo approccio pone una grande difficoltà: tende a dissociare l’incontro con Cristo dalle verità oggettive della fede che, di fatto, ne costituiscono il fondamento. La fede non è più principalmente adesione a un contenuto rivelato, trasmesso e chiarito dal Magistero nel corso dei secoli; diventa un’esperienza soggettiva, distaccata dalle formulazioni dogmatiche che ne garantiscono l’autenticità.

 

Una tale prospettiva conduce inevitabilmente a un impoverimento dottrinale. Come ha osservato il Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, questo metodo ha già prodotto, sotto il precedente pontificato, un autentico vuoto dottrinale avvertito in molti settori della Chiesa.

 

Progetti concreti in vista

Da questa prospettiva, tre questioni principali saranno affrontate dal concistoro.

 

La riforma del catechismo è presentata come una priorità di fronte all’erosione della trasmissione della fede. Sebbene l’intento dichiarato possa sembrare legittimo, resta un interrogativo: questa riforma ripristinerà veramente la pienezza dell’insegnamento della dottrina e della morale della Chiesa, o si limiterà a seguire la logica del «kerygma», rischiando di offrire una versione semplificata e incompleta?

 

La comunicazione ecclesiale costituisce un secondo punto focale. In un mondo saturo di informazioni, la Santa Sede desidera rendere il suo messaggio «più udibile». Ma anche in questo caso, la difficoltà non risiede tanto nella forma quanto nel contenuto: una comunicazione efficace non può compensare un indebolimento della dottrina.

 

Infine, l’enfasi posta sulle visite pastorali dei vescovi è presentata come un modo per promuovere «l’audacia missionaria», evitando un approccio considerato troppo amministrativo. Tuttavia, questo orientamento si inserisce in una visione più ampia in cui l’azione pastorale tende a prevalere sulla chiarezza dottrinale.

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La sinodalità come principio di trasformazione

Queste diverse iniziative si inseriscono in un quadro più ampio: quello della riforma sinodale. Quest’ultima si presenta come l’organismo incaricato di discernere, a seconda del contesto, cosa debba essere conservato o modificato nell’insegnamento e nella prassi della Chiesa.

 

In pratica, ciò equivale a sostituire le risposte immutabili della Tradizione con decisioni in continua evoluzione, dipendenti da processi consultivi i cui criteri rimangono vaghi. L’esperienza recente ha dimostrato che questa modalità operativa può condurre a orientamenti seriamente problematici dal punto di vista dottrinale e morale. Il pericolo è duplice: da un lato, un indebolimento del contenuto della fede; dall’altro, una crescente instabilità nella sua espressione e la sua applicazione.

 

Una strategia missionaria con sfumature ecumeniche

Ridurre il messaggio cristiano al suo nucleo essenziale presenta un chiaro vantaggio in una prospettiva ecumenica. Limitandosi ad affermazioni molto generali – l’amore di Dio, la salvezza in Gesù Cristo – diventa più facile trovare un terreno comune con ortodossi e protestanti.

 

Ma questa apparente unità si ottiene a scapito della verità integrale. Infatti, ciò che costituisce precisamente la specificità della fede cattolica – il suo contenuto dottrinale preciso, la sua coerenza teologica, la sua morale esigente – tende a scomparire dal discorso. Il risultato è una forma di unità priva di profondità, fondata non sulla pienezza della verità, ma sulla sua riduzione alla sua espressione più minimale.

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Una Chiesa alla ricerca di sé stessa

Il concistoro annunciato per giugno 2026 si configura dunque come un ulteriore passo in un processo già ben avviato: quello di una progressiva trasformazione della concezione stessa della Chiesa, del suo magistero e della sua missione.

 

Dietro i temi di «missione» e «comunicazione» si cela una profonda trasformazione: una Chiesa in cui la dottrina tende a cedere il passo all’esperienza, dove la Tradizione è relegata in secondo piano e dove l’autorità magisteriale è diluita da processi evolutivi.

 

Di fronte a questi sviluppi, è più che mai necessario ribadire che la vera missione della Chiesa non può essere concepita senza la trasmissione integrale della fede, così come è stata ricevuta dagli apostoli e fedelmente conservata nei secoli. Perché diminuire la verità non la rende più accessibile. Solo la trasmissione integrale di questa verità conduce veramente le anime a Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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Un esorcista racconta: l’anticristo si presenterà come la soluzione ai problemi dell’umanità

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L’esorcista padre Chad Ripperger ha dichiarato all’ex Navy SEAL statunitense Shawn Ryan che l’Anticristo «si presenterà come la soluzione ai problemi degli esseri umani».   Nel corso di un’intervista di quasi tre ore, pubblicata giovedì, Ryan ha chiesto a don Ripperger come si presenta la «battaglia finale».   Il sacerdote esorcista ha richiamato gli indicatori della fine dei tempi descritti nelle Sacre Scritture, tra cui il deterioramento della morale umana e «guerre e voci di guerre». Ripperger aveva già spiegato a Ryan che il mondo ha conosciuto un’«implosione» della moralità almeno dagli anni Cinquanta e che, di fatto, si è assistito a una diffusa ribellione alle leggi di Dio e alla legge naturale.   «A quel punto l’Anticristo si manifesta e si presenta come la soluzione ai problemi dell’umanità, ottenendo così un controllo significativo sulla popolazione», ha affermato don Chad.   In precedenza aveva anche indicato a Ryan che una delle condizioni per il regno dell’Anticristo è «l’unificazione dell’economia mondiale», poiché è proprio attraverso l’economia che l’Anticristo eserciterà il proprio controllo sulle persone, anche se «avrà il controllo anche dei governi».

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Nella sua più recente conversazione con Ryan, Ripperger ha spiegato che questo periodo, in cui l’Anticristo farà la sua comparsa, sarà articolato in «fasi». Tra queste figurano la presenza di Enoch ed Elia e lo scontro tra l’arcangelo Michele e l’Anticristo.   «Alla fine è Cristo che si manifesta e mette a morte l’Anticristo», ha dichiarato Ripperger. Questo è quanto affermato in nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 8): «Allora l’iniquo si manifesterà, e il Signore Gesù lo distruggerà col fiato della sua bocca e lo annichilirà con lo splendore di sua venuta».   Riguardo al Marchio della Bestia, don Rippergerro aveva detto a Ryan in un’ulteriore intervista uscita a marzo che «ci siamo quasi».   «Potrebbero letteralmente decidere che, a meno che tu non accetti determinate condizioni, non avrai accesso alla valuta digitale che [loro] intendono introdurre a livello globale», ha affermato l’esorcista. «Credo che questo sia uno dei modi in cui intende controllare le persone, attraverso le valute digitali», ha proseguito, evidenziando che queste valute possono essere utilizzate per precludere alle persone l’accesso a beni e servizi.   «Ed è così che, in pratica, faranno morire di fame le persone che non sono disposte ad accettare il regno dell’Anticristo», ha detto Ripperger, confermando a Ryan che ciò potrebbe essere realizzato come un sistema di punteggio di credito sociale.   Il Ryan ha quindi chiesto a Ripperger cosa dovrebbero fare le persone una volta che il Marchio della Bestia fosse stato impresso. «Cosa dovremmo fare se non potessimo mangiare, prenderci cura di noi stessi, provvedere alle nostre famiglie?»   Il sacerdote ha evidenziato la natura del marchio, che a suo giudizio sarà «qualcosa impiantato nei nostri corpi che ci darà accesso» ai beni, come un chip RFID scansionabile oppure un dispositivo simile a Neuralink.   «I Padri della Chiesa affermano che non sarà possibile ottenere quel chip senza una qualche forma di rinuncia a Cristo», ha detto Ripperger. Ciò implica che le persone dovranno accettare qualcosa che «sanno essere contrario alla volontà di Dio e alla volontà di Cristo». In ultima analisi, per rifiutare il marchio è necessario essere disposti a sacrificare il bene minore in favore del bene maggiore.   Tuttavia, ha sottolineato che Dio può sostenere le persone anche senza il segno. «Dio molto spesso provvede alle persone. Se è sua volontà che le persone sopravvivano a quel periodo di tempo, Lui lo renderà possibile», ha detto il sacerdote.   L’esorcista ha consigliato alle persone di «essere intelligenti, di imparare le tecniche di sopravvivenza di base e di sapersela cavare da sole», aggiungendo che «sarà straordinariamente difficile anche solo riuscire a eludere il rilevamento», considerato l’attuale livello tecnologico.   Sulla questione del segno della Bestia, e ancora prima del «filtro» dell’Anticristo di cui parla l’Apocalisse, Renovatio 21 aveva rilevato la riflessione di un sacerdote tradizionista ancora anni fa, tra green pass e obbligo di vaccino genico («È il Nuovo Ordine dell’Anticristo. E il vaccino è il suo filtro magico»).  

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Immagine: Luca Signorelli (1450–1523), Sermone e opere dell’Anticristo (tra il 1499 e il 1502), dettaglio, Cappella di San Brizio, Orvieto. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Spirito

Le riforme liturgiche post-Vaticano II hanno trasformato le messe in una «parodia»: parla il cardinale Rouco Varela

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Il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo emerito di Madrid, ha dichiarato questa settimana in un’intervista che i dilaganti abusi liturgici successivi al Concilio Vaticano II hanno trasformato il Santo Sacrificio della Messa in una «parodia». Lo riporta LifeSite.

 

Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnuolo El Debate e pubblicata il 21 luglio, in cui discuteva della sacra liturgia e del suo recente appello per il ripristino del Summorum Pontificum, il prelato ottantanovenne ha sottolineato come l’attuazione delle «riforme liturgiche» del Concilio abbia portato a diffusi abusi.

 

Il cardinale Rouco Varela ha inoltre evidenziato che la «parodia» ha raggiunto un «livello così profondo» da ledere «la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità».

 

«Con il Concilio Vaticano II è stata attuata una riforma liturgica che, in molti e diffusi casi, si è trasformata in una parodia della liturgia», ha dichiarato al giornale.

 

«E, naturalmente, quando la parodia raggiunge un livello così profondo da intaccare la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità – di fronte all’indisciplina quasi anarchica della liturgia in molti casi e in molte parti della Chiesa durante gli anni Settanta – ha indotto gruppi di fedeli a tornare ancora una volta alla tradizione che precedeva la riforma del Concilio Vaticano II», ha aggiunto.

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Il porporato iberico ha espresso la convinzione che gli abusi liturgici seminino divisione tra i fedeli, e che alcuni reagiscano passando all’«altro estremo» ed «esagerando» la soluzione al problema, forse riferendosi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e ai sedevacantisti.

 

Il prelato ha poi ricordato diversi esempi di abusi della Messa e della Santa Eucaristia avvenuti negli anni Settanta dopo le riforme post-conciliari, sottolineando come tali abusi abbiano ridotto il Santo Sacrificio della Messa a un «gioco tra amici».

 

«Si assisteva a ogni sorta di comportamento, e, quel che era peggio, nelle case di formazione – per religiosi e religiose, nei seminari… Celebrare l’Eucaristia in salotto a un tavolino basso», ha detto Rouco Varela. «Seduti o accovacciati, prendendo il vino dal frigorifero, pane di chissà cosa, e poi ognuno diceva quello che gli veniva in mente… Quasi l’unica cosa che poteva essere ricondotta a una verità teologica erano le parole della consacrazione».

 

«In altre parole, siamo passati dalla celebrazione dell’Eucaristia istituita dal Signore – il sacramento della sua presenza sacrificale e sacrificata sulla croce che nutre le nostre anime; la sua carne e il suo sangue; la presenza del Divino in mezzo alla nostra vita e alla nostra storia – a una sorta di gioco tra amici, niente di più. C’è un abisso tra le due cose», ha aggiunto.

 

Non è chiaro come il cardinale, comprendendo l’estrema gravità della situazione con il sacrilegio eretto a rito, possa definire «estreme» le posizioni di coloro che non vi si sottomettono.

 

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Roma condanna canonicamente, ma rimane in silenzio dottrinalmente

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Il 2 luglio 2026, il giorno dopo le consacrazioni episcopali a Écône, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato un «decreto di scomunica latae sententiae» che colpiva automaticamente i vescovi consacranti e consacrati, minacciando la stessa sanzione a sacerdoti e fedeli che avessero aderito a questo «atto scismatico».   Alla singola cerimonia del 1° luglio erano presenti oltre 16.500 fedeli, 589 sacerdoti, frati e seminaristi e 397 suore, in rappresentanza di 68 nazionalità.   La Roma moderna scomunica molti. Ma tace sulla Dichiarazione di Fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 14 maggio (Nouvelles de Chrétienté n. 219, maggio-giugno 2026, pp. 3-5) e sulla Lettera Aperta al Papa e ai Cardinali e sulla Professione di Fede Cattolica del 24 giugno (DICI n. 470, luglio 2026, pp. 8-11, e questo numero di Nouvelles de Chrétienté, pp. 13-22). Questa dichiarazione e questa professione sono forse eterodosse? Non rivelano forse le vere ragioni dottrinali della lotta per la fede? Roma tace.   E Leone XIV non ha ricevuto padre Davide Pagliarani, nonostante le ripetute richieste, nel 2025 e nel 2026.

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Roma preferisce applicare la legge automaticamente, senza considerazioni dottrinali. La sanzione si applica da sola, o, meglio ancora, secondo alcuni commentatori, i vescovi si sono scomunicati da soli… «Dura lex, sed lex; la legge è dura, ma è la legge», è la scusa offerta sottovoce , perché questo legalismo preconciliare si concilia a fatica con l’accoglienza fraterna ed ecumenica riservata all’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che ha benedetto i cardinali romani il 4 maggio. Meglio che la “scomunica” sia automatica, senza che le autorità debbano intervenire. Per contraddirsi.   E che dire del benessere delle anime legittimamente offese da questo ecumenismo aberrante? A chi importa a Roma? Il 2 febbraio, dopo l’annuncio delle consacrazioni, padre Davide Pagliarani ha ricordato che «l’assioma “suprema lex, salus animarum” è una massima classica della tradizione canonica, esplicitamente ribadita, inoltre, dal canone finale del Codice del 1983; nell’attuale stato di necessità, è su questo principio superiore che si fonda in ultima analisi tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi è un ruolo di sostituzione, in nome di questa stessa carità».   Ma la Roma odierna preferisce un «arcivescovo» anglicano a un prete cattolico. L’ecumenismo è una conquista conciliare «irreversibile», dicono. Non ci sarà alcun ritorno alle scomuniche e agli anatemi tridentini, eccetto per coloro che difendono la Messa tridentina. Per loro, saranno schierati i cannoni automatici.   C’è un altro adagio su cui vale la pena riflettere oggigiorno: «summum jus, summa injuria; la giustizia portata all’estremo diventa estrema ingiustizia. La legge senza fede non è altro che la rovina della giustizia.   Padre Alain Lorans   Articolo previamente apparso su FSSPX.News.  

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Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
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