Spirito
I riti nella Chiesa cattolica
Il termine «rito» si riferisce comunemente all’ordine della preghiera ufficiale, ovvero alla norma dell’azione liturgica stabilita dall’autorità e che trova la sua espressione pubblica e concreta nella liturgia. Il III secolo vide i primi segni di liturgie diverse nelle tre grandi metropoli dell’Impero: Roma, Alessandria e Antiochia.
Nel IV secolo emersero le zone liturgiche, costituite secondo le grandi divisioni politiche dell’epoca, dove alla fine prevalsero le forme liturgiche che costituiscono la base dei riti odierni.
Rito latino
In Occidente, la liturgia derivata da Roma prevale universalmente. L’antichissima liturgia gallicana, ampiamente utilizzata e fonte di numerosi elementi per le liturgie locali e persino per la liturgia romana, fu sostituita, a partire dall’epoca di Carlo Magno, dalla liturgia romana.
Lo stesso accadde nell’XI secolo per la liturgia ispanica o mozarabica, che in alcuni elementi si avvicinava alla liturgia gallicana. Fu ripresa nel XVI secolo in una cappella della cattedrale e in alcune parrocchie di Toledo, dove è ancora conservata.
Nell’arcidiocesi di Milano e in alcune parrocchie delle diocesi di Bergamo, Novara, Pavia e Lugano è ancora vigente la liturgia ambrosiana, riorganizzata da san Carlo Borromeo.
Diverse particolarità delle liturgie locali furono abolite dal Concilio di Trento, poiché da due secoli non avevano più alcuna autorità; alcune, tuttavia, sopravvissero fino al Concilio Vaticano II nelle arcidiocesi di Braga (rito di Braga) e di Lione (rito lionese) e nelle famiglie religiose, ad esempio tra i domenicani e i certosini (riti domenicano e certosino).
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Riti orientali
Il concetto di «rito» in senso stretto è riservato alle azioni liturgiche. Il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, promulgato il 18 ottobre 1990, ne definisce una nozione più ampia, che si estende all’intero «patrimonio liturgico, teologico, spirituale e disciplinare» delle singole Chiese orientali.
Questo patrimonio trae origine da una delle seguenti tradizioni: alessandrina, antiochena, armena, caldea e costantinopolitana. Tre di queste hanno avuto origine nell’Impero romano: alessandrina e costantinopolitana in Cappadocia, antiochena a Gerusalemme; due sono nate alla periferia dell’Impero: caldea in Mesopotamia e Persia, e armena per gli armeni.
La tradizione alessandrina conobbe uno sviluppo particolare in Etiopia, dove subì l’influsso di quella antiochena, mentre quella costantinopolitana o bizantina si conservò, senza subire profonde modificazioni, nelle Chiese nate dal Patriarcato stesso.
Sia la tradizione alessandrina che quella antiochena, nelle comunità fedeli ai concili di Efeso e di Calcedonia, furono gradualmente sostituite, dopo le controversie cristologiche del V secolo, dalla tradizione costantinopolitana, cioè quella dell’Impero e della Corte.
Così, a partire dal Medioevo, la liturgia alessandrina fu praticata solo dagli oppositori del Concilio di Calcedonia in Egitto ed Etiopia e di quello di Antiochia in Siria, Palestina e Mesopotamia, nonché dai Maroniti, che in seguito vi apportarono alcune modifiche.
A coloro che sono in comunione con la Chiesa cattolica, la Santa Sede lascia normalmente il proprio patrimonio. È un principio già affermato da San Leone IX: «La Chiesa romana sa che le consuetudini diverse a seconda del luogo e del tempo non impediscono la salvezza dei credenti, quando un’unica fede, operando attraverso la carità il bene che può, raccomanda tutti gli uomini a un solo Dio».
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Tradizione alessandrina
Questa tradizione si divise in due: egiziana ed etiope. Dominò in Egitto fino al XIII secolo, quando fu abbandonata a favore della tradizione costantinopolitana. Dopo la conquista musulmana, l’arabo soppiantò gradualmente il greco, di cui rimangono solo poche tracce (il rito copto).
In Etiopia ed Eritrea, la liturgia alessandrina subì profonde modifiche e si arricchì di nuovi testi, influenzati dai testi antiocheni. La lingua liturgica utilizzata è stata il Ge’ez, già lingua ufficiale nel V secolo, quando furono effettuate le prime traduzioni di testi biblici e liturgici in Axum (rito Ge’ez).
Tradizione antiochena
Formatasi liturgicamente a Gerusalemme e poi soprattutto ad Antiochia, e diffusa in Palestina, Siria e Mesopotamia settentrionale, questa tradizione si diffuse gradualmente a partire dalla seconda metà del XVII secolo fino ai cristiani di San Tommaso nell’India meridionale. I maroniti conservarono la tradizione antiochena, con modifiche in senso latino (rito maronita).
Praticato inizialmente in greco e siriaco, oggi è celebrato solo in siriaco con molte parti in arabo, in particolare tra i siriani (rito siro-antiocheno). I Malankaresi, cattolici di tradizione antiochena dell’India, usano, oltre al siriaco, il malayalam (rito siro-malankarese).
Tradizione armena
La tradizione armena si sviluppò a partire da testi antiocheni, con notevole influenza dei testi cappadoci e bizantini, ma con un notevole elemento originale fin dai tempi più antichi (rito armeno). Elementi latini furono introdotti nel Medioevo.
La lingua liturgica è l’armeno classico, lingua ufficiale dell’Armenia nel V secolo. In alcune eparchie del Patriarcato cattolico di Cilicia (nell’attuale Turchia sud-orientale), si osserva un crescente uso liturgico dell’arabo.
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Tradizione caldea
Questa tradizione si sviluppò indipendentemente nell’ex Impero Sasanide, da cui il termine «rito persiano». Dal XVII secolo in poi, il termine «caldeo» prevalse a Roma, ma le regioni abitate dai caldei la chiamarono «siro-orientale» (rito caldeo).
Questa eredità rituale fu trasmessa dai missionari della Mesopotamia all’Asia centrale, alla Cina e all’India. L’uso del siriaco, scritto e pronunciato in modo molto diverso da quello usato in Siria, si conservò quasi esclusivamente nella liturgia. In Mesopotamia, alcune chiese adottarono l’usanza di leggere pericopi scritturali e altre formule in arabo.
Il ramo più numeroso è la Chiesa siro-malabarese, che, secondo la tradizione, risale all’apostolo San Tommaso. La lingua liturgica usata oggi è il malayalam (rito siro-malabarese).
Tradizione costantinopolitana o bizantina
Questa tradizione, spesso chiamata «rito greco» in Occidente, si sviluppò a Costantinopoli, anticamente Bisanzio, essenzialmente da quella di Antiochia, ma con elementi provenienti da Alessandria e dalla Cappadocia (rito greco o bizantino).
Nel corso dei secoli, i testi liturgici e quelli relativi alla disciplina canonica di Costantinopoli furono tradotti dal greco nelle lingue dei popoli sottoposti alla giurisdizione dei Patriarchi di Costantinopoli, Alessandria e Antiochia, aderendo alla fede di Calcedonia: prima in georgiano, siriaco, paleoslavo e arabo, poi in romeno e, più di recente, in molte altre lingue.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Papa Leone era alla manifestazione del 1983 contro i missili Pershing II in Italia
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Spirito
Suore fingono di concelebrare la Messa mentre il sacerdote cambia la consacrazione
Un video riportato dalla testata InfoVaticana mostra come, nel monastero di Suesa (in Cantabria, Spagna), la comunità di monache circondi l’altare con le mani tese durante la preghiera eucaristica mentre il celebrante altera le parole della consacrazione: le femminilizza, sostituisce il «per molti» con «per tutta l’umanità» e sostituisce il comando del Signore —«Fate questo in memoria di me»— con una formula di sua invenzione.
Non si tratta di un episodio isolato: la stessa comunità da anni teorizza e insegna questo modo di celebrare, con l’avallo di istituzioni diocesane. Tutto ciò avviene nella diocesi governata da monsignor Arturo Ros Murgadas, nominato vescovo di Santander da Bergoglio nel 2023..
Nelle immagini, riprese nella chiesa del Monastero della Santissima Trinità di Suesa (Ribamontán al Mar), il sacerdote non occupa alcun posto preminente. Le religiose, disposte in cerchio attorno all’altare, tendono le mani durante la preghiera eucaristica nel gesto epiclettico riservato al sacerdote concelebrante. L’effetto visivo risulta inequivocabile: una concelebrazione simulata in cui il ministro ordinato si dissolve nell’assemblea.
“Este es mi cuerpo , que será entregado por vosotras…” Así es la Plegaria inventada de la Misa femista con las monjas trinitarias en el altar simulando concelebrar. Suesa, Cantabria. pic.twitter.com/PF3XezbTgS
— InfoVaticana (@Infovaticana) August 20, 2026
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Come nota Infovaticana, il celebrante, inoltre, non prende il pane né il calice nelle sue mani pronunciando le parole della consacrazione, come prescrive il Messale Romano. Sul pane dice: «Prendete e mangiate tutte di esso». Sul calice, questa è la formula che il video riporta letteralmente:
«Allo stesso modo, terminata la cena, prese il calice e, rendendoti di nuovo grazie, lo passò dicendo: Prendete e bevete tutte di esso, perché questo è il calice del mio sangue, sangue della nuova ed eterna alleanza, che sarà versato per voi e per tutta l’umanità per la remissione dei peccati. Fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve».
Il confronto con il testo del Messale Romano rivela almeno quattro manipolazioni deliberate, scrive Infovaticana.
La prima, la femminilizzazione delle parole del Signore —«tutte», «per voi»—, che indirizza all’assemblea presente, una comunità femminile, ciò che Cristo pronunciò nell’istituzione dell’Eucaristia sugli Apostoli.
La seconda, la sostituzione del pro multis («per molti») con «tutta l’umanità», una traduzione che la Santa Sede ha espressamente corretto: la Congregazione per il Culto Divino ordinò nel 2006 di recuperare la fedeltà al testo biblico, e Benedetto XVI dedicò nel 2012 una lettera all’episcopato tedesco spiegando perché «per molti» non è negoziabile.
La terza, l’alterazione del racconto dell’istituzione: dove il Messale dice che «lo diede ai suoi discepoli», il celebrante dice che «lo passò», cancellando dalla narrazione i discepoli —i Dodici, ai quali il Signore conferì il sacerdozio in quella stessa Cena— e suggerendo un calice che circola orizzontalmente nell’assemblea.
E la quarta, la più vistosa: la soppressione del comando «Fate questo in memoria di me», sostituito da «fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve», un innesto tratto da Luca 22, 27 che sposta il memoriale sacrificale dell’Eucaristia verso una lettura puramente diaconale e comunitaria. Non è una sfumatura: il comando della commemorazione è precisamente il fondamento del sacerdozio ministeriale e del rinnovamento sacramentale del sacrificio. Eliminarlo dal racconto dell’istituzione, in una celebrazione la cui scenografia già sfuma il sacerdote, risulta coerente con tutto il resto.
Il canone 846 §1 del Codice di Diritto Canonico è tassativo: «Nella celebrazione dei sacramenti, si osservino fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa».
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L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) scrive: «Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico» (n. 59).
«La recita della Preghiera eucaristica, che per sua stessa natura è come il culmine dell’intera celebrazione, è propria del Sacerdote, in forza della sua ordinazione. È, pertanto, un abuso far sì che alcune parti della Preghiera eucaristica siano recitate da un Diacono, da un ministro laico oppure da uno solo o da tutti i fedeli insieme. La Preghiera eucaristica deve, dunque, essere interamente recitata dal solo Sacerdote». (n. 52)
«Mentre il Sacerdote celebrante recita la Preghiera eucaristica,«non si sovrappongano altre orazioni o canti, e l’organo o altri strumenti musicali tacciano». (n. 53)
Secondo quanto riportato, la comunità in questione avrebbe fatto una cosa simile anche nell’ottobre 2022, quando un gruppo scout che trascorse un fine settimana di ritiro nel monastero pubblicò una cronaca entusiasta in cui descriveva, senza rilevare alcun problema, esattamente la stessa cosa: «un coro monastico circolare, senza spazi gerarchizzati», «una comunità femminile che forma una circonferenza aperta» e l’«uso di un linguaggio inclusivo» nelle messe.
La stessa comunità lo teorizza apertamente. Nel 2016 organizzarono nel monastero il laboratorio «Il gesto nella liturgia», diffuso attraverso il bollettino progressista Eclesalia, la cui convocazione —firmata dalla comunità— proclamava: «Sta ormai finendo quel tempo in cui la liturgia restava solo nelle mani del presbiterato» e invitava a «osare altri gesti, altri simboli», compresa «la danza comunitaria come faceva lo stesso Gesù». Il laboratorio era coordinato dal gesuita Carlos del Valle insieme a un’animatrice di «danza contemplativa».
Il sito web del monasterio mantiene una sezione dedicata a queste danze circolari, con video su YouTube, che si praticano in contesto orante.
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«Il substrato ideologico non è nemmeno un segreto» scrive il sito di informazione cattolica. Nel giugno 2022, in occasione della Giornata Pro Orantibus, la comunità espose sul sito Religión Digital i suoi contributi al Sinodo: «denunciavano una Chiesa “piramidale e gerarchica, dove le norme vengono dall’alto”, chiedevano di “abbassarsi dalla mentalità patriarcale per vivere nell’orizzontalità delle relazioni tra uguali” e sostenevano che la partecipazione della donna “in condizioni di parità nella Chiesa cattolica è una questione strutturale, e non una riforma secondaria”. Chiesero al Dicastero per la Vita Consacrata «che lasci pensare le monache, che non vengano imposti loro criteri dall’alto».
«L’estetica accompagna il discorso: le religiose conservano l’abito trinitario con la croce, ma hanno rinunciato al velo, il che conferisce loro un aspetto ambiguamente clericale —più vicino a quello di un presbitero con il colletto che a quello di una monaca contemplativa—, coerente con la scenografia della circonferenza attorno all’altare».
Redemptionis Sacramentum ricorda che qualsiasi fedele ha il diritto di denunciare gli abusi liturgici al vescovo diocesano o direttamente alla Sede Apostolica (nn. 183-184).
La notizia delle celebrazioni spurie delle suore – e dell’avallo che ottengono dall’alato – arriva nei giorni in cui sempre Infovaticana aveva mostrato il video di un rito per la Pachamama a Cusco, in Perù, prima della visita apostolica del papa. Al rituale, che pare essere stato eseguito all’interno di un evento catto-filo-omotransessualista, hanno partecipato alti funzionari vaticani.
Come riportato da Renovatio 21, mentre i monasteri conciliari mostrano aberrazioni o si svuotano (come nel caso del crollo verticale del numero di suore in Germania), gli istituti tradizionalisti di suore legati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X vedono una crescita costante ed incoraggiante.
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Immagine screenshot da Twitter
Occulto
A Cusco, la Pachamama precede Leone XIV
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Il precedente del 2019
La scena richiama inevitabilmente alla mente gli scandalosi eventi del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre 2019. Statuette raffiguranti una donna incinta furono utilizzate durante una cerimonia svoltasi nei giardini vaticani, alla presenza di Papa Francesco, e successivamente esposte nella chiesa di Santa Maria in Traspontina e portate in diverse occasioni legate al Sinodo. Il 21 ottobre, diverse di queste statue furono rimosse dalla chiesa e gettate nel Tevere da un uomo. Francesco si scusò quindi per la loro scomparsa e si riferì a esse come alle «statue di Pachamama», affermando che erano state presenti «senza intenti idolatrici». La vicenda aveva suscitato forti reazioni; in particolare, il cardinale Robert Sarah denunciò l’infiltrazione del paganesimo nella Chiesa e si chiese: perché presentare Pachamama anziché la Madonna di Guadalupe, veramente venerata dai popoli cattolici dell’America Latina? Sette anni dopo, le immagini provenienti da Cusco dimostrano che il problema sollevato nel 2019 è tutt’altro che scomparso.Inculturazione o sincretismo?
La Chiesa non ha mai preteso che i popoli che evangelizza abbandonassero tutto ciò che appartiene alla loro cultura; è sempre stata capace di adottare e purificare costumi, lingue, forme artistiche e persino certi simboli naturali, purché potessero acquisire un significato conforme alla fede cattolica. Una foglia di coca, ad esempio, non è ovviamente di per sé idolatrica; fa parte della vita quotidiana e della cultura di molte popolazioni andine da secoli. Ben diversa è la situazione quando un oggetto diventa lo strumento di un’offerta religiosa rivolta a una forza della natura considerata «Madre Terra», o quando il fuoco viene invocato come una «Nonna» capace di ricevere richieste e impartire saggezza. Su questo punto la Rivelazione è inequivocabile: «Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto» (Mt 4,10). L’inculturazione cattolica consiste nel purificare le culture alla luce dell’Apocalisse, e non nel reintrodurre nella pratica della Chiesa i culti pagani e idolatri dai quali l’evangelizzazione aveva liberato i popoli.Aiuta Renovatio 21
Un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede
La presenza attiva dell’arcivescovo Jordi Bertomeu conferisce particolare rilevanza alla questione, in quanto funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e incaricata di svolgere missioni di fiducia come commissario pontificio della Santa Sede. Secondo InfoVaticana , dopo aver parlato della Sodalicio durante l’incontro, l’arcivescovo Bertomeu avrebbe girato il cartello con il suo nome prima di lasciare il suo posto. Il media spagnolo riferisce di aver tentato invano di contattarlo per ottenere chiarimenti. Sarebbe ovviamente auspicabile che la persona in questione spiegasse pubblicamente il significato che attribuiva alle sue azioni. Ma a prescindere dalla sua intenzione soggettiva, resta la natura oggettiva della cerimonia a cui ha partecipato. Mentre un ufficiale del dicastero ha il compito di salvaguardare l’integrità della fede cattolica, viene visto prendere parte a un rito in cui si invocano elementi naturali e si ricevono offerte.Un incontro con obiettivi più ampi
L’ Istituto Lepanto osserva che le organizzazioni e le rivendicazioni rappresentate a Cusco andavano ben oltre le questioni puramente sociali relative alle popolazioni indigene. L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH), che ha esplicitamente incluso le “persone LGBTIQ+” tra le categorie rappresentate. L’ Istituto Lepanto sottolinea che la sua identità visiva raffigura una donna con un foulard verde, simbolo dei movimenti pro-aborto in America Latina, accanto a una persona vestita con i colori dell’arcobaleno LGBT. Le fotografie pubblicate da Ruth Luque, parlamentare peruviana presente all’evento, mostrano anche i partecipanti che espongono una bandiera transgender, mentre i documenti di lavoro menzionano specificamente “l’accesso a un’assistenza sanitaria completa per le persone LGBTIQ+ (trans/nb)”. Bruno Montenegro ha partecipato a questi incontri in qualità di rappresentante della Fraternità Transmaschile del Perù. L’ inchiesta dell’Istituto Lepanto mette in luce anche la partecipazione della Confederación Campesina del Perú (CCP), storicamente strettamente legata alla sinistra rivoluzionaria peruviana. Per decenni, è stata guidata da attivisti appartenenti al Partito Comunista Peruviano. Questa organizzazione internazionale, che si definisce in un’ottica anticapitalista, sostiene anche le rivendicazioni per il diritto all’aborto e i diritti LGBT. La dichiarazione finale redatta a Cusco chiede, in particolare, politiche pubbliche che promuovano «la parità di genere» e «un’educazione sessuale completa nelle scuole». Secondo i suoi autori, questo testo è stato ufficialmente presentato a Leone XIV e si prevede che gli venga consegnato durante la sua visita in Perù. Cosa ne farà?Iscriviti al canale Telegram ![]()
Il silenzio imbarazzante di Vatican News
Vatican News, il sito di notizie ufficiale della Santa Sede , ha pubblicato un resoconto favorevole dell’incontro, sottolineando come esso abbia «offerto uno spazio per condividere esperienze provenienti da diverse regioni, individuare sfide comuni e sviluppare proposte in risposta alle principali problematiche relative ai diritti umani che affliggono il Paese». Tuttavia, come hanno fatto notare InfoVaticana e altri osservatori, il resoconto ufficiale non menziona né il rito di apertura della Pachamama, né la partecipazione del vescovo Bertomeu ad esso. L’omissione è difficile da comprendere. Se il «pagamento alla terra» era considerato una pratica culturale perfettamente compatibile con la fede cattolica, perché non menzionarlo nel resoconto di un evento ecclesiastico? Se, al contrario, poneva una difficoltà dottrinale, perché dei prelati cattolici, e ancor più un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede, vi presero parte attivamente? Leone XIV conosceva a fondo il Perù, avendo a lungo ricoperto la carica di ministro e possedendo la cittadinanza peruviana. La sua prossima visita nel Paese, dall’11 al 17 novembre, darà inevitabilmente particolare risalto a tutto ciò che riguarda il rapporto tra il cattolicesimo e le culture indigene. Cusco, dove si è appena svolto questo «pagamento alla terra», è tra le quattro città che il papa visiterà. Sette anni dopo lo scandalo Pachmama in Vaticano, quale posizione adotterà Leone XIV in quel luogo? Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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