Connettiti con Renovato 21

Spirito

Documento del Cardinale Roche contro la Messa tradizionale al Concistoro

Pubblicato

il

Un documento riservato del Cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e in ferma difesa di Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio dalla giornalista Diane Montagna. Distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, questo testo rivela che la Messa tradizionale era effettivamente all’ordine del giorno, anche se l’argomento non è stato scelto come uno dei principali argomenti di discussione. Si prevede che la questione verrà nuovamente sollevata in un prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV alla fine di giugno.

 

Il testo preparato dal Cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, reso pubblico dopo il Concistoro straordinario del gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza. Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna la riforma liturgica derivante dal Vaticano II è irreversibile e normativa, e che il Messale del 1962 può esistere solo come concessione provvisoria, rigorosamente regolamentata, senza alcun progetto futuro stabile.

 

Non si tratta di un testo marginale né di un’iniziativa personale. Questo documento era tra i dossier sottoposti all’attenzione dei cardinali, insieme ai temi principali definiti da Ppapa Leone XIV: evangelizzazione, Curia Romana, sinodalità e liturgia. La Messa tradizionale era quindi discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.

Aiuta Renovatio 21

La riforma liturgica, criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo offre una vera e propria radiografia dell’attuale approccio romano. La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata un problema di accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il mantenimento del rito tradizionale è inteso non solo come fedeltà a una forma immemorabile della lex orandi, ma anche come sintomo di una più ampia resistenza all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella della Lumen Gentium.

 

 

Quando la riforma diventa la misura della continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta un’interpretazione distorta della storia liturgica: afferma che la liturgia è stata «sempre» riformata, dai primi secoli al XX secolo, in un processo organico e continuo. Questa presentazione mira a neutralizzare qualsiasi accusa di rottura integrando la riforma di Paolo VI in una successione apparentemente omogenea.

 

Ma l’argomentazione è circolare: la riforma diventa sia il prodotto che il criterio della continuità. Se la liturgia cambia, allora il cambiamento diventa legittimo per definizione. Ogni resistenza viene liquidata come nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.

 

San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passaggi più rivelatori è l’appello a San Pio V e alla bolla Quo Primum. Il documento ricorda che, dopo il Concilio di Trento, l’unità fu ricercata attraverso l’unificazione rituale e conclude implicitamente che l’unità attuale richiederebbe anche un unico rito.

 

Il paragone è fuorviante. San Pio V non creò un nuovo rito; codificò una pratica secolare per proteggerla dalle innovazioni dottrinali. Eppure il testo romano usa questo riferimento per legittimare la politica opposta: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, sebbene questa liturgia sia proprio la massima espressione della fede cattolica così come definita a Trento.

 

Tradizione ridotta a un principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo». Ma questo riferimento serve in realtà a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare viene presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale rimane sospettata di stagnazione.

 

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidato diventa uno strumento di delegittimazione. La Tradizione non è più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.

 

«Senza riforma liturgica, non c’è riforma della Chiesa». Il testo cita esplicitamente papa Francesco: la riforma liturgica è considerata la chiave del rinnovamento ecclesiale. La liturgia non è più solo espressione di fede, ma leva di governo, di cambiamento. Il dibattito cessa di essere liturgico e diventa ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

 

È qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è semplicemente una questione disciplinare; è lo spazio teologico per eccellenza. Modificare la liturgia significa modificare la lex credendi.

Sostieni Renovatio 21

Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento abbraccia pienamente la logica di Traditionis custodes. Il messale di Paolo VI è presentato come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Il messale del 1962 è semplicemente una concessione, concessa come strategia pastorale, e soggetta a revoca qualora compromettesse l’obiettivo di unità, definito come uniformità, che è alla base del Concilio Vaticano II.

 

Questa posizione non costituisce una rottura con il passato recente, ma piuttosto il culmine coerente di una linea continua dal 1970. Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes: in ogni fase, la Messa latina tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma. Il fulcro della tolleranza viene semplicemente spostato per facilitare l’accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.

 

Conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto ciò che questo documento ora afferma esplicitamente era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre. Già negli anni ’70, denunciò una politica di concessioni temporanee, mirata non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.

 

Gli eventi gli hanno dato ragione. Le comunità derivanti dall’Ecclesia Dei vivono ora in uno stato di permanente incertezza giuridica, costrette a giustificare la propria esistenza e a dimostrare di non utilizzare la Messa come «simbolo». Il documento del cardinale Roche conferma che questa insicurezza non è accidentale, ma strutturale.

 

Ulteriori chiarimenti

Questo testo conferma che, per la Roma odierna, non esiste e non può esistere una “pace liturgica” basata sul pieno e completo riconoscimento della Messa tradizionale.

 

Di fronte a questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X non appare un’opzione marginale, ma l’unica coerente. Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, protetta ed espressa dal rito immemorabile della Chiesa.

 

Il conflitto non è disciplinare. È dottrinale. E finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, qualsiasi soluzione di tipo «tolleranza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Documento del Cardinale Roche

Le versioni in inglese e italiano sono disponibili sul sito web di Diane Montagna.

 

 

CONCISTORO STRAORDINARIO

(7-8 gennaio 2026)

Liturgia: approfondita riflessione teologica, storica e pastorale «per conservare la sana via ad un legittimo progresso» (SC 23).

Liturgia
Cardinale Arthur Roche

 

1. Nella vita della Chiesa la Liturgia ha sempre conosciuto interventi di riforma. Dalla «Didachè» alla Traditio Apostolica, dall’uso della lingua greca a quello della lingua latina; dai «libelli precum» ai Sacramentari e agli «Ordines», dai Pontificali alle riforme franco-germaniche; dalla Liturgia «secundum usum romana curia» alla riforma tridentina; dalle parziali riforme post-tridentine a quella generale del Concilio Vaticano II. La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo «riformarsi», in un processo di sviluppo organico.

 

2. San Pio V, nell’affrontare la riforma dei libri liturgici in osservanza del mandato del Concilio di Trento (cfr. Sessione XXV, Decreto generale, cap. XXI) fu mosso dalla volontà di custodire l’unità della Chiesa. Nella bolla Quo primum (14 luglio 1570) con la quale viene promulgato il «Missale Romanum» afferma che «come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa» (cum unum in Ecclesia Dei psallendi modum, unum Missae celebrandae ritum esse maxime deceat).

 

3. La necessità del riformarsi della Liturgia è strettamente legata alla componente rituale, per mezzo della quale – «per ritus et preces» (SC 48) – partecipiamo al mistero pasquale: il rito è per se stesso connotato da elementi culturali che cambiano nel tempo e nei luoghi.

 

4. Inoltre, poiché «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morteù ma «è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 26 aprile 2006), possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della Tradizione, perché quest’ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell’eternità (ibid.).

 

5. In questa visione dinamica, «conservare la sana tradizione» e «aprire la via ad un legittimo progresso» (SC 23) non possono essere intese come due azioni separabili: senza un «legittimo progresso» la tradizione si ridurrebbe ad una «collezione di cose morte», non sempre tutte sane; senza la «sana tradizione» il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita, come un fiume il cui corso viene sbarrato separandolo dalle sue sorgenti.

 

6. Nel discorso ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 febbraio 2024) Papa Francesco così si esprimeva:
«A sessant’anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, non smettono di entusiasmare le parole che leggiamo nel suo Proemio, con le quali i Padri dichiaravano la finalità del Concilio. Sono obiettivi che descrivono una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del nostro tempo le istituzioni soggette a mutamenti; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (cfr SC 1). Si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. E per poterlo realizzare i Padri conciliari sapevano bene da dove dover cominciare, sapevano «di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (Ibid.). È come dire: senza riforma liturgica non
c’è riforma della Chiesa».

 

7. La Riforma liturgica è stata elaborata sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23). Il suo scopo è stato quello di rendere più piena la partecipazione alla celebrazione del Mistero pasquale, per un rinnovamento della Chiesa, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo (cfr. LG capp. I-II), perfezionando i fedeli nell’unità con Dio e tra di loro (cfr. SC 48). Solo dall’esperienza salvifica della celebrazione della Pasqua la Chiesa riscopre e rilancia il mandato missionario del Signore Risorto (cfr. Mt 28, 19-20) e diventa, in un mondo lacerato dalla discordia, fermento di unità.

 

8. Dobbiamo anche riconoscere che l’applicazione della Riforma ha patito e patisce un debito di formazione: è questa l’urgenza da affrontare, a partire dai Seminari, per «suscitare quella formazione dei fedeli e promuovere quell’azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra Liturgia» (Istr. Inter ecumenici, 26 settembre 1964, 5).

 

9. Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge «congelando» la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso, come ha detto Papa Francesco in Desiderio desideravi 61:
«(…) Siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, approvando i libri liturgici riformati “ex decreto Sacrosancti Ecumenici Concilii Vaticani II“, hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto “Traditionis custodes“, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità [Cfr. Paulus VI, Constitutio apostolica Missale Romanum (3 Aprilis 1969) in AAS 61 (1969) p. 222]. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

 

10. L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco – pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l’uso del Missale Romanum del 1962- ha indicato la via dell’unità nell’uso dei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

 

11. Papa Francesco ha così sintetizzato la questione (Desiderio desideravi 31):
«(…) Se la Liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium, che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. […] ».

 

Roma, Concistoro Straordinario, 8 gennaio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)


 

Continua a leggere

Spirito

Leone XIV aumenta gli stipendi nella Curia

Pubblicato

il

Da

Sarebbe più corretto affermare che Papa Leone XIV, con un motu proprio pubblicato il 14 settembre 2026, ha abrogato una misura di austerità salariale vaticana adottata da Francesco durante la pandemia. Circa 5.000 dipendenti potranno nuovamente rivendicare la propria anzianità e alcuni stipendi saranno aumentati.   Papa Francesco ha pubblicato il motu proprio «Un futuro sostenibile» il 23 marzo 2021, nel pieno della pandemia, a causa della situazione economica e del deficit strutturale. Ha così avviato una politica di austerità nei confronti del bilancio vaticano. Alcuni stipendi – quelli di cardinali, funzionari, sacerdoti e religiosi che lavorano nella Curia – sono stati ridotti.   Inoltre, il pontefice aveva decretato il congelamento dell’anzianità, che era stato mantenuto negli ultimi cinque anni. Tale misura aveva incontrato una notevole resistenza. Il nuovo motu proprio rivela che Leone XIV aveva già annullato la decisione del suo predecessore il 16 giugno 2025, attraverso un rescritto che abrogava la riduzione salariale del 3% per i sacerdoti e i religiosi della Curia romana che non ricoprivano incarichi di alto rango.

Sostieni Renovatio 21

Ripristino dell’anzianità

Il nuovo motu proprio abroga completamente quello di Francesco, affermando la stabilità delle istituzioni economiche della Santa Sede. La decisione di ripristinare il precedente motu proprio è stata presa previa consultazione con la Segreteria per l’Economia, ma l’abrogazione non ha effetto retroattivo.   Ciò significa che i dipendenti riceveranno nuovamente un bonus di anzianità ogni due anni, adeguamento all’inflazione. Ad esempio, un dipendente di livello 6 può aspettarsi un bonus di circa quaranta euro ogni due anni.  

Aumento salariale

Si prevede un aumento degli stipendi di cardinali, prefetti e alti funzionari della Curia. Tuttavia, Leone XIV non revocherà la seconda riduzione di “poche centinaia di euro” imposta ai cardinali da Francesco nel 2024. Secondo alcune fonti, un cardinale che lavora presso la Curia percepisce attualmente tra i 4.500 e i 5.000 euro al mese.   Dalla sua elezione, Leone XIV ha abrogato diverse leggi emanate da Francesco I in materia finanziaria. In un’intervista del settembre 2025, ha respinto ogni allarmismo riguardante l’economia. Se c’è un ambito in cui l’operato di Leone XIV si differenzia da quello del suo predecessore, è certamente quello economico.   L’Associazione dei Dipendenti Laici del Vaticano (ADLV), che conta circa 850 dipendenti su un totale di circa 5.000 nel piccolo Stato, ha chiesto a Leone XIV, in un comunicato, una qualche forma di risarcimento per le perdite causate dalle misure di austerità adottate da Francesco durante la pandemia di COVID-19.   Spiega che «per i dipendenti, questa abrogazione non è accompagnata dal riconoscimento retroattivo dei livelli di inquadramento non acquisiti, né da una forma specifica di risarcimento per le conseguenze economiche causate da tali disposizioni».   L’associazione conclude aggiungendo: «sarebbe possibile tenere conto dei sacrifici compiuti dai dipendenti durante gli anni di crisi, considerando, qualora non fosse possibile rimborsare integralmente gli importi trattenuti dagli stipendi, forme di riconoscimento una tantum o misure compensative?»   Infine, un dipendente ha dichiarato a IMedia che la questione delle pensioni è per lui molto più preoccupante. Papa Francesco, infatti, aveva lanciato l’allarme su questo tema al termine del suo pontificato.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News   SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Lula Oficial via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata  
Continua a leggere

Spirito

Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.

 

So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.

 

Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.

 

Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.

 

Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.

 

E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.

 

Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.

 

Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.

 

Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.

 

È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?

 

Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?

 

Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.

 

C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.

 

Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.

 

Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.

 

Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.

 

Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.

 

Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.

 

Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.

 

Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.

 

E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.

 

Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.

 

In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.

 

Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

Sostieni Renovatio 21

Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.

 

Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.

 

Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.

 

Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.

 

Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.

 

Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.

 

Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.

 

Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.

 

Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.

 

Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.

 

Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.

 

E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?

 

Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.

 

Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.

 

Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.

 

Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.

 

Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

Iscriviti al canale Telegram

Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.

 

E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.

 

Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.

 

Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.

 

La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.

 

E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.

 

Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.

 

E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.

 

Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».

 

Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.

 

Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.

 

Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.

 

Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.

 

Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.

 

E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.

 

Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.

 

E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.

 

Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.

 

Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

Aiuta Renovatio 21

Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.

 

E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.

 

Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.

 

Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.

 

Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.

 

La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.

 

La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.

 

E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.

 

Non mi sono mosso.

 

Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.

 

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo emerito

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

 

Continua a leggere

Spirito

Scoperti due sermoni inediti di Sant’Agostino

Pubblicato

il

Da

Nel 2024, il professor Christian Tornau, titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Erbipoli, in Germania, è stato contattato da Paul Nebauer, membro dell’associazione del monastero cistercense di Bad Doberan (Germania settentrionale), per decifrare un manoscritto del XII secolo.   Originariamente appartenuto all’abbazia di Bad Doberan, questo manoscritto fu in seguito conservato presso l’abbazia cistercense di Pelplin, in Polonia, filiale dell’abbazia di Doberan. Contiene sei sermoni attribuiti a Sant’Agostino d’Ippona; ulteriori analisi hanno rivelato che «due dei sei sermoni sono scritti inediti di Sant’Agostino», afferma il professor Tornau.   «Il codice fu scritto in Doberan nel XII secolo. Potrebbe essere stato copiato da un manoscritto perduto dell’abbazia di Amelungsborn, nella Bassa Sassonia, ma al momento non è possibile ricostruirne la storia fino alle sue origini», spiega l’accademico tedesco.   In effetti, un catalogo di questo monastero menziona un testo con gli stessi titoli e la stessa sequenza di contenuti del manoscritto Pelplin. Sfortunatamente, la biblioteca dell’abbazia di Amelungsborn fu distrutta durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), rendendo impossibile confermare con certezza il collegamento.

Sostieni Renovatio 21

Il professor Tornau prosegue: «la convinzione della loro autenticità è il risultato di un’approfondita analisi filologica durata quasi due anni. Parte di questo lavoro è stata svolta durante una scuola estiva organizzata dal Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum (CSEL) a Vienna nel 2025, con un gruppo di dottorandi e ricercatori post-dottorato».   Al termine di questo intenso periodo di lettura e analisi, il gruppo di ricercatori è giunto alla conclusione che non vi fossero obiezioni sostanziali a tale attribuzione.   I due sermoni riscoperti si concentrano su un passo delle Sacre Scritture: la visita del re Saul alla Pizia di Endor prima della battaglia contro i Filistei (Primo Libro di Samuele, capitolo 28). Il racconto biblico narra di come Saul, non ricevendo risposta da Dio, consulti un negromante per evocare il profeta Samuele. Questa scena solleva un interrogativo teologico: Samuele apparve davvero grazie a una straordinaria autorizzazione divina, oppure fu un atto di origine demoniaca?   La prima di queste omelie fu pronunciata durante la Messa domenicale e si conclude con la presentazione delle varie interpretazioni possibili. La seconda, predicata il mercoledì successivo, sviluppa e confronta queste spiegazioni senza imporre un’unica risposta.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine: Philippe de Champaigne (1602–1674) , Sant’Agostino (1645-1650 circa), Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
Continua a leggere

Più popolari