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Spirito

Né scismatici né disobbedienti

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Di fronte alla profusione di dichiarazioni, articoli e interviste in cui la Fraternità San Pio X viene ritenuta responsabile di una frattura all’interno della Chiesa, di una gravissima disobbedienza nei confronti del Santo Padre, di un vero e proprio scisma, riteniamo opportuno scrivere qualche riga per cercare di fare chiarezza. Il nostro metodo sarà sempre lo stesso: non le impressioni, non i «sentito dire», non le elucubrazioni dell’opinionista di turno, ma la teologia cattolica, attinta alle sue fonti: il Magistero perenne della Chiesa e l’insegnamento dei grandi teologi e canonisti.

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1. La Fraternità San Pio X non è scismatica

Il cardinale Tommaso de Vio (detto il Gaetano, 1469-1534), uno dei più insigni teologi di tutti i tempi, dice esplicitamente: «Disobbedire, anche ostinatamente, al Sommo Pontefice non costituisce uno scisma. Ciò che costituisce uno scisma, è non voler sottomettersi a lui come capo di tutta la Chiesa» (Commento alla Somma Teologica di S. Tommaso, II-II, q. 39, a. 1, n. III).

 

Che differenza c’è fra una disobbedienza semplice, che non comporta scisma, e una disobbedienza con ribellione, che implica mancanza di sottomissione e comporta scisma? Il card. Gaetano lo spiega chiaramente. Io posso disobbedire a un ordine del papa per tre motivi: 1) perché non mi piace o trovo ingiusto ciò che mi comanda; 2) perché penso che ce l’abbia ingiustamente con me; 3) perché non lo riconosco come mio superiore. Nei primi due casi non c’è scisma, nel terzo sì (ibid., n. VII).

 

La differenza è palese. Se non riconosco il papa come mio superiore, non sarò pronto ad ubbidirgli in nessun caso, a prescindere da che cosa mi ordini. Se invece riconosco il papa come mio superiore, posso certo disobbedirgli in questa o quella cosa, ma resto comunque pronto ad obbedirgli, e quindi non sono scismatico. Altrimenti chiunque disobbedisse a un precetto del papa, per esempio rifiutando di digiunare nei giorni previsti o di andare a Messa la domenica, sarebbe scismatico.

 

Il che è assurdo. «Succede spesso, infatti, che uno non voglia eseguire gli ordini del proprio superiore, pur continuando a riconoscerlo come superiore» (ibid.). Questa dottrina del card. Gaetano è seguita da tutti i canonisti e teologi posteriori, senza eccezione.

 

Ora, se si tiene conto dell’atteggiamento della Fraternità e delle dichiarazioni dei suoi superiori, risulta evidente che essa disobbedisce al papa non perché non lo riconosca come proprio superiore, non perché non voglia sottomettersi a lui, ma perché il papa comanda delle cose che la Fraternità non può accettare. Ci troviamo di fronte al caso n. 1 del card. Gaetano. La Fraternità, infatti, recita il nome del papa nella Messa (attestando così che lo riconosce come proprio superiore) e ubbidisce alla Santa Sede nelle materie per le quali non vi sia né certezza né probabilità di modernismo (ad esempio, per le riduzioni dei sacerdoti allo stato laicale, per la richiesta di dispense e grazie che solo il papa può dare, per l’indizione dei giubilei, ecc.) ed è pronta ad ubbidire al papa in tutto, quando egli dia ordini che non suppongono l’adesione alle dottrine moderniste del Vaticano II e del postconcilio.

 

Quindi la Fraternità non è in nessun modo scismatica. È però disobbediente? Si può infatti non essere scismatici, ma gravemente disobbedienti. A questa domanda risponderemo al punto n. 3.

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2. Le consacrazioni episcopali compiute senza mandato apostolico non sono un atto scismatico e non rendono la Fraternità scismatica

Bisogna, innanzi tutto, ricordare che fino al Basso Medioevo, la consacrazione episcopale non era riservata al papa. Ciò significa che, ordinariamente, il papa non nominava i vescovi e neppure confermava la nomina fatta da altri. La riserva papale della nomina o della conferma dei vescovi risale alla fine del XIII sec. e si afferma soltanto a partire dal secolo successivo.

 

Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’antichità, le consacrazioni episcopali avvenivano senza l’intervento del papa, ma non contro la sua volontà. Anche questo non è sempre vero. All’epoca di S. Agostino abbiamo l’esempio di vescovi ordinati come coadiutori di una diocesi che aveva già il proprio vescovo ordinario oppure di vescovi trasferiti da una sede all’altra, contro le prescrizioni dei Concili ecumenici e quindi contro la volontà del papa, che quei Concili aveva approvati. Molti hanno fatto osservare l’irregolarità, ma nessuno ha parlato di scisma. In epoca più recente, nel XII e XIII secolo, abbiamo il caso di vescovi, provenienti soprattutto dagli Ordini mendicanti, che venivano consacrati senza rispettare la regolare procedura canonica, trasgredendo quindi la volontà del papa. Anche in questo caso, la Santa Sede intervenne per mettere ordine, ma nessuno fu trattato da scismatico. Tornerò su questo argomento in un articolo apposito.

 

Da tutto ciò si evince che la riserva al papa della consacrazione episcopale non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. Ciò che è diritto divino, è che il vescovo sia in comunione col papa. Ma abbiamo appena visto al n. 1 che i vescovi della Fraternità, non essendo scismatici, sono, a tutti gli effetti, in comunione col papa.

 

Nessun teologo o canonista (almeno fino al Vaticano II) menziona la consacrazione episcopale senza mandato apostolico tra gli esempi di atti scismatici. Nel diritto canonico tradizionale, fino al 1951, la consacrazione episcopale senza mandato era punita semplicemente con una sospensione: essa, quindi, non era considerata uno scisma, che era sanzionato con la scomunica. Anche dopo il 1951, quando la pena fu aggravata da sospensione a scomunica, nessun teologo o canonista sostenne che qualunque consacrazione episcopale senza mandato costituisse uno scisma. L’idea che la consacrazione episcopale senza mandato sia un atto scismatico è stata formulata per la prima volta in occasione delle consacrazioni di mons. Lefebvre nel 1988, e non ha precedenti nella tradizione canonica o teologica.

 

Da ultimo, si potrebbe forse considerare scismatica o almeno tendente allo scisma una consacrazione senza mandato che avesse la pretesa di conferire al nuovo vescovo il potere di giurisdizione episcopale, cioè che volesse conferirgli il potere di essere a capo di una diocesi e di governare sacerdoti e fedeli. Poiché, secondo la dottrina chiaramente insegnata da Pio VI e Pio XII, il vescovo riceve il proprio potere di giurisdizione non attraverso la consacrazione, ma attraverso la missione canonica del papa (il Vaticano II, invece, insegna il contrario…), pretendere di conferire a un vescovo il potere di giurisdizione contro la volontà del papa sarebbe un’usurpazione dei suoi poteri e quindi tenderebbe verso lo scisma.

 

La Fraternità San Pio X, però, non ha mai avuto la pretesa di conferire ai suoi vescovi il potere di giurisdizione. I vescovi della Fraternità non hanno, in quanto vescovi, nessun potere sui fedeli o sui sacerdoti. Hanno solo il potere d’ordine, quello cioè di amministrare i sacramenti (cresima, ordine sacro) e i sacramentali riservati ai vescovi. Ora, questo potere lo ricevono non dal papa, ma direttamente da Dio, mediante la consacrazione. Di conseguenza, non c’è nessuna usurpazione di un potere proprio del papa e nessuna tendenza allo scisma.

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3. La Fraternità San Pio X non è neppure disobbediente

L’obbedienza, nella dottrina cattolica, non è un assoluto. Neppure quella al Sommo Pontefice. Come insegna San Tommaso, «l’abuso d’autorità può avvenire […] perché ciò che viene comandato dal superiore è contrario al fine per il quale l’autorità è stata istituita, come quando egli ordina un atto peccaminoso, contrario alla virtù che l’autorità è destinata a promuovere e custodire; e in tal caso non solo non si è tenuti a obbedire al superiore, ma si è anche tenuti a non obbedirgli, come i santi martiri affrontarono la morte per non obbedire agli ordini empi dei tiranni» (II Sent., d. 44, q. 2, a. 2). La stessa cosa è insegnata da Leone XIII nell’enciclica Diuturnum illud (29 giugno 1881).

 

Anzi, se l’ordine ingiusto del superiore può costituire un pericolo per la fede, anche la disobbedienza dev’essere pubblica. È sempre San Tommaso che lo afferma: «C’è da dire che, quando vi fosse un pericolo imminente per la fede, anche i prelati dovrebbero essere ripresi pubblicamente dai loro sudditi. Per questo S. Paolo, che era sottoposto a S. Pietro, lo rimproverò pubblicamente a motivo dell’imminente pericolo di scandalo riguardo alla fede. E, come dice la Glossa, riferendo le parole di S. Agostino, a commento del II capitolo dell’Epistola ai Galati, “Pietro stesso offrì ai superiori un esempio: che, qualora si fossero allontanati dalla retta via, non disdegnassero di essere corretti anche da coloro che sono loro inferiori”» (Summa theologiae, II-II, q. 33, a. 4, ad 2).

 

Il grande teologo domenicano Juan de Torquemada (1388-1468) sintetizza quanto abbiamo detto finora, dicendo: «Se il Romano Pontefice comanda qualcosa che è di per sé cattivo, cioè contrario alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime, in tali casi la separazione dal Romano Pontefice mediante la disobbedienza non è illecita e, di conseguenza, non deve essere chiamata scisma» (Summa de Ecclesia, l. IV, p. I, c. 1). Non si potrebbe essere più chiari. E, lo ripetiamo, non si tratta della dottrina di un teologo isolato, ma dell’insegnamento unanime di tutti.

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4. La Fraternità ha agito rettamente a causa dello stato di necessità in materia di fede

Ora, si può dire che l’ordine del papa al quale la Fraternità ha rifiutato di obbedire sia «di per sé cattivo» o addirittura «peccaminoso»? Dopo tutto, rinunciare a delle consacrazioni episcopali non è un atto cattivo. Di conseguenza, decidendo di procedere comunque, la Fraternità forse non è caduta nello scisma, ma ha comunque commesso un atto gravissimo di disobbedienza.

 

Rispondiamo che l’atto di rinunciare a delle consacrazioni episcopali, preso in sé e astrattamente, non è cattivo; se invece lo consideriamo nelle sue circostanze attuali e concretamente, allora è cattivo e peccaminoso. Nella situazione presente della Chiesa, se la Fraternità San Pio X non avesse proceduto alle consacrazioni del 1° luglio, si sarebbe trovata di fronte a un dilemma: o scomparire, o accettare, almeno di fatto, la nuova liturgia e le false dottrine del Vaticano II e del postconcilio.

 

Senza le consacrazioni del 1° luglio, la Fraternità, fra qualche anno, sarebbe rimasta priva di vescovi, per morte naturale di coloro che attualmente rivestono questa carica. Senza vescovi, niente ordinazioni sacerdotali e quindi, a lungo andare, niente Messa tradizionale, niente sacramenti tradizionali, niente insegnamento della dottrina cattolica nella sua integralità. L’unica alternativa sarebbe stata quella di chiedere dei vescovi a Roma, oppure di far ordinare i sacerdoti da vescovi diocesani oppure ancora di mandare i fedeli dai sacerdoti delle parrocchie.

 

In ciascuna di queste alternative, sarebbe stato necessario accettare, almeno di fatto, le false dottrine del Concilio e del postconcilio. Lo vediamo anche ora. Il Dicastero della Dottrina della Fede, in appendice al decreto di scomunica pubblicato il 2 luglio, impone a tutti coloro che vogliono tornare «in comunione con Roma» di firmare un formulario nel quale si dichiara di accettare il Vaticano II nell’interpretazione data dal Magistero attuale e ci si impegna a non criticare mai gli insegnamenti del papa.

 

Di conseguenza, senza le consacrazioni episcopali, la Fraternità sarebbe stata costretta ad accettare dottrine come la libertà religiosa, l’ecumenismo, la collegialità, l’illiceità della pena di morte, la possibilità che due divorziati risposati ricevano la comunione o che una coppia omosessuale venga benedetta; o almeno ad accettarle di non criticarle pubblicamente. Si capisce, dunque, che l’ordine del papa, considerato nelle sue circostanze concrete, comanda un atto che è cattivo in sé e peccaminoso, poiché non è mai lecito accettare o rinunciare a criticare ciò che va contro la fede.

 

A questo riguardo, è bene ricordare che le posizioni dottrinali della Fraternità non sono opinioni. Non sono preferenze, sensibilità, gusti. Sono la dottrina cattolica, insegnata in modo definitivo dal Magistero ecclesiastico di sempre. Basta leggere gli atti di tutti i Papi e di tutti i teologi preconciliari per rendersene conto. Non è possibile rinunciarvi, perché fanno parte del patrimonio della fede. Quando il papa ci chiede il contrario, è chiaro che il suo ordine, come dice Torquemada, è contrario «alla legge divina, alla fede o alla salvezza delle anime». E quindi non solo possiamo, ma dobbiamo disobbedirgli.

 

Rispondiamo a un’ultima obiezione: «voi non siete nessuno per dire che alcuni insegnamenti del Concilio e del postconcilio si oppongono alla dottrina tradizionale: questo giudizio spetta solo all’autorità suprema, cioè al papa». Ma, se così fosse, che senso avrebbero le parole di Torquemanda e di tutti gli altri teologi, i quali affermano che qualunque cristiano ha il diritto di disobbedire al papa quando questi comanda qualcosa di oggettivamente cattivo?

 

Quando Alessandro VI, sotto pena di scomunica, proibì alla sua amante Giulia Farnese di abbandonare la convivenza con lui e di ricongiungersi al legittimo sposo, ella era forse tenuta ad obbedirgli, perché non spettava a lei giudicare la conformità degli atti papali con la legge divina? E ancora: quando i cattolici conservatori si oppongono alla comunione ai divorziati risposati o all’approvazione degli atti omosessuali, usurpano forse un potere che compete solo al papa?

 

In conclusione, la Fraternità non è né scismatica né disobbediente. Le scomuniche lanciate contro di essa non hanno nessun effetto, perché, laddove non c’è delitto, non ci può essere neppure la pena corrispondente. La ferita c’è, ma non siamo noi ad averla causata.

 

Siamo fiduciosi, anzi, siamo certi – in virtù delle promesse che Gesù ha fatto alla sua Chiesa – che un giorno le autorità della Chiesa torneranno all’autentica dottrina cattolica e riconosceranno la nostra completa innocenza.

 

Don Daniele Di Sorco

FSSPX

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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Spirito

La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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 Immagine screenshot da YouTube  
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