Politica
Tucker Carlson: Putin è il «leader più popolare al mondo»
Il presidente russo Vladimir Putin è il leader più popolare al mondo, ha dichiarato il giornalista statunitense Tucker Carlson in un’intervista a RTVI US.
Al di fuori dell’Europa occidentale, del Canada e dell’«anglosfera», è quasi impossibile trovare qualcuno che non apprezzi Putin, ha affermato Carlson alla rete.
«È di gran lunga il leader più popolare al mondo», ha detto Carlson, spiegando che la ragione principale della popolarità globale di Putin risiede nel fatto che ha «posto gli interessi del suo Paese al di sopra dei propri in molti modi, diversamente da quanto fanno i leader occidentali».
🇺🇸🇷🇺 “Putin is one of the most popular leaders in the world” — Tucker Carlson
“Wherever you go, you won’t meet anyone who doesn’t like Putin. Putin is like a global celebrity. I travel a lot, I know what I’m talking about” pic.twitter.com/YguN7ZbXL2
— Lord Bebo (@MyLordBebo) October 27, 2025
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Alla domanda se la sua visione del mondo di Putin fosse cambiata dopo l’intervista del febbraio 2024, Carlson ha rivelato di essere rimasto sorpreso nello scoprire che il presidente russo «in realtà apprezza l’Occidente» e probabilmente gli piace «molto più di chiunque altro potrebbe potenzialmente sostituire Putin».
Nell’intervista a RTVI US, Carlson ha anche sostenuto che Stati Uniti, Europa occidentale e la maggior parte del mondo industrializzato sono «in una fase di declino», mentre la Russia sta vivendo una «rinascita spirituale» e si presenta come un Paese prospero con «un senso di autostima e uno scopo». Ha ipotizzato che questo sia uno dei motivi per cui l’Occidente «la odia così tanto» e vuole distruggerla.
RTVI US è una filiale di RTVI (Russian Television International), una rete televisiva in lingua russa finanziata privatamente con sedi a Mosca e New York.
A luglio, Carlson aveva dichiarato al tabloide tedesco Bild che, sebbene Putin avesse fatto un «ottimo lavoro per la Russia», i leader occidentali stavano deludendo i loro popoli.
«Il vostro Paese sta andando in rovina, la Russia sta salendo. Dovreste essere arrabbiati con i vostri leader. Invece, siete arrabbiati con Putin», aveva detto al giornale.
Carlson aveva poi accusato i funzionari tedeschi di attaccare Putin e la Russia per distogliere l’attenzione dai problemi economici e migratori interni.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Politica
Immagini dagli scontri tra polizia e manifestanti anti-Olimpiadi
Flares fired at police and media in Milan as anti-Olympics protests spread
Thousands marched past Olympic Village opposing Milano Cortina 2026 Italy passed preventive detention decree 🅱️efore the Games opened Protesters say public funds burned on Olympics instead of healthcare pic.twitter.com/2XYDvi5L7R — Boi Agent One (@boiagentone) February 7, 2026
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Politica
Note sulla campagna elettorale giapponese
Purtroppo non ci sono candidati in costume fallico ad allietare la campagna elettorale di queste settimane. La premiera nipponica Takaichi (o chi la guida) ha deciso di optare per le elezioni anticipate in modo da sfruttare quel po’ di popolarità racimolata nei suoi primi mesi a capo del governo per ottenere una maggioranza più solida.
La Takaichi era stata scelta come prima premier donna del Paese in un’affrettata manovra cosmetica da parte del partito liberal-democratico (Jiminto), che tentava di salvare il salvabile dopo che una tornata elettorale andata male vedeva il partito storicamente egemone sorpassato a destra da formazioni politiche con un messaggio marcatamente populista/identitario/patriottico, o come dir si voglia.
Quindi il Jiminto da una bella riverniciata alla baracca: la lidera femmina per darsi un tono moderno e la retorica nazionalista per rincorrere l’elettorato conservatore in fuga.
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Il primo risultato ottenuto è stato quello di fare saltare la storica coalizione di governo con il partito della Soka Gakkai, il Komeito – detestato da tutti i giapponesi non appartenenti alla summenzionata corrente buddhista. Nota a margine: considerati i forti legami del Jiminto con la chiesa del reverendo Moon e la matrice buddhista del Komeito, la superlaicità dello Stato giapponese tanto strombazzata dalla costituzione pare davvero una barzelletta.
Il suddetto Komeito si è prontamente fuso con un altro partito di centro, formando una coalizione che pare avere l’unico obbiettivo di non perdere poltrone in parlamento, chè a lavorare si fa fatica.
Le iniziative del governo Takaichi sono state perlopiù misure arbitrarie prese un po’ a casaccio nei confronti degli stranieri residenti in Giappone, in modo da sfruttare il malcontento generale della popolazione nei confronti degli stranieri.
Uso il termine stranieri e non immigrati per un motivo ben preciso: il giapponese medio non distingue più di tanto tra immigrati e turisti, percepisce soltanto la presenza in numero crescente di stranieri nel Paese come fonte di disagio e inquietudine.
La crescita esplosiva dell’afflusso di turisti in Giappone, 42 milioni nell’anno appena trascorso, e la gestione contraddittoria del fenomeno da parte dell’autorità sono infatti qualcosa con cui i giapponesi convivono sempre più malvolentieri.
A questo si aggiunge una popolazione di immigrati che ha quasi raggiunto la cifra di quattro milioni, immigrazione legata soprattutto a una forte richiesta di manodopera da parte di un Paese in piena crisi demografica. Detta crisi è parte del programma, o forse solo degli slogan, di tutti i partiti in lizza per queste elezioni.
Questi sono alcuni dei temi che avevano portato al grande successo del partito Sanseito, il cui patriottismo costruttivo e tutt’altro che xenofobo (checchè ne dicano gli zombi sinistrorsi), mi aveva abbastanza conquistato.
Spiace però vedere come la campagna elettorale del partito di Sohei Kamiya sia stata davvero sottotono, con toni di apertura nei confronti del governo Takaichi che fanno sospettare il timore di una fuga di voti verso il Jiminto riverniciato coi colori del populismo moscio moscio che tanto piace in quest’epoca.
Il Sanseito ha abbandonato lo slogan anglogiapponese «Nihonjin first» (prima i giapponesi), per un più pacato «Hitorihitori ga Nihon» (ひとりひとりが日本 traducibile più o meno come “ognuno di noi è il Giappone”) che nella versione inglese troneggia sui manifesti come «I am Japan».
Personalmente, sogno un Giappone guarito da questo provincialismo da colonia, dove l’inglese usato a capocchia per fare i cosmopoliti finisca giù per lo scarico di uno scintillante cesso della Toto.
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In ogni caso, i governi in Giappone durano in genere un anno o poco più, quindi mi sa che la Takaichi finirà nel dimenticatoio presto.
Nota di colore riguardo al governo Takaichi: alcune delle posizioni più dure riguardo agli stranieri in Giappone sono quelle della giovane ministra Kimi Onoda.
La Onoda è nata negli Stati Uniti da madre giapponese e padre statunitense che ha abbandonato la famiglia quando la futura ministressa aveva solo due anni e la madre era nuovamente in dolce attesa. L’esperienza, indubbiamente terribile, forse ha segnato la signorina Onoda in maniera indelebile, dal momento che la stessa ha dichiarato di essere sposata con il Giappone e di essere interessata soltanto a relazioni con uomini a due dimensioni (leggi: personaggi di videogiochi e fumetti).Non intendo prendermi gioco del dolore e delle ferite che una persona ha provato nella sua vita, ma non credo che questo sia il profilo psicologico di una persona a cui affidare le sorti di una nazione.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 da Tokyo
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Politica
Trump appoggia il «vero amico» Orban in vista delle elezioni in Ungheria
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