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Cambio di regime in Iran: libro bianco del 2009 suggeriva di usare i colloqui falliti come capro espiatorio per la guerra

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Un documento di analisi di un think tank del 2009 ha delineato come gli Stati Uniti o Israele potrebbero lanciare una guerra per un cambio di regime contro l’Iran sotto le mentite spoglie dei negoziati, sfruttando la copertura di una diplomazia fallita per ingraziarsi un conflitto altrimenti impopolare. Lo riporta Infowars.

 

Il white paper di analisi chiamato «Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana nei confronti dell’Iran», pubblicato dal Saban Center for Middle East Policy presso il Brookings Institute, ha delineato un piano di guerra che inizierebbe con colloqui pacifici destinati a fallire, il cui fallimento potrebbe essere indicato come la ragione per un’operazione militare offensiva.

 

A pagina III del documento era presente la seguente clausola di esclusione di responsabilità.

 

«Nessuna delle idee espresse in questo volume deve essere interpretata come rappresentativa delle opinioni di alcuno dei singoli autori. La raccolta è frutto di un lavoro collaborativo e gli autori hanno cercato di presentare ciascuna delle opzioni nel modo più oggettivo possibile, senza introdurre le proprie opinioni soggettive» .

 

«L’obiettivo di questo esercizio era quello di evidenziare le sfide di tutte le opzioni e di consentire ai lettori di decidere autonomamente quale ritenessero migliore. Tutte le dichiarazioni di fatto, opinioni o analisi espresse appartengono agli autori e non riflettono le posizioni o i punti di vista ufficiali della CIA o di qualsiasi altra agenzia governativa statunitense».

 

«Nulla di quanto contenuto deve essere interpretato come un’affermazione o un’implicazione dell’autenticazione delle informazioni da parte del governo statunitense o dell’approvazione da parte dell’agenzia delle opinioni degli autori. Questo materiale è stato esaminato dalla CIA per impedire la divulgazione di informazioni classificate».

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«Il modo migliore per minimizzare il disprezzo internazionale e massimizzare il sostegno (per quanto riluttante o occulto) è colpire solo quando c’è la convinzione diffusa che agli iraniani sia stata fatta e poi rifiutata un’offerta superba, così vantaggiosa che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari e ad acquisirle per le ragioni sbagliate la rifiuterebbe», si legge nel documento a pagina 39. «In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potrebbero descrivere le proprie operazioni come intraprese con dolore, non con rabbia, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani ‘se l’erano cercata’ rifiutando un ottimo accordo».

 

Sembrano probabili le recenti trattative per coprire un attacco pianificato in precedenza, poiché la Reuters ha riportato sabato che «un funzionario della difesa israeliano ha affermato che l’operazione era stata pianificata per mesi in coordinamento con Washington e che la data di lancio era stata decisa settimane fa». Nel corso dei negoziati, Trump ha inviato nella regione una «armata» di navi e aerei da guerra statunitensi, minacciando di lanciare un attacco se i funzionari di Teheran si fossero rifiutati di raggiungere un accordo.

 

Dopo l’ultimo round di colloqui di giovedì, un alto funzionario statunitense ha dichiarato alla testata Axios che i colloqui sono stati «positivi». Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha mediato i colloqui, ha affermato che i colloqui hanno mostrato «progressi significativi». Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha espresso ottimismo, affermando che entrambe le parti hanno dimostrato una «chiara serietà» nel raggiungere un accordo.

 

Tuttavia, sabato mattina gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi su larga scala contro obiettivi iraniani, il che suggerisce che i negoziati non sono mai stati seri.

 

A pagina 65 del libro bianco si spiegava in dettaglio come gli Stati Uniti avrebbero potuto aspettare che l’Iran provocasse un’azione militare contro di loro prima di attaccare l’Iran, ma si avvertiva che se l’opinione pubblica si fosse resa conto di essere stata indotta a una guerra, il fascino della propaganda sarebbe svanito rapidamente: «se gli Stati Uniti dovessero decidere che per ottenere un maggiore sostegno internazionale, galvanizzare il sostegno interno statunitense e/o fornire una giustificazione legale per un’invasione, sarebbe meglio aspettare una provocazione iraniana», si legge a pagina 65. «Ed è certamente vero che se Washington cercasse una tale provocazione, potrebbe adottare misure che potrebbero rendere più probabile che Teheran lo faccia (anche se essere troppo ovvi al riguardo potrebbe vanificare la provocazione)».

 

A pagina 66 si spiega che, a meno che non si arrivi a uno scenario simile a quello dell’11 settembre da attribuire all’Iran, sarà estremamente difficile convincere l’opinione pubblica americana e la comunità internazionale dell’invasione: «la maggior parte dell’opinione pubblica europea, asiatica e mediorientale è fermamente contraria a qualsiasi azione militare americana contro l’Iran, a causa delle attuali divergenze tra l’Iran e la comunità internazionale, per non parlare di Iran e Stati Uniti. A parte un 11 settembre sponsorizzato da Teheran, è difficile immaginare cosa potrebbe fargli cambiare idea».

 

Il documento inizia menzionando il forte sentimento anti-americano dell’Iran, pur essendo il Paese che ospita un’ampia percentuale di cittadini con opinioni favorevoli sugli Stati Uniti e sull’Occidente. Gli autori descrivono in dettaglio la storia politica dell’Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979 per contestualizzare la discussione.

 

L’analisi si è concentrata sulla posizione dell’Iran sullo scacchiere geopolitico a seguito dei conflitti mediorientali dell’inizio del XXI secolo, con le ambizioni nucleari di Teheran che hanno accresciuto l’importanza dell’azione. A pagina 1 del documento si legge: «La Stima Nazionale di Intelligence del 2007 sull’Iran, correttamente interpretata, avvertiva che Teheran avrebbe probabilmente acquisito la capacità di produrre armi nucleari nel corso del prossimo decennio».

 

A pagina 2 si descrive in dettaglio la politica della «mano debole» dell’amministrazione di George W. Bush in materia di pressione diplomatica nei confronti dell’Iran, per poi affermare che l’amministrazione di Barack Obama dovrebbe adottare un approccio «più ambizioso» nei confronti della Repubblica islamica.

 

L’analisi si compone di quattro parti principali: «Dissuadere Teheran: le opzioni diplomatiche»; «Disarmare Teheran: le opzioni militari»; «Rovesciare Teheran; il cambio di regime»; «Scoraggiare Teheran: il contenimento». Vengono elencate quattro categorie principali di minacce iraniane agli Stati Uniti: sostegno a gruppi estremisti violenti, tentativi di sovvertire gli alleati degli Stati Uniti, tentativi di bloccare un accordo di pace arabo-israeliano e sviluppo di armi di distruzione di massa.

 

A pagina 18 si afferma che l’amministrazione Obama si trova di fronte al «ticchettio del tempo» che separa l’Iran dal riuscire a sviluppare un’arma nucleare, cosa che secondo le previsioni sarebbe avvenuta tra il 2010 e il 2015. Obama ha concluso un accordo nucleare con Teheran nel 2015. L’accordo prevedeva che Washington inviasse a Teheran 400 milioni di dollari in contanti su pallet in cambio della promessa di astenersi dallo sviluppo di armi nucleari. Il presidente Donald Trump non era soddisfatto dell’accordo nucleare iraniano del 2015 e se ne ritirò durante il suo primo mandato.

 

Durante il primo anno del suo secondo mandato, Trump sembrava ottimista riguardo al raggiungimento di un accordo nucleare con Teheran. I suoi funzionari avevano condotto regolari negoziati con funzionari iraniani fino al giorno in cui gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato una massiccia operazione militare contro la Repubblica Islamica.

 

A pagina 21 del libro bianco venivano delineati i metodi per dissuadere Teheran dal perseguire l’armamento nucleare attraverso opzioni diplomatiche. Le tattiche di persuasione venivano discusse a pagina 23, che descriveva «un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare». Si dice che l’obiettivo della politica di persuasione sia quello di far cambiare idea a Teheran su questioni cruciali per Washington, non di provocare un cambio di regime.

 

«Il concetto fondamentale dell’approccio della Persuasione rimane l’idea di offrire simultaneamente all’Iran una serie di ricompense convincenti per la rinuncia al suo programma nucleare (e possibilmente anche per la cessazione di altri comportamenti deleteri) e minacciare di imporre severe sanzioni all’Iran in caso di rifiuto. In sostanza, significa offrire all’Iran un “accordo”, ma che contenga anche un ultimatum implicito: cambia i tuoi comportamenti e sarai ricompensato; non farlo e sarai punito», si legge a pagina 26.

 

A pagina 27 si spiega come l’Iran sarebbe più disposto ad accettare un accordo che gli consenta di utilizzare l’energia nucleare, ma non di costruire armi nucleari. Si menziona anche come altre parti internazionali (paesi europei) siano contrarie al mantenimento di qualsiasi tecnologia nucleare da parte dell’Iran.

 

Durante i negoziati tra Washington e Teheran del 2025 e del 2026, la Repubblica Islamica ha negato qualsiasi interesse nello sviluppo di armi nucleari, ma ha fermamente mantenuto il suo interesse nello sviluppo di tecnologie nucleari pacifiche. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che avrebbe accettato solo un accordo che vietasse ogni tecnologia nucleare in Iran, inclusa l’energia nucleare.

 

Le pagine da 28 a 30 discutono del probabile timore di Teheran che il fatto di non possedere armi nucleari la renda vulnerabile ad attacchi stranieri e di come le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti potrebbero attenuare tale preoccupazione.

 

Le pagine da 31 a 34 descrivono come «mettere a ferro e fuoco» l’Iran attraverso sanzioni se non riesce a raggiungere un accordo.

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A pagina 42 inizia la sezione sull’opzione di coinvolgimento di «tentare l’Iran». Questa strategia si basa sulla convinzione che punire l’Iran attraverso sanzioni potrebbe incoraggiarlo nel suo tentativo di ottenere armi nucleari. La strategia mira a «abbandonare il bastone e concentrarsi invece sulla carota come unico modo per creare una serie di incentivi che il regime iraniano potrebbe accettare».

 

A pagina 61 viene descritta l’opzione militare del disarmo dell’Iran. Le opzioni diplomatiche sopra menzionate richiedono l’adesione di Teheran, ma l’opzione militare potrebbe riuscire a disarmare l’Iran quando le altre falliscono. Lo svantaggio di questa opzione è l’opposizione pubblica alla guerra negli Stati Uniti, da cui la possibilità di spacciare la guerra con il falso pretesto di negoziati falliti.

 

È affascinante che l’attacco aereo di Trump contro gli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025 coincida con una frase a pagina 62: «Gli attacchi aerei contro gli impianti nucleari iraniani sono l’opzione militare più frequentemente discussa dagli Stati Uniti e da Israele e, in effetti, rappresentano lo scenario più probabile per l’uso della forza».

 

A pagina 63 si parlava di «andare fino in fondo» con un’invasione dell’Iran. Il documento spiegava come ciò sarebbe stato estremamente impopolare presso l’opinione pubblica americana, oltre che difficile per le forze armate statunitensi sovraccaricate di lavoro. Inoltre, il compito non sarebbe stato rapido.

 

«Di conseguenza, se gli Stati Uniti dovessero mai contemplare un’invasione dell’Iran, si troverebbero probabilmente nella stessa situazione in cui si trovano in Iraq: il Paese è troppo importante per lasciarlo sprofondare nel caos, ma date le divisioni interne dell’Iran e il suo sistema governativo disfunzionale, ricostruirlo sarebbe un’impresa ardua. Come per l’Iraq e l’Afghanistan, la ricostruzione dell’Iran sarebbe probabilmente la parte più lunga e difficile di qualsiasi invasione e genererebbe rischi e costi così elevati che una decisione di invadere potrebbe essere presa responsabilmente solo se ci fosse un concomitante impegno per uno sforzo su vasta scala per garantire la stabilità del Paese in seguito», si legge a pagina 64.

 

Come accennato in precedenza, a pagina 66 si spiega che l’unico scenario che potrebbe essere utilizzato per codificare il sostegno pubblico a un’invasione dell’Iran sarebbe un attacco in stile 11 settembre, cosa che il documento considera improbabile. «Non sembra essere di grande utilità esaminare un’invasione americana dell’Iran nel contesto di un attacco iraniano palese che abbia causato un’enorme quantità di vittime civili americane. Non sembra essere uno scenario che gli Stati Uniti potrebbero affrontare, né un’opzione per la politica estera americana, perché il clamore del popolo americano per una risposta militare schiacciante metterebbe a tacere tutti gli altri possibili approcci», si legge a pagina 67.

 

A pagina 67 si descrive come Israele sarebbe il principale Paese a sostegno di un attacco statunitense all’Iran: «Per essere schietti, Israele è probabilmente l’unico paese che sosterrebbe pubblicamente un’invasione americana dell’Iran e, a causa delle sue difficili circostanze, non sarebbe in grado di fornire molto aiuto di alcun tipo agli Stati Uniti».

 

A pagina 73 si spiega come un’invasione dell’Iran distruggerebbe probabilmente la reputazione dell’America sulla scena mondiale e ostacolerebbe le sue capacità di soft power.

 

A pagina 74 è iniziata la sezione sull’«opzione Osiraq» degli attacchi aerei: «una politica del genere molto probabilmente prenderebbe di mira le varie strutture nucleari dell’Iran (compresi probabilmente i principali sistemi di lancio di armi come i missili balistici)». A pagina 79 sono stati specificati i probabili obiettivi di questi attacchi, comprese le località colpite da Trump nel 2025 (Esfahan e Natanz).

 

A pagina 82 si spiega in dettaglio come l’Iran potrebbe reagire a una campagna aerea statunitense contro di lui, dal fuoco di risposta agli attacchi terroristici. A pagina 83 si spiega perché gli attacchi aerei probabilmente non rappresentano un’opzione autonoma.

 

«Se gli Stati Uniti adottassero l’opzione degli attacchi aerei, dovrebbero prevedere che la prima tornata di attacchi aerei non eliminerebbe del tutto il problema, e quindi la politica dovrebbe includere una serie di misure successive per coprire il lungo termine. Come già osservato, alcuni sostenitori dell’opzione degli attacchi aerei sostengono che l’approccio corretto a lungo termine sia semplicemente quello di attacchi aerei ripetuti: ogni volta che gli iraniani iniziano a ricostruire il loro programma nucleare, colpiscano di nuovo per distruggerlo. Sostengono che, se non altro, ciò non farebbe altro che posticipare sempre più nel futuro la data operativa di un’arma nucleare iraniana. Nella migliore delle ipotesi, attacchi aerei ripetuti potrebbero alla fine convincere il popolo iraniano che le politiche dei loro leader stanno portando alla rovina il loro Paese, e quindi rovescerebbero il regime», si legge a pagina 83.

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«In breve, ci sono notevoli motivi per credere che, in circostanze giuste (o sbagliate), Israele lancerebbe un attacco, principalmente con attacchi aerei, ma possibilmente supportato da operazioni delle forze speciali, per distruggere il programma nucleare iraniano», si legge a pagina 90.

 

A pagina 101 è stata spiegata l’opzione di rovesciare l’Iran con un cambio di regime: «Ci sono diversi modi in cui gli Stati Uniti potrebbero cambiare il regime o indebolirlo: sostenendo una rivoluzione popolare, incitando i gruppi etnici dell’Iran o promuovendo un colpo di stato». I capitoli successivi descrivono ciascuno di questi metodi, nonché i loro vantaggi e svantaggi.

 

L’ultima sezione, a partire da pagina 129, spiegava in dettaglio come contenere l’Iran con la deterrenza, che è stata la politica statunitense fin dalla Rivoluzione Islamica. A pagina 131 il documento spiegava perché tale opzione fosse ora inaccettabile: la ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran.

 

La sezione conclusiva iniziava a pagina 145 spiegando come tutte le possibili tattiche politiche nei confronti dell’Iran presentino degli svantaggi e richiedano piani di emergenza e «poiché il problema dell’Iran è così complesso, qualsiasi politica realistica nei suoi confronti probabilmente combinerebbe almeno due o più opzioni, in sequenza, come piani di emergenza o come percorsi paralleli. Un approccio basato su un’unica opzione al problema dell’Iran avrebbe molte meno probabilità di soddisfare gli interessi degli Stati Uniti».

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Intelligence

Palantir: l’Europa dovrà accettare di divenire dipendente da noi

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Secondo Louis Mosley, CEO di Palantir UK, i governi europei dovrebbero smettere di preoccuparsi della crescente dipendenza dall’Intelligenza Artificiale americana per il Regno Unito e l’Europa. Dovrebbero piuttosto concentrarsi sui vantaggi offerti da questi prodotti, in particolare nel confronto con la Russia.   La Commissione europea sta cercando disperatamente di ridurre la dipendenza dalla tecnologia americana e dagli Stati Uniti in generale. «L’Europa dovrà accettare una certa dipendenza», ha dichiarato Mosley a Bloomberg News questa settimana.   La Commissione stima che l’Unione europea dipenda da fornitori stranieri per oltre l’80% dei suoi prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali. Tuttavia, molti sono scettici sulla possibilità di una sostituzione. In un sondaggio di Wire del 2025, citato dal Parlamento Europeo, solo il 16% dei leader IT regionali ha affermato che l’Unione europea potrebbe raggiungere la sovranità digitale entro cinque anni, mentre quasi il 60% ha indicato il predominio statunitense come un ostacolo fondamentale.

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Ciononostante, quest’anno diversi governi europei hanno respinto i prodotti Palantir o annunciato piani per la loro graduale eliminazione. L’agenzia di intelligence interna francese, la DGSI, che aveva adottato il software analitico dell’azienda nel 2015, prevede di abbandonarlo nei prossimi anni a favore di un’alternativa sviluppata internamente da ChapsVision.   «Non possiamo fare affidamento sulla buona volontà di alcuni partner che, come abbiamo visto negli ultimi giorni, sono in grado di precludere l’accesso ai modelli», ha dichiarato il premier parigino Sébastien Lecornu annunciando la decisione a giugno.   Secondo alcune fonti, Berlino avrebbe scelto lo stesso concorrente francese al posto di Palantir per la gestione dell’agenzia di Intelligence interna tedesca BfV. Simili iniziative per emarginare l’azienda americana sono state segnalate anche in Spagna e Danimarca, nonché in paesi extra-UE come Svizzera, Norvegia e Regno Unito.   Il Mosley ha citato l’ampio utilizzo da parte di Palantir del conflitto in Ucraina come banco di prova per le sue soluzioni militari, affermando che «le questioni relative alla sovranità sono secondarie» per Kiev. L’azienda è entrata in Ucraina in seguito all’escalation del conflitto tra Kiev e la Russia nel 2022, fornendo quelli che definisce «pacchetti di puntamento».   Uno dei prodotti di punta di Palantir è Maven, un sistema basato sull’Intelligenza Artificiale che elabora enormi quantità di dati di Intelligence per identificare i bersagli e generare raccomandazioni di attacco per le truppe. Accelera la cosiddetta «catena di eliminazione», consentendo all’esercito di valutare un numero di potenziali bersagli sostanzialmente maggiore rispetto a quanto fosse possibile in precedenza per il personale umano.   Originariamente sviluppato come progetto del Pentagono, Maven ha coinvolto Google fino al 2018, quando le proteste dei dipendenti hanno spinto l’azienda a ritirarsi dall’iniziativa. La NATO ha acquistato una propria versione del sistema per utilizzarla presso il suo quartier generale europeo nel marzo 2025.   «Posso garantire categoricamente che, laddove i clienti hanno acquistato il nostro software, ne hanno il pieno controllo operativo», ha assicurato Mosley in un’intervista separata all’agenzia Reuters in merito all’acquisto da parte della NATO. «Non ci sono interruttori di sicurezza. Né Palantir né il governo degli Stati Uniti hanno la possibilità di intervenire e disattivarlo». Il governo statunitense ha una lunga storia di restrizioni all’accesso straniero ai modelli di Intelligenza Artificiale più avanzati. L’osservazione del primo ministro francese sulla mancanza di buona volontà si riferiva al blocco imposto da Washington allo strumento Mythos 5 di Anthropic, durato quasi tre settimane.   Come riportato da Renovatio 21, aveva destato scalpore l’uscita di un vero e proprio manifesto di Palantir in 22 punti che riassume i temi del libro di Karp La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente (2025). Il testo sosteniene che la Silicon Valley ha l’obbligo di partecipare alla difesa nazionale, che il «potere militare» si baserà sul software e che le armi basate sull’Intelligenza Artificiale sono inevitabili.   I critici lo hanno definito un progetto per il «tecnofascismo». In molti sostengono che la spinta data dal governo Trump, il cui vicepresidente JD Vance ha lavorato per il fondatore di Palantir Peter Thiel, sia quella di portare verso una società di sorveglianza totale – perfino con algoritmi di predizione dei crimini – alimentata dai software di Palantir.   Renovatio 21 ha pubblicato un sunto del contenuto del libro-manifesto.   A luglio il governo spagnolo ha ordinato alle aziende statali di interrompere i rapporti con l’azienda statunitense di difesa Palantir.

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Geopolitica

«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia

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Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.

 

Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.

 

Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.

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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.

 

L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.

 

Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.

 

La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.

 

Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.

 

L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.

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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».

 

Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.

 

Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.

 

Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

 

 

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine

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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.

 

Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.

 

Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.

 

Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.

 

Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.

 

Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.

 

Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.

 

Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.

 

Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.

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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.

 

Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.

 

Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).

 

Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.

 

Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.

 

Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.

 

Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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L’8 ottobre 1964, a Freeport, nelle Bahamas, veniva registrata una banca dal nome rassicurante, Castle Bank & Trust. Secondo lo studio di Alan Block e Sean Griffin sui crimini finanziari transnazionali, l’istituto nasceva per aiutare clienti americani a sottrarsi al fisco, e i suoi azionisti principali e direttori occulti erano due avvocati di grido, il fiscalista di Chicago Burton Kanter (1930-2006) e il legale di Miami Paul Lionel Edward Helliwell (1915-1976). Il secondo non era soltanto un avvocato. Era un ex colonnello dei servizi segreti di guerra, un uomo della CIA, e la sua banca sarebbe diventata uno dei canali con cui l’Agenzia finanziava le operazioni contro Cuba.   Peter Dale Scott (classe 1929), lo studioso che più di ogni altro ne ha seguito le tracce, lo considera una figura chiave e lamenta che gli storici della Guerra fredda lo ignorino. Nel suo Drugs, Oil, and War (2003) scrive che la carriera di Helliwell è il sintomo di una rete di rapporti extragovernativi costruita attorno agli affari e al riciclaggio della criminalità organizzata.   Durante la Seconda guerra mondiale entrò nell’Office of Strategic Services di William Donovan (1883-1959) e, dopo un periodo in Europa, fu messo a capo dell’intelligence segreta dell’OSS in Cina, come documenta lo storico Maochun Yu in OSS in China. Tra i suoi sottoposti c’era E. Howard Hunt (1918-2007), futuro organizzatore della Baia dei Porci e uomo del Watergate, che lo ricorda nelle sue memorie, Undercover.

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La stazione OSS di Kunming, ricorda Scott, lavorava con i signori dell’oppio e pagava regolarmente in oppio. Lì Helliwell trattò con Tai Li (1897-1946), capo della polizia segreta del Kuomintang, un apparato composto in larga parte da uomini della Banda Verde. Era la società segreta che dominava la malavita di Shanghai, padrona del traffico d’oppio, delle case da gioco e dei bordelli. Guidata da Du Yuesheng (1888-1951), nel 1927 aveva aiutato Chiang Kai-shek (1887-1975) a impadronirsi del Kuomintang e della Cina massacrando i comunisti della città, con reciproco profitto. Come Tai Li, scrive Scott, Helliwell sarebbe diventato l’architetto di una connessione tra intelligence governativa e droga.   Una parte della sua biografia resta nel campo delle ipotesi. In Gold Warriors Sterling Seagrave (1937-2017) e Peggy Seagrave (?-2016) sostengono che Helliwell e Robert B. Anderson (1910-1989), poi segretario al Tesoro di Eisenhower, avrebbero gestito decine di conti segreti alimentati dal cosiddetto oro di Yamashita, il bottino di guerra giapponese recuperato nelle Filippine.   Finita la guerra, Helliwell passò all’Office of Policy Coordination, il braccio delle operazioni coperte poi assorbito dalla CIA. Nel 1949 fu lui a organizzare l’incontro tra il generale Claire Chennault (1893-1958) e Frank Wisner (1909-1965), capo dell’OPC, e come funzionario dell’OPC curò la creazione di Civil Air Transport, la futura Air America.   Fondò poi Sea Supply, società di facciata che riforniva di armi Chiang nonostante la contrarietà del Dipartimento di Stato. Per quasi dieci anni, ricostruì il Wall Street Journal nel 1980, Sea Supply armò circa diecimila soldati nazionalisti cinesi rifugiati in Birmania e la polizia thailandese. Per Scott erano le truppe del Kuomintang e la polizia di frontiera di Phao Sriyanon (1910-1960) i due bracci principali della connessione della droga tra Birmania e Thailandia.   Gli aerei della CAT portavano l’oppio del Triangolo d’oro fino a Bangkok, dove gli uomini di Phao ne curavano la logistica. Già nel 1960, ricorda lo stesso Scott, il ricercatore Ross Koen aveva denunciato che alcuni americani di rilievo avevano partecipato e tratto profitto dal contrabbando di narcotici che i nazionalisti cinesi facevano arrivare negli Stati Uniti, accuse che Alfred McCoy (classe 1945) avrebbe poi documentato in The Politics of Heroin.   Nel 1960 si trasferì a Miami, dove la CIA preparava la guerra contro Fidel Castro. Secondo il Wall Street Journal fu profondamente coinvolto nel finanziamento delle incursioni contro Cuba condotte tra il 1964 e il 1975 da agenti basati sull’isola di Andros. Per anni, scrive Scott, fu anche consulente della banca di Meyer Lansky (1902-1983) a Miami e investì nel mattone mentre rappresentava la Thailandia, proprio quando il denaro del Kuomintang proveniente da Thailandia e Birmania passava da Hong Kong per essere ripulito in società immobiliari legate a Lansky.   Castle non serviva solo l’Agenzia. Secondo Peter Truell e Larry Gurwin, autori di False Profits, Helliwell la usò per l’elusione fiscale di mafiosi americani, politici asiatici e membri della famiglia Pritzker, proprietaria degli hotel Hyatt.   Negli stessi anni Bob Foster, avvocato della Disney, cercava in gran segreto un vasto terreno per un cliente senza nome e si rivolse allo studio di Helliwell, racconta il sito ufficiale D23. Tra il 1964 e il 1965, attraverso società fittizie, furono acquistati oltre dodicimila acri di Florida centrale, e l’unico nome visibile sul fronte degli acquirenti era quello di Helliwell. Lo storico Richard Foglesong, in Married to the Mouse, ha ricostruito il suo ruolo nella strategia che portò nel 1967 al Reedy Creek Improvement District, un governo locale di fatto controllato dall’azienda.   Il punto debole dell’edificio fu una valigetta. Dal 1965 l’IRS, l’Internal Revenue Service, l’agenzia federale che riscuote le imposte negli Stati Uniti, conduceva Operation Tradewinds, un’indagine sotto copertura sui paradisi fiscali delle Bahamas per scoprire chi nascondeva redditi nelle banche offshore. Nel gennaio 1973 l’investigatore privato Norman Casper, informatore del fisco, entrò con una chiave nell’appartamento in cui il vicepresidente di Castle Michael Wolstencroft si trovava con una donna ingaggiata come esca, ne portò via la borsa e la consegnò all’agente speciale Richard Jaffe. Furono microfilmati circa quattrocento documenti, come ricostruisce la sentenza federale sul caso. Tra quelle carte c’era la lista dei correntisti, con celebrità, grandi famiglie e noti esponenti della criminalità organizzata, titolari di circa un quarto di miliardo di dollari.   Non se ne fece nulla. Nel 1980 Jim Drinkhall del Wall Street Journal rivelò, in un articolo ripreso dal Washington Post, che la CIA aveva fatto pressione sul Dipartimento di Giustizia perché il caso cadesse, in nome della sicurezza nazionale. L’unico procedimento arrivato alla Corte Suprema, United States v. Payner, riguardava un singolo contribuente dell’Ohio, Jack Payner, con centomila dollari su un conto Castle. La Corte ammise le prove rubate, stabilendo che Payner non poteva invocare una violazione subita da un altro.   La vigilia di Natale del 1976 Helliwell morì nella sua casa di Coral Gables, minato dall’enfisema, riportò il Miami News. Nel 1977 Castle chiuse alle Bahamas e alle Cayman, trascinando con sé le due Mercantile Bank legate alla International Bank del generale George Olmsted (1901-1998), scrisse il Washington Star. I nomi dei correntisti non sono mai stati resi pubblici. Castle, osserva Scott, era solo una di una serie di banche con questo doppio ruolo, legata sia alla Nugan Hand Bank australiana sia alla Financial General Bankshares di Olmsted, che sarebbe finita nelle mani della BCCI.

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La Bank of Credit and Commerce International, fondata nel 1972 dal banchiere pachistano Agha Hasan Abedi (1922-1995) con capitali di Abu Dhabi, divenne negli anni Ottanta la più grande lavanderia finanziaria del pianeta. Presente in 73 Paesi, riciclava il denaro dei narcotrafficanti, finanziava traffici d’armi e gruppi terroristici, corrompeva funzionari e, attraverso prestanome, si era impadronita in segreto della Financial General Bankshares, ribattezzata First American, con l’aiuto dell’ex segretario alla Difesa Clark Clifford (1906-1998).   Il rapporto del Senato americano del 1992 accertò che la CIA conosceva la natura criminale della banca e continuò a servirsene per le proprie operazioni, fino alla chiusura imposta dalle autorità di mezzo mondo il 5 luglio 1991. La giornalista Whitney Webb ne ha ricostruito la rete di protezioni politiche e d’intelligence in One Nation Under Blackmail, mostrando come la BCCI fosse il punto d’incontro tra servizi segreti, criminalità organizzata e grande finanza.   Helliwell non inventò il riciclaggio né i paradisi fiscali. Dimostrò però che servizi segreti e finanza offshore potevano condividere banche e clienti, e che la sicurezza nazionale poteva diventare uno scudo capace di fermare il fisco davanti ai patrimoni più ricchi d’America. A mezzo secolo dalla morte, il banchiere dell’ombra resta dove ha sempre voluto stare, fuori dall’inquadratura.   Marco Dolcetta Capuzzo  

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Immagine: il generale Chiang Kai-shek e signora con il tenente generale Joseph W. Stilwell («Vinegar Joe»), comandante generale delle forze di spedizione in Cina, il giorno successivo al bombardamento giapponese (raid di Doolittle). Maymyo, Birmania, 19/04/1942. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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