Politica
Filippine, Marcos jr vince insieme alle dinastie politiche delle Filippine
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Cayetano, Binay, Villar: sono solo alcuni dei cognomi di clan facoltosi che controllano il governo. Dopo le elezioni di ieri un quarto del Senato è composto da tre sole famiglie. Leni Robredo promette un’opposizione tenace. Il premio Nobel per la Pace Maria Ressa avverte riguardo i rischi della disinformazione anche nelle altre democrazie del mondo.
La politica nelle Filippine resta un affare di famiglia: la vittoria del figlio dell’ex dittatore riporta a palazzo Malacañan, la residenza presidenziale, la dinastia Marcos, ma anche al Senato e nei governi locali hanno primeggiato candidati con cognomi noti.
La vittoria di Ferdinand Marcos jr è stata schiacciante: in base allo spoglio non ufficiale, «Bongbong» (soprannome datogli dal padre) avrebbe ottenuto 30 punti percentuali in più rispetto all’altra candidata più accreditata, la vice presidente Leni Robredo, ferma a circa il 30% delle preferenze.
Un risultato migliore rispetto a quello dei pronostici, ma che non è bastato a vincere la corsa presidenziale, nonostante i molti appelli di figure della Chiesa cattolica nelle Filippine, che avevano appoggiato la candidatura della Robredo.
Restando in tema di famiglie dinastiche, alla vicepresidenza ha stravinto Sara Duterte, figlia del presidente uscente; questa vittoria era data però per scontata, considerata la popolarità di cui gode ancora il padre dopo sei anni di mandato.
Nella regione della capitale, Metro Manila, composta da 16 comuni, solo un seggio, la posizione a sindaco della città, è stato vinto da una candidata non appartenente a famiglie di lungo corso politico: Honey Lacuna.
La città di Makati resta in mano alla dinastia Binay grazie alla rielezione di Abby Binay, mentre i Cayetano si tengono Taguig, dove Lino Cayetano ha lasciato il posto alla cognata Lani.
Stessa storia a Caloocan, dove Oscar «Oca» Malapitan è succeduto al padre: si potrebbe continuare così per tutti i comuni dell’area metropolitana di Manila.
Paralleli i risultati al Senato, dove un quarto dei seggi – 6 su 24 – ora appartiene a tre famiglie: il portavoce della Camera Alan Peter Cayetano si unirà alla sorella Pia, mentre Mark Villar, al primo mandato da senatore, raggiungerà la madre Cynthia.
Rientrano nel Congresso anche gli Estrada, dopo una momentanea uscita con le elezioni di metà mandato del 2019. L’ex vice presidente Jojo Binay, arrivando 13mo, è rimasto fuori dalla Camera alta per pochi voti, nonostante i sondaggi pre-elettorali avessero previsto anche una sua vittoria.
Per gli analisti, questi risultati sono «inquietanti». Secondo diversi studi sussiste una relazioni tra patrimoni elevati dei clan politici ed erosione dei contrappesi democratici: la concentrazione del potere nelle mani di pochi favorisce elevate disparità di reddito (paradossale fenomeno per cui le Filippine sono note è la povertà della popolazione in confronto) in un circolo vizioso dove alla fine a rimetterci è la tenuta democratica, già fortemente indebolita dopo l’esperienza di governo violenta e autoritaria di Rodrigo Duterte – attivisti per i diritti umani dicono che le vittime delle «guerra alla droga» voluta dal presidente filippino potrebbero essere fino a 30mila.
L’unica speranza è affidata a Leni Robredo che nonostante la sconfitta sembra promettere un’opposizione tenace e agguerrita.
Ieri dopo aver ringraziato i propri elettori ha riconosciuto la nascita di un nuovo movimento, che nelle ultime settimane ha colorato le strade e le piazze di rosa, il colore dell’opposizione: «Abbiamo avviato qualcosa che non si è mai visto in tutta la storia del Paese: una campagna guidata dal popolo». A differenza di Duterte, Marcos dovrà fare i conti con questa «ondata rosa».
Qualche ora dopo la chiusura dei seggi la giornalista premio Nobel per la Pace Maria Ressa ha previsto per le Filippine un aumento della disinformazione, la stessa che, dipingendo il ventennio della dittatura come «un’età dell’oro» ha favorito l’ascesa di Marcos figlio: un fattore di estrema importanza non solo per le Filippine, ma anche per il resto del mondo.
Per capirlo basta tornare all’elezione di Duterte nel 2016: «Si tratta di un ecosistema globale delle informazioni. Nel 2016 siamo stati il primo pezzo del domino a cadere poi seguito dalla Brexit, Trump e Bolsonaro. Ci risiamo di nuovo: il Brasile terrà le elezioni a ottobre, gli Stati Uniti a novembre. Se noi cadiamo restate sintonizzati, arriverà anche per voi».
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Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine di di Patrickroque01 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Politica
Musk ricuce con Trump donando 100 milioni di dollari
Il miliardario della tecnologia Elon Musk e il presidente Donald Trump hanno ripreso i contatti dopo la rottura dell’anno scorso. Come riferito giovedì dal Wall Street Journal, citando fonti che hanno viaggiato con i due in Cina, Musk starebbe organizzando una cospicua donazione a favore dei repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.
I rapporti tra i due si erano deteriorati a metà del 2025, quando Musk aveva criticato il pacchetto di riforme fiscali e di spesa di Trump, definendo la bozza «assolutamente folle e distruttiva». La frattura si era verificata nonostante il ruolo centrale svolto da Musk nel ciclo elettorale del 2024. Dopo la vittoria di Trump, il miliardario era stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), nel frattempo sciolto.
Il rientro di Musk nella cerchia ristretta di Trump è emerso chiaramente durante il volo per Pechino di maggio, quando si è unito al presidente, ai membri dell’amministrazione, ai dirigenti aziendali e ai familiari a bordo dell’Air Force One. I due apparivano cordiali: Musk parlava dei progetti per nuove fabbriche negli Stati Uniti, mentre Trump commentava un video di un lancio spaziale e chiedeva notizie di uno dei figli di Musk, secondo quanto raccontato al Wall Street Journal da alcune persone presenti sull’aereo.
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Nel corso del volo Musk avrebbe inoltre comunicato a Trump l’intenzione di destinare almeno 100 milioni di dollari a un’operazione di mobilitazione elettorale a sostegno dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre, per aiutarli a conservare il controllo del Congresso, stando a quanto riportato dal giornale sulla base di fonti a conoscenza della strategia.
Il riavvicinamento sarebbe stato il risultato di quasi un anno di contatti riservati, tra telefonate private, sollecitazioni di amici comuni, inviti a Mar-a-Lago e una cena alla Casa Bianca. Trump e Musk si sono scambiati poche parole anche alla cerimonia in memoria dell’attivista conservatore assassinato Charlie Kirk, il quale a quanto pare aveva tentato di riconciliarli.
Il Wall Street Journal ha scritto che il vicepresidente JD Vance, insieme al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, ha preso contatto con Musk dopo la rottura pubblica con Trump per attenuare le tensioni e ha poi mantenuto i rapporti con lui e i suoi alleati. Vance, secondo quanto riferito, riteneva Musk troppo rilevante per essere messo da parte, considerando i cospicui contratti di SpaceX con la difesa e la NASA.
Musk, da parte sua, avrebbe rinunciato ai progetti di un nuovo partito politico, in parte per salvaguardare i legami con Vance, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028.
Secondo i collaboratori di Trump, è improbabile che i due recuperino l’intesa stretta di un tempo. Tuttavia hanno ricominciato a sentirsi circa una volta al mese, parlando di intelligenza artificiale, Cina e questioni internazionali, come riferito da persone a conoscenza delle conversazioni.
Musk aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria elettorale di Trump del 2024, sostenendolo pubblicamente e destinando, secondo quanto riportato, almeno 288 milioni di dollari a supporto di Trump e di altri candidati repubblicani.
La rinnovata intesa arriva in un momento in cui i Democratici risultano in vantaggio sui Repubblicani negli ultimi sondaggi nazionali in vista delle midterm di novembre, mentre il tasso di approvazione netto di Trump è sceso vicino al minimo storico a causa della crescente insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti della sua presidenza, in particolare per la gestione del conflitto con l’Iran.
L’anno passato rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX. Musk aveva insinuato che il presidente fosse nei file epsteiniani, dove in realtà da qualche parte appare tangenzialmente pure lui stesso.
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Trump aveva detto persino di prendere in considerazione la deportazione dell’«immigrato» sudafricano Musk, che oggi gode comunque della cittadinanza.
Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party. I due avevano poi ricompattato il rapporto all’evento Memorial per Charlie Kirk assassinato agli inizi di settembre.
Elone ancora a metà 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.
Tornare in buoni rapporti col presidente era il consiglio che diede ad Elone anche suo padre, Errol, personaggio geniale e fumantino con cui il figlio non parla più. «Ricucisci con Trump, ha vinto lui», aveva detto l’Errollo, il quale è, tra le altre cose, ammiratore di Vladimiro Putin e grande sostenitore della teoria secondo cui Michelle Obama è in realtà un uomo.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Bizzarria
Nigel Farage vince contro il Conte «faccia-da-cestino»
I came first in the Clacton by-election! Of the candidates who bothered to turn up for the results. Here is my victory speech! pic.twitter.com/PBaLO10P2j
— Count Binface (@CountBinface) August 14, 2026
“Even if I got 12%, 1 in 8 people in Clacton would rather vote for a space warrior shaped like a bin than Nigel Farage. That would be interesting, wouldn’t it”
Count Binface speaks to Sky’s @JonCraig as counting continues in Clacton https://t.co/MVXBDydaRc 📺 Sky 501 pic.twitter.com/Dix8yGQjg1 — Sky News (@SkyNews) August 14, 2026
Americans meet Count Binface.
There may be some cultural translation issues. 🤣🇬🇧🇺🇸🗑️ pic.twitter.com/yLl6SPmvNc — Liz Webster (@LizWebsterSBF) August 11, 2026
An American interviewer asked me about my political beliefs. #VoteBinface pic.twitter.com/i31YytTh7B
— Count Binface (@CountBinface) August 11, 2026
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Politica
I procuratori israeliani si preparano a incriminare i collaboratori di Netanyahu
Il procuratore generale israeliano Gali Baharav-Miara dovrebbe decidere se rinviare a giudizio due stretti collaboratori del primo ministro Benjamin Netanyahu per presunte attività di lobbying a favore del Qatar. Lo riporta la stampa israeliana, che cita alcune fonti.
Il cosiddetto scandalo Qatargate è emerso all’inizio dello scorso anno, quando il Canale 12 israeliano ha diffuso un’inchiesta di forte impatto in cui si sosteneva che i più intimi collaboratori del premier fossero stati retribuiti da Doha per promuovere gli interessi del Qatar presso le più alte autorità politiche e di sicurezza del Paese.
L’inchiesta ha coinvolto Yisrael Einhorn, Ofer Golan, Jonatan Urich ed Eli Feldstein, quest’ultimo già arrestato per il presunto coinvolgimento nel furto e nella diffusione di documenti riservati prima della pubblicazione del reportage.
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Urich e Feldstein sono stati entrambi arrestati e interrogati lo scorso marzo in relazione alle accuse, mentre Einhorn, residente in Serbia, ha rifiutato di rientrare nel Paese. Golan, storico portavoce di Netanyahu, è rimasto in carica più a lungo tra i funzionari implicati, lasciando l’incarico soltanto lo scorso aprile.
Secondo quanto riportato martedì dai media israeliani, il procuratore generale dovrebbe ora stabilire se procedere con le accuse nei confronti di Urich e Feldstein. Sebbene i servizi segreti Mossad e Shin Bet non abbiano ancora trasmesso la propria valutazione sulla vicenda, funzionari del ministero della Giustizia, rimasti anonimi, hanno dichiarato al Canale 13 che esistono «prove sufficienti» per incriminare i sospettati per i contatti con un soggetto straniero.
A giugno Urich è stato inoltre incriminato per il suo presunto ruolo nella fuga di notizie riservate alla stampa. Le accuse riguardano la divulgazione di materiale dell’intelligence militare israeliana al tabloide tedesco Bild nel settembre 2024, in un apparente tentativo di rafforzare le tesi di Netanyahu secondo cui non era stato lui, bensì il gruppo militante di Hamas, a far slittare l’accordo per la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza.
Oltre ai collaboratori di Netanyahu, la vicenda potrebbe coinvolgere anche il direttore del Mossad, Roman Gofman, secondo quanto riportato dai media. Prima di assumere la guida dell’agenzia a giugno, Gofman era segretario militare di Netanyahu e potrebbe trovarsi in una situazione di conflitto di interessi a causa dei suoi stretti legami con i sospettati. Funzionari del Ministero della Giustizia starebbero ora valutando se impedire al capo dell’intelligence di firmare la prossima valutazione del proprio dipartimento.
Lo scandalo Qatargate ha inferto un ulteriore grave colpo alla reputazione di Netanyahu, da oltre un decennio al centro di diverse accuse di corruzione. I legami tra i suoi collaboratori e il governo del Qatar sembrano risalire a lungo tempo: i funzionari coinvolti avrebbero aiutato Doha a consolidare la propria posizione nel Golfo già durante la crisi diplomatica del 2017-2021 e a elaborare una strategia per migliorare la propria immagine in vista dei Mondiali di calcio del 2022.
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Israele ha a lungo consentito e facilitato i finanziamenti del Qatar a Hamas a Gaza. Dal 2007 Doha ha sostenuto il gruppo, ma dal 2014-2018 i trasferimenti (fino a 30 milioni di dollari al mese in contanti) sono avvenuti con l’approvazione di Tel Aviv e degli USA. Secondo un funzionario qatariota intervistato da Der Spiegel nel 2023, in accordo con i governi degli Stati Uniti e di Israele, venivano trasferiti mensilmente 30 milioni di dollari ad Hamas.
Con un accordo controverso quanto segreto, il governo israeliano di Benjamin Netanyahu ha sostenuto per molti anni i pagamenti del Qatar ad Hamas, nella speranza di trasformare Hamas in un efficace contrappeso all’Autorità Palestinese e impedire la creazione di uno Stato palestinese.
La strategia di Netanyahu mirava a «comprare quiete», stabilizzare la Striscia e indebolire l’Autorità Palestinese che governa la Cisgiordania, mantenendo gli islamisti di Hamas come controparte del potere «laico» dell’ANP, sul modello di quanto già fatto in passato per togliere potere al popolare leader dell’OLP Yasser Arafat.
Secondo quanto riportato, ufficiali israeliani scortavano i fondi che da Doha arrivava al gruppo jihadista di Gaza. Il denaro rafforzò di fatto il controllo di Hamas. La politica, scoperta dopo il 7 ottobre 2023, è ora, in teoria, cessata.
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Immagine di Matthias Berg via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0
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