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Immigrazione

Le nostre città ridisegnate dagli immigrati

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C’era una volta, nella mia città, una bella stazione ferroviaria. Lo stile fascista dell’edificio è stato via via camuffato da ritocchi continui, mentre l’interno prima si è riempito, e poi si è svuotato, di negozi e attività: niente più edicola, libreria, minimarket, chiosco di bigiotteria, banca (pure): solo delle teche di vetro vacue con extracomunitari che vagolano tra vetri e sedili che paiono messi a caso. Non è rimasto davvero nulla, né storia, né economia, né vita – solo il brulicare incomprensibile della massa immigrata.

 

Fuori dalla stazione, eravi un bel vialone conducente alla città. Nella prima parte, c’erano, ai lati, due bellissimi e antichi parchi, dove si portavano i bambini, il cane, le prime morosette, dove si passeggiava, si faceva jogging, etc.: uno dei primi ricordi della mia vita è mio padre che legge il giornale seduto sulla panchina, mentre io scendo uno scivolo del parco giochi annesso; una memoria ulteriore che mi emerge adesso e neanche so perché, è Giorgia – una complicata ragazza bionda occhiocerulea che piaceva a tutti, ma non a me – che, adolescentissimi, mi prende per un braccio camminando nella nebbia (allora ve n’era tanta) di quel parco, che per qualche ragione un sabato sera avevamo deciso di traversare.

 

I parchi di cui sto parlando sono in questi anni divenute vere no-go zone, anche se nessuno ha il coraggio di chiamarle per quello che sono. Vi circolano orde di immigrati che spacciano e si accoltellano, e, dato per noi più importante, di fatto non consentono la libera circolazione del cittadino italiano (come previsto dalla Costituzione, art.16): ho fatto io stesso un esperimento, una sera d’inverno di anni fa, ed erano se tutto va bene le sette e mezza massimo, sono stato di fatto prima guardato, poi seguito, poi mi è stato urlato addosso. Ho proseguito senza voltarmi, fossi stato una ragazza, o anche solo fossi stato con Giorgia a 14 anni, forse sarebbe andata diversamente.

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All’umiliazione dei parchi ad un certo punto ha concorso anche la pubblica amministrazione – di destra, di sinistra: mai vista la differenza – , che ha deciso di recintarli: nei luoghi dove da bambino giocavo, la regressione democratica ha portato sbarre acuminate e senso di pericolo. Di più: vi era una bella statua del grande Antonio Pigafetta, diarista di Magellano, il personaggio che ha dato il nome al mio prestigioso liceo ed è ancora oggi onorato nelle Filippine (a lui, sapete, dobbiamo la prima descrizione dell’ananas, definito «il frutto più delizioso»): con un colpo di genio, ecco che il monumento è stato posto dietro le sbarre. Per effetto dell’immigrazione e del degrado, Pigafetta è, tipo, arrestato. O forse ad essere dietro le sbarre siamo proprio noi: come se ora i noi cittadini, suoi grati discendenti, dobbiamo esserne separati – e forse ce lo meritiamo.

 

 

Che poi non è che il recinto serve a qualcosa: appena finisce, ecco diecine di africani che bivaccano. Nei capannelli neri che poltriscono senza un perché si vedono, elemento che fa capire il passaggio di fase, anche delle donne, talvolta col passeggino marca ius soli.

 

Proseguiamo in linea retta , e avremo fatto poco più di cento metri: sulla sinistra, un grande cinema chiuso da decadi. Il bar all’angolo, dove si consumava qualcosa prima o dopo il film, è rimasto, ma ovviamente lo gestiscono i cinesi. Dall’altro lato, ai bordi del parco, un caffè con la sua architettura da primi del Novecento – tipo, la Belle Epoque, già – che, se non rimane chiuso, cambia di mano spesso, perché con probabilità il degrado è soverchiante, invincibile.

 

Poco più avanti ecco i resti di quello che forse era il miglior (una volta dentro vi vidi Roberto Baggio con sulle spalle il figlio appena nato) negozio di dischi di sempre: aveva tutto, aveva soprattutto commessi che consigliavano in modo stupendo, e rammento sabati pomeriggi passati a scartabellare i CD o i vinili, all’epoca erano investimenti ingenti, e li facevi senza algoritmi e Spotify e YouTube, compravi per sentito dire o (addirittura!) guardando le copertine. Ora non c’è più niente, vetrina vuota, polvere. Era sopravvissuto in qualche modo all’avvento della musica digitale: ora chiude i battenti mentre tutt’intorno aprono, una attaccato all’altro, ridde di kebabbari, o, questa la nuova slatentizzazione, fast food di pollo fritto.

 

È stato il destino della libreria che sta dieci metri più su: un’idea di una famiglia patrizia locale, da generazioni nel business librario, di concentrare tutti i libri in edizione economica in un negozio dove passavano tanti studenti, perché di fronte ci sono le fermate degli autobus che li riportano a casa da scuola. Io ragazzino ci avevo comprato, a botte di mille lire, tutto Nietzsche, Freud, Jung, Proust, Dostoevskij, Shakespeare – una certa porzione della cultura che mi porto dietro viene, più che dal liceo, dai Newton Compton ammassati dietro quelle vetrine.

 

Ora lì ci vendono il pollo fritto, e per il motivo che in USA è considerato offensivo anche solo considerare: agli africani – ai neri – piace da pazzi, e ho pensato che non fosse una coincidenza che il primo punto vendita della grande multinazionale del pollo fritto l’ho visto sorgere davanti alla stazione di Padova, dove l’Africa perdigiornista deambula ad abundantiam.

 

Appena dietro alla fermata del bus c’era un baretto senza fronzoli, che era strategico per comprare i biglietti qualora ti fossi dimenticato: è stato sostituito, guarda guarda, da un altro punto vendita di pollo fritto, tanto per capire che con la natura locale oramai è stata disintegrata. La città, è chiaro, non è più per i suoi cittadini – che mai nella vita hanno sentito il bisogno di mangiare per strada petti impanati.

 

Ancora: il negozio di giocattoli, chiuso per sempre. Chiusa l’edicola (ovvio). Chiudono perfino le banche, che lasciano altre vetrine vuote che attendono di diventare spacci di pollo fritto per immigrati zonali raminghi.

 

Nei luoghi limitrofi la storia non cambia: il viale che esce dalla città ha visto sparire tutto, il negozio di animali, i negozi di alimentari, altri giornalai, altre filiali di banche, storici locali in stile liberty, il bowling, il biciclettaio, il negozio di roba da ufficio, perfino le vetrine di computer e telefonia. Nell’altro viale che porta la stazione, descritta dai giornali come «triangolo rosso» per l’insicurezza patente, circolano praticamente solo stranieri, e i negozi sono sostituiti da uffici di pratiche per stranieri, alimentari esotici e non pulitissimi, ancora kebabbari – non una traccia visibile di un’attività che possa servire ad un cittadino italiano. Un amico che vive lì – dove gli appartamenti costano poco, anche perché alle volte, viste le morosità degli stranieri, tolgono la corrente a tutto il palazzo – due anni fa mi ha mandato un video dei festeggiamenti per la partita ai mondiali del Marocco: un embrione del vandalismo che poi si è visto a Milano, Parigi, Bruxelles, o nei vari capodanni di Berlino, Amsterdam, etc.

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Si dirà: è «solo» il centro della città, le stazioni son così, e poi ci sono sempre stati i brutti quartieri. La realtà è diversa: è la città nel suo insieme ad essere trasformata attivamente dagli immigrati.

 

Leggo la notizia da un giornale locale. Parla di una zona che conosco bene, perché non lontano vi viveva mia nonna, ai confini della città. Titolo: «Scoperto deposito di motoveicoli rubati: trovata merce per 130 mila euro».

 

In pratica, un milanese cui avevano rubato il motorino lo ha localizzato grazie ad un airtag. «Giunti sul posto, gli agenti hanno notato un complesso di capannoni apparentemente chiuso da tempo» scrive il quotidiano locale. «Raggiunta la parte posteriore dell’area, i poliziotti hanno notato tre uomini che, alla vista della volante, hanno tentato di nascondersi entrando in uno dei capannoni. I tre – un 52enne originario del Burkina Faso, un 25enne marocchino e un 43enne senegalese – sono stati immediatamente fermati e identificati». Dato interessante: vive nelle nostre città un panafricanismo del crimine?

 

«All’interno dell’immobile gli operatori hanno rinvenuto numerosi oggetti di vario genere e, lungo un corridoio, un motoveicolo azzurro con dettagli gialli e il portatarga parzialmente divelto. (…) La presenza, nello stesso capannone, di altri motoveicoli parzialmente imballati con cellophane blu, privi di targa e occultati sotto un telo, ha portato gli agenti a procedere a una perquisizione dell’area (…) Le verifiche hanno consentito di accertare che tutti i mezzi rinvenuti, in totale 13 motoveicoli, risultavano rubati. I tre uomini non hanno saputo fornire alcuna spiegazione sulla provenienza dei veicoli, di cui avevano la disponibilità».

 

Non c’erano solo moto e auto rubate: nel capannone «sono stati trovati numerosi altri materiali: vestiario, pneumatici, parti di veicoli, motoveicoli radiati o in pessimo stato di conservazione, oltre a materassi, sedie e oggetti di ogni tipo». Chissà che non vi sia anche qualche oggetto sparito a chi legge queste righe.

 

Scrivo di questo piccolo fatto di cronaca non per la sua gravità giudiziaria, ma, anche qui, per il dato urbanistico: il luogo di cui parliamo è probabilmente ricavato dal conglomerato dove, per un secolo ed oltre, aveva imperato uno dei primi lanifici d’Italia, un tempio del lavoro e del progresso, che aveva dato da mangiare a migliaia di famiglie. Sapevo che da qualche parte c’erano tentativi di riconversione (le startup… come no) ma alla fine ecco cosa a cosa è stato convertito questo posto: da teatro dell’industria e dell’operosità a centrale di decadenza criminale, dove invece che dare prosperità alle famiglie italiane si procede alla loro rapina.

 

Il lettore può capire quello che sto cercando di significare: le nostre città stanno venendo totalmente ridisegnate dagli immigrati.

 

No, gli immigrati non sono un elemento passivo della società: è stupido illudersi che, pagandoli per far niente, il loro impatto rimanga limitato. Guardatevi intorno, guardate come è cambiata la vostra città, guardate come certe zone siano diventate orrende e pericolose, o persino interdette a voi che siete autoctoni. L’immigrazione calergista è riprogettazione urbana: e voi, ora, la state solo subendo. Altro che archistar e grandi lavori pubblici: è la massa immigrata che adesso decide dove e come vivete. Altro che assessorati: le nostre città sono effetto dell’urbanistica della violenza e del pollo fritto, del motorino rubato e dell’accoltellamento, dello spaccio e della panchina dei balordi.

 

Questo non è, come vuole far credere la sociologia d’accatto della sinistra, di un processo inevitabile: dietro c’è una precisa volontà, e ancora più evidentemente, sottolineo qui, una disposizione emotiva degli invasori.

 

Nel parco accanto alla stazione di cui parlavo sopra un paio di anni fa ci sono stati parcheggiati, in quantità impressionante, carrarmati, elicotteri, mezzi d’assalto di ogni tipo: è stato per il raduno annuale degli alpini, un evento che ha bloccato l’intera città, divenuta per qualche ora il più grande, in teoria felice, concentrato di militari del Paese.

 

Ci avevo portato mio figlio: nella bolgia dei cappelli con le penne, l’ho fatto salire sul Lince, il veicolo multiruolo usato in Afghanistan, l’ho fatto salire nell’abitacolo dell’elicottero, mentre – presente in tribuna poco più in là il ministro della Difesa – sfilavano le delegazioni di ogni possibile gruppo alpino del territorio italiano.

 

È stato a quel punto che ho notato che, tra le migliaia di persone, stavano tranquillamente gli africani balordi che occupano di solito quel parco. Come dire: la massa non li aveva fatti scappare. Tanto meno, la presenza di militari – che di solito, pensavo, impaurisce gli immigrati – li spaventava: macché, eccoli che, treccioline belle e vestiti alla moda, si fotografano – come bambini, appunto – sui veicoli militari con lo smartphone nuovo di zecca.

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Osservai il fenomeno capendo che era più grave di quello che sembrava: gli stessi poco dopo chiedevano l’elemosina, sigarette, qualsiasi cosa agli alpini presenti, pure quelli giovani e tatuatissimi. Poi si raccoglievano nei loro capannelli, sghignazzavano, magari pure puntavano qualche ragazza. Nessuno li fermava. Nessuno li metteva a posto. Nessuno sentiva la necessità si far capire loro che no, non potevano disturbare in quel momento (certo, non avevano idea di cosa fosse), né che pera accettabile che si comportassero con quella plateale mancanza di rispetto.

 

Era chiaro che non temevano nulla, perché nulla a loro era mai successo. Né questo rispetto è mai stato chiesto: vitto, alloggio, telefonino, avvocato arrivano gratis, senza che abbiano dovuto fare nulla. Perché mai quindi dovrebbero rispettare questo popolo, i suoi simboli? L’immagine che ho davanti agli occhi, mentre spingo via mio figlio, è quella di un africano che, con boria irricevibile, chiede spicci ad un alpino alticcio, seduto in panchina gonfissimo, incapace di mandarlo via, come sottomesso al fatto che no, l’immigrato non lo può mandare a quel Paese… Nel frattempo, a poca distanza i compagni africani se la ridono. È un gioco. Si prendono gioco di noi. letteralmente.

 

Tutto questo accadeva mentre dal palco, ministro della Repubblica sempre lì, si irradia il verbo militare nazionale: i nostri nonni, caduti per la nostra libertà… i sacrifici per la Nazione… i soldati in guerra che ci proteggono… e ancora, l’onore. Sì, l’onore.

 

Il cortocircuito di senso è intollerabile: se le guerre e i loro sacrifici umani ci hanno dato un Paese invaso da barbari che ci derubano, ci stuprano, ci irridono… a cosa sono servite? A cosa sono serviti davvero quei sacrifici? La nostra società è davvero più libera? È più protetta? È migliore?

 

E quindi, la valutazione da fare è ancora più abissale: non solo la catastrofe migratoria riformula le nostre città, essa ridisegna pure la nostra storia.

 

Cosa dobbiamo pensare della storia dell’Italia, e dell’Europa, se il frutto finale è il caos?

 

Cosa dobbiamo pensare della democrazia, se il suo effetto visibile è l’anarco-tirannia?

 

Che cos’è la Repubblica, se essa conduce – sotto i nostri occhi – all’umiliazione e alla distruzione del suo popolo?

 

La risposta la lascio al lettore. Ricordandogli, sempre, la cosa fondamentale: da nessuna parte è scritto che le cose debbono andare così.

 

Le città, con la storia, sono nostre. Dobbiamo solo riprendercele.

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Gran Bretagna, carcerati bianchi costretti a convertirsi da bande musulmane

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Le carceri britanniche stanno diventando un terreno favorevole al reclutamento di bande islamiche, con detenuti bianchi che si convertono sotto minaccia di violenza, mentre il sistema libera in anticipo i terroristi, tiene i manifestanti in cella più a lungo dei pedofili e destina centinaia di milioni all’ospitalità di detenuti stranieri. Lo riporta Modernity News.   Nuovi dati del ministero della Giustizia britannico hanno messo in luce una realtà dura all’interno delle prigioni di Inghilterra e Galles. Un musulmano su cinque in carcere è bianco, quasi quattro volte la quota del 5,8% osservata nella popolazione generale. Il numero di detenuti musulmani bianchi è passato da 2.767 nel 2022 a 3.218 alla fine di giugno 2025, con un incremento del 16%.   Nel complesso, i detenuti musulmani sono cresciuti del 14% nello stesso arco di tempo, da 14.037 a 16.051, arrivando a rappresentare circa il 18% della popolazione carceraria, sebbene i musulmani siano solo il 6,5% della popolazione del Paese. Il ministro della Giustizia ombra Nick Timothy ha presentato i dati e le conseguenze che ne derivano. «La percentuale di musulmani bianchi nelle nostre carceri è talmente superiore a quella della popolazione generale da sollevare seri interrogativi», ha affermato.

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«Sappiamo che gli esperti hanno ripetutamente messo in guardia contro le conversioni forzate che avvengono dietro le sbarre, perpetrate da bande islamiche. Dobbiamo essere onesti e ammettere che qualcosa non va: il Partito Laburista deve indagare con urgenza ed estirpare le conversioni forzate nelle carceri», ha esortato il ministro.   I consulenti governativi registrano questo schema da anni. Jonathan Hall KC, revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, ha descritto i terroristi islamici come «autoproclamati emiri» che controllano i prigionieri attraverso «leadership e reclutamento». Ciò comprendeva il prendere di mira «detenuti vulnerabili o soli, utilizzando la guida, la condivisione di cibo o doni materiali» e la «conversione supportata da violenza implicita o esplicita».   Usman Khan, l’attentatore di London Bridge, mentre era detenuto, spingeva i prigionieri ad assumere nomi musulmani e a indossare abiti musulmani, cercando al contempo di convertire altri.   Ian Acheson, che ha studiato l’estremismo islamico nelle carceri, ha dichiarato che le conversioni avvengono spesso «come risposta pragmatica a chi controlla il potere e lo spazio nelle nostre prigioni». Soprattutto negli istituti di massima sicurezza, la sicurezza è un bene prezioso e un gran numero di giovani violenti cerca un senso di appartenenza. «Quindi, in questo caso, l’Islam assume caratteristiche tipiche delle bande criminali».   Un’indagine commissionata dal governo nel 2023 e condotta da Colin Bloom ha accertato che le gang imponevano ai nuovi arrivati di convertirsi all’Islam, pena gravi conseguenze. «Non dichiararsi musulmano significava che, nella migliore delle ipotesi, al nuovo detenuto veniva negata la ‘protezione’ da parte della gang musulmana dominante in quel braccio del carcere, o, nella peggiore, veniva sottoposto a violenze e intimidazioni da parte della stessa gang».   Un avvocato che visita di frequente i penitenziari di massima sicurezza ha riferito che il processo inizia quasi subito. «È qualcosa che accade poche ore dopo il loro arrivo in un braccio del carcere. Appena giungono in prigione, vengono inseriti nella gerarchia delle gang. In alcuni casi ci sono interi piani dominati da gang musulmane».   Alcune conversioni sono opportunistiche: «musulmani di convenienza» che cercano più tempo per la preghiera o cibo halal migliore. Altre sono forzate. I Corani lasciati sui letti veicolano un messaggio chiaro. Il ministero della Giustizia ribadisce di non tollerare intimidazioni o coercizioni basate sulla religione e sostiene che le carceri intervengono tempestivamente. Eppure i numeri continuano a salire, e ora ci sono 140 cappellani musulmani rispetto agli 87 della Chiesa d’Inghilterra.   Si tratta dello stesso sistema carcerario che continua a ospitare migliaia di detenuti stranieri a un costo enorme per il contribuente britannico. Le cifre indicano 10.487 criminali stranieri che costano 629 milioni di sterline (135 milioni di euro) all’anno: una somma che potrebbe finanziare 16.500 agenti di polizia o 15.000 infermieri del Servizio Sanitario Nazionale (NHS). L’Albania è in cima alla lista, seguita da Irlanda e Polonia. Le espulsioni procedono lentamente, ostacolate da documenti mancanti, Paesi di origine non collaborativi e rivendicazioni ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.   Vanessa Frake, consulente per le carceri di Reform UK, ha definito il conto «sbalorditivo». Ha sottolineato la lunga procedura: passaporti scartati, lentezza nella corrispondenza diplomatica, rifiuti da parte dei Paesi di origine e richieste di tutela della vita familiare ai sensi dell’articolo 8. Persino l’accordo per il rimpatrio di 200 detenuti albanesi prevedeva condizioni e pagamenti giornalieri all’Albania inferiori a quelli che il Regno Unito versa per mantenerli.

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Mentre i criminali stranieri e le reti islamiste si infiltrano nel sistema, le autorità hanno mostrato una diversa urgenza quando si tratta di concedere la libertà anticipata. Zahid Iqbal, condannato nel 2013 per aver pianificato un attentato dinamitardo contro una base dell’esercito utilizzando un manuale di Al-Qaeda, ha ottenuto la libertà vigilata con tre anni di anticipo, nonostante precedenti violazioni delle condizioni di libertà vigilata e avvertimenti da parte dei responsabili del carcere e delle autorità comunitarie.   Colin Sutton, consulente per la criminalità di Reform UK, ha definito la decisione «sconcertante». «Non si trattava di un tizio che tramava qualcosa nella sua camera da letto. Si trattava di qualcuno che organizzava addestramenti. Aveva legami con al-Qaeda. Era un vero terrorista.» I più ampi programmi di rilascio anticipato del Partito Laburista hanno accelerato lo svuotamento delle celle per gestire il sovraffollamento. Migliaia di detenuti, compresi quelli condannati per reati violenti, sono stati rilasciati prima di quanto consentito dalle precedenti normative.   Anche dopo le pause parziali e le esclusioni per alcuni reati sessuali, la direzione intrapresa rimane chiara: la gestione della capienza delle carceri ha la priorità sulla costante tutela della sicurezza pubblica, scrive Modernity News. Si confronti questo con il trattamento riservato ai cittadini britannici che protestano contro le conseguenze dell’immigrazione di massa o che esprimono la propria opinione online.   Lucy Connolly, già incarcerata per un singolo post su X dopo gli attentati di Southport, ha rischiato di essere nuovamente incarcerata per aver ripubblicato un commento satirico su Donald Trump e Keir Starmer. Gli agenti della libertà vigilata hanno considerato la battuta come «incitamento alla violenza» in seguito a una denuncia anonima.   Nell’Essex, sono scoppiate proteste fuori da un hotel che ospitava il migrante etiope Hadush Kebatu, dopo che quest’ultimo aveva aggredito sessualmente una ragazza di 14 anni e una donna. Kebatu è stato condannato a 12 mesi di carcere.   I manifestanti britannici coinvolti nei disordini successivi hanno ricevuto pene detentive ben più severe. Charlie Land è stato condannato a 32 mesi. Jonathan Glover a 30 mesi.   Lee Gower, un padre di famiglia del posto e allenatore di football giovanile, ha ricevuto una condanna a due anni e nove mesi. Altri residenti locali hanno ricevuto condanne da 22 a 33 mesi. Le pene detentive complessive per molti di loro hanno superato i 17 anni, un periodo più lungo di quello inflitto all’autore dei disordini. I giudici hanno sottolineato che la violenza contro la polizia è inaccettabile. Eppure la disparità di pena è innegabile.   «Gli abitanti del luogo che reagiscono a un’aggressione sessuale su un minore da parte di un uomo arrivato con una piccola imbarcazione trascorrono più tempo in casa rispetto all’uomo che ha commesso l’aggressione» conclude Modernity News.   Il carcere costituisce un terreno fertile per la radicalizzazione islamica a causa dell’isolamento, della crisi identitaria e del bisogno di protezione e appartenenza. Molti detenuti, soprattutto quelli con lunghe condanne o origini di emarginazione, vivono una «crisi della presenza» che li rende recettivi alle narrative estremiste. Il processo si articola in fasi successive.

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Nella pre-radicalizzazione fattori di rabbia, frustrazione e ricerca di senso predispongono l’individuo. Nell’identificazione egli cambia abitudini visibili, intensifica le preghiere, si fa crescere la barba e frequenta nuovi compagni allontanandosi dai precedenti riferimenti. Segue l’indottrinamento, in cui detenuti carismatici o autoproclamati imam approfondiscono interpretazioni salafite-jihadiste che presentano l’Occidente come nemico e legittimano la violenza.   L’ultima fase è la jihadizzazione, con l’accettazione dell’azione violenta anche dopo la scarcerazione.   In Francia il carcere è da anni considerato un incubatore della radicalizzazione islamista. Al 1° maggio 2025 risultavano detenuti 754 individui segnalati per radicalizzazione: 351 condannati o indagati per terrorismo islamista (detti TIS) e 403 detenuti di diritto comune che si sono radicalizzati in cella (detti DCSR, detenuti sospettati di radicalizzazione).   Oltre la metà del totale, quindi, ha compiuto il percorso ideologico dietro le sbarre. Il processo segue dinamiche analoghe a quelle osservate in Italia: isolamento, crisi identitaria, ricerca di protezione e di un nuovo status. Reclutatori carismatici, spesso ex criminali diventati autoproclamati imam, individuano i più fragili e li avvicinano prima con la solidarietà, poi con un’interpretazione salafita-jihadista che giustifica la violenza contro la società considerata infedele.   La Francia ha risposto con un dispositivo specifico: i Quartiers d’évaluation de la radicalisation (QER), dove per quindici settimane un’équipe pluridisciplinare osserva il detenuto, seguito dai Quartiers de prise en charge spécifique (QPCR) o dall’isolamento. Nonostante il sovraffollamento cronico, il tasso di recidiva terroristica dopo la scarcerazione resta bassissimo. Casi come Mehdi Nemmouche, radicalizzato in carcere prima di unirsi all’ISIS, o Chérif Chekatt, mostrano però che il rischio non è eliminato. Ogni anno decine di TIS escono e i profili più recenti sono considerati più pericolosi perché legati a fatti violenti o progetti di attentato.   Nelle carceri italiane i musulmani rappresentano circa il 16% della popolazione detenuta e ogni anno si registrano decine di conversioni. Il sovraffollamento e la scarsità di personale facilitano il proselitismo tra i reclusi.   Casi come quello di Anis Amri, radicalizzato in istituti siciliani prima dell’attentato di Berlino, illustrano quanto concreto sia il fenomeno: il tunisino, sbarcato a Lampedusa nel 2011, si finse minore e poi finito in carcere divenne jihadista. Attuò la strage dei mercatini di Natale di Berlino del 2016.  

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Ceuta in subbuglio: può la carità cristiana ignorare il bene comune?

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A seguito del massiccio afflusso di decine di migliaia di migranti dal Marocco, Ceuta rimane impantanata in una crisi umanitaria, politica e di sicurezza. Attraverso le informazioni e le reazioni della Chiesa, emergono due concezioni significativamente diverse della carità cristiana.

 

Il 30 luglio 2026, il confine che separa il Marocco dall’enclave spagnola di Ceuta è crollato sotto il peso dell’afflusso di decine di migliaia di persone. Da allora, molti sono stati rimpatriati in Marocco, ma diverse migliaia rimangono in città, dove le strutture di accoglienza sono ancora sovraffollate. InfoVaticana monitora regolarmente le conseguenze di questa crisi e raccoglie le numerose reazioni che ha generato negli ambienti ecclesiastici spagnoli. Questa copertura ci permette di valutare sia la portata del caos sia le profonde divisioni all’interno della Chiesa riguardo alla risposta più appropriata.

 

In poche ore, la popolazione di questa città di circa 80.000 abitanti è aumentata vertiginosamente. Uomini, donne e minori hanno attraversato il confine o hanno nuotato intorno al valico di Tarajal. La crisi ha rapidamente travolto le autorità locali, sono sorti accampamenti improvvisati sulle spiagge e in alcuni quartieri, mentre i residenti hanno espresso un crescente senso di abbandono. Le attività commerciali hanno chiuso e le famiglie temevano che le loro case venissero invase da persone in cerca di cibo o caricabatterie per cellulari. Secondo le informazioni raccolte da InfoVaticana , sono stati segnalati diversi casi di violenza sessuale, alcuni dei quali ai danni di minori.

 

La situazione continua a provocare scontri. Il 27 agosto, diverse centinaia di residenti hanno bloccato per oltre due ore un camion della Croce Rossa che stava consegnando rifornimenti a un accampamento allestito sulla spiaggia di Trampolín. I manifestanti ritenevano che la continuazione di questi aiuti contribuisse a mantenere una situazione insostenibile in città. La polizia ha infine permesso al camion di passare, per poi intervenire nuovamente in seguito ad alcuni incidenti avvenuti nei pressi di altri accampamenti.

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Un’operazione politica dietro la tragedia umana

All’interno dello stesso episcopato spagnolo, diverse voci hanno riconosciuto che gli eventi non potevano essere ridotti a una semplice emergenza umanitaria.

 

L’arcivescovo Luis Argüello di Valladolid, presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha usato termini insoliti nel discorso ecclesiastico contemporaneo: «L’invasione di Ceuta è una prova» e «la demografia è un’arma». Ha così denunciato l’uso di intere popolazioni come mezzo per esercitare pressione tra gli Stati; dietro le immagini di sofferenza si cela un’operazione politica in cui gli stessi migranti sono al contempo strumenti e prime vittime. Il bilancio umano tra i migranti a Ceuta è effettivamente pesante: sono stati ufficialmente registrati almeno 97 decessi.

 

L’arcivescovo Ramón Valdivia, amministratore apostolico di Cadice e Ceuta, ha parlato anche di una «crisi politica internazionale» aggravata da una «tragedia umana». In una lettera pubblicata l’8 agosto, ha descritto senza mezzi termini la situazione in cui versano gli abitanti e la rabbia alimentata dalla «mancanza di protezione» che le autorità avrebbero dovuto impedire. Ha inoltre menzionato i giovani marocchini attirati da «promesse maligne», i bambini abbandonati diventati «carne da cannone per i predatori» e gli adulti che hanno approfittato del caos per sfuggire alla giustizia nel proprio Paese.

 

Il vescovo Valdivia ha tuttavia difeso l’operato delle parrocchie, della Caritas e del Centro San Antonio, che si sono mobilitati fin dalle prime ore per distribuire acqua e cibo. Ha inoltre richiesto che in tutte le parrocchie della diocesi venga organizzata una veglia di preghiera per «la pace, la stabilità e la giustizia a Ceuta».

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Carità senza prudenza?

Altri interventi si sono concentrati maggiormente sull’accoglienza dei rifugiati, talvolta al punto da sembrare che ignorassero le cause del disastro e la sofferenza della popolazione locale.

 

Padre Ángel García, fondatore dell’associazione Mensajeros de la Paz, ha visitato il centro di accoglienza temporaneo per migranti. Parlando alle telecamere dell’emittente televisiva LaSexta, ha descritto i migranti in attesa di entrare come «santi» perché mantenevano la calma e non organizzavano rivolte. Questa descrizione riassume una tendenza terzomondista diffusa nel discorso della Chiesa da oltre sessant’anni: lo straniero, per il semplice fatto di essere un migrante, diventa una figura quasi sacra, mentre qualsiasi preoccupazione per la sicurezza degli abitanti o per il controllo delle frontiere tende a essere dipinta come mancanza di compassione.

 

Il direttore del Dipartimento Migrazione della Conferenza Episcopale Spagnola, Fernando Redondo Pavón, ha anch’egli chiesto che i migranti non vengano «criminalizzati» né che si generi in loro timore. Ha difeso la regolarizzazione straordinaria recentemente approvata dal governo di Pedro Sánchez, definendola «molto positiva e necessaria», pur negando che abbia avuto alcun effetto deterrente.

 

L’arcivescovo José Rodríguez Carballo di Mérida-Badajoz ha condannato le mafie e ribadito il diritto dei governi di gestire i flussi migratori nell’interesse comune, ma il suo intervento si è concentrato soprattutto sulla denuncia dello sfruttamento politico della crisi: «sarebbe un peccato gravissimo manipolare e approfittarsi dei poveri». Questo principio deve essere applicato a tutti coloro che sfruttano queste popolazioni, compresi gli Stati che aprono o chiudono le frontiere in base ai propri interessi diplomatici, le organizzazioni che perpetuano l’illusione di un facile passaggio verso l’Europa e i leader politici che si rifiutano di considerare le conseguenze delle loro scelte sulle popolazioni locali.

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«La beneficenza esige questa gerarchia»
Padre Jesús Francisco Molina ha parlato proprio da Ceuta, a diretto contatto con la popolazione locale e i migranti. Nato nel 1998 e ordinato sacerdote nel settembre 2023 all’età di 25 anni, è ora vicario parrocchiale del santuario di Santa María de África, nel cuore della città. Interrogato sull’assistenza fornita alle migliaia di migranti che vivono lì, questo giovane sacerdote ha innanzitutto ricordato a tutti che «la Chiesa non è una ONG». Aiutare i bisognosi è certamente uno dei suoi compiti principali, ma non la sua missione primaria: «la Chiesa è lì per rispondere ai bisogni soprannaturali del suo popolo: i sacramenti, la predicazione e il sostegno al popolo di Dio».

 

Questa priorità non significa in alcun modo abbandonare i migranti che sono realmente bisognosi: «certo, se possiamo aiutare qualcuno in difficoltà, lo faremo». Parrocchie, Caritas e altre istituzioni ecclesiastiche si sono impegnate ad assisterli fin dall’inizio della crisi, ma padre Molina sottolinea che le risorse di Ceuta, come quelle della Chiesa locale, sono insufficienti per prendersi cura di tutti coloro che sono arrivati. Anche prima del loro arrivo, la città aveva già una popolazione povera per la quale le risorse disponibili erano a malapena sufficienti.

 

L’aiuto ai nuovi arrivati ​​non poteva quindi essere fornito ritirando l’assistenza destinata ai bisognosi di Ceuta: «Se dobbiamo strappare ai nostri poveri, alla nostra gente bisognosa, le risorse che già possediamo, ci troviamo in una situazione molto più complicata». Il sacerdote si appella dunque esplicitamente all’ordine della carità: «È la carità che esige questa gerarchia. Ci prendiamo cura prima del prossimo, cioè di coloro che sono vicini, di coloro che abitano accanto, dei Ceuti, prima di coloro che non lo sono». San Tommaso d’Aquino insegna infatti che la carità, pur estendendosi a tutte le persone, possiede un ordine; nell’assistenza concreta, coloro ai quali siamo più strettamente legati dovrebbero normalmente venire prima, salvo in circostanze eccezionali. (1)

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Per accogliere «per quanto possibile»

Anche il catechismo pubblicato sotto Giovanni Paolo II riconosce questa distinzione, sebbene il suo insegnamento rifletta già un cambiamento. Per secoli non è esistito un «diritto di migrare» indipendente da circostanze specifiche, come le esigenze del paese ospitante, la guerra, la persecuzione o la carestia. Il catechismo numero 2241, tuttavia, continua a esortare le nazioni prospere ad accogliere gli stranieri “per quanto possibile”, ma afferma anche il diritto delle autorità politiche di regolamentare l’immigrazione «per il bene comune affidato alle loro cure». Infine, ricorda agli immigrati il ​​loro dovere di rispettare il patrimonio materiale e spirituale del paese ospitante, le sue leggi e le sue responsabilità civiche.

 

Tuttavia, come ha dimostrato Laurent Dandrieu in Chiesa e immigrazione: il grande disagio (2), il discorso della Chiesa ha gradualmente sconvolto questo equilibrio. Per diversi decenni, gli interessi del migrante hanno teso a diventare l’unico criterio morale, mentre i diritti delle nazioni europee, la loro identità, la loro sicurezza e la loro continuità storica sono stati relegati in secondo piano. La carità è così separata dalla prudenza, dalla giustizia e dal bene comune, al punto da rendere l’accoglienza dei migranti un imperativo quasi assoluto.

 

A Ceuta, gli eventi ci hanno brutalmente ricordato questi limiti: una città di 80.000 abitanti non può assorbire decine di migliaia di persone in poche ore senza che l’ordine pubblico, le strutture di supporto e la vita quotidiana vengano sconvolti in modo spettacolare.

 

Pertanto, contrapporre la compassione per i migranti alla protezione dei residenti è un falso dilemma; la vera carità aiuta le persone in pericolo, ma cerca anche le cause del loro esodo, combatte chi le sfrutta, protegge le comunità minacciate e rispetta le esigenze del bene comune.

 

Ricordando che «la carità richiede una gerarchia», padre Molina non ha limitato la carità cristiana, bensì le ha restituito l’ordine, la prudenza e il realismo che l’emotività dei media troppo spesso le sottrae.

 

NOTE

1) Theologica, IIa-IIae, q. 26 e q. 31

2) Laurent Dandrieu, Église et immigration : le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, Parigi, Presses de la Renaissance, 2017.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immigrazione

Legge anti-burqa in Portogallo

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Il presidente portoghese António José Seguro ha firmato ufficialmente una normativa che vieta gli abiti atti a coprire il viso negli spazi pubblici, un provvedimento che pare rivolto in modo particolare ai veli islamici integrali come il burqa e il niqab, il velo presente nella tradizione araba.   Intervenendo sul dibattito interno, il presidente Seguro ha contestualizzato la scelta in chiave di relazione tra le persone, dichiarando: «Il volto dovrebbe essere considerato un elemento centrale dell’identità e della comunicazione umana.» Ciononostante, l’ex leader del Partito Socialista ha ammesso il carattere controverso del divieto, riconoscendo che si tratta di una questione di grande delicatezza culturale e sociale.   La legge ha trovato ampio sostegno tra i politici di destra del Paese ed è stata soprannominata «legge del burqa» dai media portoghesi. È stata approvata dal Parlamento a luglio con i voti delle forze di destra, mentre la sinistra si è opposta con decisione.

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Il nuovo assetto normativo restringe in modo rigoroso gli indumenti concepiti per nascondere l’identità di una persona negli spazi pubblici. La legge punisce inoltre l’imposizione a coprirsi il volto per motivi di sesso, religione o età. Chi viola le regole rischia multe comprese tra 150 e 3.000 euro.   Restano però alcune eccezioni. L’uso di coperture del viso come mascherine mediche, attrezzature professionali o artistiche e abbigliamento per condizioni meteorologiche estreme rientra tra i casi previsti dalla normativa.   La questione del velo integrale islamico ha seguito percorsi molto diversi nei principali Paesi europei. La Francia è stata la prima nazione del continente a introdurre un divieto vero e proprio: la legge del 2010, entrata in vigore nell’aprile 2011, vieta «la copertura del volto negli spazi pubblici» e colpisce sia il burqa che il niqab, con multe fino a 150 euro.   La norma fu contestata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per presunta violazione della libertà religiosa, ma nel 2014 i giudici di Strasburgo ne confermarono la legittimità, giudicandola proporzionata all’obiettivo di preservare il «vivere insieme» dei cittadini francesi.   La Germania ha scelto invece una strada più graduale e circoscritta. Nel 2017 il Parlamento tedesco ha approvato un divieto solo parziale, limitato ai pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni — tra cui addetti elettorali, personale militare e giudiziario — senza mai arrivare a un divieto generalizzato come quello francese.   In Gran Bretagna, invece, non esiste alcuna legge nazionale che vieti il velo integrale. Il tema torna periodicamente nel dibattito politico, ma finora si è preferito lasciare la materia a regolamentazioni locali o settoriali, per esempio in scuole, tribunali o aeroporti, piuttosto che introdurre un divieto generale.   A livello di Unione Europea non esiste una normativa comune sul tema, che resta di competenza esclusiva dei singoli Stati membri. Come riportato da Renovatio 21, nel 2023, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) aveva stabilito che i datori di lavoro governativi possono vietare l’uso di abiti religiosi nell’interesse di mantenere un «ambiente amministrativo del tutto neutrale».   Oltre a Francia e Belgio, che hanno adottato un divieto totale, altri Paesi come Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Bulgaria hanno introdotto negli anni successivi divieti parziali o totali, mentre molti altri non regolano affatto la questione.   Il caso italiano merita un discorso a parte, perché l’Italia non ha mai adottato una legge specifica sul burqa. Il vuoto normativo viene colmato applicando la legge 152 del 1975, nata in un contesto di lotta al terrorismo, che vieta di indossare maschere o caschi in luogo pubblico allo scopo di evitare l’identificazione da parte delle forze dell’ordine. Questa norma è stata più volte utilizzata, soprattutto da amministrazioni locali del Nord Italia, per multare donne che indossavano il velo integrale, come in casi noti a Novara e in un comune in provincia di Como.

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La Lega Nord tentò in seguito di modificare la legge del 1975 per estendere esplicitamente il divieto agli «indumenti indossati per motivi di affiliazione religiosa», eliminando la clausola del «giustificato motivo» che alcuni tribunali avevano invocato per ammettere eccezioni di carattere religioso. Nel 2011 una commissione parlamentare approvò anche un disegno di legge che prevedeva multe salate e la reclusione per chi obbligasse una donna a coprirsi il volto, ma l’iter legislativo non si concluse mai con l’approvazione di una legge nazionale organica.   L’Italia resta dunque, ancora oggi, priva di un divieto esplicito e generalizzato, gestendo la materia attraverso ordinanze comunali e la vecchia normativa antiterrorismo del 1975, che vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici – ciò porta dunque ad un divieto di portare il velo integrale come un casco. Seguendo tale legge, in passato amministratori locali hanno varato ordinanze che impedivano al livello locale l’uso velo integrale o il burkini, ossia il «costume da bagno islamico».   L’hijab è un copricapo diffusamente indossato in tutto il mondo musulmano; secondo la shari’a, esso costituisce la copertura minima raccomandata per uomini e donne, poiché dovrebbe coprire i capelli e nascondere la fronte, le orecchie e la nuca. Al contrario, il niqab, più comune in Egitto e nel Vicino Oriente, copre interamente il viso, lasciando visibili solo gli occhi. Il burqa, principalmente utilizzato in Afghanistan e di colore azzurro, si differenzia dal niqab per la presenza di una mascherina grigliata che copre completamente gli occhi.

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