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Geopolitica

Khamenei dell’Iran afferma che Stati Uniti e Israele sono collegati alla violenza mortale delle proteste: «Migliaia di morti»

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Le strade dell’Iran sono rimaste relativamente tranquille negli ultimi giorni, dopo due settimane di proteste su vasta scala che hanno scosso il Paese a causa della grave crisi economica in corso e in seguito alle minacce di intervento da parte di Washington, che ha annunciato possibili attacchi contro siti governativi.

 

Quando le manifestazioni e i disordini si sono trasformati in vere e proprie rivolte con scontri violenti contro la polizia, causando vittime da entrambe le parti in diverse località, le autorità di Teheran hanno imposto un blackout totale di Internet e dei servizi di messaggistica, convinte che tale misura avrebbe ostacolato o rallentato qualsiasi tentativo straniero di sfruttare le proteste a fini destabilizzanti.

 

Dopo otto giorni di completa interruzione della rete, l’Iran ha iniziato sabato a allentare gradualmente le restrizioni, ripristinando innanzitutto il servizio di messaggistica breve (SMS) su tutto il territorio nazionale. I media statali hanno descritto un piano progressivo per il ritorno alla normalità di Internet e dei servizi di comunicazione.

 

Al Jazeera riporta dichiarazioni di autorità statali secondo cui cellule terroristiche e una cospirazione straniera sono state smantellate, e la situazione è ora sotto controllo: citando funzionari, l’emittente qatarina ha riferito che la decisione di allentare il blackout è stata presa dopo la stabilizzazione della sicurezza e l’arresto di figure chiave collegate a «organizzazioni terroristiche» responsabili della violenza durante le proteste contro l’aumento dei prezzi e le difficoltà economiche, scoppiate il 28 dicembre in diverse città iraniane.

 

Le autorità hanno sostenuto che il blackout di Internet ha «indebolito notevolmente le connessioni interne delle reti di opposizione all’estero» e ha interrotto le operazioni delle «cellule terroristiche».

 

In questo contesto, anche la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è intervenuta, accusando attori legati agli Stati Uniti e a Israele di essere responsabili dell’uccisione di «diverse migliaia» di persone durante le proteste antigovernative.

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«Coloro che sono legati a Israele e agli Stati Uniti hanno causato danni ingenti e ucciso diverse migliaia di persone», ha dichiarato sabato. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali hanno respinto ripetutamente le accuse iraniane di «complotto straniero». Alcuni di loro sono stati uccisi «in modo brutale e disumano», ha aggiunto Khamenei senza fornire ulteriori dettagli, durante un incontro pubblico trasmesso dalla televisione di Stato.

 

Si tratta della prima volta che un’alta autorità iraniana parla esplicitamente di vittime in termini di «migliaia». In precedenza, alcuni gruppi di monitoraggio con sede negli Stati Uniti e certi media americani avevano avanzato stime di 12.000 morti, una cifra ritenuta enorme e che ha suscitato scetticismo.

 

Riguardo all’ipotesi di un complotto straniero, il Financial Times sembra essere il primo organo di informazione mainstream a riportare testimonianze su gruppi ben organizzati e vestiti di nero che hanno alimentato caos e violenza contro la polizia durante le proteste…

 

«C’erano gruppi di uomini vestiti di nero, agili e veloci. Davano fuoco a un bidone della spazzatura e poi si spostavano rapidamente verso il bersaglio successivo». «Sembravano dei commando». «Erano sicuramente organizzati, ma non so chi ci fosse dietro di loro».

 

L’Iran ha affermato che centinaia di poliziotti e membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi o feriti, e ha diffuso video che mostrerebbero presunti «manifestanti» armati intenti a fomentare un’insurrezione contro le posizioni governative. Non sorprende che servizi di intelligence israeliani o occidentali possano tentare di infiltrare e deviare le proteste verso obiettivi di destabilizzazione del regime.

 

Tuttavia, dimostrare tale scenario resta estremamente difficile nel mezzo della nebbia della guerra e dell’intensa propaganda diffusa da tutte le parti coinvolte.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Khamenei ha dichiarato che l’«arrogante» Trump sarà «rovesciato».

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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International 

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Geopolitica

Trump firma le nuove sanzioni contro la Russia

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promulgato una normativa di ampio raggio che rafforza le sanzioni nei confronti della Russia e consente l’applicazione di dazi fino al 100% sui principali acquirenti di energia russa. Mosca ha messo in guardia sul fatto che ulteriori misure punitive renderebbero più difficili i tentativi di chiudere il conflitto in Ucraina e potrebbero destabilizzare ulteriormente i mercati energetici.   In un comunicato diffuso venerdì, la Casa Bianca ha reso noto che Trump ha firmato il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, dopo l’approvazione del Senato con 86 voti a favore e 11 contrari ad agosto e della Camera dei Rappresentanti con 262 voti a favore e 159 contrari mercoledì.   La legge colpisce alti funzionari russi, istituti bancari, soggetti del comparto della difesa e dell’energia, nonché quella che i Paesi occidentali definiscono la «flotta ombra» di navi russe. Inoltre, autorizza Trump a imporre dazi fino al 100% sulle merci provenienti dai cinque maggiori acquirenti di petrolio greggio e gas naturale russi.

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Il testo, tuttavia, non indica espressamente i principali acquirenti di energia russa come la Cina o l’India, e l’aliquota tariffaria può essere fissata al di sotto del tetto del 100%.   La misura fu avanzata inizialmente dal defunto senatore repubblicano e falco anti-russo Lindsey Graham e dal democratico Richard Blumenthal nell’aprile del 2025. La versione originaria minacciava dazi del 500% sui Paesi che acquistano energia dalla Russia, ma dopo oltre un anno di trattative con la Casa Bianca la soglia fu ridotta al 100%.   Il disegno di legge conferisce inoltre a Trump ampi poteri di deroga, consentendogli di sospendere le sanzioni in base agli interessi nazionali e lasciando alla sua amministrazione un ampio margine nella definizione delle tariffe doganali: uno dei nodi principali dei negoziati tra la Casa Bianca e i legislatori, poiché alcuni temevano che la norma avrebbe attribuito a Trump un potere eccessivo.   L’amministrazione Trump ha di recente allentato le sanzioni sul petrolio russo. Durante il conflitto con l’Iran, l’amministrazione aveva concesso deroghe temporanee che permettevano la vendita e la consegna del petrolio russo già in mare, al fine di alleggerire la pressione sui mercati energetici.   Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha avvertito giovedì che la mossa «ostile» «complicherebbe sicuramente gli sforzi per trovare una soluzione pacifica in Ucraina».   L’ambasciata russa a Washington ha sostenuto che interrompere il commercio energetico russo mentre le forniture mediorientali sono interrotte potrebbe rivelarsi oneroso per gli Stati Uniti, definendolo un «invito a prezzi sempre più alti alla pompa»mettendo in guardia sul fatto che un’escalation contemporanea delle tensioni con Mosca e Pechino rappresenterebbe una situazione geopolitica perdente per tutti e «farebbe solo il gioco dei guerrafondai euro-atlantici».

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  Le sanzioni statunitensi contro la Russia hanno una storia stratificata che risale alla Guerra Fredda, ma il loro sviluppo moderno inizia negli anni 2010. Un primo passo significativo è stato il Magnitsky Act del 2012, che colpiva funzionari russi ritenuti responsabili della morte del avvocato Sergej Magnitskij, imponendo divieti di visto e congelamento di beni.   La svolta più rilevante arriva nel 2014, quando l’annessione della Crimea e il sostegno russo ai separatisti nel Donbass hanno spintoWashington, in coordinamento con l’Unione Europea, a varare sanzioni contro individui, banche ed entità legate al settore energetico e della difesa russo.   Nel 2017 il Congresso USA ha approvato il CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), che formalizza e rafforza le misure esistenti, includendo anche le accuse di interferenza nelle elezioni presidenziali del 2016.   La fase più drastica si apre nel febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina: gli Stati Uniti, insieme a decine di Paesi alleati, hanno imposto sanzioni senza precedenti su banche centrali, sistema SWIFT, oligarchi, esportazioni tecnologiche e settore energetico, con un’escalation progressiva negli anni successivi. Una vera e propria guerra economica, forse la prima definibile come tale.

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Di contro, l’Unione Europea ha adottato in totale 21 pacchetti di sanzioni contro la Russia dall’inizio dell’invasione su larga scala nel febbraio 2022. L’ultimo in ordine di tempo, il 21° pacchetto di misure restrittive, ha ricevuto il via libera formale del Consiglio UE il 23 luglio 2026, al termine della procedura scritta, e include il più alto numero di individui inseriti nelle liste sanzionatorie degli ultimi quattro anni: un totale di 218 soggetti, di cui 48 persone fisiche e 170 entità.   Il pacchetto punta a colpire i settori con il maggiore impatto sull’economia russa e sulla capacità di sostenere la guerra in Ucraina, introducendo tra le novità anche la possibilità di un divieto totale nei confronti di Paesi terzi per i servizi legati alle criptovalute, come deterrente contro chi aiuta la Russia a eludere le sanzioni   Va ricordato che il primo pacchetto risale in realtà al 2014, dopo l’annessione della Crimea, ma la numerazione «a pacchetti», arrivata alla grottesca cifra di 21, così come viene comunemente citata si riferisce soprattutto all’escalation avviata dal 2022 in poi.  

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Geopolitica

Trump annuncia l’accordo sulla Groenlandia

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Gli Stati Uniti assumeranno di fatto il controllo della sicurezza della Groenlandia in virtù di un intesa conclusa con la Danimarca e con il territorio artico autonomo, ha dichiarato il presidente Donald Trump.

 

In un post pubblicato venerdì su Truth Social, Trump ha sostenuto che l’accordo «conferisce agli Stati Uniti il ​​controllo permanente sulla sicurezza e su tutte le altre esigenze in Groenlandia, affrontando completamente TUTTE le nostre numerose preoccupazioni statunitensi».

 

«Su mia indicazione, abbiamo lavorato con i rappresentanti della Danimarca e della Groenlandia per garantire che gli Stati Uniti avranno PER SEMPRE la piena capacità di fare ciò che è necessario in Groenlandia per assicurare e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti d’America», ha aggiunto.

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«Inoltre, d’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà MAI avere una base in Groenlandia, una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia, senza la nostra espressa autorizzazione scritta.»

 

Trump ha assicurato che gli Stati Uniti saranno «molto protettivi» verso la Groenlandia, definendo l’intesa «un sogno che si avvera per gli Stati Uniti d’America».

 

L’annuncio è arrivato in coincidenza con un incontro dei più alti ufficiali militari della NATO a Copenaghen, dove i 32 capi della difesa dell’Alleanza si sono riuniti per esaminare il rafforzamento della deterrenza e della difesa collettiva.

 

Il presidente ha a lungo sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero ottenere la Groenlandia dalla Danimarca, in ragione della posizione strategica dell’isola e della necessità di contenere l’influenza russa e cinese nell’Artico. Le sue richieste hanno provocato sdegno a Copenaghen e hanno ulteriormente tesato i rapporti con gli alleati americani della NATO in Europa.

 

L’accordo di difesa tra Stati Uniti e Danimarca del 1951 consente già a Washington di chiedere un incremento della presenza militare in Groenlandia. Pur avendo rifiutato il trasferimento della sovranità sul territorio agli Stati Uniti, i funzionari danesi si sono detti disponibili a rivedere gli accordi in vigore per rispondere alle preoccupazioni di sicurezza sollevate da Trump.

 

La Danimarca ha confermato il raggiungimento di un’intesa poco dopo la dichiarazione di Trump.

 

«Un accordo che rafforza la nostra sicurezza comune nella regione artica e del Nord Atlantico e che è quindi positivo anche per la NATO e per l’Europa. Allo stesso tempo, riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese», ha dichiarato il primo ministro danese Mette Frederiksen.

 

«L’accordo riconosce gli interessi della Groenlandia e il nostro ruolo nella cooperazione internazionale. È un vantaggio per tutti», ha dichiarato il ptrmirt groenlandese Jens-Frederik Nielsen.

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L’emittente danese DR, citando l’ufficio del primo Mministro, ha riferito che le parti intendono firmare l’accordo la prossima settimana a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Nuova York.

 

A febbraio la NATO ha avviato l’iniziativa Arctic Sentry, coordinando ed ampliando le attività militari alleate nell’Artico, comprese le esercitazioni a guida danese in Groenlandia e nelle zone circostanti. La decisione è seguita ai colloqui tra Trump e il Segretario Generale della NATO Mark Rutte sulla sicurezza nella regione.

 

Lo sviluppo avviene mentre un altro grande Paese articolo, il Canada, ha ricevuto la proposta di diventare «membro associato della UE».

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, aveva affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica. Il capo dell’UE aveva inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di euro per quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.

 

 

 

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Geopolitica

Ursula offre al Canada lo status di «membro associato UE»

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La  presidente della Commissione Wuropea Ursula von der Leyen ha proposto di fare del Canada il primo «membro associato» dell’UE.   Il primo ministro canadese Mark Carney ha accolto con favore l’«ambizione» dell’UE, pur precisando che il Canada non punta all’adesione a pieno titolo all’Unione di Brusselle. Con Carney – ex governatore della Banca d’Inghilterra che in passato si era definito europeo – presente al suo intervento a Strasburgo, von der Leyen ha dichiarato che l’UE e il Canada dovrebbero costruire quella che ha definito «un’alleanza per il futuro».   «Vogliamo portare le relazioni con il Canada al livello più alto possibile», ha affermato, aggiungendo che ciò riguarderà settori come l’energia, i minerali critici e la difesa, con l’Artico destinato a diventare un «progetto comune di punta».   Al momento non esiste lo status di «membro associato» dell’UE. Il termine non figura nei trattati UE, nessun Paese – nemmeno l’Ucraina tanto amata dagli euroburocrati – detiene tale posizione e Bruxelles deve ancora precisare quali diritti o obblighi riconoscerebbe al Canada.

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La Commissione Europea ha presentato l’idea come una nuova forma di partenariato che darebbe vita alla più stretta associazione possibile con un Paese extraeuropeo. Resta da chiarire se il Canada otterrebbe un maggiore accesso al mercato unico dell’UE o quali norme dell’Unione dovrebbe rispettare.   L’UE ha già rapporti stretti con Paesi non membri: Norvegia, Islanda e Liechtenstein partecipano al suo mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo, mentre la Svizzera ha una serie di accordi bilaterali con il blocco. Nessuno di questi, tuttavia, è formalmente un «membro associato» dell’UE.   Le due parti hanno già ampi legami economici e di sicurezza. Il loro Accordo economico e commerciale globale (CETA) è applicato in via provvisoria dal 2017 e ha eliminato la maggior parte delle tariffe.   Nel 2025 hanno firmato un accordo di partenariato in materia di sicurezza e difesa, mentre quest’anno il Canada è diventato il primo Paese extraeuropeo ad aderire al programma di difesa SAFE dell’UE.   Ottawa ha cercato di rafforzare i rapporti economici con l’Europa per ridurre la forte dipendenza dagli Stati Uniti, dopo le controversie tariffarie con Washington. Giovedì Carney ha dichiarato al Parlamento Europeo che il Canada «accoglie con favore questa ambizione», ma ha sottolineato che Ottawa non punta alla piena adesione all’UE.   «La nomenclatura precisa per l’Europa è una questione che riguarda l’Europa stessa», ha poi affermato, aggiungendo che «ciò che conta è la sostanza».   Carney ha proposto una maggiore cooperazione nei settori dei minerali critici, dell’energia e della difesa, insieme a un commercio digitale «senza soluzione di continuità» di beni e servizi non agricoli e maggiori opportunità per i giovani canadesi ed europei di lavorare e studiare oltreoceano.   L’ambasciatore designato del Canada presso l’UE, Jonathan Wilkinson, ha dichiarato che Ottawa aveva già discusso l’idea con Bruxelles, ma ha messo in guardia dal fissare un’etichetta prima di aver definito in cosa consisterebbe la relazione.   L’annuncio di von der Leyen avrebbe colto di sorpresa le capitali dell’UE. Alcuni diplomatici, rimasti anonimi, hanno detto a Politico che agli Stati membri non era stato chiesto di approvare la proposta di adesione come membri associati prima della sua presentazione ufficiale.   Qualcuno ha suggerito che il Canada potrebbe ottenere qualcosa di simile agli accordi commerciali strategici che l’UE ha con Ucraina, Moldavia e Georgia, aggiungendo: «Gli Stati membri non si accorderanno su nient’altro».   Anche la Germania ha espresso dubbi sull’etichetta proposta. Il portavoce del governo, Stefan Kornelius, ha affermato che la terminologia andrebbe riconsiderata. Il Financial Times ha riportato l’opposizione di Berlino alla procedura accelerata per la concessione di uno status speciale al Canada, anche per le implicazioni che ciò potrebbe avere sugli altri partner dell’UE.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito l’idea «ridicola» e ha avvertito che adotterebbe ritorsioni economiche se la ritenesse ostile a Washington.   «Se l’intenzione è buona, va bene », ha detto Trump, ma ha avvertito che imporrebbe «tariffe molto pesanti» sull’Europa se avesse un’opinione diversa. Ha anche ventilato la possibilità di interrompere gli scambi commerciali con l’Europa «su molti prodotti».   Carney ha risposto che «nessuno detterà» con chi il Canada potrà stipulare accordi internazionali. Ha tuttavia insistito sul fatto che legami più stretti con l’Europa «non sono una reazione ad altro» e potrebbero rendere il Canada un partner «più forte» degli Stati Uniti.   Il Canada sta cercando di diversificare i propri scambi a causa del deterioramento dei rapporti con il suo principale partner commerciale. Oltre il 70% delle esportazioni di merci canadesi è ancora diretto verso gli Stati Uniti, il che rende Ottawa fortemente esposta ai cambiamenti nella politica commerciale americana.   Anche l’Artico è un’area di interesse comune. Il Canada è uno degli otto Stati artici, mentre tra i membri dell’UE solo Danimarca, Finlandia e Svezia hanno territori nella regione. Carney ha citato la «geografia artica unica» del Canada tra le risorse che il Paese potrebbe mettere a disposizione per una cooperazione più stretta con l’Europa.   Pochi giorni prima della proposta di von der Leyen, i leader europei riuniti al Vertice europeo sull’Artico in Finlandia avevano chiesto un ruolo più incisivo dell’UE nella regione. In seguito von der Leyen ha indicato l’Artico come un «progetto congiunto di punta» con il Canada, senza però precisarne i dettagli.   Il Canada non è il primo Paese per il quale si è discusso di uno status ambiguo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva proposto un modello simile per l’Ucraina all’inizio di quest’anno, ma Kiev lo ha respinto preferendo perseguire la piena adesione all’UE. L’idea, tuttavia, non ha trovato un ampio consenso all’interno del blocco.   Lo status proposto per il Canada non è ancora stato definito e richiederebbe il sostegno degli Stati membri dell’UE. Bruxelles e Ottawa dovrebbero proseguire i colloqui in vista del prossimo vertice Canada-UE che si terrà a Montreal il 29 e 30 ottobre.   Come riportato da Renovatio 21, quando Carney è stato nel fulcro finanziario statale di Londra, la Bank of England, è stato pioniere della questione della CBDC, la moneta elettronica emessa da banca centrale. Nel 2019, prima di pandemia, dedollarizzazione superinflazione e crash bancari che stiamo vedendo, l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Carney ne aveva parlato all’annuale incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole, nel Wyoming nel 2019.   Il Carney, sedicente cattolico, l’anno scorso aveva dichiarato che «dobbiamo unirci tutti» ai valori musulmani.

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A Davos lo scorso gennaio il Carney aveva tenuto un discorso di tenore antitrumpiano sostenendo che, se mai è esistito, l’«ordine basato sulle regole» è finito e ci troviamo ora in un era di fantasia geopolitica imperiale. Trump aveva risposto attaccando il recente abboccamento di Ottawa con Pechino, preconizzando che la Cina «divorerà» il Canada., e rivendicando le sue mire sulla Groenlandia.   Tre mesi fa il Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, aveva dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che inizierà dall’Europa.   Come riportato da Renovatio 21, solo cinque mesi fa Carney aveva menzionato ancora una volta il «nuovo ordine mondiale» durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, la cui partnership con il Canada egli ha elogiato.   In un discorso pubblico in cui lanciava nuove iniziative energetiche in Canada Carney ha preso in giro Trump imitando la gestualità del presidente americano.  

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