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«La Vergine Maria contro lo spirito di Assisi»: lettera del Superiore Generale FSSPX

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«Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo»

 

La santissima Vergine Maria schiaccia le eresie perché la sua missione materna consiste nel condurre le anime alla vita divina conducendole a Gesù Cristo, Verità incarnata. Ora l’eresia, alterando la conoscenza di Dio e di Cristo, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte. Colei che ha ricevuto la missione di comunicare questa vita alle anime deve dunque anche preservarle da ciò che la distrugge: l’errore e la menzogna.

 

Schiacciare le eresie significa dunque, per Maria, difendere nelle intelligenze la Verità di suo Figlio, per mantenere le anime unite a Lui.

 

Cari fedeli, amici e benefattori,

Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis

Quarant’anni fa, papa Giovanni Paolo II riuniva ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni, per una giornata che avrebbe marcato profondamente le anime e sarebbe diventata il funesto paradigma di un’intera serie di incontri ecumenici che si sarebbero ripetuti negli anni. I più anziani fra noi ricordano probabilmente un episodio particolarmente significativo: un gruppo di pellegrini provenienti dall’Italia meridionale era arrivato ad Assisi portando una statua di Nostra Signora di Fatima, senza capire bene che cosa stesse per accadere… Furono allontanati dagli organizzatori dell’incontro, perché la presenza di quella statua avrebbe intralciato lo svolgimento delle cerimonie previste.

 

Un anno fa, il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della fede pubblicava un testo che ha suscitato numerose reazioni, poiché chiedeva esplicitamente al popolo cristiano di evitare di impiegare, a proposito della santissima Vergine Maria, i titoli di Corredentrice e di Mediatrice di tutte le grazie. Questi titoli sono oggi considerati inappropriati, inesatti e, soprattutto, inadatti a esprimere adeguatamente il dogma cattolico così come viene ormai concepito e rivisitato.

 

Questo testo funesto, devastante sia per il suo contenuto che per le sue inevitabili conseguenze pastorali, ha tuttavia prodotto – indirettamente – un effetto positivo: quello di rimettere in luce l’importanza delle formule e dei titoli. Infatti, la prospettiva modernista, che tende a ridurre l’atto di fede a un’esperienza personale e intima di Dio, porta al disprezzo delle formule, con il pretesto che la fede non potrebbe essere ridotta né circoscritta dall’uso di espressioni concrete e «tecniche», strutturalmente incapaci di esprimere un’esperienza vissuta.

 

Vorremmo allora approfittare del triste anniversario della riunione interreligiosa di Assisi e della pubblicazione di Mater Populi Fidelis per meditare su un bellissimo titolo che la liturgia attribuisce alla santissima Vergine Maria: colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie. «Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo».

 

Come giustificare un simile titolo? Per quale ragione la Chiesa, fin nella sua liturgia, intende offrirci una tale immagine di Maria? A prima vista, questo titolo non sembra avere un legame diretto né con la maternità divina né con la verginità perpetua di Maria.

 

Per misurare la bellezza e la profondità di questo titolo, e coglierne tutta la portata, occorre risalire fino alla fonte stessa della vita soprannaturale: la vita di Dio, che a Lui piace comunicare alle anime per mezzo della grazia. È sotto questa luce che si potrà comprendere il posto unico della santissima Vergine Maria, nella quale questa partecipazione alla vita divina raggiunge una pienezza incomparabile.

Che cos’è la vita divina?

Facciamo un po’ di teologia e cerchiamo di penetrare, per qualche istante, nell’eternità. La vita divina è ciò che vi è di più semplice; ma questa stessa semplicità è di una tale profondità che non possiamo coglierla pienamente.

 

«La vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé».

 

Nell’eternità, Dio compie un solo e unico atto: contempla costantemente se stesso. Contempla il suo Essere, ne contempla l’infinita perfezione – poiché questo Essere è tale: infinitamente perfetto. Questa contemplazione del suo Essere supremo costituisce la sua stessa vita: se Dio non vivesse così, non sarebbe più Dio, semplicemente.

 

Ora, questa perfezione infinita che contempla, la contempla perfettamente: la sua intelligenza divina contempla il suo Essere divino e lo coglie per intero, in un unico atto di contemplazione, perfettamente vero e sempre identico a se stesso. Così, conoscendo perfettamente il suo Essere divino, si contempla come somma Verità. (1)

 

E d’altra parte, contemplandosi come somma Verità, Dio si contempla altresì come sommo Bene. Infatti, il Vero e il Bene designano una sola e medesima realtà, considerata sotto due rapporti diversi (2): se Dio è il sommo Essere e la somma Verità, è dunque anche necessariamente il sommo Bene. E in questa contemplazione di sé come sommo Bene, Dio ama perfettamente se stesso. Se così non fosse, Dio non sarebbe più Dio.

 

In sintesi, la vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé.

 

Ora, pur bastando così a se stesso, Dio, liberamente, ha scelto di comunicare qualcosa del suo Essere e della sua perfezione ad altri da sé. Infatti, la bontà inclina naturalmente a comunicarsi agli altri, a donarsi. Nel caso di Dio, somma Bontà, questo libero dono di sé al di fuori di sé ha avuto per oggetto le creature; e in particolare certe creature alle quali Dio non comunicherà soltanto qualcosa del suo Essere e della sua perfezione, ma qualcosa della sua stessa vita.

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Dio comunica la sua vita alle anime facendosi conoscere

Poste queste premesse fondamentali, si comprende facilmente che, per comunicare a un’anima una certa partecipazione alla sua vita divina, Dio comincia col farle conoscere qualcosa di sé. È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio si “rivela” sotto il velo della fede.

 

L’anima illuminata dalla fede può conoscere Dio e, conoscendolo, può amarlo e servirlo. È in questo che la fede è necessaria. È infatti impossibile amare il Bene e aderirvi, se questo Bene non è prima conosciuto. Nessuno ama né desidera ciò che non conosce.

 

Ora, questa Rivelazione non si limiterà a farci conoscere le perfezioni di Dio. Ci farà penetrare più avanti nell’intimità della sua vita, svelandoci un mistero che la nostra ragione, lasciata a se stessa, non avrebbe mai potuto scoprire: questa vita divina unica è quella di tre Persone distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

«È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio «si rivela» sotto il velo della fede».

Nella vita della santissima Trinità, il Padre, conoscendo se stesso, genera eternamente il suo Verbo, espressione perfetta della Verità divina, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Il Figlio è dunque questo Verbo, nel quale il Padre si riflette ed esprime la Verità eterna. E dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito Santo, Amore sussistente.

 

È proprio a questa vita trinitaria che Dio vuole farci partecipare. Da questo desiderio di santificare le anime procedono dunque la Rivelazione progressiva dell’Antico Testamento e, soprattutto, il suo coronamento nella venuta sulla terra del Verbo di Dio, somma Verità incarnata. Essendosi Dio fatto uomo, chi contempla Nostro Signore contempla, attraverso la sua umanità, Dio stesso: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9); e, mediante questa conoscenza del Padre attraverso il Figlio, accede alla vita eterna: «La vita eterna è che conoscano Te e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).

 

Questo punto è capitale: la conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio. È per mezzo dell’umanità del Verbo incarnato, e unicamente per essa, che gli uomini possono avere accesso alla vita trinitaria e contemplare Dio: «Nessuno ha mai visto Dio. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è lui che lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18); e di conseguenza, «noi abbiamo contemplato la sua gloria, Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

 

Certo, Dio si fa conoscere senza la minima possibilità di errore: se, per assurdo, Dio si facesse conoscere mescolando alla Verità qualche errore, renderebbe impossibile la santificazione delle anime. Detto questo, la fede conserva sempre una parte di oscurità: su questa terra, conosciamo Dio attraverso un velo. Questo velo sarà tolto nell’Eternità, dove la conoscenza propria della fede cederà il posto alla visione beatifica: la nostra conoscenza soprannaturale di Dio passerà così da una modalità imperfetta ad una modalità perfetta; la fede precede la visione ed esiste per prepararla e condurci a essa.

 

«La conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio».

 

Se dunque Dio santifica le anime e le fa vivere con i mezzi che abbiamo appena descritto a grandi linee, quale può essere il grado di conoscenza di questa somma Verità nell’anima della santissima Vergine Maria?

 

Vedremo che questa contemplazione della Verità in Maria corrisponde, da un lato, al suo grado di pienezza di grazia, dall’altro alla sua maternità divina, e infine alla sua missione particolare di Mediatrice universale, che implica l’incarico di comunicare a tutte le anime la conoscenza intima di suo Figlio, vero Dio e vero uomo.

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La contemplazione della Verità in Maria, piena di grazia

È del tutto evidente che la santità di Maria comporta in lei un grado di contemplazione del Vero inimmaginabile per ciascuno di noi. Infatti, preservata dal peccato originale e dalle sue ferite, non conosce alcun rischio di errore. Nella sua intelligenza non vi è alcuna sorta di illusione, alcun giudizio errato o precipitoso. Nessuna passione disordinata viene a turbare o a oscurare in lei la percezione del Vero. La sua contemplazione della Verità non incontra alcun ostacolo.

 

Ma soprattutto, la sua purezza conferisce alla sua intelligenza una capacità senza pari di penetrare le verità eterne, capacità ulteriormente rafforzata dalla presenza nella sua anima, in un grado inimmaginabile, dei doni soprannaturali dello Spirito Santo: in particolare, i doni dell’intelletto e della sapienza le permettono di contemplare le Verità divine in un grado superiore a quello dei Serafini e dei Cherubini. Ella è la Sede della Sapienza.

 

A motivo della sua pienezza di grazia, la sua anima si trova così in una situazione assolutamente privilegiata e unica. Il peccato e l’errore sarebbero due realtà che ostacolerebbero, in un modo o nell’altro, la sua perfetta contemplazione e, di conseguenza, la sua perfetta unione con Dio e la sua santità. Ora, come la sua anima non può essere sfiorata non solo dalla minima ombra di peccato, ma nemmeno dalla minima imperfezione, così la sua intelligenza non potrebbe essere sfiorata dalla minima ombra di errore.

 

Questa perfetta adesione di Maria alla Verità permette di comprendere anche l’incomparabile perfezione della sua libertà. «La Verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32): mai questa parola di Nostro Signore trova, in una semplice creatura, una realizzazione tanto perfetta quanto in sua madre. Perché la vera libertà non consiste nella possibilità di allontanarsi dal bene, ma nella capacità di muoversi in esso senza impedimenti.

 

Non essendo la sua volontà ostacolata da alcuna inclinazione al peccato, essendo la sua conoscenza della Verità e la sua adesione al Bene senza ostacoli, la sua stessa libertà raggiungeva una perfezione unica. Lungi dal diminuire il suo libero arbitrio, la sua impeccabilità le conferiva, secondo l’espressione di padre Garrigou-Lagrange, «la piena libertà nell’ordine del bene senza alcuna deviazione verso il male» (3). La sua libertà era così, sull’esempio di quella del suo divino Figlio, un’immagine purissima della libertà di Dio.

La Madre di Dio, contemplatrice del Verbo incarnato

Occorre tenere presente che la contemplazione di cui parliamo, essendo un mezzo con cui Dio comunica la sua stessa vita, non si limita all’osservazione e all’ammirazione delle verità contemplate: questa contemplazione stessa trasforma a poco a poco le anime secondo il modello di ciò che contemplano. In altre parole, mediante la contemplazione cristiana, Dio assimila progressivamente le anime e le trasforma a immagine di Gesù Cristo. È in questo senso preciso che san Paolo insegna che «il giusto vive di fede» (Rm 1, 17).

 

Ora, l’anima che, più di ogni altra, ha vissuto costantemente sotto l’influsso della fede nella contemplazione di Nostro Signore, è quella della santissima Vergine Maria. Perché la capacità unica e singolare dell’Immacolata di penetrare il Vero attraverso la contemplazione non dipende soltanto dai doni senza pari che ha ricevuto, e che la dispongono a una capacità intuitiva superiore a quella degli angeli. Un altro elemento, altrettanto importante, la pone in una situazione assolutamente privilegiata: la sua relazione diretta e unica con l’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, in ragione della maternità divina.

 

«La santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre».

 

Non dimentichiamo che questa umanità, unita al Verbo, è il mezzo con cui il Padre ha scelto di compiere la pienezza della Rivelazione. Ora, la santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre.

 

Questa prossimità è portata a un grado assolutamente incomparabile dal fatto che l’umanità di Nostro Signore, nel suo elemento materiale, è fornita esclusivamente dalla santissima Vergine Maria. Di conseguenza, non è mai esistita e non esisterà mai nella storia un’affinità più profonda tra una madre e suo figlio di quella che unisce Maria e Gesù.

 

Senza rischio di esagerare, possiamo qui stabilire un parallelo piuttosto impressionante tra la generazione eterna del Verbo e la generazione nel tempo di Nostro Signore. Come il Padre, nell’eternità, contemplando il Verbo, gli dice: «Oggi ti ho generato» (Salmo 2, 7) – dove l’oggi significa l’eternità stessa –; così la Madonna, contemplando Nostro Signore, può dirgli senza posa: «Sono tua madre, ti ho generato nel tempo». Parafrasando il Credo, san Leone Magno riassume l’affinità unica tra l’umanità di Nostro Signore e Maria con un’espressione molto bella e piuttosto originale: «consustanziale a sua Madre» (Sermone 30, 6).

 

Inoltre, Maria ha avuto per trent’anni sotto gli occhi questa umanità unita al Verbo, come una finestra divina spalancata davanti alla sua anima. Sappiamo tutti che Nostro Signore ha voluto trascorrere trent’anni della sua vita nell’oscurità per farci cogliere il primato della vita contemplativa sulla vita attiva. Ma una seconda ragione, altrettanto profonda, illumina questi lunghi anni di Nazaret: offrire a Maria l’agio di contemplare, in un’intimità senza pari, il Verbo incarnato di cui era la madre. Perché? Perché fosse sempre più santificata e trasformata a sua immagine, certamente. Ma anche perché, nutrita dalla contemplazione della Verità fatta carne, potesse poi farne vivere la Chiesa.

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Maria comunica alle anime la vita che ha ricevuto

Infatti, questa incomparabile conoscenza del Verbo incarnato non era destinata a restare il privilegio personale della Vergine Maria. La pienezza di grazia che ha ricevuto era ordinata anche alla sua missione di Mediatrice universale: colei che ha ricevuto Cristo e lo ha dato al mondo resta associata, in piena dipendenza dal Figlio, alla comunicazione alle anime dei frutti della Redenzione.

 

Di conseguenza, poiché la vita soprannaturale comincia quaggiù con la conoscenza di Dio sotto il velo della fede, è in primissimo luogo in questo ambito che si esercita la mediazione di Maria. Avendo conosciuto Gesù Cristo come nessun’altra creatura, ella genera i suoi figli alla vita della fede: introduce le anime alla conoscenza di suo Figlio, le conferma nella Verità che egli rivela e insegna loro a penetrarne sempre più i misteri.

 

«La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo».

 

La Madonna doveva così comunicare alla Chiesa nascente, non soltanto il frutto della sua contemplazione, ma in un certo senso l’esercizio stesso – potremmo dire il metodo – di questa contemplazione, chiamata a costituire il principio interiore della vita della Chiesa. Infatti, che sia spirituale, liturgica o dottrinale, l’attività della Chiesa si riconduce sempre a un medesimo atto di contemplazione, la cui finalità è santificare le anime e prepararle alla visione beatifica. Nostra Signora doveva diventare, in questa prospettiva, l’archetipo dell’anima cristiana.

 

Ma la missione materna di Maria non si ferma qui: poiché il suo scopo è far nascere la fede nelle anime, ella non può restare indifferente alla necessità di difendere la Verità. Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui. Perché l’errore in questo ambito, interponendosi tra l’intelligenza e la Verità divina, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte.

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L’errore è nemico della contemplazione e, di conseguenza, della santificazione

È importante cogliere bene la necessità della contemplazione come fondamento della vita spirituale. Nella concezione modernista, l’atto di fede è ridotto essenzialmente a un’esperienza interiore e personale di Dio che, in pratica, prescinde dal contenuto esteriore della Rivelazione: una tale concezione rende incomprensibile e inutile tutto ciò che abbiamo appena descritto.

 

«Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui».

 

Illustriamo questa difficoltà con un esempio concreto. Se non credo più, in termini chiari e senza equivoci, che la santa Messa è il rinnovamento del sacrificio della Croce reso presente sull’altare, la mia contemplazione e la mia percezione di questo sacramento ne risulteranno modificate. Di conseguenza, anche il mio modo di pregare, di celebrare la Messa o di assistervi cambierà.

 

A lungo andare, cambierà anche la mia concezione dello stesso sacrificio della Croce, perché l’atto che lo rinnova sarà stato, in un certo modo, snaturato nel suo significato e nella comprensione che posso averne. Per finire, lo stesso concetto di Redenzione ne risulterà trasformato, soprattutto nella sua dimensione espiatoria e propiziatoria.

 

Lo stesso meccanismo si ritrova ogni volta che una verità rivelata viene oscurata o indebolita: la contemplazione ne risulta colpita, poi la vita cristiana stessa. Di fatto, ciò corrisponde a quanto è accaduto nella Chiesa universale con il rito riformato. E l’esempio potrebbe essere facilmente esteso alla perdita della fede nella regalità di Cristo e nei suoi diritti pubblici imprescindibili, o ancora nella necessità assoluta di passare per Nostro Signore per essere salvati, dando luogo oggi alla pratica generalizzata di un ecumenismo deleterio.

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Madre delle nostre anime, la Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica

Appare dunque chiaramente che la santissima Vergine Maria, archetipo dell’anima cristiana e madre della vita soprannaturale, aborrisce l’errore come aborrisce il peccato. La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo.

 

Da che cosa deve proteggerla? Da tutto ciò che le fa ostacolo, la ferisce o la distrugge: l’eresia e il peccato. Comprendiamo allora più profondamente che cosa significa schiacciare la testa del Serpente, di colui che è «omicida fin da principio» (Gv 8, 44) e nemico della Vita. Là dove Satana diffonde la morte con la menzogna e con il peccato, Maria protegge la vita conducendo le anime alla Verità e alla grazia.

 

Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne: tutti quegli errori che impediscono alle anime di conoscere nella sua pienezza la Verità divina, di contemplarne la Bellezza e di prepararsi a possederla per l’eternità. Perché Satana persegue, attraverso tutte le sue opere, un medesimo disegno: separare l’intelligenza dalla Verità per separare l’anima da Dio.

 

In nessun modo la santissima Vergine può tollerare che suo Figlio, Verità incarnata, sia considerato una via tra le altre per andare al Padre; in nessun modo potrebbe tollerare che la Verità e l’errore siano trattati sullo stesso piano, in nome della dignità umana e della libertà menzognera di scegliere tra il vero e il falso. Nessuno come la Madonna è consapevole che lasciare le anime scegliere tra Gesù e Barabba significherebbe ingannarle e disprezzarle.

 

Nessuno come la Vergine può fare propria la risposta di Nostro Signore ai Giudei: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6, 29). A quest’opera è associata in modo unico come Madre di Dio: è per mezzo di lei che il Figlio inviato dal Padre entra nel mondo.

 

Ecco perché è la grande assente degli incontri ecumenici: dà fastidio, non può essere invitata. È portatrice di un messaggio incompatibile con lo spirito di Assisi: il richiamo inflessibile dei diritti esclusivi di suo Figlio, Cristo Re, su tutte le anime – in altri termini, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni. Se potesse prendervi la parola, ricorderebbe necessariamente agli uomini, in quanto Madre e Regina, che s’impone una scelta: «O mio Figlio o gli altri!».

 

«Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne».

 

Ecco perché, tra i titoli più belli e gloriosi che la liturgia – e dunque la Chiesa – attribuisce a Maria, figura questo: «Colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie». Questo titolo si addice in modo mirabile a colei che ha ricevuto la missione e il mezzo di far nascere in noi la vita divina – Nostro Signore stesso – e di condurci alla santità.

 

È dunque lei sola che, nella confusione attuale di un modernismo trionfante, può ottenere alle nostre anime di essere preservate dall’errore e dall’indifferenza – quest’ultima essendo talvolta ciò che conduce all’errore, talvolta ciò che ne deriva: il frutto più maturo e più pernicioso dello spirito di Assisi.

 

È la Vergine sola che può ricondurre di nuovo le intelligenze verso la Verità eterna, e convertirle permettendo loro di conoscere Dio e di adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4, 24).

 

È soltanto lei, infine, che può ridare agli uomini di Chiesa lo zelo dei papi, dei martiri e dei confessori, pronti a tutto per difendere la Fede cattolica e manifestarne al mondo la purezza: riflesso, nel tempo e nella storia, della purezza stessa della Verità eterna.

 

Dio vi benedica.

Don Davide Pagliarani

 

Menzingen, 4 novembre 2026

 

NOTE

1) La verità è la perfetta conformità dell’intelligenza alla realtà che essa conosce. Ora, in Dio la potenza della sua intelligenza è infinita, così come la realtà a cui si applica: l’Essere stesso di Dio. Per questa ragione, Dio è la Verità suprema.

2) Il Vero è l’Essere in quanto conosciuto dall’intelligenza; il Bene è l’Essere in quanto desiderato o posseduto dalla volontà.

3) Réginald Garrigou-Lagrange, o.p., La Mère du Sauveur et notre vie intérieure, prima parte, cap. II, art. III, «Marie a été exempte de toute faute, même vénielle?», Paris, Éditions du Cerf, 1948.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Il cardinale indiano Gracias contro il divieto della Messa in latino se il Concilio Vaticano II non verrà respinto

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Il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo emerito di Bombay, ha dichiarato in un’intervista di essere contrario alle restrizioni sulla celebrazione della Messa tradizionale in latino (TLM) finché tale celebrazione non indichi un «rifiuto» del Concilio Vaticano II da parte dei fedeli. Lo riporta LifeSite.   In un’intervista rilasciata alla testata vaticanistica AdVaticanum e pubblicata il 2 novembre, il cardinale Gracias, membro chiave del Consiglio cardinalizio di Papa Francesco, ha osservato di aver permesso la celebrazione della Messa in rito tridentino in tre parrocchie di Bombay, poiché alcuni dei suoi fedeli ritenevano di poter «pregare meglio» in questa forma di celebrazione.   Il proporato indiano ha sottolineato di essere contrario al divieto di celebrare la Messa tridentina, purché ciò non implichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. «Ho trovato alcuni laici che sentivano sinceramente di poter pregare meglio con quel rito. Non sarei favorevole a proibirne la diffusione, a patto che non indichi un rifiuto del Concilio Vaticano II. C’è valore nell’attuale approccio di maggiore apertura a questa celebrazione», ha dichiarato il cardinale alla testata.   Il prelato indico ha aggiunto che è necessario salvaguardare sia la «riforma del Concilio Vaticano II», sia il «legittimo desiderio di continuità con la tradizione liturgica della Chiesa», sia la necessità di una «genuina partecipazione attiva dei fedeli».   L’intervista di Gracias è arrivata poco più di una settimana dopo che ai pellegrini che partecipavano al Summorum Pontificum del 2026 era stato negato non solo il permesso di assistere alla Messa all’interno, ma anche di entrare in processione e pregare all’interno della Basilica di San Pietro. La scorsa settimana alcune foto diventate virali sui social media mostravano pellegrini cattolici a cui veniva fisicamente impedito di attraversare Piazza San Pietro per entrare nella Basilica.   ; La guerra del papato contro la Messa antica sembra quindi non solo continuare sotto Leone, ma perfino acuirsi. Al centro vi sono gli sforzi di alcuni membri della gerarchia, come il cardinale britannico Arturo Roche.   Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso sulla stampa cattolica un documento riservato del Roche contro ma Messa tradizionale distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio.   Le posizioni del documento del cardinale Roche contro la Messa di sempre erano state demolite dal vescovo Athanasius Schneider.   Secondo alcune voci, il Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino sotto Bergoglio, fu colui che guidò l’attacco del defunto pontefice contro la Messa tradizionale e impose delle restrizioni alla stessa.   Nel 2024 il cardinale germanico Gerardo Müller aveva osservato che «un alto rappresentante» dell’ufficio di Roche era rimasto costernato nell’apprendere della popolarità del pellegrinaggio di Chartres con Messa in latino, dovuta unicamente alla celebrazione della Messa tradizionale.  

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Immagine di UK in Holy See via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0; immagine tagliata
 
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«Sbattezzo»: verso la cancellazione dai registri?

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Dichiararsi apostati non basta più ad alcuni, che ora vogliono far sparire persino la prova del proprio battesimo.

 

Si può esigere dalla Chiesa che cancelli ogni traccia di un battesimo celebrato diversi decenni prima? È la questione che dovrà risolvere la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), adita per una controversia che oppone la diocesi di Gand, in Belgio, a un uomo che desidera far sparire il proprio nome dai registri battesimali.

 

Il 1° ottobre 2026, l’avvocato generale della Corte, Laila Medina, ha reso delle conclusioni che hanno provocato una viva inquietudine tra i vescovi europei. Secondo lei, il diritto alla cancellazione dei dati personali, riconosciuto dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), può riguardare anche i registri di battesimo.

 

La Corte non ha ancora emesso la sua sentenza e le conclusioni dell’avvocato generale non la vincolano, ma la prospettiva di vedere una giurisdizione civile imporre la soppressione di iscrizioni sacramentali inquieta già.

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Un battesimo contestato davanti ai tribunali

La causa, registrata con il numero C-12/25 e nota con il nome di Bisdom Gent, trae origine dalla richiesta di un uomo battezzato cattolico durante l’infanzia. Non desiderando più appartenere alla Chiesa, ha chiesto alla diocesi di Gand la soppressione di tutti i dati personali che lo riguardano nei registri e negli archivi ecclesiastici.

 

La diocesi non ha accolto questa richiesta, preferendo conservare l’iscrizione battesimale aggiungendovi tuttavia una menzione che indica che l’interessato aveva lasciato la Chiesa. Insoddisfatto, l’uomo si è rivolto all’Autorità belga per la protezione dei dati, che gli ha dato ragione e ha ordinato la cancellazione. La diocesi ha contestato questa decisione, portando infine la giustizia belga a interrogare la CGUE.

 

Nelle sue conclusioni del 1° ottobre, Laila Medina ammette che la Chiesa può invocare motivi legittimi per conservare i propri registri, in particolare la necessità di assicurare la buona amministrazione dei sacramenti, ma ritiene che queste ragioni debbano essere bilanciate con i diritti della persona che chiede la cancellazione dei suoi dati.

 

Un simile approccio apre la via a un’ingerenza inammissibile dell’autorità civile nel governo interno della Chiesa, società perfetta e sovrana nel suo ordine, che non può vedere la conservazione dei suoi atti sacramentali sottoposta alla valutazione dei tribunali civili.

I vescovi europei danno l’allarme

La reazione della Commissione degli Episcopati dell’Unione Europea (COMECE) non si è fatta attendere. In un comunicato pubblicato il 5 ottobre, ha espresso le sue «forti preoccupazioni», avvertendo che le conclusioni dell’avvocato generale potrebbero comportare una «importante insicurezza giuridica» per le diocesi europee.

 

I vescovi contestano in particolare la messa in discussione della soluzione canonica quando una persona chiede di essere «sbattezzata»: l’inserimento di un’annotazione a margine nel registro. Questa annotazione permette di constatare ufficialmente che l’interessato ha rinnegato la fede cattolica o dichiarato la propria apostasia, senza sopprimere l’atto di battesimo stesso.

 

Per la COMECE, questa pratica costituisce una risposta adeguata, già riconosciuta in diversi sistemi giuridici europei. Permette di rispettare la volontà espressa dalla persona preservando al tempo stesso l’integrità del registro. I vescovi sottolineano soprattutto che sopprimere il nome e il cognome del battezzato equivarrebbe a privare l’iscrizione del «suo senso, il suo valore e la sua finalità».

 

Le conseguenze non riguarderebbero del resto soltanto il richiedente, poiché un atto di battesimo può contenere anche i nomi dei genitori, del padrino, della madrina e del sacerdote che ha amministrato il sacramento, senza contare il valore storico, genealogico e talvolta giuridico di questi registri.

 

La COMECE ricorda inoltre che la Chiesa deve poter organizzare la propria vita interna senza ingerenze delle autorità civili, invocando in particolare l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che riconosce e rispetta lo status delle Chiese negli Stati membri.

Il Vaticano ricorda che un battesimo non si cancella

Roma aveva già preso posizione su tale questione nella primavera del 2025. In una nota datata 7 aprile e pubblicata il 17 aprile, il Dicastero per i testi legislativi ricordava che le iscrizioni dei registri battesimali non possono essere modificate o soppresse, salvo per correggere un errore di trascrizione.

 

Questa regola risponde a una necessità elementare: un registro di battesimo non è uno schedario di aderenti che si potrebbe modificare a seconda delle iscrizioni e delle disiscrizioni, ma un documento che attesta che un sacramento è stato amministrato, in una data e in un luogo determinati.

 

Ora, se un cattolico può abbandonare la pratica religiosa, rifiutare la fede o persino apostatare, non può cancellare il fatto di essere stato battezzato. La Chiesa insegna infatti che il battesimo imprime nell’anima un carattere indelebile, che nessuna decisione personale né alcuna autorità civile può sopprimere. Il sacramento non può dunque essere né annullato né reiterato.

 

I registri di battesimo svolgono inoltre un ruolo essenziale nella vita della Chiesa, poiché permettono in particolare di verificare che una persona sia stata effettivamente battezzata prima di ricevere altri sacramenti, come la confermazione, il matrimonio o l’ordine.

 

C’è qui, in ogni caso, una crudele ironia: dopo aver rivendicato, in nome della libertà religiosa del Vaticano II, la rinuncia ai privilegi della Chiesa nella società, le autorità ecclesiastiche vedono ora gli Stati trattare la Chiesa come un’associazione ordinaria, sottoposta alle stesse regole di qualsiasi organismo privato.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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«Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario»: profonda omelia di Ognissanti di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa di Tutti i Santi

INTER SANCTOS SORS ILLORUM

Omelia nella festa di Tutti i Santi

 

Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat,

ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis.

Dopo ciò vidi una moltitudine grande, che nessuno poteva contare,

di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Ap 7, 9

 

Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis.

Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.

Lc 10, 20

 

Il censimento di Cesare e il libro dell’Agnello

Nella notte in cui il Verbo si fece carne, il mondo era occupato a contare: Exiit edictum a Cæsare Augusto, ut describeretur universus orbis — venne emanato un editto di Cesare Augusto perché si facesse il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1). Colui che è il Nome al di sopra di ogni nome fu iscritto, nel suo primo giorno di vita, tra i numeri dell’Impero. L’Impero non sapeva che cosa stesse annotando; ma Dio sapeva che, da quel giorno, un altro registro era stato aperto.
 
È di questo registro che la Santa Chiesa ci parla oggi. San Giovanni, nelle sue visioni a Patmos, ode anzitutto una cifra, centum quadraginta quatuor millia signati — centoquarantaquattromila segnati (Ap 7, 4); poi si volge, e vede turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat, una moltitudine grande, che nessuno poteva contare (Ap 7, 9). Dio conta, ma non somma; conta chiamando per nome: Qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat — egli conta la moltitudine delle stelle, e a tutte dà un nome (Sal 146, 4). Per questo Nostro Signore, indicando ai discepoli la ragione della loro gioia, non disse: rallegratevi perché siete numerosi, ma Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis — rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10, 20).
 
Vorrei dunque soffermarmi su un’unica antitesi, che racchiude la storia intera: quella tra il Nome e il Numero. Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario; e la santità, che oggi celebriamo, non è altro che la fedeltà al primo contro la pretesa del secondo.

Il Numero della Bestia

Il Numero ha la sua logica, e l’Apocalisse la descrive con esattezza: la Bestia impone a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, un marchio, et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus — e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome (Ap 13,17).   Non pretendo di interpretare i numeri, ma non possiamo non riconoscere in essi una logica: l’uomo ridotto a numero, registrato e identificato, e l’accesso al pane quotidiano subordinato al possesso di un marchio. È la logica di un mondo di tessere e di codici, di identità digitali e di credito sociale, in cui la persona è soltanto ciò che di essa è calcolabile, perciò controllabile.   L’Apostolo Giovanni non dice: scandalizzatevi; dice: Qui habet intellectum, computet numerum bestiæ — chi ha intelligenza, calcoli il numero della Bestia (Ap 13,18). Discerna, cioè, e non si lasci contare né segnare dal marchio della Bestia.
 
Il Numero, infatti, è l’arte propria di chi non sa creare né amare. Tutto ciò che viene da Dio è irripetibile e gratuito: non una foglia è uguale a un’altra, non un volto a un volto, perfino le stelle, perché stella enim a stella differt in claritate — una stella differisce dall’altra in splendore (1 Cor 15,41). Il Creatore non conosce lo stampo né l’imitazione. Il diavolo, che nulla ha di proprio da donare, può soltanto imitare e moltiplicare grottesche contraffazioni.   Il marchio della Bestia è identico per tutti, in dextera manu sua, aut in frontibus suis (Ap 13,16). Come non riconoscervi il nostro mondo di simulacri: identità fabbricate, comunità senza corpi e corpi deturpati, voci artificiali senza anima? Chi vive di simulacri diventa simulacro: perde il nome, e resta un numero tra tanti, con la misera illusione che il proprio anonimato assicuri di appartenere al consorzio sociale senza venirne esclusi.   Non vi sfuggirà, cari fedeli, come tanto nella società civile quanto in quella religiosa ci troviamo oggi a vivere le medesime dinamiche di segregazione, di ostracismo e di «scomunica».
 
Né vi è una terza anagrafe. Gli abitanti della terra adorano la Bestia, quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ Agni, qui occisus est ab origine mundi — i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che fu ucciso fin dall’origine del mondo (Ap 13,8). O si è registrati dalla Bestia, o si è iscritti nel libro della vita dell’Agnello.

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Il Nome del santo

Ma l’Apocalisse conosce anche un altro sigillo. Sul monte Sion appare l’Agnello con coloro che habentes nomen ejus, et nomen Patris ejus scriptum in frontibus suis — portano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulla fronte (Ap 14, 1). Due fronti: quella marchiata da un numero, e quella segnata da un Nome. E noi sappiamo quando la nostra fronte fu segnata: al fonte battesimale, quando il sacerdote, dopo averci chiesto il nome, vi tracciò la croce: Accipe signum crucis tam in fronte, quam in corde — ricevi il segno della croce, tanto sulla fronte quanto nel cuore.
 
Il mondo subordina l’individualità del singolo all’anonimato delle masse senza nome: per questo non tollera il Santo Nome di Gesù, ben sapendo che non vi è altro nome sotto il cielo, dato agli uomini, nel quale dobbiamo essere salvati (At 4, 12). Eusebio di Cesarea ricordando il martire San Sancto, diacono di Vienne, in Francia, nella persecuzione del 177, riporta come questi, tormentato e interrogato sul nome, sulla città, sulla condizione, a ogni domanda rispondeva una cosa sola, nella lingua di Roma: Christianus sum (Hist. Eccl., V, 1).   Ecco il santo: l’uomo che, interrogato dal mondo sui propri dati anagrafici, risponde identificandosi con Colui del quale porta la Croce in fronte.
 
Il santo, dunque, non è un filantropo, un pacifista o un testimonial di cause promosse dal mondo, come una nozione svuotata di santità vorrebbe farci intendere. Il Concilio di Trento insegna che i santi, regnando insieme con Cristo, offrono a Dio le proprie preghiere per gli uomini (sess. XXV): ci hanno preceduti nell’eternità e da lì continuano — nella Comunione dei Santi — ad intercedere per noi ancora peregrinanti in terra.   Il Vangelo odierno ne traccia il ritratto: nessuno dei beati figura tra i vincenti del mondo, e Nostro Signore promette la beatitudine a chi sarà perseguitato per causa Sua (Mt 5, 11). Non per una causa, non per un’ideologia: per causa Sua.

La tentazione di essere contati

Il pericolo maggiore, oggi, non è che il mondo ci conti, ma che noi desideriamo essere contati; che, cioè, accettiamo di identificarci non nell’appartenenza a Nostro Signore, dal Quale siamo stati redenti, ma nell’essere inseriti in un database; non nel portare il sigillo del Battesimo, ma nel recare sottopelle un microchip; non nell’essere riconosciuti per il nostro comportamento da buoni Cristiani, ma nel vederci identificati dalle telecamere di sorveglianza.   In un mondo che cancella l’immagine di Dio nell’uomo, il pericolo è che il Cristiano accetti di mutarsi in macchina, di meccanizzare le proprie azioni, di ibridarsi perdendo la memoria, l’intelletto e la volontà: la memoria, con la cancellazione della cultura (cancel culture); l’intelletto, con la virtualizzazione della realtà e l’intelligenza artificiale; la volontà, con l’imposizione, da parte del Leviatano globalista, di norme tanto irragionevoli quanto tiranniche.
 
Contro questa triplice mutilazione dell’uomo, nella memoria, nell’intelletto e nella volontà, la Sacra Scrittura non ci lascia privi di un’immagine né di un modello. Mentre la Bestia segna e conta, anche il Cielo segna e conta, e lo fa per primo: Nolite nocere terræ, et mari, neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum — non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio (Ap 7,3). Prima che si scateni la tribolazione, è Dio a imprimere il proprio sigillo; e soltanto allora Giovanni ode il numero dei segnati: centoquarantaquattromila. Questa cifra non va però confusa con il numero della Bestia.   Quello è numerus hominis — numero d’uomo (Ap 13,18): sei, sei, sei, imperfezione che si ripete senza mai raggiungere la pienezza del settimo giorno, la pienezza della perfezione divina. Centoquarantaquattromila, invece, secondo l’esegesi tradizionale, è la cifra della pienezza: dodici per dodici per mille, cioè la totalità del popolo eletto raccolta sotto il sigillo del suo Signore. Il numero 6-6-6 è imposto dal basso a chi lo subisce dalla Bestia; la cifra centoquarantaquattromila viene dall’alto a chi riceve il sigillo dell’Agnello. L’uno cancella il nome nell’anonimato, l’altra lo custodisce: e infatti quei centoquarantaquattromila portano scritto in fronte non un codice, ma il Nome dell’Agnello e quello del Padre Suo.
 
E chi sono costoro? Lo chiede uno dei Vegliardi al Veggente Giovanni, il quale, umilmente, rimette a lui la risposta: Hi sunt, qui venerunt de tribulatione magna, et laverunt stolas suas, et dealbaverunt eas in sanguine Agni — costoro sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello (Ap 7, 14). Non vengono dunque dal compromesso con il mondo, ma dalla tribolazione; non hanno schivato la persecuzione, vi sono passati. E la loro candida veste non è frutto di una virtù ostentata, bensì del Sangue di Cristo, attinto ai Sacramenti: nel lavacro del Battesimo, nel tribunale della Penitenza, nel Calice del Sacrificio.   Per questo la visione del cielo mostra eos qui vicerunt bestiam, et imaginem ejus, et numerum nominis ejus — coloro che hanno vinto la Bestia, la sua immagine e il numero del suo nome (Ap 15, 2). Non la vinsero con la forza né con l’astuzia, ma così come il Libro ci rivela: ipsi vicerunt illum propter sanguinem Agni, et propter verbum testimonii sui, et non dilexerunt animas suas usque ad mortem — essi vinsero in virtù del sangue dell’Agnello e della parola della loro testimonianza, e non amarono la loro vita fino alla morte (Ap 12, 11).
 
Ecco, dilettissimi, il modello della nostra santità nei tempi escatologici che viviamo: il sigillo ricevuto nel Battesimo e custodito intatto; le vesti lavate nel Sangue dell’Agnello e mai più macchiate; la testimonianza resa fino al martirio, di coloro nel cui labbro non est inventum mendacium — non fu trovata menzogna (Ap 14, 5), mentre tutto, intorno a noi, si fa simulacro e inganno. Non ci è chiesto di essere molti, né potenti: ci è chiesto di essere segnati, di essere candidi, di essere fedeli.   Il mondo pretenderà da noi un numero; Dio ci chiama per nome, e chi risponde al proprio nome non potrà essere ridotto a numero. La Bestia può imporre il suo numero a chi glielo concede; ma nulla può imprimere – la Bestia – su chi già porta sulla fronte il Nome dell’Agnello.   Chi vince sarà vestito di bianche vesti; io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli (Ap 3,5).
 
E così sia.
 

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Immagine: William Blake (1576-1827), The Number of the Beast is 666 (1805), Rosenbach Museum and Library, Philadelphia. Immagine  di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine rielaborata
 
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