Economia
Gli Stati Uniti revocano le sanzioni sul petrolio iraniano
Gli Stati Uniti hanno accordato una deroga temporanea alle sanzioni sul settore petrolifero iraniano, consentendo la produzione, la vendita, la consegna e l’importazione di petrolio greggio e prodotti petrolchimici iraniani, come annunciato dal dipartimento del Tesoro.
La misura arriva mentre proseguono i negoziati tra Washington e Teheran, dopo il primo ciclo di colloqui tenutosi in Svizzera lo scorso fine settimana.
La licenza generale X per l’Iran autorizza «la produzione, la consegna e la vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana» per un periodo di 60 giorni, ha precisato lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent in relazione alla licenza X.
La licenza include anche i servizi legati al commercio energetico, come la gestione delle navi, l’assicurazione, l’equipaggio, il rifornimento di carburante, la classificazione e le riparazioni di emergenza. Gli acquirenti possono effettuare pagamenti in dollari statunitensi all’Iran, al governo iraniano o a entità iraniane sanzionate per le operazioni coperte dalla deroga.
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A differenza della licenza generale U, emessa nel marzo 2026 e ristretta al petrolio già caricato sulle petroliere prima di una data limite prestabilita, la nuova autorizzazione permette anche le attività di produzione.
La licenza autorizza inoltre l’importazione negli Stati Uniti di petrolio greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici di origine iraniana, sospendendo temporaneamente le limitazioni che normalmente vietano tali importazioni.
L’autorizzazione rientra in un memorandum d’intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran all’inizio di questo mese, con cui Washington si è impegnata a concedere immediatamente deroghe alle esportazioni di petrolio iraniano.
Questo fine settimana, Washington e Teheran hanno concordato una tabella di marcia verso un accordo definitivo, dopo i negoziati mediati da Qatar e Pakistan nella località svizzera di Buergenstock. Non è stata diffusa alcuna dichiarazione congiunta, ma i mediatori hanno indicato che i colloqui hanno prodotto un’intesa su una tabella di marcia di 60 giorni per un accordo finale, ulteriori negoziati tecnici e la costituzione di un comitato di alto livello per supervisionare il processo. Teheran ha sottolineato che i colloqui si sono concentrati soprattutto su misure economiche concrete, tra cui lo sblocco dei beni congelati e la rimozione delle restrizioni sui porti e sulle spedizioni iraniane.
L’Iran possiede alcune delle maggiori riserve di idrocarburi al mondo e si posiziona tra i principali produttori sia di petrolio greggio sia di gas naturale. Il suo settore energetico è stato per anni penalizzato dalle sanzioni statunitensi, che hanno ostacolato l’accesso ai servizi di trasporto marittimo, alle assicurazioni, ai canali bancari internazionali e ai potenziali acquirenti.
Nonostante le sanzioni, l’Iran ha continuato a esportare petrolio greggio, con la Cina come principale cliente. Gran parte delle esportazioni sarebbe stata acquistata da raffinerie cinesi indipendenti che hanno comprato greggio iraniano nonostante il rischio di sanzioni statunitensi.
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Economia
Boom di fallimenti in Germania
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Economia
Energia, gli USA minacciano l’UE
Gli Stati Uniti hanno avvertito l’UE che il gas naturale liquefatto (GNL) americano potrebbe essere dirottato altrove se Bruxelles non allenterà le normative previste sulle emissioni di metano. Questa mossa segnala una crescente volontà da parte di Washington di sfruttare la propria posizione dominante nel mercato energetico europeo.
A seguito dell’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 e dell’imposizione di sanzioni a Mosca, l’UE ha sostituito gran parte del gas proveniente dai gasdotti russi con il GNL americano. Questo cambiamento ha reso gli Stati Uniti il principale fornitore esterno di gas del blocco ed è stato salutato dai suoi leader come un passo verso una maggiore sicurezza energetica.
Da allora la crisi energetica europea si è aggravata, con i prezzi del gas e dell’elettricità che hanno raggiunto livelli record, con il risultato, materializzatosi drammaticamente in Italia, dellel «bollette pazze», cioè costi non sostenibili per aziende e famiglie.
Parlando giovedì a Bloomberg, il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha affermato che le esportazioni americane «si dirigeranno altrove» se l’UE si rifiuterà di modificare le norme, che dovrebbero entrare in vigore nel 2027.
«Senza una riforma significativa di questa norma, essa causerà gravi danni all’Europa, e questo è inutile», ha affermato lo Wright.
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In base al nuovo regolamento, il gas importato dovrà rispettare rigorosi standard di monitoraggio, rendicontazione e verifica delle emissioni di metano, paragonabili a quelli imposti ai produttori dell’UE. Bruxelles sostiene che tali misure siano essenziali per ridurre le emissioni di uno dei gas serra più potenti al mondo.
Gli Stati Uniti si sono uniti a Qatar, Algeria e Nigeria nell’esortare l’UE a modificare o rinviare la legislazione. Gli esportatori sostengono che non vi sia un modo pratico per conformarsi, poiché la vasta rete americana di giacimenti di gas, gasdotti e impianti di trattamento rende difficile misurare le emissioni di metano per i singoli carichi di GNL. Affermano inoltre che l’incertezza sulle potenziali sanzioni sta già scoraggiando la stipula di contratti a lungo termine con gli acquirenti europei.
Il commissario europeo per l’energia, Dan Jorgensen, ha respinto le richieste di indebolire la legislazione, insistendo sul fatto che il blocco non avrebbe compromesso i propri standard ambientali nonostante le pressioni dei fornitori. I ministri dell’energia dell’UE avrebbero dovuto discutere la questione in una riunione a Lussemburgo venerdì.
La situazione di stallo evidenzia una netta inversione di tendenza nel rapporto energetico dell’UE con il suo principale fornitore. Prima di abbandonare la maggior parte delle importazioni di gas russo, i governi occidentali accusavano spesso Mosca di utilizzare le esportazioni di energia come strumento geopolitico, un’accusa che il Cremlino ha sempre respinto.
Ora, con il blocco fortemente dipendente dal GNL americano, Washington sta apertamente collegando le future forniture di gas a cambiamenti nelle politiche.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso allo SPIEF il presidente russo Vladimiro Putin ha insistito sul fatto che il gas russo potrebbe tornare in Europa «domani», se la controparte lo volesse. L’Europa in questi mesi ha continuato con il rifiuto sul gas russo nonostante la crisi energetica.
Politici austriaci, tedeschi e slovacchi (come il premier Robert Fico) chiedono apertamente una revisione dei divieti europei e il ritorno del gas russo. Al contrario, Paesi come il Belgio e l’Olanda chiedono il bando completo dell’idrocarburo di Mosca, nonostante silenziosi aumenti delle importazioni susseguitisi in questi anni di conflitto.
Il Regno di Spagna rimane uno dei principali importatori di gas russo. Altri Paesi, come il Pakistan, avevano iniziato negli anni scorsi a ricevere invii di gas russo via Iran. La Cina nel 2022 ha completato un gasdotto per il combustibile dalla Russia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan in un discorso post-elettorale di tre anni fa aveva annunciato che la Turchia sarebbe divenuta un hub per il gas russo.
Nel frattempo, l’Ucraina lancia attacchi di droni contro i gasdotti che dalla Russia servono la Turchia e l’Europa, azioni che il Cremlino chiama «terrorismo energetico».
Come riportato da Renovatio 21, in un’intervista televisiva di quattro anni fa il magnate «filantropo» aveva detto che l’Europa senza gas russo è «un bene».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Economia
I prezzi del petrolio salgono alle stelle con la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran
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