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Mons. Viganò: «la Santa Sede stessa è ora lo strumento istituzionale degli eretici che la hanno occupata»

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Renovatio 21 pubblica la traduzione dell’intervista rilasciata da monsignor Carlo Maria Viganò alla testata statunitense Catholic Family News.

 

Nella sua nuova dichiarazione (qui), Lei distingue la «Chiesa conciliare» dalla Chiesa cattolica in modo tale da affermare che ci sono «due Chiese, certamente», mentre in passato (qui) ha affermato che: «Ovviamente non ci sono due Chiese, cosa che sarebbe impossibile, blasfema ed eretica». Sembra quindi che la sua posizione sia cambiata. Ora ritiene che la «Chiesa conciliare» sia completamente separata dalla Chiesa cattolica, piuttosto che una setta sovversiva che esiste all’interno della vera Chiesa?

La mia posizione non è cambiata: vi è una sola vera Chiesa, ed è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Ma vi sono di fatto due realtà sovrapposte, per così dire, di cui una è la vera Chiesa, appunto; e l’altra è la falsa chiesa, la deep church. Se presta attenzione, nella mia dichiarazione J’accuse ho espressamente scritto «two churches» con l’iniziale minuscola, a sottolineare l’anomalia di questa compresenza.

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Cosa c’è di nuovo in questa setta rispetto alle altre che nel corso della storia hanno messo in discussione i dogmi della Chiesa?

La Chiesa si è confrontata con mille eresie nel corso dei secoli. Gli eretici sostenevano di avere «scoperto» la vera dottrina e accusavano la Chiesa di aver errato, sottraendosi alla sua autorità. La Chiesa, dal canto suo, condannava l’eresia e gli eretici erano allontanati dal corpo ecclesiale. Continuavano a fare danni, ma almeno era chiara la loro separazione dalla Chiesa Cattolica e i fedeli si tenevano lontano da essi.

 

Questa volta invece abbiamo degli eretici (e apostati) i quali sapevano che se si fossero separati dalla Chiesa di Roma, avrebbero fatto la fine miserabile di tutti gli eresiarchi. Si sono perciò organizzati per essere loro al vertice della Chiesa, così da poter promulgare l’eresia dal Soglio di Pietro imponendola come verità da credersi in forza dell’autorità del Romano Pontefice; e per poter mettere a tacere con sanzioni canoniche e scomuniche ogni voce di dissenso, e allo stesso tempo usare i pulpiti, le cattedre, i seminari e gli atenei per diffondere sistematicamente l’errore.

 

In precedenza ci si poteva rivolgere alla Santa Sede per dirimere questioni dottrinali e disciplinari, mentre oggi è la Santa Sede stessa che è lo strumento istituzionale degli eretici che la hanno occupata.

 

Come avviene nel mondo civile, dinanzi a palesi violazioni della Legge da parte dell’autorità, è impossibile ottenere giustizia da quella stessa autorità corrotta, che si avvale proprio della complicità di tutti gli organi amministrativi e giudiziari che rendono possibile la sua azione.

In teoria, quell’autorità è usurpata e nulla, ma di fatto, essa agisce indisturbata. Occorre prendere atto dell’usurpazione della Sede Apostolica – che non è meramente vacante, ma occupata – per porre fine ad una gravissima situazione; senza dimenticare che l’illegittimità di Bergoglio comporta anche la nullità di tutti gli atti di governo e di magistero da lui compiuti, cancellando undici anni di errori e di orrori.

 

Chi riconosce come valida e legittima quell’autorità o lo fa perché è suo complice e non vuole essere scoperto nel proprio tradimento, o perché non vuole accettare le conseguenze necessarie che ne derivano: prima fra tutte, prendere atto che questo colpo di stato è iniziato con il Concilio Vaticano II.

 

Ammettere di essere caduti in un inganno terribile richiede anzitutto umiltà, e sinora nessuno tra Cardinali e Vescovi ha avuto il coraggio di riconoscere che la Chiesa Cattolica è stata ostaggio di eretici per decenni, e che questi eretici l’hanno umiliata e screditata dinanzi al mondo proprio per toglierle autorevolezza.

 

Tutto questo risponde ad uno schema preciso?

Certamente! Il modus operandi è lo stesso che la massoneria utilizza per delegittimare i governi e appropriarsi della sovranità nazionale. Prima le logge minano la formazione professionale e morale della futura classe dirigente; poi corrompono questi politici in gran parte incompetenti, facendo sì che i loro scandali screditino la politica e le istituzioni che presiedono; poi additano la corruzione della politica e delle istituzioni per privatizzare i servizi pubblici, con enormi profitti; e alla fine assumono i politici corrotti nelle loro aziende o fondazioni per continuare a manovrarli.

 

Anche nella Chiesa Cattolica la corruzione morale e la formazione ereticale del Clero sono state strumentali all’accettazione dei cambiamenti in materia dottrinale, morale e liturgica. Ma una volta che il vincolo di complicità che lega indissolubilmente il deep state e la deep church sarà portato alla luce, l’orrore che circonderà questi criminali sarà tale da costituire una vera e propria Apocalisse, nel senso etimologico del termine, ossia «svelamento», «rivelazione».

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Lei ha spesso creato un parallelo tra quanto avviene nel mondo civile e nella Chiesa.

Nella sfera civile stiamo assistendo ad un colpo di Stato organizzato da una lobby eversiva, nel quale i capi di governo, i ministri e i funzionari dello Stato che dovrebbero essere i rappresentanti dei cittadini agiscono contro l’interesse dei popoli a vantaggio della lobby che li ha designati.

 

Sono funzionari statali? Sì. Sono traditori? Sì. Non dovrebbero esserlo, in un mondo normale, ma di fatto chi ricopre l’autorità nello Stato è quasi ovunque asservito a una forza nemica che vi si è infiltrata per usarlo a proprio vantaggio e distruggerlo. Sono due stati? No: uno è lo Stato, l’altro è il deep state, la sua contraffazione, che proprio in quanto tale riesce ad agire e a farsi obbedire.

 

Ci troviamo dinanzi alla medesima situazione nella sfera ecclesiastica. La stessa lobby massonica che da oltre due secoli demolisce sistematicamente i governi civili, è riuscita a penetrare nella Chiesa Cattolica, a farvi nominare i propri emissari, ad eliminare progressivamente ogni opposizione interna e a imporre una serie di cambiamenti radicali che sovvertono l’insegnamento magisteriale di duemila anni.

 

Lo scopo di queste quinte colonne è stato quello di appropriarsi dell’autorità della Chiesa per demolirla dall’interno, usando la forza della legge per lo scopo opposto a quello che la legittima. Sono due chiese? certo che no: una è la vera Chiesa, l’altra è la deep church, ossia la sua contraffazione, la controchiesa, l’anti-chiesa dell’Anticristo.

 

L’Arcivescovo Fulton Sheen scrisse: «il Falso Profeta avrà una religione senza croce. Una religione senza un mondo a venire. Una religione per distruggere le religioni. Ci sarà una chiesa contraffatta. La Chiesa di Cristo [la Chiesa cattolica] sarà una. E il falso profeta ne creerà un’altra. La falsa chiesa sarà mondana, ecumenica e globale. Sarà una federazione di chiese. E le religioni formeranno un certo tipo di associazione globale. Un parlamento mondiale delle chiese. Sarà svuotato di ogni contenuto divino e sarà il corpo mistico dell’Anticristo. Il corpo mistico sulla terra oggi avrà il suo Giuda Iscariota, e sarà il falso profeta. Satana lo assumerà tra i nostri vescovi».

 

Ma la deep church non si manifesta ufficialmente come tale, perché perderebbe immediatamente il proprio potere sui fedeli. Il suo scopo è di far accettare non tanto e non solo questo o quel cambiamento di dottrina, di morale, di liturgia, ma il cambiamento in sé, ossia l’idea di una rivoluzione permanente secondo cui l’insegnamento della Chiesa deve mutare e addirittura contraddirsi a seconda delle epoche e dei contesti.

 

Una volta che la deep church è riuscita a far accettare questo principio, essa può agire su tutti i fronti, contraddicendo ciò che la Chiesa ha insegnato fino al Vaticano II.

 

I fedeli e i chierici che non conoscono questo inganno continuano ad appartenere alla Chiesa Cattolica, ovviamente, così come sarebbero appartenuti alla Chiesa di cent’anni fa. Quelli invece che si considerano membri della «chiesa conciliare», cent’anni fa sarebbero stati condannati come eretici, e quindi non si possono considerare nemmeno oggi come in comunione con la Chiesa Cattolica.

 

Il paradosso è che il capo della chiesa conciliare, che è eretico e apostata, possa essere considerato anche Pontefice della Santa Chiesa Cattolica Romana, e usurpare a Nostro Signore la voce della Sua Sposa per disonorare lei e Gesù Cristo stesso.

 

Anche in questo caso abbiamo una sovrapposizione delle due entità – Chiesa e anti-chiesa – in una medesima Gerarchia, ed è questo che costituisce il «colpo da maestro di Satana» che mons. Lefebvre denunciò sin dal principio.

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Nella sua nuova dichiarazione (qui) lei afferma che «la Gerarchia conciliare… appartiene a un’altra entità e quindi non rappresenta la vera Chiesa di Cristo», mentre in passato (qui) ha parlato della «compresenza di due entità in Roma: la Chiesa di Cristo è occupata ed eclissata dalla compagine modernista conciliare, la quale si è imposta nella stessa gerarchia ed usa l’autorità dei suoi Ministri per prevalere sulla Sposa di Cristo e Madre nostra». Lei ora ritiene che la «gerarchia conciliare» sia completamente separata dalla Chiesa cattolica? Inoltre, chi considera parte della «Gerarchia conciliare»?

La «chiesa conciliare» è dottrinalmente, moralmente e liturgicamente separata dalla Chiesa Cattolica, ma allo stesso tempo la sua gerarchia si definisce cattolica, e come tale pretende obbedienza dai fedeli della vera Chiesa. Questa gerarchia non rappresenta la vera Chiesa di Cristo, ma pretende di rappresentarla, perché se si separasse ufficialmente da essa non potrebbe più avvalersi dell’autorità e dell’autorevolezza della vera Chiesa e dovrebbe agire come qualsiasi setta eretica.

 

Il Modernismo, seguendo la strategia tipica delle sette massoniche, ha insegnato ai propri emissari a nascondersi, per arrivare indisturbati ai posti di comando. San Pio X, con un’organizzazione ferrea e avvalendosi di fedeli collaboratori, riuscì ad estirpare questa «cloaca di tutte le eresie», ma essa riprese vigore non appena il sistema di difesa voluto dal Santo Pontefice venne prima depotenziato per ingenuità e poi deliberatamente cancellato da chi allora deplorava i «profeti di sventura» come oggi si bollano i «complottisti».

 

Lo scopo è lo stesso di chi ha ispirato e finanziato il pacifismo: far disarmare l’avversario per poterlo conquistare senza che opponga resistenza. Il nemico ha potuto infatti appropriarsi di tutte le roccaforti che la Gerarchia ha lasciato colpevolmente sguarnite.

 

L’ultima roccaforte ancora rimasta dopo il postconcilio – quella della sacralità della vita – è oggi messa in grave pericolo dalla presenza di notori abortisti neomalthusiani tra i membri della Pontificia Accademia per la Vita (che hanno ricoperto o ricoprono ancor oggi ruoli di rilievo in organizzazioni apertamente ostili alla Chiesa Cattolica) e dalla ammissione alla Comunione di governanti favorevoli all’aborto – pensiamo ad esempio a Joe Biden e a Nancy Pelosi.

 

Il vergognoso silenzio della Gerarchia americana e della stessa Santa Sede sull’inserimento dei movimenti pro life da parte dell’Amministrazione Biden tra le organizzazioni terroristiche ci lascia inorriditi.

 

Il problema non è dunque se noi siamo nella Chiesa, ma piuttosto se sono parte della Chiesa coloro che usurpano la sua autorità per demolire la Chiesa. Sono loro a dover essere cacciati, e non noi a dovercene andare!

 

Costoro non sono parte della Chiesa di cui ne hanno usurpato l’autorità; pertanto non sono legittimati a fare ciò che fanno e non possono in alcun modo pretendere l’obbedienza dai fedeli.

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Diocesi americana chiede alle parrocchie di dichiarare bancarotta per finanziare i risarcimenti per gli abusi sessuali

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La diocesi di Buffalo, Nuova York, ha rilasciato un mese fa una dichiarazione annunciando di aver invitato tutte le sue parrocchie a presentare istanza di fallimento per raggiungere un accordo con le vittime di abusi sessuali. Lo riporta LifeSite.   In una dichiarazione del 30 maggio, la diocesi ha affermato di aver chiesto a tutte le sue parrocchie di presentare istanza di fallimento «accelerato pre-concordato» ai sensi della procedura fallimentare chiamata Chapter 11, che consentirebbe a ciascuna parrocchia di ristrutturare le proprie finanze ed evitare la liquidazione dei propri beni, al fine di pagare un risarcimento di 150 milioni di dollari a oltre 800 vittime di abusi da parte del clero e chiudere il caso. La diocesi ha sottolineato che ogni parrocchia sarà in stato di fallimento solo per circa 48 ore e che la procedura potrà procedere solo se e quando tutte le parrocchie avranno approvato la proposta.   Questo sviluppo giunge quasi un anno dopo che la diocesi aveva annunciato l’intenzione di licenziare circa il 22% del proprio personale per contribuire a finanziare l’accordo.

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«Questo approccio è stato discusso tra tutti i parroci ed è quello seguito dalle parrocchie della diocesi di Rockville Centre e dell’arcidiocesi di Nuova Orleans, che ha portato alla risoluzione positiva e all’uscita dai rispettivi casi di fallimento ai sensi del Chapter 11», ha scritto la diocesi nel suo annuncio.   «Forniremo ulteriori aggiornamenti man mano che questo processo progredirà e siamo incoraggiati dalla possibilità di offrire finalmente alle vittime-sopravvissute la possibilità di trovare pace e guarigione», prosegue la dichiarazione. «Con la prospettiva di raggiungere finalmente questo obiettivo, guardiamo al futuro con rinnovato impegno e concentrazione sulla nostra missione e sul nostro lavoro al servizio dei fedeli cattolici in tutto lo stato di New York occidentale e nella nostra comunità più ampia».   Durante un’intervista con ABC7 Buffalo, monsignor Robert Zapfel, membro del Consiglio finanziario diocesano, ha affermato che, poiché la procedura fallimentare è «di portata limitata», il merito creditizio delle parrocchie non subirà ripercussioni negative.   Monsignor Zapfel ha inoltre chiarito alla rete televisiva che se anche una sola parrocchia votasse «no», l’intera proposta fallirebbe «perché le compagnie assicurative non accetterebbero mai di assicurare quella parrocchia, che potrebbe essere esposta a uno o due sinistri, o addirittura a nessuno, ma (potrebbe averne) in futuro». Il monsignore ha aggiunto che se questo piano fallisse, la diocesi sarebbe costretta a ricominciare da capo perché al momento non esiste un «piano B».   I parrocchiani della diocesi di Buffalo hanno dichiarato ad ABC7 di non essere convinti dall’affermazione di monsignor Zapfel secondo cui il fallimento non avrebbe gravi ripercussioni finanziarie per le parrocchie di Buffalo.   I sacerdoti accusati in modo credibile avevano precedentemente concelebrato la messa nella parrocchia di monsignor Zapfel.   Un sopravvissuto ad abusi sessuali da parte del clero e difensore delle vittime nella diocesi di Buffalo, aveva precedentemente dichiarato a LifeSiteNews che la diocesi avrebbe potuto facilmente pagare il risarcimento senza prelevare un centesimo dai parrocchiani, licenziare dipendenti o danneggiare i fedeli che non avevano nulla a che fare con questi casi di abuso, attingendo alla Mother Cabrini Health Foundation, un’organizzazione no-profit che sostiene l’assistenza sanitaria e il benessere dei «newyorkesi vulnerabili» con un patrimonio di circa 4 miliardi di dollari. La Cabrini Foundation è nata dalla vendita, nel 2018, per 3,75 miliardi di dollari, di un ente no-profit, Fidelis Care, un’assicurazione sanitaria cattolica gestita dai vescovi delle otto diocesi di New York, il cui presidente era il cardinale Timothy Dolan.   Nell’agosto del 2025 la diocesi annunciò il licenziamento di circa il 22% del personale per contribuire a finanziare l’ingente risarcimento di 150 milioni di dollari concordato con centinaia di vittime di abusi solo pochi mesi prima.   Due mesi prima, a giugno, la diocesi aveva anche chiesto alle parrocchie di contribuire all’accordo con una percentuale compresa tra il 10% e l’80% delle loro entrate.

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Nel 2018, iniziarono a emergere notizie secondo cui la diocesi di Buffalo, sotto la guida di diversi vescovi, aveva insabbiato per decenni gli abusi commessi da sacerdoti, tra cui quello dell’allora vescovo Richard J. Malone. L’anno successivo, monsignor Malone si dimise in seguito allo scandalo scoppiato dopo che un’inchiesta vaticana rivelò che aveva coperto gli abusi sessuali su diversi seminaristi e aveva reintegrato nel ministero un sacerdote sorpreso due volte a consumare materiale pornografico omosessuale, tra le altre accuse.   Siobhan O’Connor, ex segretaria di monsignor Malone, contribuì alla sua caduta dopo aver denunciato la sua condotta corrotta durante un’intervista al programma televisivo di giornalismo d’inchiesta 60 Minutes sul canale CBS nel 2019.   Nel 2020, mentre si trovava ad affrontare oltre 900 cause legali relative a casi di abusi, la diocesi ha dichiarato bancarotta ai sensi del Chapter 11, che ha portato infine all’accordo da 150 milioni di dollari di aprile. Nel settembre 2024, il successore di monsignor Malone, il vescovo Michael Fisher, ha anche annunciato la chiusura di quasi 80 chiese e «luoghi di culto» nell’ambito di un più ampio piano di ristrutturazione chiamato «Road to Renewal» (La strada verso il rinnovamento).  

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Concistoro di giugno: Messa tradizionale accantonata, «guerra giusta» all’ordine del giorno

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Il prossimo concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 26, 27 e 29 giugno 2026 sta prendendo forma. E con esso si conferma una direzione già percepibile dall’inizio del nuovo pontificato: la questione liturgica, pur cruciale nell’attuale crisi della Chiesa, rimane in secondo piano. I cardinali saranno invece invitati a riflettere sulla situazione internazionale, sulla pace, sulla dottrina della «guerra giusta» e sulla prosecuzione del processo sinodale.

 

Secondo una lettera pubblicata dal blog italiano Messa in Latino e indirizzata il 3 giugno ai membri del Sacro Collegio dal Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio, i lavori del concistoro si struttureranno attorno ad alcuni temi: la situazione internazionale nel mondo e nella Chiesa, l’enciclica Magnifica Humanitas, recentemente pubblicata da Papa Leone XIV, e l’attuazione della prossima fase del Sinodo sulla Sinodalità. La liturgia, tuttavia, non è all’ordine del giorno.

 

Da gennaio a giugno: una graduale marginalizzazione

Il concistoro di gennaio aveva già fornito una prima indicazione. I cardinali erano stati invitati a scegliere due temi prioritari tra i quattro proposti dal Papa. Missione e sinodalità avevano ricevuto una priorità significativa, mentre la liturgia e la riforma della Curia erano state relegate in secondo piano.

 

Ai cardinali era stato inoltre distribuito un documento del cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino. Questo testo difendeva fermamente la Traditionis custodes e presentava il Messale di Paolo VI come «unica espressione della lex orandi del Rito Romano». Il Messale latino tradizionale era considerato solo una concessione temporanea, strettamente regolamentata, e non un diritto fondato sulla tradizione liturgica della Chiesa.

 

Questo documento aveva il merito di essere chiaro. Mostrava che, nella mente del dicastero romano responsabile della liturgia, la riforma post-conciliare non era una mera riforma disciplinare: era considerata la necessaria traduzione dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.

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La relazione Roche non ha trovato spazio

Per diversi mesi, ci si aspettava che il cardinale Roche tornasse ai cardinali con una difesa più elaborata della Traditionis custodes. Il concistoro imminente sembrava offrire l’opportunità per un dibattito più approfondito, in particolare sull’applicazione delle restrizioni riguardanti la Messa tradizionale. Ciò non accadrà.

 

L’ordine del giorno inviato ai cardinali non include alcuna sessione dedicata alla liturgia. La relazione del prefetto del Culto Divino non sarà quindi discussa ufficialmente. Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera la scottante questione: le tensioni relative all’applicazione della Traditionis Custodes, le crescenti divisioni tra i vescovi e il contesto molto particolare delle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per il 1° luglio, appena due giorni dopo il concistoro.

 

Il paradosso del messaggio indirizzato ai vescovi di Francia

L’assenza della liturgia al concistoro giunge, tuttavia, quasi due mesi dopo un importante intervento della Santa Sede.

 

Durante l’assemblea plenaria primaverile della Conferenza Episcopale di Francia, svoltasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo, il Cardinale Pietro Parolin ha indirizzato una lettera ai vescovi francesi a nome di Papa Leone XIV.

 

Il testo affrontava esplicitamente «il delicato tema della liturgia» e riconosceva l’esistenza di una «dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità». La lettera invitava i vescovi a cercare «soluzioni concrete» che consentissero loro di «includere generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo», pur rimanendo soggetti alle linee guida del Concilio Vaticano II.

 

Se la questione liturgica costituisce davvero una «ferita» abbastanza grave da giustificare l’intervento della Santa Sede presso l’episcopato francese, come si spiega che non sia stata ritenuta sufficientemente importante da essere inserita nell’ordine del giorno del concistoro straordinario dei cardinali?

 

Nel metodo sinodale ormai prediletto, l’organizzazione dei temi determina in larga misura la direzione delle conclusioni. Un argomento assente dall’ordine del giorno diventa una questione marginale, anche se menzionato di sfuggita. Si perde in una riflessione generale sulle tensioni ecclesiali, senza che ne venga riconosciuta la gravità dottrinale.

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Il futuro del cardinale Roche in bilico

L’assenza del dossier liturgico solleva anche interrogativi sul futuro del cardinale Arthur Roche. Il prefetto del Dicastero per il Culto Divino ha superato la normale età pensionabile (fissata a 75 anni). Rimane uno dei principali artefici diLa politica perseguita contro la Messa tradizionale durante il precedente pontificato.

 

Il suo documento di gennaio ha espresso in modo inequivocabile la logica di questa politica: la riforma liturgica post-conciliare è presentata come la necessaria espressione del Concilio Vaticano II, mentre il vecchio messale è tollerato solo nella misura in cui non metta in discussione l’adesione al Concilio e alla nuova liturgia.

 

Il fatto che questa linea non sia stata posta al centro del concistoro di giugno potrebbe essere interpretato da alcuni come un indebolimento della sua influenza. Sarebbe imprudente concludere troppo frettolosamente che stia per lasciare l’incarico. Ma è chiaro che Papa Leone XIV non sembra voler fare della difesa pubblica di Traditionis Custodes una delle priorità immediate del suo pontificato. Questo è un punto da tenere d’occhio.

 

Il vero problema rimane dottrinale.

Tuttavia, sarebbe illusorio ridurre la crisi liturgica a una questione di singoli individui. Il problema non risiede solo nel Cardinale Roche, né tantomeno in Traditionis Custodes. È più profondo.

 

Fin dalle riforme liturgiche di Paolo VI, la Messa tradizionale è stata troppo spesso trattata da Roma come una concessione da revocare o limitare a seconda delle circostanze. Sebbene gli indulti – Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes – abbiano certamente adottato toni e disposizioni diverse, non hanno mai pienamente riconosciuto il ruolo normativo della Messa tradizionale nella vita della Chiesa.

 

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha sempre respinto questa logica di concessione. La Messa di sempre non è un privilegio concesso a pochi fedeli. È un tesoro della Chiesa, l’espressione liturgica della fede cattolica trasmessa e uno dei baluardi più sicuri contro le ambiguità dottrinali introdotte o alimentate dal Concilio Vaticano II e dalle sue riforme.

 

Il dibattito non può essere risolto con accordi pastorali. Non basta concedere una Messa tradizionale qua e là, per placare certi istituti o per ammorbidire la disciplina. Finché Roma continuerà a presentare la riforma post-conciliare come criterio di unità ecclesiale, il problema persisterà. La questione fondamentale è semplice: la Messa tradizional è pienamente legittima perché esprime la fede cattolica di sempre, oppure è solo una tolleranza temporanea destinata a scomparire una volta che i fedeli interessati avranno accettato la riforma conciliare? Tutto il resto deriva da questa risposta.

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Pace liturgica impossibile senza verità

Il concistoro di giugno evita quindi la questione liturgica. Forse per prudenza. Forse per tattica. Forse per il desiderio di non riaprire una questione estremamente delicata. Ma l’evitamento non è affatto una soluzione.

 

La Chiesa non troverà la pace aggirando le questioni che la feriscono più profondamente. Né la troverà dissolvendo le questioni dottrinali nel linguaggio della sinodalità, dell’ascolto e della riconciliazione. La vera pace presuppone la verità. E in ambito liturgico, la verità esige che riconosciamo ciò che la Messa tradizionale è veramente: non una reliquia del passato, ma la viva espressione della Tradizione cattolica.

 

Scegliendo di discutere della «guerra giusta» anziché della liturgia, il prossimo concistoro presenta l’immagine di una Roma preoccupata dalle dinamiche delle grandi potenze mondiali, ma esitante di fronte alla crisi interna della Chiesa. Prima o poi, però, il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare questa questione: può esserci una vera unità cattolica finché la Messa tradizionale, che ha santificato la Chiesa per secoli, continua a essere considerata una concessione sospetta piuttosto che un bene comune di tutta la Chiesa?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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Mons. Schneider: un numero considerevole di leader della Chiesa ha perso la fede

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Il vescovo Athanasius Schneider di Astana, in Kazakistan, ha affermato che un «numero considerevole di alti prelati» ha «perso la fede cattolica». Lo riporta LifeSite.   «Vogliono un’altra Chiesa: metà protestante, metà mondana, adattata all’impressione del mondo», ha detto Schneider allo scrittore e podcasterro cattolico Matt Gaspers durante una discussione più ampia sul Concilio Vaticano II e la Fraternità Sacerdotale San Pio X.   «Negli ultimi 60 anni ce ne sono stati un numero considerevole. Hanno influenza nella Chiesa (…) Hanno promosso tutto ciò con convinzione interiore, con il desiderio di cambiare veramente la fede cattolica, di adattarla completamente al mondo e di avere una nuova religione che sia relativistica, una sorta di sincretismo», ha affermato il vescovo.   Il lasso di tempo da lui indicato fa riferimento alla conclusione del Concilio Vaticano II nel 1965 come punto di svolta per l’apparente ortodossia dei leader cattolici. Monsignor Schneider ha infatti criticato apertamente il Vaticano II e la perdita di un insegnamento chiaro e tradizionale – e della fede – che ne è conseguita.  

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Il prelato ha affermato che è «difficile» accertare quali membri del clero abbiano l’atteggiamento di «cambiare la fede cattolica», ma che possiamo dichiararne il risultato, i «frutti»: «Un’enorme confusione generale, offuscamento, oscurità riguardo alla dottrina, alla morale e alla liturgia».   Durante l’intervista, Gaspers e monsignor Schneider hanno concordato sul fatto che il Concilio Vaticano II stesso fosse problematico a causa delle sue affermazioni ambigue che potevano essere interpretate in modo eretico.   Gaspers ha chiesto al vescovo kazako perché il cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), stia chiedendo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) di accettare incondizionatamente il Concilio Vaticano II come condizione per essere considerata «cattolica».   Il vescovo ha fatto notare che i papi del passato avevano chiesto la stessa cosa al fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Anche solo chiedere a qualcuno di affermare che il Concilio Vaticano II è coerente con la tradizione significa chiedere «violenza alla propria ragione» o «un esercizio di acrobazie mentali», ha detto monsignor Schneider.   Infatti, papa Francesco, come papa Leone, ha presentato le sue innovazioni dottrinalmente «discutibili» come uno «sviluppo degli insegnamenti del Concilio Vaticano II», ha sottolineato il vescovo.   «Ma vediamo che è un disastro. Se il frutto è solo confusione, ambiguità, come può l’ambiguità essere la voce dello Spirito Santo?» ha detto monsignore. «Nessuno dà la vita per qualcosa di ambiguo», ha aggiunto.

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Come riportato da Renovatio 21, in un testo pubblicato giorni fa monsignor Schneider aveva dichiarato che le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX. In un’altra comunicazione di questa primavera il vescovo aveva esortato a sostenere la Fraternità fondata da monsignor Lefebvre, arrivando a dire che la scomunica sarebbe invalida.   Precedentemente monsignor Schneider aveva dato una risposta al cardinale Fernandez e lanciato un appello a Leone XIV riguardo il tema delle nuove consacrazioni FSSPX del prossimo primo luglio. Il vescovo aveva inoltre raccontato che lo stesso pontefice regnante gli avrebbe detto di aver incontrato tanti giovani convertiti attraverso la Messa in latino.   Il mese scorso in un’intervista aveva dichiarato che la crisi nella Chiesa è provocata dall’infiltrazione della massoneria al suo interno. In una conversazione con un vaticanista aveva rivelato che vari vescovi segretamente non si sottomettono agli insegnamenti di Bergoglio.   Il vescovo, che è etnicamente tedesco, due mesi fa aveva accusato i vescovi germanici coinvolti nel progetto del «Cammino Sinodale», dicendo che passeranno alla storia come una «grande vergogna» per aver tradito la fede cattolica.    

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