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Alimentazione

Shock alimentare mondiale: i raccolti potrebbero diminuire del 50%

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Yara International, che opera in più di 60 paesi, acquista notevoli quantità di materie prime essenziali dalla Russia.

 

Il capo di Yara, Svein Tore Holsether, ha dichiarato alla BBC:

 

«Eravamo già in una situazione difficile prima della guerra… e ora c’è un’ulteriore interruzione delle catene di approvvigionamento e ci stiamo avvicinando alla parte più importante di questa stagione per il Nell’emisfero settentrionale, dove molto fertilizzante deve spostarsi, e molto probabilmente ne risentirà».

 

«Per me, non è se stiamo entrando in una crisi alimentare globale» ha aggiunto Holsether. «Questa è la dimensione della crisi».

 

La Russia non è solo produttore di circa il 15% dei fertilizzanti in tutto il mondo, ma anche enormi quantità di nutrienti, come potassio e fosfato, ingredienti chiave nei fertilizzanti.

 

«Metà della popolazione mondiale riceve cibo grazie ai fertilizzanti… e se viene rimosso dal campo per alcune colture, [la resa] diminuirà del 50%» dice Holsether.

 

In effetti, Yara è tra i grandi cartelli multinazionali dei fertilizzanti che avevano fortemente aumentato i prezzi dei fertilizzanti, fuori dalla portata di molti agricoltori, prima che la Russia facesse qualsiasi mossa militare contro l’Ucraina.

 

Anche altre società del cartello avevano ottenuto dazi penali imposti alla Russia, così come alle esportazioni di fertilizzanti di molti altri Paesi.

 

Lo shock alimentare ha tuttavia anche altri fronti.

 

La siccità sta ora coprendo il 59% degli Stati Uniti e del Messico settentrionale. L’AgWeb Farm Journal del 6 marzo ha citato Brad Rippey, un meteorologo del Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti: «La cintura di grano è di gran lunga la preoccupazione più grande. Se guardi alle condizioni delle colture nelle aree in cui le colture stanno iniziando a crescere attivamente, è assolutamente terribile».

 

Rippey sostiene che che le condizioni sono pessime dal Kansas al Texas, sia per il grano che per l’erba dei pascoli.«In Texas, tre quarti del raccolto di grano invernale sono classificati in pessime condizioni. Quasi la maggior parte dei pascoli e dei pascoli, il 69% attualmente è valutato da molto povero a povero e l’umidità del suolo in Kansas, Oklahoma e Texas. Almeno il 75% da molto corto a corto alla fine di febbraio».

 

Anche il grano cinese è in calo. Il 7 marzo il ministro dell’agricoltura e degli affari rurali Tang Renjian ha dichiarato alla stampa che il raccolto invernale di grano in Cina a giugno/luglio sarebbe stato negativo.

 

«Non molto tempo fa siamo andati alla base per fare un sondaggio e molti esperti e tecnici agricoli ci hanno detto che le condizioni delle colture quest’anno potrebbero essere le peggiori della storia», ha dichiarato secondo Reuters.

 

«La produzione di grano di quest’anno deve davvero affrontare enormi difficoltà».

 

Si stima un calo del 20% rispetto al raccolto di grano invernale dello scorso anno, riporta EIR.

 

David Beasley del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha scritto in un editoriale sul Washington Post l’8 marzo che «la guerra in Ucraina potrebbe lasciare centinaia di milioni di persone affamate in tutto il mondo. Tra il 2019 e oggi, il numero di persone sull’orlo della carestia è passato da 27 milioni a 44 milioni. Altri 232 milioni di persone sono solo un passo indietro rispetto a quella categoria. Il Programma alimentare mondiale ha aiutato circa 128 milioni di queste persone l’anno scorso con denaro e assistenza alimentare. Questi numeri sono alimentati da conflitti, cambiamenti climatici, COVID-19 e ora, sempre più, dai costi».

 

 

 

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Alimentazione

Mucche con il pannolone contro il riscaldamento globale?

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L’emittente Fox News ha mandato in onda un servizio che sostiene che potrebbero essere in programma mascherine e pannoloni per i bovini, i cui gas, come noto, sono considerati uno dei driver del Cambiamento Climatico – e di qui la spinta ad abbandonare l’alimentazione a basa di manzo per passare a quella a base di insetti.

 

«Non indosserò una mascherina. Non permetterò alle mie mucche di indossare una maschera» diceva in un collegamento TV un’allevatrice del Tennessee, la quale aveva sperimentalmente piazzato una mascherina su una delle sue mucche durante l’intervista per testare la teoria, ma spiegava «non ce l’ha» e «fa fatica a respirare».

 

Secondo Fox sarebbe coinvolto un grande gruppo caseario internazionale, tuttavia nel documento di impegno di riduzione delle emissioni di metano scritto pubblicato a gennaio dalla multinazionale non si fa menzione di sistemi di contenimento di rutti e venti prodotti dai ruminanti. La notizia quindi viene rubricata da Renovatio 21 sotto la categoria «Satira», ma fino ad un certo punto.

 

Il bestiame, in particolare mucche e bovini, produce metano, ritenuto dalla vulgata mainstream un pericoloso gas serra che riscalda l’atmosfera, come parte del loro normale processo digestivo.

 

Il conduttore della trasmissione Tucker Carlson ha quindi chiesto alla mandriana se sarebbe stato fattibile mettere un pannolino su una mucca e si è chiesto se l’intera faccenda fosse uno scherzo. «Penso che queste persone siano andate fuori. Non è possibile che io metta un pannolino sulla mia mucca», replicava la cowgirla.

 

Ad ogni modo qui a Renovatio 21 avevamo preparato l’immagine, che vedete qui sopra. Ne siamo abbastanza fieri.

 

 

 

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Alimentazione

Atroce inverno in Afghanistan

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Un altro inverno massacratore in Afghanistan, a ennesima dimostrazione della catastrofe portata dagli USA in quelle terre.

 

In seguito alla recente sospensione dell’attività delle ONG e degli aiuti umanitari all’Afghanistan, presumibilmente in risposta a un giro di vite talebano contro le donne, il brutale inverno in Afghanistan è ora diventato un vero e proprio genocidio.

 

Le temperature a Kabul sono scese fino a -21° Celsius, (-6° F), con grandi tempeste di neve e vento che hanno colpito parti del paese.

 

A causa delle sanzioni occidentali applicate all’Afghanistan, il carburante è difficile da trovare, e ancora più difficile da permettersi.

 

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, ora ci sono oltre 28 milioni di afghani, più della metà della popolazione, in qualche forma di bisogno, in aumento anche rispetto allo scorso anno. Come ha detto un residente ad Al Jazeera: «Se compriamo carbone e legna, non saremo in grado di comprare cibo».

 

Al Jazeera illustra la crisi con video e interviste ai cittadini che quest’inverno stanno lottando per l’acquisto di combustibile per il riscaldamento. Invece di combustibili costosi (legna o carbone) cercano rifiuti da bruciare in casa per riscaldare le loro case.

 

L’intervistato dal canale qatariota dice che la stufa «non si scalda mai abbastanza perché non possiamo permetterci nemmeno un po’ di legna. Di solito uso plastica e carta scartate, che non durano molto a lungo», ha detto la madre di due figli.

 

«Questo è l’inverno più freddo della mia vita e non so come sopravviveremo senza cibo o calore».

 

Come riportato da Renovatio 21, gli Stati Uniti di Biden stanno trattenendo 7 miliardi di fondi propri degli afghani.

 

Secondo quanto riportato da grandi testate americane vi sarebbe inoltre un traffico di organi, oltre che di figli, con famiglie disperate che vendono per comprare legna e cibo e resistere all’inverno.

 

A inizio 2022 si scrisse che c’erano già 14 mila morti per mancanza di cibo, mentre l’UNICEF denunciava un «mercato di spose bambine di 20 giorni», parte di una tratta di «schiave sessuali» divenuta fiorente.

 

Nell’Emirato degli studenti coranici continua copiosa l’attività violenta della branca locale dell’ISIS, chiamata ISIS-K, che ha bombardato un hotel cinese lo scorso mese.

 

Un mese fa è stato riportato che un patogeno sconosciuto aveva infettato 80 persone uccidendo due bambini nella provincia di Zabul, a Sud del Paese. Bill Gates si è tuttavia offerto di incontrare i vertici talebani per parlare di vaccini.

 

Secondo l’ONU, dall’avvento dei talebani vi sono migliaia di morti e feriti.

 

Nel frattempo, il portavoce dell’Emirato va sui social glorificando la prima supercar talebana, costruita con probabilità coi pezzi di una Toyota Corolla.

 

 

 

 

Immagine da Pxhere

 

 

 

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Alimentazione

In Medio oriente crescono i timori di una crisi alimentare «senza precedenti»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

È quanto emerge dai dati di un sondaggio di al-Monitor e Premise Data in Turchia, Yemen, Iraq, Tunisia ed Egitto. Il 68% dei rispondenti dice di essere in qualche modo «preoccupato» di trovare cibo entro i prossimi sei mesi. I timori maggiori fra i turchi dove il dato sale al 75%. Pesa la guerra russa in Ucraina.

 

 

Crescono i timori di una crisi senza precedenti fra gli abitanti della regione che, mai come oggi, guardano al futuro con incertezza e la paura di non avere denaro sufficiente per l’acquisto di alimenti e materie prime.

 

Almeno questo è quanto emerge da una inchiesta commissionata e pubblicata da Al-Monitor in cinque Paesi arabi sparsi fra Medio Oriente e Nord Africa, secondo cui il 68% degli interpellati si dice «preoccupato» circa la propria capacità di «accesso al cibo».

 

Inflazione e costo delle derrate sono temi sensibili per le popolazioni locali e la ragione principale dietro l’ondata di proteste che hanno contraddistinto le cosiddette Primavere arabe nel 2011. Oggi, secondo gli esperti, a pesare è la guerra russa in Ucraina.

 

L’inchiesta ha riguardato Egitto, Turchia, Yemen, Tunisia e Iraq e ha preso in esame le prospettive nel breve-medio periodo, proiettando lo sguardo ai prossimi mesi in una fase storica in cui secondo la FAO (agenzia ONU per il cibo e l’agricoltura) i prezzi nel 2022 sono cresciuti del 14,3%. Per gli esperti si tratta dell’aumento più consistente mai registrato dagli anni ‘90 ad oggi.

 

Il sondaggio di Al-Monitor e Premise Data ha preso in esame quasi 4.500 intervistati, con un margine di errore del 3% circa, fra il 15 dicembre 2022 e il 10 gennaio 2023. Se finora la maggioranza (62%) ha detto di essere in grado di trovare cibo per fronteggiare le necessità, guardando al futuro cresce la preoccupazione: il 41% è in qualche modo preoccupato e il 27% manifesta «profonda preoccupazione» di riuscire a mettere cibo in tavola entro i prossimi sei mesi.

 

I timori maggiori vengono dai cittadini turchi, dove il 75% nutre una qualche forma di timore più o meno profonda (44% e 31%). A seguire la Tunisia con il 73%, ma la situazione non è certo di molto migliore altrove.

 

Interpellati sull’aumento dei prezzi di cibo e bevande, la grande maggioranza conferma l’escalation con un 46% che parla di prezzi «molto più alti» e il 36% secondo cui sono «in qualche modo più elevati».

 

Da notare il caso dell’Egitto in cui per il 75% dei rispondenti i prezzi sono «molto più alti» e per il 25% sono «un po’ più elevati»; del resto nel Paese dei faraoni l’inflazione a dicembre ha fatto registrare un più 21,9%, in aumento rispetto al 19,2% del mese precedente. E agli aumenti nei generi alimentari si sommano quelli del gas, dell’elettricità e degli alloggi per un quadro complessivo che desta più di un timore per i suoi abitanti, anche per la forte dipendenza (80% circa) dal mercato russo.

 

In Turchia l’inflazione annuale ha raggiunto il massimo degli ultimi 24 anni toccando quota 84,4% a novembre, per scendere al 64,27% a dicembre, ma si tratta di un rallentamento parziale per una congiunzione favorevole legata alla fine dell’anno. I prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati di quasi l’1,9% a dicembre rispetto al mese precedente, mentre l’inflazione su base annua per i generi alimentari è del 78% circa secondo i dati dell’Istituto di statistica turco.

 

In Iraq, dove lo scorso anno soprattutto al sud si sono registrate proteste per l’aumento dei generi alimentari, l’aumento dei prezzi sarebbe da imputare all’invasione russa dell’Ucraina. Per lo Yemen, devastato da una guerra sanguinosa, le organizzazioni internazionali parlano di condizioni che rasentano la carestia mentre il Paese dipende per oltre il 40% dalle forniture di Mosca e Kiev in tema di grano.

 

Non sorprende che la maggior parte dei partecipanti al sondaggio abbia registrato un aumento più significativo nei prezzi del pane proprio nell’ultimo mese, con l’Egitto nella situazione peggiore tanto che il 54% parla di crescita «consistente» dei prezzi.

 

Negli altri Paesi presi in esame questo dato è sempre inferiore al 50% e ciò può essere in parte attribuito al fatto che il consumo pro capite di pane al Cairo oscilla tra 150 e 180 kg, più del doppio della media globale di 70-80 kg.

 

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine da Envato

 

 

 

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