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Documento del Cardinale Roche contro la Messa tradizionale al Concistoro

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Un documento riservato del Cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e in ferma difesa di Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio dalla giornalista Diane Montagna. Distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, questo testo rivela che la Messa tradizionale era effettivamente all’ordine del giorno, anche se l’argomento non è stato scelto come uno dei principali argomenti di discussione. Si prevede che la questione verrà nuovamente sollevata in un prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV alla fine di giugno.

 

Il testo preparato dal Cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, reso pubblico dopo il Concistoro straordinario del gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza. Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna la riforma liturgica derivante dal Vaticano II è irreversibile e normativa, e che il Messale del 1962 può esistere solo come concessione provvisoria, rigorosamente regolamentata, senza alcun progetto futuro stabile.

 

Non si tratta di un testo marginale né di un’iniziativa personale. Questo documento era tra i dossier sottoposti all’attenzione dei cardinali, insieme ai temi principali definiti da Ppapa Leone XIV: evangelizzazione, Curia Romana, sinodalità e liturgia. La Messa tradizionale era quindi discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.

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La riforma liturgica, criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo offre una vera e propria radiografia dell’attuale approccio romano. La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata un problema di accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il mantenimento del rito tradizionale è inteso non solo come fedeltà a una forma immemorabile della lex orandi, ma anche come sintomo di una più ampia resistenza all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella della Lumen Gentium.

 

 

Quando la riforma diventa la misura della continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta un’interpretazione distorta della storia liturgica: afferma che la liturgia è stata «sempre» riformata, dai primi secoli al XX secolo, in un processo organico e continuo. Questa presentazione mira a neutralizzare qualsiasi accusa di rottura integrando la riforma di Paolo VI in una successione apparentemente omogenea.

 

Ma l’argomentazione è circolare: la riforma diventa sia il prodotto che il criterio della continuità. Se la liturgia cambia, allora il cambiamento diventa legittimo per definizione. Ogni resistenza viene liquidata come nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.

 

San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passaggi più rivelatori è l’appello a San Pio V e alla bolla Quo Primum. Il documento ricorda che, dopo il Concilio di Trento, l’unità fu ricercata attraverso l’unificazione rituale e conclude implicitamente che l’unità attuale richiederebbe anche un unico rito.

 

Il paragone è fuorviante. San Pio V non creò un nuovo rito; codificò una pratica secolare per proteggerla dalle innovazioni dottrinali. Eppure il testo romano usa questo riferimento per legittimare la politica opposta: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, sebbene questa liturgia sia proprio la massima espressione della fede cattolica così come definita a Trento.

 

Tradizione ridotta a un principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo». Ma questo riferimento serve in realtà a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare viene presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale rimane sospettata di stagnazione.

 

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidato diventa uno strumento di delegittimazione. La Tradizione non è più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.

 

«Senza riforma liturgica, non c’è riforma della Chiesa». Il testo cita esplicitamente papa Francesco: la riforma liturgica è considerata la chiave del rinnovamento ecclesiale. La liturgia non è più solo espressione di fede, ma leva di governo, di cambiamento. Il dibattito cessa di essere liturgico e diventa ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

 

È qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è semplicemente una questione disciplinare; è lo spazio teologico per eccellenza. Modificare la liturgia significa modificare la lex credendi.

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Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento abbraccia pienamente la logica di Traditionis custodes. Il messale di Paolo VI è presentato come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Il messale del 1962 è semplicemente una concessione, concessa come strategia pastorale, e soggetta a revoca qualora compromettesse l’obiettivo di unità, definito come uniformità, che è alla base del Concilio Vaticano II.

 

Questa posizione non costituisce una rottura con il passato recente, ma piuttosto il culmine coerente di una linea continua dal 1970. Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes: in ogni fase, la Messa latina tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma. Il fulcro della tolleranza viene semplicemente spostato per facilitare l’accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.

 

Conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto ciò che questo documento ora afferma esplicitamente era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre. Già negli anni ’70, denunciò una politica di concessioni temporanee, mirata non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.

 

Gli eventi gli hanno dato ragione. Le comunità derivanti dall’Ecclesia Dei vivono ora in uno stato di permanente incertezza giuridica, costrette a giustificare la propria esistenza e a dimostrare di non utilizzare la Messa come «simbolo». Il documento del cardinale Roche conferma che questa insicurezza non è accidentale, ma strutturale.

 

Ulteriori chiarimenti

Questo testo conferma che, per la Roma odierna, non esiste e non può esistere una “pace liturgica” basata sul pieno e completo riconoscimento della Messa tradizionale.

 

Di fronte a questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X non appare un’opzione marginale, ma l’unica coerente. Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, protetta ed espressa dal rito immemorabile della Chiesa.

 

Il conflitto non è disciplinare. È dottrinale. E finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, qualsiasi soluzione di tipo «tolleranza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.

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Documento del Cardinale Roche

Le versioni in inglese e italiano sono disponibili sul sito web di Diane Montagna.

 

 

CONCISTORO STRAORDINARIO

(7-8 gennaio 2026)

Liturgia: approfondita riflessione teologica, storica e pastorale «per conservare la sana via ad un legittimo progresso» (SC 23).

Liturgia
Cardinale Arthur Roche

 

1. Nella vita della Chiesa la Liturgia ha sempre conosciuto interventi di riforma. Dalla «Didachè» alla Traditio Apostolica, dall’uso della lingua greca a quello della lingua latina; dai «libelli precum» ai Sacramentari e agli «Ordines», dai Pontificali alle riforme franco-germaniche; dalla Liturgia «secundum usum romana curia» alla riforma tridentina; dalle parziali riforme post-tridentine a quella generale del Concilio Vaticano II. La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo «riformarsi», in un processo di sviluppo organico.

 

2. San Pio V, nell’affrontare la riforma dei libri liturgici in osservanza del mandato del Concilio di Trento (cfr. Sessione XXV, Decreto generale, cap. XXI) fu mosso dalla volontà di custodire l’unità della Chiesa. Nella bolla Quo primum (14 luglio 1570) con la quale viene promulgato il «Missale Romanum» afferma che «come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa» (cum unum in Ecclesia Dei psallendi modum, unum Missae celebrandae ritum esse maxime deceat).

 

3. La necessità del riformarsi della Liturgia è strettamente legata alla componente rituale, per mezzo della quale – «per ritus et preces» (SC 48) – partecipiamo al mistero pasquale: il rito è per se stesso connotato da elementi culturali che cambiano nel tempo e nei luoghi.

 

4. Inoltre, poiché «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morteù ma «è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 26 aprile 2006), possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della Tradizione, perché quest’ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell’eternità (ibid.).

 

5. In questa visione dinamica, «conservare la sana tradizione» e «aprire la via ad un legittimo progresso» (SC 23) non possono essere intese come due azioni separabili: senza un «legittimo progresso» la tradizione si ridurrebbe ad una «collezione di cose morte», non sempre tutte sane; senza la «sana tradizione» il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita, come un fiume il cui corso viene sbarrato separandolo dalle sue sorgenti.

 

6. Nel discorso ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 febbraio 2024) Papa Francesco così si esprimeva:
«A sessant’anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, non smettono di entusiasmare le parole che leggiamo nel suo Proemio, con le quali i Padri dichiaravano la finalità del Concilio. Sono obiettivi che descrivono una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del nostro tempo le istituzioni soggette a mutamenti; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (cfr SC 1). Si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. E per poterlo realizzare i Padri conciliari sapevano bene da dove dover cominciare, sapevano «di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (Ibid.). È come dire: senza riforma liturgica non
c’è riforma della Chiesa».

 

7. La Riforma liturgica è stata elaborata sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23). Il suo scopo è stato quello di rendere più piena la partecipazione alla celebrazione del Mistero pasquale, per un rinnovamento della Chiesa, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo (cfr. LG capp. I-II), perfezionando i fedeli nell’unità con Dio e tra di loro (cfr. SC 48). Solo dall’esperienza salvifica della celebrazione della Pasqua la Chiesa riscopre e rilancia il mandato missionario del Signore Risorto (cfr. Mt 28, 19-20) e diventa, in un mondo lacerato dalla discordia, fermento di unità.

 

8. Dobbiamo anche riconoscere che l’applicazione della Riforma ha patito e patisce un debito di formazione: è questa l’urgenza da affrontare, a partire dai Seminari, per «suscitare quella formazione dei fedeli e promuovere quell’azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra Liturgia» (Istr. Inter ecumenici, 26 settembre 1964, 5).

 

9. Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge «congelando» la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso, come ha detto Papa Francesco in Desiderio desideravi 61:
«(…) Siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, approvando i libri liturgici riformati “ex decreto Sacrosancti Ecumenici Concilii Vaticani II“, hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto “Traditionis custodes“, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità [Cfr. Paulus VI, Constitutio apostolica Missale Romanum (3 Aprilis 1969) in AAS 61 (1969) p. 222]. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

 

10. L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco – pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l’uso del Missale Romanum del 1962- ha indicato la via dell’unità nell’uso dei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

 

11. Papa Francesco ha così sintetizzato la questione (Desiderio desideravi 31):
«(…) Se la Liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium, che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. […] ».

 

Roma, Concistoro Straordinario, 8 gennaio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)


 

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Dal 1° all’8 novembre, indulgenze per le anime del Purgatorio

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Ogni anno, i primi giorni di novembre offrono ai cattolici un’occasione particolare per esercitare la carità verso i defunti. Attraverso la preghiera e alcune opere compiute secondo le condizioni stabilite dalla Chiesa, i fedeli possono ottenere indulgenze plenarie applicabili alle anime del Purgatorio. Si tratta di una pratica antica, di cui è bene ricordare il significato e le disposizioni.   La festa di Ognissanti, celebrata il 1° novembre, è seguita il giorno dopo dalla commemorazione di tutti i fedeli defunti. Dopo aver onorato i santi che godono della gloria del Cielo, la Chiesa invita i suoi figli a rivolgersi alle anime che attendono ancora di entrarvi, per venire loro in aiuto con le loro preghiere, i loro sacrifici e le indulgenze.   La morte non pone fine ai legami di carità che uniscono i membri della Chiesa. Coloro che sono morti nella grazia di Dio, ma che non hanno interamente espiato le conseguenze dei loro peccati, devono compiere la loro purificazione in purgatorio prima di giungere alla beatitudine eterna. Sicure della loro salvezza, queste anime non possono tuttavia più fare nulla per abbreviare esse stesse le loro sofferenze, mentre i fedeli rimasti sulla terra hanno il potere di soccorrerle.

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Che cos’è un’indulgenza?

L’indulgenza è la remissione, davanti a Dio, della pena temporale dovuta ai peccati di cui la colpa è già stata perdonata. Non sostituisce dunque il sacramento della penitenza e non concede il perdono dei peccati, ma permette di ottenere la remissione delle pene che restano da espiare dopo la loro assoluzione.   Per concedere questa remissione, la Chiesa attinge al suo tesoro spirituale, costituito dai meriti sovrabbondanti di Nostro Signore Gesù Cristo, della Santissima Vergine Maria e dei santi.   Esistono due specie di indulgenze. L’indulgenza plenaria rimette la totalità della pena temporale dovuta ai peccati, di modo che un’anima che morisse dopo averla ottenuta, senza aver contratto un nuovo debito verso la giustizia divina, entrerebbe direttamente in Cielo. L’indulgenza parziale, da parte sua, ne rimette solo una parte.   Concedendo queste indulgenze, la Chiesa viene in soccorso alla debolezza umana, che rende così difficile l’espiazione completa delle colpe durante la vita terrena. Incoraggia così le opere di pietà e di carità, ricordando al tempo stesso la necessità di soddisfare la giustizia divina.   Questa misericordia può giovare anche ai defunti, ai quali i fedeli possono applicare le indulgenze a modo di suffragio. È per questo che la Chiesa prevede, all’inizio del mese di novembre, diverse occasioni di ottenere un’indulgenza plenaria a favore delle anime del purgatorio.

Come ottenere un’indulgenza per i defunti?

Il 2 novembre, giorno della commemorazione dei fedeli defunti, si può ottenere un’indulgenza plenaria applicabile alle sole anime del purgatorio visitando piamente una chiesa o un oratorio e recitandovi un Padre nostro e un Credo, fatte salve le consuete condizioni.   Dal 1° all’8 novembre inclusi, i fedeli possono inoltre ottenere ogni giorno un’indulgenza plenaria applicabile ai defunti visitando piamente un cimitero e pregando per loro, anche solo mentalmente. Questa preghiera è libera: non è imposta alcuna formula particolare.   In entrambi i casi, il compimento dell’opera prescritta deve essere accompagnato dalle disposizioni generali richieste dalla Chiesa:  
  • Essere in stato di grazia e compiere l’opera prescritta.
  • Confessarsi nei giorni che precedono o seguono l’opera.
  • Ricevere la santa comunione.
  • Pregare secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, per esempio recitando un Padre nostro e un’Ave Maria.
  • Essere distaccati da ogni affetto al peccato, anche veniale.
  Quest’ultima condizione merita un’attenzione particolare, perché non basta compiere materialmente le opere prescritte per ottenere un’indulgenza plenaria. Se manca il distacco da ogni affetto al peccato, l’indulgenza ottenuta è solo parziale.   Una stessa confessione sacramentale può servire per ottenere più indulgenze plenarie, mentre una comunione e una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice sono richieste per ciascuna di esse.

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Un atto di carità alla portata di tutti

La visita a un cimitero, spesso compiuta per fedeltà familiare, assume così una dimensione soprannaturale quando è accompagnata dalla preghiera e dalle disposizioni richieste dalla Chiesa. Non si tratta più soltanto di mantenere vivo il ricordo di coloro che ci hanno lasciato, ma di portare loro un soccorso vero, contribuendo alla loro liberazione dalle pene del purgatorio.   Questi primi giorni di novembre sono dunque un invito a non dimenticare i defunti, in particolare le anime più abbandonate, per le quali nessuno prega più. E se oggi abbiamo il potere di aiutarle, forse domani avremo bisogno, a nostra volta, delle preghiere di coloro che ci sopravvivranno.  

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Mons. Viganò: il vero orrore non è Halloween ma la liturgia postconciliare

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Renovatio 21 pubblica lo scritto apparso su X a firma dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Si condannano zucche, streghe e fantasmi, ma si tace molto più facilmente davanti alla crisi della Liturgia, alla comunione sulla mano, alle profanazioni, all’ecumenismo, ai riti pagani introdotti anche in contesti cattolici e al progressivo silenzio sui Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno, Purgatorio e Paradiso.

 

Il punto, allora, non è assolvere Halloween. Al contrario: è denunciarne con chiarezza la deriva, senza però trasformarlo nell’unico bersaglio «consentito».

 

Perché il problema più grave nasce quando i cattolici vengono abituati a indignarsi solo contro ciò che non costa nulla denunciare, mentre si evita accuratamente di contestare ciò che avviene dentro la Chiesa e viene avallato, promosso o tollerato dalla sua stessa gerarchia.

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Mons. Eleganti: l’«inclusività» sinodale lascia fuori i cattolici tradizionalisti

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Renovatio 21 pubblica qyesto scritto di monsignor Marian Eleganti, vescovo titolare della diocesi soppressa di Lamdia e già vescovo ausiliare della diocesi di Coira apparsa su LifeSite. Il prelato elvetico si è schierato spesse volte, in questi anni con quanti criticano lo stato in cui versa la Chiesa di Roma e l’opera devastante del Concilio Vaticano II. Negli scorsi mesi ha attaccato la Fraternità Sacerdotale San Pio X – nella quale il vescovo che lo ha ordinato, il vescovo di Coira Vitus Huonder, ha scelto di passare gli ultimi anni della sua vita, decidendo di venir sepolto proprio a Econe, sede del seminario della FSSPX – per la consacrazione dei quattro nuovi vescovi dello scorso 1 luglio.   Il divieto di accesso alla Basilica di San Pietro il 24 ottobre 2026 per i pellegrini del Ad Petri Sedem, legati alla tradizione , rasenta l’ostilità verso i cattolici leali al Papa e ortodossi nella loro fede, e non ha nulla a che vedere con la preoccupazione per l’unità della Chiesa o con difficoltà operative nell’organizzazione delle celebrazioni liturgiche nella Basilica di San Pietro.   I riti esistenti all’interno della Chiesa cattolica dimostrano, attraverso la loro pacifica coesistenza con il Novus Ordo, che ciò è effettivamente possibile. Le Chiese orientali in piena comunione sono addirittura Chiese particolari sui iuris (autonome) all’interno della Chiesa cattolica universale. Nessuno le considera una minaccia all’unità della Chiesa. Nessuno negherebbe loro un altare o impedirebbe loro di entrare in una chiesa cattolica. Nessuno tranne il Vaticano, che nega l’accesso ai cattolici conservatori – i quali, per inciso, sono fedeli al papa. L’ipocrisia sinodale (l’inclusività) è stata così smascherata agli occhi di tutti. I pellegrini di Ad Petri Sedem non sono la Fraternità Sacerdotale San Pio X.   Ma lo sappiamo da tempo: certe persone sono inclusive solo finché ciò serve ai loro scopi. Escludono spietatamente e a sangue freddo modi di pensare alternativi e approcci diversi alla cura pastorale e alla spiritualità. Questa è stata la mia esperienza costante. Riconosciamo lo stesso schema anche in politica.   Ebbene, la cosiddetta sinodalità ha così mostrato il suo vero volto. Essa seleziona chi o cosa includere. «Todos, todos, todos» non significa tutti, ma solo certe persone. Conosciamo gli sforzi e i postulati del cosiddetto «cattolicesimo riformato» sin dagli anni Settanta. I suoi protagonisti si sono succeduti a ondate, cambiando spesso veste, senza mai abbandonare i loro obiettivi, rimasti immutati. Il risultato è la sinodalità odierna, che non è la sinodalità di ieri, ovvero quella della tradizione. Sta diventando evidente che, in fin dei conti, si tratta di una tardiva riforma strutturale di stampo protestante e dell’abrogazione di Familiaris Consortio (1981) e Veritatis Splendor (1993). Un fenomeno facilmente riconoscibile per i convertiti provenienti dalla Chiesa anglicana.   L’apprendimento e l’ascolto interculturale – sono un missionario benedettino – sono concetti chiave che conosco fin dai primi anni ’90, concetti che hanno paralizzato il nostro dinamismo missionario per decenni. La dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della Fede del 6 agosto 2000 era già una risposta a questo problema, ma non è stata ascoltata, ed è per questo che ora ci troviamo di fronte a questo eccesso sinodale di parole e procedure.   Eppure la verità è così semplice: DOMINUS JESUS! Così, più di 25 anni fa, lo SPIRITO SANTO ci ha chiamati a presentare (ancora una volta) CRISTO alle nazioni come verità esclusiva e assoluta, come unica porta per il PADRE, come maestro universale e sempre valido, e come unico salvatore del mondo. Invece, stiamo seduti in cerchio e su delle sedie, in attesa di sentire.   Da chi? Ma non arriva nulla. Voglio dire: nulla di nuovo, se non la graduale attuazione delle richieste del cattolicesimo riformato di ieri (democrazia e processi decisionali partecipativi; controlli sul potere; laici in posizioni di leadership; donne negli uffici ecclesiastici; revisione della morale sessuale; normalizzazione del divorzio e del «nuovo matrimonio»; riconoscimento degli stili di vita e delle unioni omosessuali; transessualismo; cura del creato e del clima; universalismo di ispirazione socialista: migrazione senza restrizioni e fratellanza universale; coesistenza interreligiosa invece della missione). Il problema evidente ma spesso ignorato – la correlazione tra abusi e omosessualità tra il clero cattolico (Dariusz Oko; Paul Sullin) – continua a essere trascurato.   Le tavole rotonde sono prestabilite. Le commissioni producono proposte eterodosse. Roma non offre risposte valide ai problemi della Chiesa innescati dal progressismo liberale. Manca una valutazione onesta e obiettiva del rinnovamento liturgico, senza voler tornare all’era pre-1965. La deriva dei giovani verso atteggiamenti conservatori, anche all’interno della Chiesa, non viene considerata obiettivamente come un segno dei tempi.   Nel frattempo, nelle strade delle città europee, vediamo all’opera forze islamo-di sinistra, migranti e caotiche, che illustrano sintomaticamente cosa accade quando l’ordine cristiano tradizionale si disintegra e lo Stato laico, neutrale dal punto di vista dei valori, fallisce. I suoi principali esponenti politici non possiedono né credibilità, né valori o virtù; in un’era post-cristiana, semplicemente non hanno nulla da offrire.   È incomprensibile che fino a poco tempo fa un papa abbia incitato i giovani a fomentare il caos. Il caos non è mai stato una categoria dello Spirito, bensì di forze demoniache e rivoluzionarie. Come è noto, è stato lo Spirito a portare ordine nel caos in principio. Dove regna il caos, regna il diavolo.   I segni di decadenza nella società e nella Chiesa nella nostra parte del mondo sono impossibili da ignorare. A mio parere, la prima (la società) non ha alcuna possibilità di sopravvivere senza il cristianesimo; la seconda (la Chiesa), pur essendo sostenuta da Dio, non riesce a proclamare l’esclusività (in entrambi i sensi del termine!) di Gesù Cristo (la Via, la Verità e la Vita).   Ora serve semplicemente da trampolino di lancio per l’umanità, un concetto spesso descritto come «apertura». La categoria del peccato viene sostituita da quella della fragilità. L’attenzione si concentra principalmente sulla vicinanza. Eresia ed errore non vengono nominati. Al contrario, fiorisce il dialogo.   Per anni, la Chiesa è sembrata un’infinita officina di discussioni in cerchio e tavole rotonde senza produrre alcun risultato duraturo, se non quelli che minano la sua dottrina, la sua proclamazione e la sua struttura gerarchico-sacramentale nei fatti e nella verità, ma anche a livello semantico. Infine, la buona notizia:   Ci stiamo avvicinando al 2033. Dopo 2000 anni, sarà un anno speciale. Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi. Egli rimane la risposta del Padre a tutti i nostri problemi e l’espiazione per i nostri peccati. Quest’ultimo aspetto, soprattutto, va ricordato.   Ovunque Egli entri in un cuore, tutto diventa nuovo! Egli è la perla che la Chiesa ha da offrire alle nazioni. Chi ne ha riconosciuto il valore non desidera altro. Né una tale persona può mettere Gesù Cristo sullo stesso piano degli altri. La gioia di averlo trovato eclissa ogni altra cosa.   Il Dio che si è fatto uomo è, in fondo, una singolarità! Per tutti!   + Marian Eleganti vescovo

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