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Il corpo incorrotto di un santo perduto nell’incendio siciliano

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Un devastante incendio ha distrutto l’antica chiesa di Santa Maria di Gesù a Palermo, in Sicilia, provocando la scomparsa del suo patrimonio storico e religioso. E, perdita irreparabile, il corpo incorrotto di san Benedetto da Palermo, che era venerato nella chiesa, è andato perduto tra le fiamme.

 

La Chiesa di Santa Maria di Gesù, eretta nel 1426 dal Beato Matteo Guimerà e situata accanto al convento dei Frati Minori nella città di Palermo, in Sicilia, è stata completamente rasa al suolo da un grande incendio.

 

Oltre alla perdita dell’edificio, i fedeli si rammaricano profondamente di aver perso nell’incendio il corpo incorrotto di San Benedetto da Palermo, che vi era custodito: si sono salvati solo pochi frammenti ossei.

 

San Benedetto da Palermo

Benedetto il Moro o Benedetto il Nero o Benedetto l’Africano (1526-1589) era un francescano italiano, nato in Sicilia, da genitori schiavi. Entrò nei Frati Minori Riformati della Stretta Osservanza in un convento vicino a Palermo. Nel 1578, anche se non sapeva né leggere né scrivere, fu eletto superiore dell’ordine per 3 anni.

 

Egli ricevette dallo Spirito Santo un particolare dono di scienza per spiegare le Sacre Scritture, di intelligenza per risolvere le questioni teologiche, e di consiglio per aiutare tutti coloro che venivano a consultarlo. Verso la fine della sua vita, chiese di essere sollevato dall’incarico e di poter tornare al suo lavoro in cucina. Morì all’età di 63 anni e il suo corpo rimase incorrotto.

 

Nonostante San Benedetto sia compatrono di Palermo, il suo culto nella regione non è molto diffuso. Ciò è dovuto all’abbondanza di altri santi che sono fioriti nel paese, facendo sì che questo umile frate francescano passasse relativamente inosservato.

 

Tuttavia, la sua devozione si diffuse in modi sorprendenti grazie ai marinai che portarono con sé la fede nel loro viaggio verso il Nuovo Mondo. Fu in Brasile che San Benedetto conquistò un gran numero di seguaci.

 

Il suo culto è molto popolare oltreoceano: è il santo patrono dei neri del Nord America e dell’America Latina. La parrocchia è diventata un luogo di pellegrinaggio per centinaia di latinoamericani.

 

Sebbene i vigili del fuoco siano stati informati dell’incidente il prima possibile, non hanno potuto intervenire prontamente. I fedeli hanno cercato di salvare la chiesa da soli.

 

Pochissime invece le ossa del beato Matteo Guimerà, anch’esse conservate nella chiesa, che sono state recuperate.

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

 

 

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Spirito

Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.

 

So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.

 

Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.

 

Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.

 

Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.

 

E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.

 

Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

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Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.

 

Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.

 

Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.

 

È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?

 

Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?

 

Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.

 

C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.

 

Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.

 

Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.

 

Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.

 

Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.

 

Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.

 

Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.

 

Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.

 

E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.

 

Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.

 

In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.

 

Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

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Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.

 

Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.

 

Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.

 

Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.

 

Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.

 

Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.

 

Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.

 

Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.

 

Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.

 

Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.

 

Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.

 

E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?

 

Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.

 

Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.

 

Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.

 

Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.

 

Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

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Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.

 

E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.

 

Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.

 

Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.

 

La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.

 

E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.

 

Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.

 

E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.

 

Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».

 

Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.

 

Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.

 

Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.

 

Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.

 

Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.

 

E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.

 

Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.

 

E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.

 

Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.

 

Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

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Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.

 

E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.

 

Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.

 

Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.

 

Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.

 

La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.

 

La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.

 

E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.

 

Non mi sono mosso.

 

Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.

 

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo emerito

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Spirito

Scoperti due sermoni inediti di Sant’Agostino

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Nel 2024, il professor Christian Tornau, titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Erbipoli, in Germania, è stato contattato da Paul Nebauer, membro dell’associazione del monastero cistercense di Bad Doberan (Germania settentrionale), per decifrare un manoscritto del XII secolo.   Originariamente appartenuto all’abbazia di Bad Doberan, questo manoscritto fu in seguito conservato presso l’abbazia cistercense di Pelplin, in Polonia, filiale dell’abbazia di Doberan. Contiene sei sermoni attribuiti a Sant’Agostino d’Ippona; ulteriori analisi hanno rivelato che «due dei sei sermoni sono scritti inediti di Sant’Agostino», afferma il professor Tornau.   «Il codice fu scritto in Doberan nel XII secolo. Potrebbe essere stato copiato da un manoscritto perduto dell’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia, ma al momento non è possibile ricostruirne la storia fino alle sue origini», spiega l’accademico tedesco.   In effetti, un catalogo di questo monastero menziona un testo con gli stessi titoli e la stessa sequenza di contenuti del manoscritto Pelplin. Sfortunatamente, la biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), rendendo impossibile confermare con certezza il collegamento.

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Il professor Tornau prosegue: «la convinzione della loro autenticità è il risultato di un’approfondita analisi filologica durata quasi due anni. Parte di questo lavoro è stata svolta durante una scuola estiva organizzata dal Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) a Vienna nel 2025, con un gruppo di dottorandi e ricercatori post-dottorato».   Al termine di questo intenso periodo di lettura e analisi, il gruppo di ricercatori è giunto alla conclusione che non vi fossero obiezioni sostanziali a tale attribuzione.   I due sermoni riscoperti si concentrano su un passo delle Sacre Scritture: la visita del re Saul alla Pizia di Endor prima della battaglia contro i Filistei (Primo Libro di Samuele, capitolo 28). Il racconto biblico narra di come Saul, non ricevendo risposta da Dio, consulti un negromante per evocare il profeta Samuele. Questa scena solleva un interrogativo teologico: Samuele apparve davvero grazie a una straordinaria autorizzazione divina, oppure fu un atto di origine demoniaca?   La prima di queste omelie fu pronunciata durante la Messa domenicale e si conclude con la presentazione delle varie interpretazioni possibili. La seconda, predicata il mercoledì successivo, sviluppa e confronta queste spiegazioni senza imporre un’unica risposta.

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Immagine: Philippe de Champaigne (1602–1674) , Sant’Agostino (1645-1650 circa), Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
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Mons. Viganò: papato e katéchon, «chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo.

 

 

 

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI

nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo

 

Quasi terebinthus extendi ramos meos,

et rami mei honoris et gratiæ.

Eccli 24, 22

Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,

quod audierit omnia verba Domini.

Jos 24, 27

Diletti Fratelli e Sorelle,
carissimi Claudio, Mauro e Antonio,
carissimi Silvio e Francesco,

 

Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».

 

Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.

 

Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.

 

La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.

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I. La Madonna che non si lascia spostare

Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.

 

Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.

 

Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.

 

Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco.

 

Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.

 

Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.

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II. Gedeone sotto la quercia

Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.

 

Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.

 

Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina.

 

La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido.

 

La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.

 

Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum.

 

E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.

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III. L’albero maestro di Lepanto

Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.

 

San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di patrasso, Roma pregava, e il papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.

 

Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.

 

Ho detto un papa. Perché il papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.

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IV. I dieci servi di Gedeone

Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.

 

Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare.

 

Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.

 

A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole.

 

L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.

 

A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere.

 

Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.

 

E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica.

 

Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.

 

Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.

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V. Il patto: chi lo ha rotto?

Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?

 

La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.

 

E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.

 

Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede.

 

Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.

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VI. Nisi Dominus custodierit civitatem

Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.

 

Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi.

 

Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.

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VII. Rinnoviamo il patto

Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica.

 

Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri.

 

Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento.

 

Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum.

 

Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.

 

E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.

 

Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis

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Immagine: Filippo Caparozzi (circa 1588-1644), Madonna e Santi, particolare, Santa Maria della Quercia, Viterbo.

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata

 

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