Economia
La Volkswagen taglierà 50.000 posti di lavoro in Germania
La più grande casa automobilistica dell’UE, la Volkswagen (VW), ha annunciato che taglierà circa 50.000 posti di lavoro in Germania, motivando la decisione con il crollo dei profitti, l’impennata dei costi energetici e le crescenti pressioni commerciali.
Nel suo rapporto annuale di martedì, la VW ha comunicato che l’utile netto si è quasi dimezzato nel 2025, scendendo a 6,9 miliardi di euro (oltre 8 miliardi di dollari), il risultato più debole dallo scandalo diesel del 2016, mentre i ricavi sono calati a poco meno di 322 miliardi di euro.
VW «ridurrà sistematicamente i costi» nei prossimi anni, hanno dichiarato i dirigenti, confermando che decine di migliaia di posizioni saranno eliminate in tutte le sedi tedesche del gruppo entro il 2030, oltre alle riduzioni di personale già annunciate in precedenza. Nel 2024 l’azienda aveva raggiunto un accordo con i sindacati per evitare licenziamenti involontari e chiusure di stabilimenti nei siti produttivi tedeschi.
«L’anno 2025 è stato caratterizzato da tensioni geopolitiche, tariffe e forte concorrenza», ha affermato il direttore finanziario della VW, Arno Antlitz, precisando che entro il 2030 saranno tagliati 50.000 posti di lavoro e che potrebbero seguire ulteriori misure di riduzione dei costi per rendere la casa automobilistica più competitiva.
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Il settore automobilistico tedesco versa in difficoltà a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia, della debole domanda in Europa, della crescente concorrenza dei produttori cinesi, dei dazi statunitensi e di una transizione ai veicoli elettrici più lenta del previsto. Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, l’UE ha ridotto drasticamente le importazioni di petrolio e gas russi, obbligando gli Stati membri a ricorrere ad alternative più costose. La crisi energetica che ne è derivata ha alimentato timori sulla tenuta della più grande economia manifatturiera del blocco e sul rischio di una recessione più profonda.
I mercati energetici hanno registrato una nuova ondata di volatilità negli ultimi giorni a causa dei bombardamenti israelo-americani sull’Iran e delle interruzioni del trasporto marittimo globale attraverso lo Stretto di Ormuzzo, arteria cruciale per le forniture mondiali di petrolio e GNL. Secondo le notizie, il traffico nello Stretto è diminuito dell’80% nell’ultima settimana. I prezzi all’ingrosso del petrolio greggio e del gas in Europa sono saliti bruscamente, aggravando la pressione sulle industrie ad alta intensità energetica e accendendo allarmi sulla sicurezza energetica dell’Unione.
La situazione ha spinto alcuni politici dell’UE a rilanciare con forza le richieste di riconsiderare le sanzioni alla Russia, dopo che il presidente Vladimir Putin ha avvertito che Mosca potrebbe interrompere le forniture di gas prima del divieto previsto da Bruxelles per il 2027.
Secondo indiscrezioni, la Commissione Europea starebbe valutando possibili misure di emergenza per tutelare i produttori dall’aumento dei costi dell’elettricità, tra cui una revisione delle tasse nazionali sull’energia, delle tariffe di rete e dei meccanismi di fissazione del prezzo del carbonio.
Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitlerro.
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Immagine di Harrison Keely via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
La produzione petrolifera saudita crolla al livello più basso dal 1990
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Economia
Il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile. Dove arriverà il diesel?
Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio, dopo che gli attacchi contro impianti e navi petrolifere in Medio Oriente hanno minacciato di indebolire ulteriormente una catena di approvvigionamento già fragile. Lo riporta l’agenzia Associated Press.
Il petrolio Brent, il riferimento internazionale, è balzato di quasi il 3% a 100,72 dollari nelle prime ore di mercoledì.
Il prezzo del petrolio greggio di riferimento statunitense è aumentato del 2,4%, raggiungendo i 95,25 dollari al barile, mentre i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono saliti bruscamente durante la notte.
Secondo l’AAA, il prezzo medio di un gallone di benzina normale è aumentato di 7 centesimi durante la notte, raggiungendo i 4,22 dollari, oltre un dollaro in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
I prezzi del gasolio, che possono avere un impatto sproporzionato sui consumatori poiché viene utilizzato nei trasporti e nella produzione, hanno raggiunto un massimo storico venerdì e da allora hanno continuato a salire. Il prezzo medio di un gallone ha toccato i 5,94 dollari durante la notte ed è ora 9 centesimi più alto rispetto a venerdì.
Il carburante per aerei è diventato così costoso che le compagnie aeree statunitensi e internazionali hanno ridotto i voli, aumentando al contempo tariffe e commissioni.
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I mercati hanno reagito dopo che l’esercito statunitense ha riferito di aver colpito cinque petroliere iraniane in risposta a tentativi di attacco missilistico contro una nave da guerra della Marina e dopo che attacchi da parte del gruppo ribelle Houthi, sostenuto dall’Iran, hanno provocato incendi in impianti petroliferi in Arabia Saudita.
I prezzi del petrolio greggio sono schizzati alle stelle dopo che Israele e gli Stati Uniti hanno iniziato una guerra contro l’Iran, e da allora hanno subito notevoli fluttuazioni negli oltre sei mesi successivi. I combattimenti hanno bloccato la maggior parte del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Ormuzzo, una stretta via d’acqua attraverso la quale transitava un quinto delle forniture mondiali di petrolio prima dell’inizio della guerra.
Il prezzo del Brent si è mantenuto tra i 70 e i 100 dollari al barile per gran parte di marzo, aprile e maggio. A luglio i prezzi hanno oscillato tra i 72 e i 102 dollari, riflettendo l’aumento e il calo delle speranze che Stati Uniti e Iran raggiungessero un accordo per consentire alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di trasportare il petrolio in sicurezza.
I negoziati per un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto si sono interrotti a causa della disputa sul controllo dello Stretto ormusino. L’Iran insiste di avere il diritto di stabilire le condizioni e di imporre tariffe per il transito delle navi che attraversano il canale al largo delle sue coste. Gli Stati Uniti, invece, vogliono che il passaggio rimanga libero e hanno utilizzato un blocco navale per impedire l’accesso ai porti iraniani e il transito delle petroliere.
I recenti attacchi intensificati dagli Houthi in Yemen potrebbero limitare ulteriormente le forniture globali di petrolio, poiché hanno preso di mira una rotta marittima alternativa su cui l’Arabia Saudita ha fatto affidamento per il trasporto di petrolio durante la guerra.
Quest’anno l’aumento dei costi energetici ha pesato su consumatori, imprese ed economie nazionali, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Secondo quanto riportato questa settimana da Bank of America, le interruzioni delle raffinerie in Russia, la riduzione dell’attività di raffinazione in altri Paesi e il forte calo delle scorte hanno spinto al rialzo i prezzi del diesel e della benzina a livello globale.
In Italia il 9 settembre 2026 il diesel self-service era in media a 2,176 euro al litro, con il prezzo che potrebbe peggiorare ulteriormente vista la scadenza dello sconto sulle accise prevista per il 10 settembre. Il taglio delle accise sul diesel di 0,171 euro al litro era stato prorogato fino al 10 settembre, e senza quel taglio la benzina arriverebbe oltre il record storico del 2022 – un ragionamento analogo si applica al gasolio, che rischia di superare 2,3 euro al litro se lo sconto non viene rinnovato.
La cifra paventata da molti del diesel a 3 euro il litro non è realistico, per il momento, tuttavia se il conflitto in Medio Oriente si aggrava ulteriormente e il governo smette di prorogare gli sconti sulle accise, un avvicinamento ai 2,4-2,5 euro nei prossimi mesi non è da escludere.
Per quanto le istituzioni sovranazionali come l’UE stiano facendo di tutto per distruggere il mercato delle auto diesel (accusato di inquinare…), il diesel resta insostituibile in molti settori per il suo maggior contenuto energetico, la coppia più elevata a basso regime e l’affidabilità in condizioni gravose.
In agricoltura è la fonte di energia quasi esclusiva: trattori, mietitrebbie, motocoltivatori, irroratrici semoventi e trebbiatrici funzionano tutti a diesel, perché la coppia elevata a bassi giri è essenziale per il traino e la trazione sui terreni. Nel trasporto su gomma il diesel domina soprattutto tra i mezzi pesanti, cioè camion e autoarticolati per l’autotrasporto merci, autobus e pullman (anche se qui metano ed elettrico stanno crescendo) e i furgoni commerciali di grossa cilindrata.
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Anche la cantieristica e l’edilizia dipendono quasi interamente dal gasolio, con escavatori, pale gommate e bulldozer, gru cingolate e autogru, oltre a betoniere, rulli compattatori e perforatrici. Nei trasporti su rotaia e via acqua il diesel alimenta i locomotori sulle linee non elettrificate, gran parte delle navi mercantili, delle cisterne e della flotta peschereccia, oltre ai motori marini delle imbarcazioni da lavoro e da diporto di grossa taglia.
Un altro ambito importante è quello dei generatori e dell’energia di riserva: i gruppi elettrogeni di emergenza usati in ospedali, data center e cantieri sono quasi sempre diesel, così come le pompe diesel per irrigazione o drenaggio nelle aree prive di rete elettrica. Ta gli altri mezzi pesanti vanno citati i muletti e i carrelli elevatori industriali più potenti, insieme ai mezzi militari e alle macchine da movimento terra impiegate nelle miniere.
Dove serve potenza sostenuta, autonomia lunga e capacità di traino e carico elevata, il diesel resta lo standard, perché batterie e motori elettrici non hanno ancora densità energetica e tempi di rifornimento comparabili per questi impieghi. È anche il motivo per cui i rincari del gasolio pesano così tanto sull’inflazione generale: si trasferiscono quasi automaticamente sui costi di trasporto merci e di produzione agricola.
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Economia
Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane
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