Immigrazione

Relativismo culturale e anarco-tirannia: sikh in ospedale col coltello archiviato dal giudice. Prossima fermata poligamia?

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La Procura della Repubblica di Rovigo ha comunicato di aver richiesto l’archiviazione per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’articolo 131 bis del Codice penale, del procedimento a carico di un cittadino indiano nato nel 1981, indagato per il reato di porto abusivo di armi od oggetti atti a offendere, previsto dall’articolo 4 della legge 110 del 1975.

 

La comunicazione è stata diffusa dal Procuratore della Repubblica di Rovigo che ha ritenuto opportuno chiarire gli sviluppi dell’inchiesta e le ragioni alla base della richiesta avanzata al giudice per le indagini preliminari.

 

La causa di non punibilità per «particolare tenuità del fatto», introdotta dal legislatore nel 2015 con finalità deflattive, presuppone l’accertamento della sussistenza del reato e della responsabilità dell’autore, consentendo tuttavia l’esclusione della punibilità quando la condotta presenti una minima offensività e non abbia carattere abituale. Il relativo provvedimento viene inoltre iscritto nel casellario giudiziale.

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Le indagini erano state avviate dopo che l’uomo si era recato presso l’Ospedale di Adria per la necessità di una prestazione sanitaria, portando con sé un pugnale Kirpan (oggetto sacro che il fedele sikh deve tenere sempre con sé), che aveva tenuto addosso per ragioni religiose anche durante un esame radiografico.

 

La circostanza era stata segnalata dall’ospedale ai Carabinieri di Adria, che, insieme ai militari della Stazione dei Carabinieri di Pettorazza Grimani, avevano proceduto a una perquisizione presso la residenza del soggetto indagato.

 

Nel corso dell’attività era stato rinvenuto e sequestrato il pugnale in questione, caratterizzato da una lama della lunghezza di 7 centimetri. Secondo quanto riferito dallo stesso indagato alla polizia giudiziaria, l’arma era detenuta per ragioni religiose. Dalla perquisizione, è stato fatto sapere, non era emersa la disponibilità di ulteriori armi né di altri oggetti illeciti.

 

La richiesta di archiviazione per particolare tenuità del fatto è stata motivata dalla Procura considerando il limite edittale della pena, la limitata offensività della condotta, il mancato utilizzo del pugnale per finalità minacciose o aggressive e l’assenza di precedenti penali o di polizia a carico dell’indagato.

 

Tutti questi elementi, secondo la Procura della Repubblica di Rovigo, consentono di richiedere al GIP l’archiviazione per particolare tenuità del fatto prevista dall’articolo 131 bis del Codice penale. La norma prevede infatti che, per i reati per i quali la pena detentiva non è superiore nel massimo a cinque anni, la punibilità possa essere esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, comma 1, del Codice penale, l’offesa risulti di particolare tenuità e il comportamento non sia abituale.

 

Contestualmente, la Procura di Rovigo ha richiesto al GIP anche la confisca e la distruzione del pugnale, in quanto corpo del reato.

 

L’archiviazione per «particolare tenuità del fatto» nel caso del kirpan portato in ospedale ad Adria è, formalmente, una scelta processuale. La Procura di Rovigo riconosce il reato di porto abusivo di oggetto atto a offendere, chiede la confisca del pugnale, ma ritiene l’offesa così lieve da non meritare pena.

 

Tuttavia, il messaggio che arriva fuori dal palazzo di giustizia è un altro: in certi luoghi e per certe appartenenze la legge ordinaria si piega. Il tutto in un contesto dove la violenza da coltello immigrata è un pattern riconoscibile in tutta Europa.

 

Il kirpan non è un souvenir, né un crocifisso. È un’arma da taglio: un cittadino italiano che entrasse al pronto soccorso con un coltello da 7 centimetri, invocando tradizione familiare o «uso personale», non otterrebbe probabilmente  la stessa indulgenza. Il fenomeno è chiamato relativismo culturale: il principio secondo cui le regole comuni valgono meno quando chi le viola può esibire un’identità collettiva. Non si tratta più di tolleranza, ma della formazione una gerarchia implicita tra chi deve obbedire alla norma e chi può negoziarla.

 

Il problema è perfino più vasto di così, e riguarda addirittura le fondamenta dello Stato: l’idea che avanze è che l’immigrazione debba importare non solo persone, ma eccezioni al monopolio statale della violenza e della sicurezza negli spazi pubblici. Il termine che usiamo su Renovatio 21 è quello coniato dallo scrittore americano Sam Francis un quarto di secolo fa: anarco-tirannia.

 

Quella dei sikh è forse tra le comunità immigrate più tranquille in Italia, i suoi fedeli sono apprezzati lavoratori nelle costruzioni e nella lattoneria. Tuttavia non sono mancati, negli anni, elementi di violenza, forse anche all’interno della divisione interna tra i lealisti e i secessionisti, quelli che vogliono il Khalistan, uno stato indipendente, staccato del tutto dall’India. Lo scontro è tracimato, nel sangue, nel caos e fra gli incidenti diplomatici, in tutto il mondo, specie in Canada. Anche l’Italia, alcune cronache sembrano indicare, si sono avute tensioni.

 

Il kirpan è stato protagonista di recente del caso che ha incendiato la Gran Bretagna, l’assassinio del giovane Henry Nowak, accoltellato da un sik che poi, con tutta la famiglia, disse alla polizia che il «bianco» gli aveva rivolto commenti razzisti. La polizia arrestò Nowak, che morì dissanguato sul posto. Risultò quindi che niente di quanto detto dai sikh era vero. Il caso ha scosso l’opinione pubblica britannica al punto da creare proteste di massa violente.

 

Nel Punjab, ricordiamo, negli scorsi anni fu attaccata dai sikh una chiesa cattolica. La parrocchia, a 50 chilometri dalla capitale Amritsar, fu oggetto di vandalismi e violenze da parte di una setta detta dei nihang che aveva preso di mira i cristiani per le conversioni dicendo di voler «passare all’azione», cioè esattamente come fanno gli estremisti indù dell’hindutva.

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Lasciando da parte i sikh per un momento, l’episodio rodigino ci fa capire che la stessa logica si estenderà senza sforzo alla poligamia.

 

In Italia il matrimonio è monogamico. In alcune comunità provenienti da Paesi in cui la poligamia è lecita o tollerata, la pratica esiste di fatto: una moglie «ufficiale» e altre unioni religiose o sociali. Finché lo Stato dice che il kirpan in corsia è un fatto tenue perché «religioso e non abituale», diventa più difficile spiegare perché un secondo o terzo vincolo familiare dovrebbe restare inaccettabile.

 

Anche lì si potrà dire: non c’è violenza manifesta, non c’è precedente, è cultura, è fede, l’offesa all’ordine giuridico è minima. Il relativismo non si ferma al coltello. Si applica a tutto ciò che una minoranza definisce identitario.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa è emerso che gli atti matrimoniali ufficiali possono finire per assorbire la shari’a – la legge islamica – rendendo accettata dall’ordinamento italiano la poligamia.

 

Tuttavia neanche quello sarà la fine: matrimoni con bambine di dieci anni, matrimoni tra consanguinei, infibulazioni… lo Stato moderno, che è intriso di relativismo e ancora più profondamente di Necrocultura, non si fermerà mai nella sua corsa di distruzione della civiltà.

 

Del resto, questo è il compito stesso dell’arma migratoria: non integrare gli stranieri, ma disintegrare la civiltà, e l’umanità in generale

 

 

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Immagine di Hari Singh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Generic

 

 

 

 

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