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Sport e Marzialistica

Il Bajiquan, da Mao all’ASMR

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Il Bajiquan (八極拳) – letteralmente «pugilato degli otto estremi» – è un’arte marziale tradizionale cinese caratterizzata da una potenza esplosiva a corto raggio per il combattimento ravvicinato, nota per i suoi rapidi colpi di gomito e spalla. Il suo nome completo è kaimen bajiquan (開門八極拳), che significa letteralmente «boxe con otto estremità a cancello aperto».

 

Il Bajiquan è anche conosciuto come «lo stile della guardia del corpo», poiché era la disciplina praticata dalle guardie del corpo personali di Mao Zedong, Chiang Kai-shek e Puyi, l’ultimo imperatore della dinastia Qing raccontato nel kolossal di Bernardo Bertolucci.

 

Attualmente, il Bajiquan è popolare nel nord della Cina e a Taiwan. Successivamente, è stato introdotto in Giappone, Corea del Sud e altri paesi come Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia e Italia.

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Secondo l’etimologia più comune – ma non accettata da tutti – il Bajiquan era originariamente chiamato baziquan (耙子拳, cioè letteralmente «rastrello/pugilato») perché i pugni, tenuti sciolti e leggermente aperti, venivano usati per colpire verso il basso come un rastrello. Tuttavia, poiché il nome era considerato piuttosto rozzo, fu cambiato in bajiquan. Il termine baji deriva dal celeberrimo libro di divinazione I Ching e significa «estensione di tutte le direzioni». In questo contesto, significa quindi «comprendente tutto», cioè «l’universo».

 

Le origini della tecnica rimangono ancora piuttosto oscure. Le informazioni anteriori all’era repubblicana della Cina sono estremamente scarse, con documentazioni più chiare che iniziano solo intorno agli anni Venti e Trenta del XX secolo.

 

Il primo praticante chiaramente identificato nella storia scritta è stato un uomo di nome Wu Zhong (1712-1802), un membro della minoranza Hui – i cinesi musulmani – e del clan della famiglia Wu della regione di Mengcun, a Cangzhou, nella provincia di Hebei, dove la tecnica è tutt’oggi molto praticata.

 

Secondo i documenti genealogici della famiglia Wu, il bisnonno di Wu Zhong lasciò la roccaforte familiare per stabilirsi a circa 50 km di distanza, nel villaggio isolato di Houzhuangke, nella vicina provincia dello Shandong. Si dice che il Wu Zhong, nato a Houzhuangke, si stabilì quindi il ramo principale della sua famiglia nel villaggio di Mengcun, nella provincia di Hebei.

 

Del personaggio si sa poco, eccetto che raggiunse rapidamente un livello senza precedenti nella pratica delle arti marziali, tanto da ottenere il soprannome di «dio della lancia». L’uomo fu quindi reclutato come istruttore presso la corte imperiale sotto il principe Xun.

 

Intorno ai 60 anni, Wu Zhong ritornò a Mengcun, dove dedicò gli ultimi trent’anni della sua vita a trasmettere la sua arte di combattimento, facendo del villaggio la fonte dello sviluppo del Bajiquan.

 

Parimenti misteriose paiono essere le origini delle magistrali capacità acquisite dallo Wu Zhong, un tema che è attualmente oggetto di numerose controversie tra i diversi rami del Bajiquan.

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Secondo documenti storici, vi sarebbero due versioni principali possibili.

 

Secondo la «versione del monaco taoista Lai e il suo discepolo Pi», indicata dagli annali della contea di Cang, dal manuale baji della famiglia Wu e dall manoscritto Pobei, sarebbero stati un monaco taoista itinerante di nome Lai (癞, «il lebbroso») e il suo discepolo Pi (癖, «l’appassionato») ad insegnare il Bajiquan e l’uso della grande lancia a Wu Zhong a Mengcun. Tuttavia, la famiglia Wu di Mengcun ammette che questo riferimento è probabilmente da considerarsi come una pure leggenda.

 

Un’altra teoria sostiene che Zhang Yueshan, un monaco del tempio Yueshan nella provincia dell’Henan, avrebbe insegnato il metodo della grande lancia a Wu Zhong mentre tornava alla vita secolare e viaggiava».

 

Oltre a queste due teorie, si ipotizza anche che l’arte marziale abbia origine nel Tempio Shaolin nell’Henan, quindi non correlato a Zhang Yueshan.

 

In ogni caso, tutte le fonti concordano sul fatto che Wu Zhong viaggiò molto e che solo alla fine della sua vita si dedicò all’insegnamento del Bajiquan. La leggenda di Lai e Pi potrebbe simboleggiare la conoscenza marziale che Wu Zhong riuscì ad acquisire nel corso della sua vita, probabilmente dallo studio di altri stili della regione, e che cristallizzò sotto forma di Bajiquan.

 

Il primo riferimento storico al Bajiquan appare nel trattato militare chiamato Jixiao Xinshu, scritto dal generale Qi Jiguang (1528-1588). Ciò suggerisce che il Bajiquan potrebbe essere stata un’arte marziale ben consolidata durante il XVI secolo.

 

Wu Zhong ebbe una sola figlia, Wu Rong, la quale all’età di 30 anni sposò un esperto di Changquan e, dopo pochi anni, smise di praticare il Bajiquan. Per evitare di rimanere senza eredi e garantire la continuità della sua arte, Wu Zhong adottò Wu Ying, un lontano nipote della famiglia Wu di Mengcun. A lui Wu Zhong trasmise tutta la sua conoscenza, e lo stesso fece con Wu Zhongyu, un altro lontano nipote della famiglia Wu di Mengcun.

 

Nel 1790, su richiesta del suo maestro, Wu Ying introdusse ufficialmente il nome «Bajiquan» e scrisse il primo manuale marziale della famiglia Wu per garantire la trasmissione dell’arte tra le generazioni future. Pertanto, il Bajiquan fu trasmesso all’interno della famiglia Wu, che ne assicurò anche la diffusione ad altre famiglie a Mengcun e nei villaggi circostanti.

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Inizialmente, il Bajiquan fu trasmesso principalmente alla popolazione Hui del villaggio di Meng, ma venne anche insegnato a Luohan, un’area abitata prevalentemente da persone di etnia Han. Alla fine, si svilupparono due lignaggi distinti: il lignaggio Hui di Mengcun e il lignaggio Han di Luo.

 

Successivamente, Li Shuwen (1860-1934) fu considerato uno dei più importanti promotori del Bajiquan durante la dinastia Qing. Originario di Cangzhou, Hebei, acquisì il soprannome di «Li, dio della lancia». Wu Shen, un personaggio marziale maschile dell’opera di Pechino, era anche un esperto combattente. È conosciuto per la frase «non so cosa significhi colpire un uomo due volte».

 

Tra gli studenti di Li Shuwen figuravano Huo Dian Ge, guardia del corpo di Puyi, l’ultimo imperatore della Cina, Li Chenwu, guardia del corpo di Mao Zedong, e Liu Yunqiao, agente segreto della fazione nazionalista Kuomintang e istruttore delle guardie del corpo di Chiang Kai-shek. Grazie a tali connessioni, il Bajiquan acquisì la reputazione di «stile della guardia del corpo».

 

I maestri Ma Fengtu e Ma Yintu introdussero il Bajiquan nell’Istituto Centrale Guoshu – l’istituzione nazionale di arti marziali cinesi, con sede a Nanchino – dove divenne un requisito per tutti gli studenti.

L’evento che diede impulso alla diffusione del Bajiquan in tutta la Cina fu proprio l’inclusione di questa arte marziale nell’Istituto Centrale Guoshu come corso regolare, comune ai corsi di formazione «Cancello Shaolin» e «Cancello Wudang». Al Guoshu quindi vi fu la creazione dei «materiali didattici del Bajiquan per l’allenamento di gruppo», e con l’espansione delle filiali dell’Istituto marzialista di Stato, il Bajiquan divenne sempre più popolare e diffuso in tutta la Cina.

 

Rami e lignaggi importanti del Bajiquan sono sopravvissuti fino ai tempi moderni, tra cui lo stile Han, lo stile Huo, lo stile Ji, lo stile Li, lo stile Ma, lo stile Qiang, lo stile Wu (da Wu Xiefeng), lo stile Wutan e il Bajiquan in stile yin yang. Ognuno di questi lignaggi ha elementi unici pur condividendo le pratiche fondamentali. Alcuni lignaggi sono più comuni o esistono solo in Cina, mentre altri si sono diffusi nei Paesi occidentali.

 

La tattica del Bajiquan prevede l’apertura con forza le braccia dell’avversario (qiang kai men) e lo sferrare attacchi ai livelli alto, medio e basso del corpo (san pan lian ji).

 

Il Bajiquan risulta particolarmente efficace nel combattimento ravvicinato, poiché si concentra sui colpi di gomito, ginocchio, spalla e fianco. Quando si blocca un attacco o ci si avvicina a un avversario, le tecniche del Bajiquan enfatizzano i principali punti di vulnerabilità, ossia il torace, le gambe e il collo.

 

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Nel Bajiquan, i «sei grandi modi di apertura» (liu da kai) – che non vanno considerate propriamente come tecniche, ma come «forze fondamentali» – sono:

 

  • Ding (頂): usare il pugno, il gomito o la spalla per spingere in avanti e verso l’alto.
  • Bao (抱): unire le braccia come se si stesse abbracciando qualcuno. Di solito è seguito dal pi (劈), che significa «scissione».
  • Ti (提): alzare il ginocchio per colpire la coscia dell’avversario, oppure alzare il piede per colpire lo stinco dell’avversario, ecc.
  • Dan (單): utilizzare una singola mossa.
  • Kua (胯): usare l’anca.
  • Chan (纏): intreccio con rotazione attorno al polso, gomito e spalla.

 

La tecnica prevede anche i cosiddetti «metodi del passo e del corpo».

 

  • Zhenjiao: uno specifico modo di posizionare e muovere i piedi.
  • Nianbu: movimenti dei passi con un particolare ritmo e cadenza.
  • Chuangbu: avanzamenti rapidi e incisivi.

 

Vi sono quindi le badazhao ossia le «otto grandi offese», cioè tecniche di attacco.

 

  • mani dei tre punti del re Yan (yan wang san dian shou).
  • la tigre feroce scala la montagna faticosamente (meng hu ying pa shan).
  • non prestare attenzione tre volte al saluto sulla porta (ying men san pu ku).
  • il tiranno rompe a fatica le briglie (pa wang ying tze chiang).
  • palmo del sorgere del sole e col vento (ying feng chao yang chang).
  • aprire la porta faticosamente a destra e a sinistra (zuo you ying kai men).
  • l’uccello giallo abbraccia con due artigli (huang niao shuang pao chao).
  • immediatamente tutta la forza del cannone (li di tong tian pao).

 

Tali tecniche sono legate alla medicina tradizionale cinese, che afferma che tutte le parti del corpo sono collegate, sia fisicamente che spiritualmente.

 

I taolu, cioè le «forme» (le kata giapponesi) del Baji sono suddivise in routine armate e disarmate. Ci sono venti forme di pugno, che includono dodici pugni Baji a piccola struttura, il pugno della Tigre Nera, Baji Danzhai, Baji Danda/Duida, Baji Luohan Gong e Baji Si Lang Kuan.

 

 

Ci sono anche otto forme di armi, tra cui la liuheda qiang (lancia), la chun yang jian (spada), la san yin dao (sciabola), la xing zhe bang (bastone), il pudao e la chun qiu dadao (una lunga lama pesante a due mani, usata dai generali seduti sui loro cavalli).

 

 

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La maggior parte delle scuole si concentra su un curriculum più ridotto. Standard in quasi tutti i gruppi sono lo Xiaobaji e il Dabaji, due forme di pugno, la sciabola e la lancia. Ina routine di allenamento per due persone chiamata Baji Duijie o Baji Duida e una serie di 8 brevi metodi di attacco chiamati «bashi» (otto posizioni), che derivano dall’arte Shaolin detta Jingang Bashi.

 

Le caratteristiche principali del Bajiquan includono colpi di gomito, pugni con il braccio/pugno, controlli dell’anca e colpi con la spalla. Tutte le tecniche vengono eseguite con una potenza breve, sviluppata attraverso l’allenamento; tra gli artisti marziali cinesi, il Bajiquan è noto per i suoi movimenti veloci. Si concentra sulle lotte ravvicinate, entrando da una distanza più lunga con un caratteristico passo di carica (zhenjiao).

 

 

L’essenza del Bajiquan risiede nei jin, o metodi di emissione di potere, in particolare nel fa jin (potere esplosivo). Lo stile contiene sei tipi di jin, otto modi diversi di colpire e diversi principi di utilizzo della potenza. La maggior parte delle mosse del Bajiquan utilizzano un metodo di spinta a colpo singolo da una distanza molto ravvicinata. La quantità più significativa del danno viene inflitto attraverso l’accelerazione momentanea che viaggia dalla vita all’arto e ulteriormente amplificato dalla fase di carica nota come zhenjiao.

 

 

La meccanica del jin è stata sviluppata attraverso molti anni di pratica e il Bajiquan è noto per il suo intenso allenamento della parte inferiore del corpo e per la sua enfasi sulla posizione del cavallo. La sua posizione del cavallo è più alta di quella dei tipici stili Changquan. Come altri stili, ci sono anche «la posizione dell’arco-freccia», «la posizione con una gamba sola», «la posizione vuota» (xubu), «la posizione di caduta» (pubu), e via dicendo.

Secondo quanto scrivono nel sito della famiglia Wu, la «forza esplosiva» (bao fa li) sarebbe ottenuta attraverso la respirazione, con l’emissione di suoni Heng (哼) ed Ha (哈).

 

Ci sono otto diverse pose delle mani, oltre a diversi tipi di respirazione e zhenjiao.

 

Il Bajiquan si concentra sull’essere diretto, culminando in colpi potenti e veloci che renderanno l’avversario incapace di continuare. Tuttavia, ci sono alcuni stili che derivano dai principi o concetti principali del Bajiquan su come colpire l’avversario:

 

  • Otto Posizioni (Bashi)
  • Metodo degli Otto Movimenti (Bashi Gong)
  • Metodo degli Otto Movimenti (Bashi Chui)
  • Doppie Otto Posture (Shuang Bashi)
  • Otto Posizioni dello Stile del Drago (Longxing Bashi)

 

Molte di queste forme sono anche basate o mescolate con il Luohanquan, uno stile Shaolin. Il termine «bashi» può anche riferirsi al Bajiquan e viene utilizzato anche nello Xingyiquan.

 

Secondo un famoso detto cinese «i colti hanno il Taiji [cioè il Taijiquan, ndr] per essere in pace sotto il cielo, i militari hanno il Baji per decidere il destino».

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Il Bajiquan ha incontrato imprevedibilmente anche l’interesse degli appassionati di ASMR, ossia di coloro che cercano video rilassanti su YouTube, magari per riuscire ad addormentarsi.

 

In un video esploso in rete qualche anno fa come esempio altissimo di cosiddetto ASMR volontario, si vede il maestro di Bajiquan Wu Lianzhi in un momento di un suo seminario in una palestra di Aix en Provence tenuto nel lontano 2010. Il maestro, prendendo di mira un praticante provenzale dai capelli rasati, procede a quella a quello che sembra un trattamento basato sulla medicina tradizionale cinese, con tanto di meridiani e punti di pressione cinese.

 

In moltissimi, per qualche ragione, trovano questo filmato incredibilmente calmante, distensivo, ipnotico. Nonostante i momenti di sofferenza del ragazzo, che tuttavia cerca di sdrammatizzare con il riso.

 

 

Come si può udire, uno dei partecipanti del seminario, vedendo la potente opera di digitopressione subita dall’amico nei suoi punti di pressione, si lascia scappare la frase «tu ne le sais pas mais tu es déjà mort» («tu non lo sai, ma sei già morto»), citazione diretta da Ken le survivant, che è come chiamano oltralpe la notissima serie giapponese Hokuto no Ken, conosciuta alle nostre latitudini come Ken il guerriero o meglio con il semplice nome, universalmente noto in Italia, di «Kenshiro».

 

Secondo quanto scritto in didascalia al video, «la vittima del massaggio è sopravvissuta, finora…»

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Immagine di MrHeiHu via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata.

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Sport e Marzialistica

MMA, Islam Makhachev ottiene la 17ª vittoria consecutiva: è record

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Il campione russo di arti marziali miste (MMA) Islam Makhachev ha difeso il titolo dei pesi welter UFC contro l’irlandese Ian Machado Garry, ottenendo così la sua 17esima vittoria consecutiva e stabilendo un nuovo record dell’organizzazione.   L’evento UFC 330, disputato sabato alla Xfinity Mobile Arena di Philadelphia, si è protratto per tutti e cinque i round. Makhachev ha dominato i 25 minuti di combattimento grazie alla lotta a terra e al controllo dell’incontro, alternando colpi dinamici, tra cui un potente calcio alla testa nel secondo round ufficialmente registrato come atterramento.   Sebbene Garry avesse un vantaggio nello striking, con 161 colpi totali a segno contro i 144 di Makhachev, quest’ultimo ha prevalso a terra, realizzando sei takedown e 72 colpi a terra contro i 14 di Garry,a ccumulando oltre 12 minuti di controllo contro i soli 34 secondi dell’avversario. In assenza di tentativi di sottomissione, la superiorità di Makhachev nella lotta a terra è risultata decisiva, coni tre i giudici che gli hanno assegnato la vittoria all’unanimità.   Makhachev, ex campione del mondo dei pesi leggeri, non saliva nell’ottagono da novembre, quando aveva conquistato il titolo dei pesi welter (da 71 a 77 kg) al suo debutto nella categoria.  

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Il daghestano affrontato l’irlandese Garry, imbattuto da quasi un decennio e detentore di una striscia di 16 vittorie consecutive, un record UFC che condivideva con la leggenda brasiliana Anderson Silva. La vittoria ha portato il record complessivo di Makhachev a 29 successi e una sconfitta, mentre il ventottenne Garry ha subìto la seconda sconfitta della carriera, chiusa con 19 incontri all’attivo.   «Noi, la Russia, abbiamo dimostrato di essere i numeri uno al mondo. Batteremo tutti i record», ha dichiarato Makhachev alla stampa dopo la vittoria, ammettendo, tuttavia, che assicurarsi una vittoria nelle fasi finali del campionato è «sempre difficile».   «Ian è un grande combattente, una brava persona e lo rispetto. Mi ha dato del filo da torcere, ma in ogni incontro dimostro il mio valore», ha aggiunto il trentaquattrenne originario del Daghestan parlando del suo sfidante.   «Non ho altro che rispetto per Islam… Ha vinto. Non ho lamentele, non ho scuse», ha detto con grande sportività Garry dopo la decisione arbitrale. In un video sui social media l’irlandese è rimasto ottimista, affermando che «non era la mia serata» e congratulandosi con Makhachev, di cui ha dichiarato di aver sempre rispettato la carriera.   Numerose federazioni sportive e organi di governo hanno escluso gli atleti russi e bielorussi dalle competizioni internazionali dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, apparentemente in segno di solidarietà con Kiev e seguendo una raccomandazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). I lottatori russi, tuttavia, sono rimasti attivi nelle MMA a livello globale, con importanti organizzazioni come UFC, Bellator e One FC che si sono rifiutate di seguire tali direttive.   Lo scorso anno il presidente dell’UFC Dana White ha dichiarato che gli atleti russi resteranno attivi nell’organizzazione nonostante le tensioni politiche. «Siamo un’azienda globale», ha detto. «Succedono cose brutte in continuazione in tutto il mondo e… sì, gestiremo l’azienda come abbiamo sempre fatto».   Sebbene l’UFC avesse interrotto l’organizzazione di eventi in Russia a causa di ostacoli logistici e finanziari legati alle sanzioni, Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, aveva in precedenza affermato che erano in corso sforzi per riportare i tornei UFC nel Paese.   Il mese scorso il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo (ROC), aprendo la strada al ritorno in massa degli atleti russi alle competizioni internazionali, uno sviluppo accolto con favore dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha dichiarato: «Ha prevalso il buon senso!».

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Il Makachev è di etnia laki, popolazione del Caucaso settentrionale, in Russia, originario dell’altopiano montuoso del Daghestan centrale, storicamente noto come Lakia o Ghazi-Kumukh. i Laki, anche detti Lak o Casicumucchi, parlano il lak, lingua caucasica nordorientale priva di stretta parentela con le lingue vicine. Tradizionalmente islamici sunniti, i Laki sono noti per l’artigianato (oreficeria, produzione di coltelli) e per l’antica migrazione stagionale verso le città russe come commercianti e artigiani itineranti. Oggi vivono soprattutto a Machachkala e in altre zone del Daghestan.   Il Daghestan, piccola repubblica russa del Caucaso settentrionale, produce da decenni un numero sproporzionato di campioni mondiali di lotta libera, judo, sambo e arti marziali miste. Le radici di questo fenomeno affondano nella cultura locale: nei villaggi di montagna la lotta tradizionale (chidirdesh) è da secoli un rito di passaggio maschile, praticato fin dall’infanzia in condizioni di vita dure, tra povertà, forte disciplina familiare e un’etica del sacrificio fisico.   Un ruolo decisivo lo ha avuto il sambo, disciplina di lotta ibrida creata in URSS negli anni Venti e Trenta del XX secolo combinando judo, lotta libera e tecniche tradizionali caucasiche e slave. Il regime sovietico investì massicciamente in scuole sportive statali (le «internat» e le sezioni giovanili di sambo e lotta libera) diffuse capillarmente anche nelle repubbliche periferiche come il Daghestan, creando una filiera di allenatori e infrastrutture che sopravvisse al crollo dell’Unione sovietica.   Il sambo, in particolare, è considerato la base tecnica comune da cui sono emersi molti judoka e lottatori daghestani, grazie alla sua enfasi su proiezioni, controllo a terra e sottomissioni.   Tra i più celebri lottatori saliti agli altari delle arti marziali miste globali c’è Khabib Nurmagomedov, ex campione UFC dei pesi leggeri, imbattuto, allenato dal padre Abdulmanap, ora scomparso secondo metodi tradizionali (impressionanti le immagini in cui da bambino il Khabib viene fatto lottare con un orsetto).   Un altro nome è quello Buvaisar Saitiev, tre volte oro olimpico nella lotta libera, e poi ancora Mahomed Yalamov nell’MMA. Anche il judo russo ha attinto molto al Daghestan.   Fattori socioeconomici (scarse alternative occupazionali), forte identità etnica e orgoglio comunitario, insieme a un sistema di allenamento intensivo e competitivo fin da giovanissimi, completano il quadro di questa «fabbrica» di lottatori.  

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Sport e Marzialistica

Il funerale di Franco Baresi. E del Milan dei primati e dei casciavit

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Il funerale di Franco Baresi evidenzia e porta alla luce quella frattura finora sottaciuta, ma fin troppo presente, tra il calcio autentico, fatto di appartenenza, condivisione di valori, sportività, emozioni e passione, e il calcio di oggi, che sembra misurarsi soltanto con le cifre. Non quei numeri destinati agli almanacchi sportivi, come il record d’imbattibilità del Milan di Fabio Capello con 58 partite senza sconfitte o i 29 trofei conquistati nei 31 anni della presidenza Berlusconi, bensì quelli dei bilanci.

 

Aver esasperato questa deriva, anteponendo il denaro alla passione, rappresenta, a mio avviso, un errore macroscopico che, prima o poi, finirà per ritorcersi contro il mondo del calcio: uno sport ormai sempre più privo di anima, senza bandiere né punti di riferimento, figure capaci di incarnare e trasmettere il significato più profondo dell’amore per una maglia.

 

Vedere sfilare sul sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio i campioni rossoneri di sempre per rendere l’ultimo saluto al Capitano non è stato soltanto un tuffo nel passato, ma anche un’occasione per una profonda riflessione sul presente dell’A.C. Milan.

 

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Oggi il fondo RedBird Capital Partners è proprietario del club e si definisce «un fondo di investimento privato, focalizzato sulla costruzione di società a rapido tasso di crescita». Se sono loro stessi a definirsi così, appare quanto mai chiara la loro finalità: non il raggiungimento dei risultati sportivi, bensì l’equilibrio dei bilanci e il profitto.

 

Non che i presidenti che hanno reso grandi le società di Serie A nei gloriosi anni Novanta – su tutti Silvio Berlusconi – non prestassero attenzione ai conti. Esisteva però una visione diversa, che nel Milan mirava innanzitutto al bel gioco e alla conquista di successi prestigiosi in Italia, in Europa e nel mondo.

 

Con Arrigo Sacchi e Fabio Capello in panchina, Franco Baresi fu il pilastro di una difesa che rivoluzionò il calcio europeo, imponendo un modo nuovo di interpretare il gioco. Quel Milan non era soltanto una squadra vincente: era il simbolo di una visione sportiva nella quale il risultato era la conseguenza di un progetto tecnico e umano, non di una mera speculazione finanziaria.

 

L’arrivo al rito funebre di Gerry Cardinale, insieme al suo collaboratore Paolo Scaroni, è stato accolto dai fischi di una tifoseria stanca e delusa. La folla assiepata fuori dalla chiesa e lungo le strade limitrofe testimonia l’amore profondo della gente per Franco Baresi, per i colori di questa squadra e per un’idea di calcio che oggi sembra ormai smarrita.

 

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La frattura creata dalla gestione Cardinale è ormai insanabile: il denaro ha avuto la meglio sulla passione. Eppure quella passione non è morta.

 

Al contrario, la scomparsa di Baresi ha riacceso nel cuore di noi tifosi un sentimento di appartenenza e di rivalsa nei confronti di lorsignori, convinti di poter amministrare l’A.C. Milan come un qualsiasi asset societario. Avete visto e udito tutto il disappunto del popolo rossonero. Il vostro modo di concepire il Milan è distante anni luce da quello dei tifosi e degli appassionati.

 

Il Milan è la squadra dei casciavit, la squadra del popolo, della gente comune. È il club che ha saputo affermarsi e primeggiare in Europa e nel mondo senza rinnegare la propria identità, costruendo la propria grandezza su uomini prima ancora che su campioni buoni solo per le figurine. Franco Baresi ne è stato l’incarnazione più autentica: un leader autorevole, mai sopra le righe, capace di accompagnare quel piccolo Diavolo nel baratro della Serie B e, da capitano vero, di condurlo poi fino al tetto del mondo. Rimase fedele al Milan anche nei momenti più bui, quando sarebbe stato facile cercare lauti ingaggi altrove.

 

È questa fedeltà, prima ancora dei trofei conquistati, ad averlo trasformato in un simbolo senza tempo. Baresi non ha trasmesso soltanto vittorie, ma un’idea di «milanismo» fatta di sobrietà, appartenenza, senso del dovere e rispetto della maglia. In un calcio sempre più dominato dall’individualismo e dalla logica del mercato, la sua figura rappresenta l’esatto opposto.

 

Tradizione deriva dal latino traditio, cioè «trasmissione», «consegna». Significa ricevere un’eredità e custodirla per chi verrà dopo. È proprio questa eredità che oggi molti tifosi hanno l’impressione sia stata dimenticata e sacrificata sull’altare dei bilanci e dei libri contabili.

 

Agli occupanti degli scranni presidenziali e dirigenziali chiediamo un deciso cambio di rotta, prima che sia troppo tardi, anche se nutro ben poche speranze che ciò possa accadere. In caso contrario, abbiate la dignità e il rispetto di passare la mano, lasciando il Milan a chi abbia davvero la volontà di riportarlo dove gli compete: nel calcio che conta, dove ha saputo dominare e vincere per decenni.

 

Con Baresi se ne va un simbolo, ma non i valori che ha rappresentato e che migliaia di tifosi continuano a custodire.

 

Grazie, eterno Capitano.

 

Francesco Rondolini

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Pensiero

Maldini, povera Italia

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Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

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Immagine screenshot da YouTube  
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