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Spirito

Il cardinale Zuppi dice che credere in Dio non è necessario e che la Murgia gli ha insegnato il queer

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Lasciano interdetti le parole pronunziate dal cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi al Giffoni Film Festival a inizio settimana.

 

Il porporato emiliano qui ha risposto a domande sulla questione di Chiesa e LGBT.

 

«Con tanta insistenza a Lisbona per la Giornata Mondiale della Gioventù – papa Francesco ha dichiarato e ha sottolineato che nella Chiesa ci devono stare tutti. Tutti, a prescindere da qualunque consonante o vocale» ha dichiarato l’arcivescovo, riferendosi quindi alle sigle omotransessualiste anche più aggiornate (le vocali «I» e «A», come il «+», sono stati introdotti solo di recente).

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«Questo è importantissimo: dobbiamo imparare a stare insieme, a prescindere da qualunque etichetta o definizione e lo impariamo stando dentro e non fuori». Il pensiero riguardo il tema sembra dunque chiarissimo: omotransessuali dentro la Chiesa, e magari pure benedetti in coppia, come peraltro vuole il documento Fiducia Supplicans.

 

Lo Zuppi è tuttavia andato oltre, disvelando esperienze personali che hanno lasciato molti osservatori cattolici più che stupefatti.

 

«E poi, bisogna capire cosa significa “queer” a mio parere» ha continuato, dimostrando di essere proprio addentro alla terminologia genderista. «A me lo spiegò una persona il cui nome era Michela ed il cognome era Murgia».

 

Qui il lettore può avere un piccolo shock: Michela Murgia (1972-2023) è stata una scrittrice cresciuta in ambienti cattolici (tra l’Azione Cattolica e il lavoro di insegnante di religione) finita poi celebrata nei circoli goscisti per le sue posizioni lontane anni luce dalla dottrina cattolica. La donna, che oltre che di sinistra era pure sarda, sposò in articulo mortis il compagno (era già stata sposata in precedenza) con una cerimonia «con la famiglia queer», in cui nell’unione, a quanto pare di capire, erano inclusi anche gli amici.

 

L’evento fu definito sui giornali «matrimonio queer», e raccontato come un vero «manifesto politico», in polemica con l’unione eterosessuale a due.

 

«Il matrimonio monogamo davanti alla legge le stava troppo stretto, ma ha dovuto farlo per assicurarsi i diritti familiari, diventati una necessità con la scoperta del tumore» scrisse fedelmente Open. Al rito talmente grottesco da non sembrare più nemmeno una scimmiottatura del matrimonio cattolico – come è di fatto quello civile – presenti vari personaggi dell’intelligentsija sinistroide, tra cui immancabile il giornalista specializzato in camorra Roberto Saviano, tutti vestiti di bianco, «de-sacralizza il colore nuziale, che cambia significato: il bianco è inclusivo, sintesi additiva di tutti i colori dello spettro. Nella collezione di cui ci ha fatto dono, realizzata ad hoc, ci sono solo pezzi intercambiabili, no gender, tra i quali ciascuno ha scelto la combinazione che meglio esprimeva la sua identità».

 

È chiaro che è da un personaggio così che un cardinale deve attingere lezioni importanti per il suo lavoro per il gregge dei cristiani.

 

Zuppi infatti sembra davvero intrigato dal concetto di «famiglia queer» portato innanzi dalla defunta Murgia. «Mi raccontava dei figli che aveva, con cui non aveva un legame di sangue» rivela ancora il porporato. «Si sposò con un uomo perché gli voleva bene e perché potesse continuare ad aver quel legame con questi figli». A questo punto se il lettore non capisce di cosa stia parlando (sono figli adottivi? Adottati legalmente? Sono figli di amici? Sono bambini a caso? Sono bambini? Di chi sono figli?) deve sapere di non essere solo.

 

Ma non è che il cardinale spieghi di più: «credo che questo dovremmo impararlo tutti, che può esistere un legame senza che necessariamente ci sia un risvolto giuridico. Il punto è volersi bene».

 

Tutto finisce nel volemose bene, un concetto di quella profondità abissale alla quale ci ha abituato il papato dell’argentino con i suoi sgherri vari.

 

Tuttavia, Renovatio 21 non lascia sparire il pensiero, per dare un veloce ragguaglio della filosofia alla base, che a quanto consta è già avanzata in Vaticano.

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Come riportato da Renovatio 21, nell’esortazione apostolica Laudate Deum compariva come unica fonte moderna citata, una pensatrice americana, anche lei cresciute tra suore e particole, la filosofa Donna Haraway (1944-).

 

La Haraway è considerata capofila di un pensiero che tra gli anni Ottanta e Novanta già si definiva «ciberfemminista», «ecofemminista» o perfino «femminismo post-umano», «post-genderismo». Non è sbagliato ritenere che la cifra del suo lavoro – un attacco feroce all’antropocentrismo – è estendere la teoria del gender alle questioni tecnologiche (come la modificazione del corpo umano) e oltre, fino al regno animale.

 

La popolarità della pensatrice statunitense cominciò nel 1985, quando pubblico sulla rivista Socialist Review il suo «Manifesto per i cyborg: scienza, tecnologia e femminismo socialista negli anni ’80», divenuto poi semplicemente Manifesto Cyborg pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1995. Si tratta di un saggio considerato una pietra miliare nel nuovo femminismo, che di fatto negando in ultima analisi anche l’identità della donna, si pone in contrapposizione al vecchio femminismo.

 

La Haraway predica un superamento dei dualismi sociali e biologici: critica la struttura binaria della cultura occidentale che ha generato divisioni tra categorie come uomo/donna e naturale/artificiale. Questi dualismi, afferma la Haraway, «sono stati tutti sistematici nelle logiche e nelle pratiche di dominio delle donne, delle persone di colore, della natura, dei lavoratori, degli animali… tutti costituiti come altri».

 

Si tratta, molto chiaramente, di una porta filosofica spalcanata per il transumanismo, che tuttavia qui si estende anche alle relazioni sociali.

 

In un testo più recente chiamato Making kin. Fare parentele, non popolazioni, scaturito da un gruppo di lavoro con altre cinque pensatrici femministe la Haraway scrive che non è che bisogna fare bambini (un atto inquinante, che genera anche altri problemi), ma riorganizzare in senso «famigliare» le persone che già esistono: un qualcosa che sta tra la ritribalizzazione della società, viene da pensare, e il tentativo di creare surrogati della famiglia, come avviene per quelli che invece dei figli hanno cani e gatti o perfino bambole iperrealistiche.

 

Si tratta, ad occhio e croce, proprio della «famiglia queer» della Murgia, tanto ammirato dal cardinale Zuppi. Non sappiamo se la Murgia, come la Haraway citata dal papa, sia finita per parlare dello «Chtulucene» (da Chtulhu, divinità oscura, distruttiva e godzillesca inventata da H.P. Lovecraft), un’era apocalittica che bisognerà attraversare per salvarsi dal disastro dell’antropocene (cioè, letteralmente, «l’era degli uomini»), segnato dalla sovrappopolazione, che i nemici di Cristo per qualche ragione hanno sempre in mente.

 

Non è secondario capire cosa pensa lo Zuppi, perché per molti è considerato un papabile. Nonostante le inchieste giornalistiche sui soldi dell’8 per mille alle ONG immigrazioniste, nonostante il fallimento del suo viaggio di pace a Kiev (con siluro ulteriore lanciatogli contro dall’Università Cattolica di Leopoli), nonostante il crollo nel terrorismo jihadista più sanguinario del Mozambico (con martiri cattolici inclusi), la cui pacificazione negli anni Ottanta era stata il vanto della Comunità di Sant’Egidio, l’alveo movimentista da cui il cardinale proviene.

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Zuppi, ricordiamo, è quello che ha disintegrato secoli di tradizione felsinea facendo preparare tortellini privi di maiale, così da non turbare gli «ospiti» immigrati islamici. Il «tortellino dell’accoglienza» al pollo, per la gioia di generazioni di bolognesi che, se non piangono, si rivoltano nella tomba.

 

Rammentiamo pure, en passant, anche l’entusiasmo nei confronti della possibile ascesa al Soglio espressa da un massone dichiarato, Gioele Magaldi, ex Gran Maestro del Grande Oriente Democratico e dominus di tale movimento Roosevelt, che durante un’intervista ad Adnkronos disse: «conosco però il mondo Vaticano e tra i cardinali quello che stimo di più è Matteo Zuppi, che tra l’altro mi ha sposato. Sarebbe un ottimo papa».

 

Tuttavia, in realtà, niente di tutto questo importa. Perché nulla importa più, oggi. Neanche il credere in Dio.

 

È riportato che, continuando il suo intervento, il cardinale che potrebbe divenire papa avrebbe chiesto all’uditorio: «c’è bisogno di credere?».

 

Cioè: il porporato domanda, davvero, se c’è bisogno di credere in Dio.

 

Risposta: «No».

 

Eh?

 

Così. Ripetiamo.

 

«C’è bisogno di credere? No. C’è tanta gente che dà forme di altruismo e attenzione al prossimo, forme di generosità, senza credere» ha spiegato il religioso. «Le religioni non hanno l’esclusiva del voler bene», ha puntualizzato. Eccerto.

 

«L’individualismo è una malattia pericolosissima, che ci fa vivere da isole. Noi non siamo fatti per essere isole, non ci fa essere contenti. Noi siamo contenti quando vogliamo bene».

 

Capito? L’importanza è volerse ben, ma non per la salvezza dell’anima, e nemmeno per l’amore di Dio, per comandamento divino, perché cosa buona e giusta, etc.: maddeché, bisogna volersi bene perché altrimenti non siamo contenti. Un pensiero che dimostra che l’utilitarismo, oltre che essere installato nello Stato che uccide i bambini, ferisce i suoi cittadini e schiavizza le minoranze, è divenuto orizzonte mentale perfino di un cardinale papabile.

 

Il piacere, l’essere contenti, prima di tutto: il resto è secondario, sacrificabile. E pazienza se attaccare l’individualismo parlando del primato della felicità individuale è un paradosso per cui perfino i preadolescenti del Giffoni Film Festival dovevano tirare sul palco pomodori ed ortaggi.

 

Zuppi era lì per parlare del film Il ragazzo dai pantaloni rosa, pellicola che narra della storia di un ragazzo suicida impugnata anni fa dal giro dell’omosinistra per chiedere leggi contro il «bullismo» che in realtà sono per la censura e la rieducazione gender dei ragazzini anche piccoli.

 

Siamo messi così. Tante storie, microstorie, dichiarazioni di superficialità estrema, o di sacrilegio manifesto, che ci infliggono quotidianamente, più volte al giorno. È il mosaico estenuante che va a comporre lo Chtulhucene, dove saremo tutti queer e senza figli, cioè con i figli degli altri, come dicono le scrittrici che piacciono al neovaticano.

 

Poi uno dice non c’è uno scisma di fatto nella chiesa.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Francesco Pierantoni via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Gender

Rapporto del Sinodo suggerisce che le relazioni omosessuali non sono peccato

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Un rapporto della Segreteria Generale del Sinodo del Vaticano, pubblicato martedì, propone una ridefinizione dell’omosessualità, avallando senza riserve la testimonianza secondo cui «il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» ma nella «mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».   Il Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità, incaricato dal Vaticano, ha reso pubblica il 5 maggio la sua Relazione Finale, intitolata «Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». Sotto il titolo «Adottare un approccio sinodale al discernimento: una proposta per l’attuazione nelle Chiese locali», il documento di 32 pagine si basa sulle testimonianze dell’«esperienza vissuta» di due persone con attrazione per lo stesso sesso per «favorire la promozione del discernimento pastorale».

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Inquadrando le due testimonianze come «esperienze di bontà» che costituiscono «fasi successive di sviluppo negli individui coinvolti», il documento rileva la presunta «scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» a seguito dei presunti «effetti devastanti delle terapie riparative volte a recuperare l’eterosessualità».   Il documento prende di mira in particolare Courage, un gruppo cattolico nato per sostenere le persone con attrazione per lo stesso sesso che desiderano vivere in castità e in conformità con l’insegnamento della Chiesa. Citando una testimonianza che descrive «membri problematici» del gruppo, il rapporto definisce l’approccio di Courage come «terapia riparativa» e lo condanna per avere «l’effetto di separare la fede dalla sessualità».   Più avanti nel testo, il Gruppo di Studio 9 presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle «relazioni» tra persone dello stesso sesso e afferma che le soluzioni a questi interrogativi «non possono essere anticipate con formule prestabilite». Sotto il titolo «Possibili percorsi e interrogativi per il discernimento sinodale», il gruppo suggerisce che, «ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa», è «necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di ‘matrimonio’ in relazione a persone con attrazioni omosessuali».   Lasciando la questione aperta, il documento si chiede se le «relazioni» omosessuali possano essere considerate equivalenti «all’unione coniugale eterosessuale», nonostante «l’evidente impossibilità della procreazione».   «Di conseguenza, dobbiamo chiederci come la comunità cristiana sia chiamata a interpretare e ad affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nell’ambito della vita familiare, ecclesiale e sociale, in relazione alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso», afferma il documento.   Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha affermato che il rapporto «offre strumenti concreti per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità: ascoltare le parti interessate, interpretare la realtà e mettere a confronto diverse forme di conoscenza».   «È il metodo sinodale applicato alle situazioni più complesse», ha affermato Grech. A prescindere dal rapporto, la Chiesa cattolica insegna che l’attività omosessuale è un peccato mortale e che le inclinazioni omosessuali sono «oggettivamente disordinate».   Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma al numero 2357: «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

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«Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» continua il CC al numero 2358.   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa emerse che un certo numero di cardinali e altri membri del Sinodo sulla sinodalità avevano partecipato a un evento pro-LGBT ospitato dal gesuita padre James Martin, e dal suo gruppo Outreach a Roma.   Nel 2022 un sito web del Sinodo sulla sinodalità, legato al Segretariato generale del Sinodo dei vescovi, lo scorso venerdì ha descritto come lodevoli tre storie di adozione LGBT.   Il compianto cardinale australiano George Pell, morto nel 2023 dopo un intervento chirurgico, in un memorandum firmato con pseudonimo aveva descritto il Sinodo come «incubo tossico».

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Il nunzio apostolico in Polonia conferisce la Cresima tradizionale a 50 fedeli

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Il nunzio apostolico in Polonia ha amministrato sabato il sacramento della Confermazione secondo il rito tradizionale, diventando uno dei pochi vescovi al mondo a impartire questo sacramento nella forma più antica. Lo riporta LifeSite.

 

L’arcivescovo Antonio Guido Filipazzi ha cresimato 50 fedeli nella chiesa camaldolese, parrocchia di Varsavia, come riferito lunedì da Rorate Caeli. Ha presenziato anche alla celebrazione della Messa tradizionale in latino.

 

Una celebrazione del genere del rito tradizionale della Cresima rappresenta ormai un evento raro nella chiesa conciliare. Dopo che papa Francesco ha introdotto severe restrizioni alla Messa della tradizione con il motu proprio Traditionis Custodes, il Vaticano ha pubblicato una Responsa nel dicembre 2021 che limita ulteriormente l’uso dei sacramenti tradizionali.

 

 

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Il documento escludeva espressamente la possibilità per i vescovi di autorizzare l’uso del Pontificale Romanum, che contiene i riti della Confermazione e dell’Ordinazione sacra. Tuttavia, in seguito sono emersi casi in cui alcuni vescovi hanno concesso a comunità come la Fraternità San pietro (FSSP) il permesso di amministrare le cresime secondo il rito tradizionale.

 

La Responsa vaticana del 2021 ha inoltre stabilito che i vescovi diocesani possono autorizzare solo gli altri sacramenti tradizionali presenti nel Rituale Romano, e che tale autorizzazione deve essere concessa esclusivamente nelle «parrocchie personali canonicamente erette», come quelle dell’Istituto di Cristo Re, della FSSP o dell’Istituto del Buon Pastore.

 

La FSSPX procede in tranquillità alle cresime tradizionali dei fedeli con i suoi vescovi. Solo sabato scorso a Padernello (provincia di Treviso), monsignor Bernardo Fellay ha cresimato almeno 60 fedeli in una chiesa gremita al punto che molte persone hanno dovuto seguire la cerimonia dalla piazza.

 

La chiesa, dapprima concessa alla FSSPX come accaduto per le cresime dell’anno scorso, ad un certo punto era stata negata dal vescovo, che poi però è ritornato sui suoi passi.

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Spirito

La biografa di papa Leone afferma che il pontefice sta ancora valutando la decisione sulla messa in latino

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Elise Ann Allen, autrice della biografia di papa Leone XIV, durante una conferenza tenutasi la settimana scorsa sera al St. Vincent College in Pennsylvania, ha dichiarato che, sebbene il 267° pontefice non abbia ancora deciso sul futuro della Messa in rito antico, si prenderà il tempo necessario per prendere una decisione che promuova l’unità nella Chiesa. Lo riporta LifeSiteNews.   La Allen, corrispondente di Crux che conosce il Prevost dal 2018 ed è stata la prima giornalista a ottenere un’intervista con lui lo scorso anno, ha dichiarato a LSN che il pontefice non ha ancora preso una decisione sul futuro della Messa tridentina e che in precedenza le aveva detto di essere nella «fase di ascolto», non volendo affrettare la sua decisione su una questione così importante, sottolineando che Leone, da lei descritto come una persona che non si inserisce facilmente in nessuna categoria ideologica, è aperto a diverse prospettive sulla Messa Tridentina e desidera giungere a una soluzione che promuova l’unità all’interno della Chiesa.   «Leone è il classico “uomo di centro”», ha detto Allen a LifeSite. «È una persona che, per la sua personalità e per la sua esperienza di vita, non si adatta facilmente alle nostre categorie tradizionali di sinistra, destra, o quando pensiamo a… progressista o tradizionalista, non rientra in queste categorie perché ha un background così variegato».

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«Quindi, quando lo osserviamo, penso sia difficile inquadrarlo e definirlo da quella prospettiva», ha aggiunto. «E penso che, se consideriamo ciò che intende fare, sia un uomo di grande equilibrio, un uomo che cerca l’unità al di sopra di ogni altra cosa».   Riguardo a ciò che papa Leone potrebbe fare in merito alle attuali restrizioni sulla Messa in latino imposte dal motu proprio Traditionis Custodes di papa Francesco del 2021, Allen ha sottolineato di non saperlo ancora e che continuerà ad ascoltare diverse prospettive.   «In questo momento, è nella fase di ascolto. Questo è ciò che mi ha detto», ha affermato. «Papa Leone è molto chiaro sul fatto di non voler fare le cose in fretta. Capisce che si tratta di una questione controversa; capisce che le persone hanno sentimenti molto forti al riguardo».   In effetti, come notato da e riportato da InfoVaticana, dall’agosto 2025 Papa Leone ha tenuto circa un’udienza al mese con i sostenitori della Messa tridentina, tra cui il vescovo Athanasius Schneider e i cardinali Raymond Burke e Robert Sarah. Queste udienze potrebbero indicare che il pontefice sta cercando una soluzione favorevole alla divisione liturgica nella Chiesa latina.   La Allen ha osservato che, sebbene il pontefice americano non abbia problemi con il fatto che alcuni fedeli siano più attratti dalla Messa in latino rispetto al Novus Ordo Missae, è preoccupato che l’«ideologia» si stia insinuando in questo dibattito liturgico.   Qui, la Allen si riferisce probabilmente ai fedeli che partecipano alla Messa in latino e non accettano il Concilio Vaticano II o negano che Leone sia il pontefice legittimo.   A marzo, Leone XIII ha avuto un’udienza con i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney, due eminenti sociologi che hanno pubblicato uno studio in cui si dimostra che la stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano alla Messa in latino accetta la dottrina cattolica e il Concilio Vaticano II. Forse questo incontro ha alleviato alcune delle preoccupazioni del Santo Padre riguardo all’«ideologia» dei fedeli devoti alla Messa in latino.   Allen ha inoltre sottolineato che, in definitiva, papa Leone adotterà un proprio approccio alla Messa Tridentina, diverso da quello del suo predecessore Papa Francesco, o dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI prima di lui, e si prenderà il tempo necessario per prendere decisioni che promuovano l’unità tra i fedeli e non un’ulteriore polarizzazione.   «Troverà la sua strada, ma… la via da seguire per lui sarà quella che porterà unità e non divisione», ha affermato. «(Leone) cercherà di capire come possiamo andare avanti in un modo che porti maggiore unità nella Chiesa e non sia fonte di ulteriore polarizzazione e divisione».   «Ci vorrà del tempo per capirlo, quindi penso che lui lo comprenda e vedremo cosa farà in futuro. Ma al momento, è stato descritto come un ottimo ascoltatore, ed è quello che sta facendo», ha aggiunto.   Durante il suo primo anno di pontificato, papa Leone ha inviato segnali contrastanti sulla possibilità di allentare le restrizioni della Traditionis Custodes.   Da un lato, Leone XIII ha permesso al cardinale Burke di celebrare una Messa in latino all’interno della Basilica di San Pietro per il pellegrinaggio Summorum Pontificum del 2025 lo scorso autunno, dopo che il Vaticano di Papa Francesco aveva vietato la celebrazione di Messe all’interno della basilica per i pellegrinaggi del 2023 e del 2024.   Il Vaticano di Leone XIII ha inoltre concesso due proroghe biennali per le Messe in latino nella diocesi di Cleveland e in una parrocchia del Texas, prima della loro soppressione ai sensi della Traditionis Custodes.   Il pontefice ha inoltre ripetutamente auspicato un rinnovato rispetto liturgico e ha riferito al vescovo Schneider di aver incontrato, durante un’udienza privata a dicembre, alcuni giovani che si sono convertiti alla fede grazie alla partecipazione alla Messa in latino.   D’altro canto, sotto il pontificato di Leone, diversi vescovi, come il vescovo Michael Martin a Charlotte, nella Carolina del Nord, e il vescovo Mark Beckman a Knoxville, nel Tennessee, hanno potuto imporre ampie restrizioni alla Messa tridentina. Martin ha addirittura vietato l’uso di balaustre e inginocchiatoi per la ricezione della Santa Comunione.

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Il Dicastero per il Culto Divino di papa Leone ha annunciato questa settimana di aver avviato un esame di un ricorso contro Martin per il suo «apparente rifiuto» di rispondere a «richieste riguardanti questioni liturgiche».   Il pontefice ha inoltre confermato il cardinale Arthur Roche come prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, figura centrale nell’attuazione della Traditionis Custodes. Durante il concistoro straordinario di gennaio, il Roche ha distribuito ai cardinali un documento che ribadiva le restrizioni, sostenendo che la Messa Novus Ordo è l’unica espressione del rito romano.   Il Vaticano di Leone XIII si è mostrato ostile anche alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) dopo l’annuncio, avvenuto a luglio, dell’intenzione di consacrare nuovi vescovi. All’inizio di questa settimana, la giornalista vaticana Diane Montagna ha riferito che il cardinale Victor Manuel Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), avrebbe già preparato un ordine di scomunica per la Fraternità qualora questa procedesse con le consacrazioni.

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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