Morte cerebrale
Persone «cerebralmente morte» vengono utilizzate come topi da laboratorio per trapianti di organi animali geneticamente modificati
Renovatio 21 traduce e ripubblica questo articolo della dottoressa Heidi Klessig apparso su LifeSiteNews.
In una preoccupante violazione dei diritti umani, gli scienziati cinesi hanno recentemente utilizzato un uomo di 39 anni «in morte cerebrale» come ospite per lo xenotrapianto, impiantandogli un polmone di un maiale geneticamente modificato.
I ricercatori cinesi hanno riferito sulla rivista Nature Medicine che l’uomo è rimasto emodinamicamente stabile per tutta la durata dell’esperimento: «durante tutto il periodo postoperatorio, i parametri fisiologici ed emodinamici dinamici sono rimasti stabili, indicando la stabilità fisiologica e l’omeostasi del ricevente per un periodo di osservazione di 216 ore».
Secondo un servizio giornalistico, l’uomo «morto» ha vissuto per nove giorni producendo anticorpi contro l’organo estraneo prima di morire:
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«Tuttavia, 24 ore dopo il trapianto, il polmone mostrava segni di accumulo di liquidi e danni, probabilmente dovuti inizialmente a un’infiammazione correlata al trapianto. E nonostante al ricevente fossero stati somministrati potenti farmaci immunosoppressori, l’organo trapiantato è stato progressivamente attaccato dagli anticorpi, con conseguenti danni significativi nel tempo».
La quantità di doppi sensi orwelliani in questo resoconto è sconcertante. Come si può mantenere in vita un uomo morto? Come si può mantenere un uomo morto sufficientemente stabile da poter essere utilizzato come cavia per l’impianto di un organo animale? Come si può produrre anticorpi in un uomo morto? Come si può morire di nuovo dopo nove giorni?
La risposta, ovviamente, è che le persone «cerebralmente morte» non sono morte. Hanno un cuore pulsante, assorbono ossigeno e rilasciano anidride carbonica attraverso i polmoni, metabolizzano i nutrienti, eliminano le scorie, combattono le infezioni e rigettano organi estranei. Si comportano esattamente come ci si aspetterebbe che si comportassero le persone con lesioni cerebrali, e non c’è assolutamente alcuna prova che le loro anime se ne siano andate.
Ma queste persone con lesioni neurologiche sono state ridefinite come morte per ottenere legalmente i loro preziosi organi vitali per il trapianto. E proprio perché le persone «cerebralmente morte» sono ancora vive e stabili (ma sono state private dei loro diritti umani), i medici le usano da anni come ospiti di prova per xenotrapianti.
Storicamente, lo xenotrapianto, ovvero il trapianto di organi da altre specie nell’uomo, ha sempre fallito a causa di incompatibilità e rigetto. Nel 2022, un paziente americano è stato il primo a ricevere un trapianto di cuore di maiale geneticamente modificato. Il maiale donatore era stato sottoposto all’eliminazione di alcuni geni suini e all’aggiunta di geni umani per rendere il suo cuore meno probabile da riconoscere come estraneo dal ricevente umano. David Bennett sr. è sopravvissuto 45 giorni prima di morire apparentemente a causa di un virus suino che si è insinuato nel suo nuovo cuore.
Nell’agosto del 2023, due uomini in «morte cerebrale» sono stati utilizzati come cavie per i test, quando i ricercatori dell’Università dell’Alabama e del Langone Transplant Institute della New York University impiantarono chirurgicamente reni di maiale geneticamente modificati nei loro addominali. «Con il consenso informato dei familiari, il defunto ha ricevuto supporto cardiopolmonare in un ambiente di terapia intensiva per tutta la durata dello studio».
Uno di questi uomini indifesi in «morte cerebrale» è stato tenuto in vita come una cavia da laboratorio per oltre un mese, mentre i medici studiavano per quanto tempo avrebbe funzionato il rene xenotrapiantato. Al termine di questi esperimenti, entrambi gli uomini furono sacrificati per l’esame istologico.
L’esperto di etica medica Joel Zivot MD non è rimasto impressionato: «in generale, la correttezza o meno di questo tipo di procedura sono le conseguenze di una serie di scelte morali, finora non segnalate e non esaminate, e includono i problemi della morte cerebrale, della sperimentazione umana, del consenso, del razionamento e dei diritti degli animali». Egli sottolinea che il concetto di «morte cerebrale» ha trasformato le persone in risorse, merci da utilizzare per i preziosi organi vitali che possiedono.
È difficile immaginare che un esperimento di questa natura riceva il consenso non solo della famiglia, ma anche dei comitati di revisione istituzionale e dei comitati etici di questi rispettivi ospedali. Quando il Consiglio Presidenziale di Bioetica ha scritto il suo libro bianco sulla determinazione della morte nel 2008, giustificò moralmente la dichiarazione di morte secondo criteri neurologici («morte cerebrale»), sostenendo che continuare a ventilare e assistere queste persone violava il rispetto dovuto ai defunti. Chiaramente, quel rispetto ora è andato a farsi benedire.
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E la sperimentazione continua. Nel marzo 2024, scienziati cinesi hanno trapiantato il fegato di un maiale geneticamente modificato in un essere umano in «morte cerebrale». I ricercatori dell’azienda Clonorgan Biotechnology di Chengdu hanno rimosso tre antigeni di maiale dall’animale donatore utilizzando la tecnologia di editing genetico e li hanno sostituiti con tre proteine umane.
Il responsabile del team, Dou Kefeng, ha affermato che, poiché le funzioni epatiche sono complesse, i fegati di maiale geneticamente modificati non possono attualmente sostituire completamente i fegati umani. L’esperimento «fornisce una base teorica e dati a supporto dell’applicazione clinica dello xenotrapianto», ha aggiunto. Dopo 10 giorni, l’esperimento è stato interrotto e il paziente è stato sacrificato in modo che il fegato potesse essere studiato.
Siamo pronti a dire basta? Oppure i nostri desideri superano la nostra moralità quando consideriamo i potenziali benefici che tale sperimentazione potrebbe portare?
La «morte cerebrale» non è la morte, ma un costrutto sociale utilitaristico e una finzione giuridica. Le persone «cerebralmente morte» sono ancora vive e meritano di essere trattate come persone, non usate come cavie da laboratorio.
Heidi Klessig
La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.
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Morte cerebrale
Bambino dichiarato morto si risveglia in obitorio. La morte è una decisione tecnica?
L’8 febbraio scorso, mentre milioni di americani seguivano il Super Bowl, nella tranquilla cittadina di Gilbert, alle porte di Phoenix, in Arizona, una famiglia viveva un incubo che rappresenta molto di più di un semplice caso di malasanità.
Il piccolo Vincent Lorenzo Fiordilino, appena diciotto mesi, sfugge al controllo degli adulti durante una festa in giardino. Quando viene ritrovato, galleggia prono nella piscina di casa e nessuno può sapere con certezza per quanto tempo sia rimasto sott’acqua. I familiari iniziano immediatamente le manovre di rianimazione e al contempo allertano i paramedici del servizio di emergenza, i quali arrivano rapidamente sul posto e proseguono i tentativi di rianimazione del piccolo, anche durante il trasporto in ospedale.
Per oltre un’ora medici e infermieri fanno tutto il possibile per salvargli la vita. Poi, poco dopo le 18.00, il medico responsabile interrompe definitivamente ogni manovra rianimatoria e dichiara deceduto il bambino.
Eppure, c’è qualcosa che non convince le persone presenti: la madre osserva il torace di suo figlio e chiede ai sanitari perché continui a sollevarsi, mentre un’infermiera riferisce di percepire ancora il polso. Anche due agenti della polizia di Gilbert, presenti in ospedale, dichiarano di aver visto il torace del bambino sollevarsi ripetutamente come se stesse respirando e invitano il medico a rivalutare la situazione.
La risposta del medico, riportata dalla stampa statunitense, è disarmante: «Lasciatemi lavorare, ho studiato medicina per un motivo».
Per il clinico quei movimenti non hanno alcun significato, sono semplici riflessi respiratori dovuti all’aria insufflata nei polmoni dell’infante durante i ripetuti tentativi di rianimazione. Pertanto, la diagnosi non cambia e alle 19.23 il piccolo viene trasferito nella cella frigorifera dell’obitorio.
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Poco prima di mezzanotte il colpo di scena: gli addetti aprono la porta della camera mortuaria per prendere in consegna il corpo del bambino e si accorgono che respira e il suo cuore pulsa.
Vincent è vivo e viene immediatamente trasferito in elicottero al Phoenix Children’s Hospital, dove i medici riescono a stabilizzarlo. Oggi il bambino sta bene, anche se le conseguenze neurologiche dell’incidente restano ancora tutte da valutare.
Questo fatto di cronaca non riguarda una diagnosi di morte encefalica, ma un evidente errore nell’accertamento del decesso dopo un arresto cardiaco conseguente ad annegamento.
Tuttavia, esso pone una domanda che va ben oltre il singolo errore di valutazione e getta una luce sinistra proprio sul criterio che consente di dichiarare morta una persona sulla base dei soli parametri neurologici: che cos’è, oggi, la morte?
Per secoli essa è stata considerata un evento naturale, non una decisione tecnica. Il medico non «stabiliva» la morte ma la riconosceva, e lo faceva con prudenza, visto che era consapevole del fatto che gli estremi della vita sono avvolti da un certo margine di mistero. La tradizione medica aveva imparato, anche attraverso gli errori, che esistevano le cosiddette morti apparenti.
Per questo motivo non bastavano l’assenza del respiro o del battito cardiaco per certificare l’avvenuto decesso del paziente, ma si attendevano i segni certi della decomposizione: il raffreddamento del corpo, il rigor mortis, le ipostasi cadaveriche. Solo allora la morte poteva dirsi realmente avvenuta.
Quella prudenza non nasceva dall’ignoranza scientifica, ma da una profonda consapevolezza antropologica: finché permane anche un ragionevole dubbio, la vita deve essere sempre presunta.
Negli ultimi decenni questa prospettiva è profondamente cambiata. Con l’introduzione del criterio della morte cerebrale essa non viene più identificata con la disgregazione dell’organismo, ma con la cessazione irreversibile (o presunta tale) di determinate funzioni neurologiche. La morte non appare più come un dato osservabile a posteriori, ma come il risultato di procedure diagnostiche altamente specialistiche e perdipiù non uniformi.
Si tratta di un cambiamento culturale enorme, delle cui conseguenze spesso non ci rendiamo conto. La morte cessa di essere un evento naturale che il medico si limita a riconoscere ma diventa una condizione definita attraverso protocolli, esami strumentali e criteri tecnico-giuridici.
Il caso del piccolo Vincent dimostra che l’accertamento della morte non è mai un’operazione banale e che la medicina continua a confrontarsi con un confine che non può essere ridotto a una semplice procedura amministrativa.
Colpisce soprattutto la sicurezza con cui il medico respinge ogni obiezione: la madre vede il petto del figlio muoversi, un’infermiera afferma di sentire il polso, due agenti di polizia riferiscono di osservare atti respiratori. Eppure, tutto viene ricondotto a fenomeni privi di significato perché è stato seguito pedissequamente il protocollo.
Quanti di questi episodi accadono negli ospedali di tutto il mondo senza che emergano nelle cronache dei giornali? Quante persone vengono dichiarate morte e trattate alla stregua di cadaveri da cui prelevare organi malgrado respirino e reagiscano agli stimoli?
La questione non è più semplicemente se una persona sia realmente morta, ma se siano stati correttamente applicati i criteri previsti dalle linee guida.
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È una differenza che potrebbe sembrare soltanto terminologica, ma in realtà è antropologica. Quando la morte diventa prevalentemente una categoria tecnica, cambia inevitabilmente anche il rapporto tra medicina e persona. La vicenda del bambino dell’Arizona ci ricorda, con una forza quasi drammatica, che la vita continua a sfuggire alle nostre classificazioni e che gli estremi dell’esistenza conservano una dimensione di mistero che nessun protocollo potrà mai eliminare.
La medicina moderna possiede strumenti diagnostici impensabili fino a pochi decenni fa, ma quanto più aumenta il suo potere, tanto più dovrebbe crescere quella virtù che la tradizione chiamava prudenza. Perché quando è in gioco la vita di una persona, il dubbio non dovrebbe mai essere considerato un ostacolo alla tecnica, bensì il suo limite invalicabile.
Eppure, è proprio questo limite che la necrocultura dominante si prefigge di oltrepassare. L’essere umano non viene più riconosciuto come portatore di dignità intrinseca, ma come materia biologica da amministrare e rendere funzionale a obiettivi ritenuti superiori. Quando la vita umana diventa disponibile, ogni confine diventa negoziabile.
Anche quello tra la vita e la morte.
Alfredo De Matteo
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