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Documento del Cardinale Roche contro la Messa tradizionale al Concistoro

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Un documento riservato del Cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e in ferma difesa di Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio dalla giornalista Diane Montagna. Distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio, questo testo rivela che la Messa tradizionale era effettivamente all’ordine del giorno, anche se l’argomento non è stato scelto come uno dei principali argomenti di discussione. Si prevede che la questione verrà nuovamente sollevata in un prossimo Concistoro straordinario convocato da papa Leone XIV alla fine di giugno.

 

Il testo preparato dal Cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, reso pubblico dopo il Concistoro straordinario del gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza. Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna la riforma liturgica derivante dal Vaticano II è irreversibile e normativa, e che il Messale del 1962 può esistere solo come concessione provvisoria, rigorosamente regolamentata, senza alcun progetto futuro stabile.

 

Non si tratta di un testo marginale né di un’iniziativa personale. Questo documento era tra i dossier sottoposti all’attenzione dei cardinali, insieme ai temi principali definiti da Ppapa Leone XIV: evangelizzazione, Curia Romana, sinodalità e liturgia. La Messa tradizionale era quindi discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.

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La riforma liturgica, criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo offre una vera e propria radiografia dell’attuale approccio romano. La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata un problema di accettazione del Concilio Vaticano II.

 

Il mantenimento del rito tradizionale è inteso non solo come fedeltà a una forma immemorabile della lex orandi, ma anche come sintomo di una più ampia resistenza all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella della Lumen Gentium.

 

 

Quando la riforma diventa la misura della continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta un’interpretazione distorta della storia liturgica: afferma che la liturgia è stata «sempre» riformata, dai primi secoli al XX secolo, in un processo organico e continuo. Questa presentazione mira a neutralizzare qualsiasi accusa di rottura integrando la riforma di Paolo VI in una successione apparentemente omogenea.

 

Ma l’argomentazione è circolare: la riforma diventa sia il prodotto che il criterio della continuità. Se la liturgia cambia, allora il cambiamento diventa legittimo per definizione. Ogni resistenza viene liquidata come nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.

 

San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passaggi più rivelatori è l’appello a San Pio V e alla bolla Quo Primum. Il documento ricorda che, dopo il Concilio di Trento, l’unità fu ricercata attraverso l’unificazione rituale e conclude implicitamente che l’unità attuale richiederebbe anche un unico rito.

 

Il paragone è fuorviante. San Pio V non creò un nuovo rito; codificò una pratica secolare per proteggerla dalle innovazioni dottrinali. Eppure il testo romano usa questo riferimento per legittimare la politica opposta: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, sebbene questa liturgia sia proprio la massima espressione della fede cattolica così come definita a Trento.

 

Tradizione ridotta a un principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo». Ma questo riferimento serve in realtà a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare viene presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale rimane sospettata di stagnazione.

 

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidato diventa uno strumento di delegittimazione. La Tradizione non è più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.

 

«Senza riforma liturgica, non c’è riforma della Chiesa». Il testo cita esplicitamente papa Francesco: la riforma liturgica è considerata la chiave del rinnovamento ecclesiale. La liturgia non è più solo espressione di fede, ma leva di governo, di cambiamento. Il dibattito cessa di essere liturgico e diventa ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

 

È qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è semplicemente una questione disciplinare; è lo spazio teologico per eccellenza. Modificare la liturgia significa modificare la lex credendi.

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Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento abbraccia pienamente la logica di Traditionis custodes. Il messale di Paolo VI è presentato come unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Il messale del 1962 è semplicemente una concessione, concessa come strategia pastorale, e soggetta a revoca qualora compromettesse l’obiettivo di unità, definito come uniformità, che è alla base del Concilio Vaticano II.

 

Questa posizione non costituisce una rottura con il passato recente, ma piuttosto il culmine coerente di una linea continua dal 1970. Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes: in ogni fase, la Messa latina tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma. Il fulcro della tolleranza viene semplicemente spostato per facilitare l’accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.

 

Conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto ciò che questo documento ora afferma esplicitamente era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre. Già negli anni ’70, denunciò una politica di concessioni temporanee, mirata non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.

 

Gli eventi gli hanno dato ragione. Le comunità derivanti dall’Ecclesia Dei vivono ora in uno stato di permanente incertezza giuridica, costrette a giustificare la propria esistenza e a dimostrare di non utilizzare la Messa come «simbolo». Il documento del cardinale Roche conferma che questa insicurezza non è accidentale, ma strutturale.

 

Ulteriori chiarimenti

Questo testo conferma che, per la Roma odierna, non esiste e non può esistere una “pace liturgica” basata sul pieno e completo riconoscimento della Messa tradizionale.

 

Di fronte a questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X non appare un’opzione marginale, ma l’unica coerente. Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, protetta ed espressa dal rito immemorabile della Chiesa.

 

Il conflitto non è disciplinare. È dottrinale. E finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, qualsiasi soluzione di tipo «tolleranza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.

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Documento del Cardinale Roche

Le versioni in inglese e italiano sono disponibili sul sito web di Diane Montagna.

 

 

CONCISTORO STRAORDINARIO

(7-8 gennaio 2026)

Liturgia: approfondita riflessione teologica, storica e pastorale «per conservare la sana via ad un legittimo progresso» (SC 23).

Liturgia
Cardinale Arthur Roche

 

1. Nella vita della Chiesa la Liturgia ha sempre conosciuto interventi di riforma. Dalla «Didachè» alla Traditio Apostolica, dall’uso della lingua greca a quello della lingua latina; dai «libelli precum» ai Sacramentari e agli «Ordines», dai Pontificali alle riforme franco-germaniche; dalla Liturgia «secundum usum romana curia» alla riforma tridentina; dalle parziali riforme post-tridentine a quella generale del Concilio Vaticano II. La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia del suo continuo «riformarsi», in un processo di sviluppo organico.

 

2. San Pio V, nell’affrontare la riforma dei libri liturgici in osservanza del mandato del Concilio di Trento (cfr. Sessione XXV, Decreto generale, cap. XXI) fu mosso dalla volontà di custodire l’unità della Chiesa. Nella bolla Quo primum (14 luglio 1570) con la quale viene promulgato il «Missale Romanum» afferma che «come nella Chiesa di Dio uno solo è il modo di salmodiare, così sommamente conviene che uno solo sia il rito per celebrare la Messa» (cum unum in Ecclesia Dei psallendi modum, unum Missae celebrandae ritum esse maxime deceat).

 

3. La necessità del riformarsi della Liturgia è strettamente legata alla componente rituale, per mezzo della quale – «per ritus et preces» (SC 48) – partecipiamo al mistero pasquale: il rito è per se stesso connotato da elementi culturali che cambiano nel tempo e nei luoghi.

 

4. Inoltre, poiché «la Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morteù ma «è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti» (Benedetto XVI, Udienza generale, 26 aprile 2006), possiamo certamente affermare che l’intervento di riforma della Liturgia voluto dal Concilio Vaticano II non solo è in piena sintonia con il senso più vero della Tradizione, ma costituisce un modo alto di porsi a servizio della Tradizione, perché quest’ultima come un grande fiume conduca la Chiesa al porto dell’eternità (ibid.).

 

5. In questa visione dinamica, «conservare la sana tradizione» e «aprire la via ad un legittimo progresso» (SC 23) non possono essere intese come due azioni separabili: senza un «legittimo progresso» la tradizione si ridurrebbe ad una «collezione di cose morte», non sempre tutte sane; senza la «sana tradizione» il progresso rischia di diventare una patologica ricerca di novità, che non può generare vita, come un fiume il cui corso viene sbarrato separandolo dalle sue sorgenti.

 

6. Nel discorso ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per il culto divino e la Disciplina dei Sacramenti (8 febbraio 2024) Papa Francesco così si esprimeva:
«A sessant’anni dalla promulgazione della Sacrosanctum Concilium, non smettono di entusiasmare le parole che leggiamo nel suo Proemio, con le quali i Padri dichiaravano la finalità del Concilio. Sono obiettivi che descrivono una precisa volontà di riforma della Chiesa nelle sue dimensioni fondamentali: far crescere ogni giorno di più la vita cristiana dei fedeli; adattare meglio alle esigenze del nostro tempo le istituzioni soggette a mutamenti; favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa (cfr SC 1). Si tratta di un lavoro di rinnovamento spirituale, pastorale, ecumenico e missionario. E per poterlo realizzare i Padri conciliari sapevano bene da dove dover cominciare, sapevano «di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia» (Ibid.). È come dire: senza riforma liturgica non
c’è riforma della Chiesa».

 

7. La Riforma liturgica è stata elaborata sulla base di «un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23). Il suo scopo è stato quello di rendere più piena la partecipazione alla celebrazione del Mistero pasquale, per un rinnovamento della Chiesa, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo (cfr. LG capp. I-II), perfezionando i fedeli nell’unità con Dio e tra di loro (cfr. SC 48). Solo dall’esperienza salvifica della celebrazione della Pasqua la Chiesa riscopre e rilancia il mandato missionario del Signore Risorto (cfr. Mt 28, 19-20) e diventa, in un mondo lacerato dalla discordia, fermento di unità.

 

8. Dobbiamo anche riconoscere che l’applicazione della Riforma ha patito e patisce un debito di formazione: è questa l’urgenza da affrontare, a partire dai Seminari, per «suscitare quella formazione dei fedeli e promuovere quell’azione pastorale che abbia come suo culmine e sua sorgente la sacra Liturgia» (Istr. Inter ecumenici, 26 settembre 1964, 5).

 

9. Il bene primario dell’unità della Chiesa non si raggiunge «congelando» la divisione ma ritrovandoci tutti nella condivisione di ciò che non può non essere condiviso, come ha detto Papa Francesco in Desiderio desideravi 61:
«(…) Siamo chiamati continuamente a riscoprire la ricchezza dei principi generali esposti nei primi numeri della Sacrosanctum Concilium comprendendo l’intimo legame tra la prima delle Costituzioni conciliari e tutte le altre. Per questo motivo non possiamo tornare a quella forma rituale che i Padri conciliari, cum Petro e sub Petro, hanno sentito la necessità di riformare, approvando, sotto la guida dello Spirito e secondo la loro coscienza di pastori, i principi da cui è nata la riforma. I santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, approvando i libri liturgici riformati “ex decreto Sacrosancti Ecumenici Concilii Vaticani II“, hanno garantito la fedeltà della riforma al Concilio. Per questo motivo ho scritto “Traditionis custodes“, perché la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità [Cfr. Paulus VI, Constitutio apostolica Missale Romanum (3 Aprilis 1969) in AAS 61 (1969) p. 222]. Questa unità, come già ho scritto, intendo che sia ristabilita in tutta la Chiesa di Rito Romano».

 

10. L’uso dei libri liturgici che il Concilio ha voluto riformare è stato, da san Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo una sua promozione. Papa Francesco – pur concedendo secondo quanto stabilito in Traditionis Custodes, l’uso del Missale Romanum del 1962- ha indicato la via dell’unità nell’uso dei libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

 

11. Papa Francesco ha così sintetizzato la questione (Desiderio desideravi 31):
«(…) Se la Liturgia è «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, n. 10), comprendiamo bene che cosa è in gioco nella questione liturgica. Sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica. Non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio – anche se un po’ mi stupisce che un cattolico possa presumere di non farlo – e non accogliere la riforma liturgica nata dalla Sacrosanctum Concilium, che esprime la realtà della Liturgia in intima connessione con la visione di Chiesa mirabilmente descritta dalla Lumen gentium. […] ».

 

Roma, Concistoro Straordinario, 8 gennaio 2026

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Tutti contro l’esorcista per la foto col mitra dinanzi all’altare. Ma dimenticano la Benedictio armorum

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Una foto dell’esorcista più celebre del momendo, don Chad Ripperger in posa con il podcaster ed ex Navy SEAL statunitense Shawn Ryan in una chiesa non consacrata, mentre impugna un fucile che Ryan gli ha regalato, ha scatenato forti polemiche online.   Nello specifico, si tratta di un fucile d’assalto Sig MCX Spear calibro 5.56 dotato di silenziatore e ottiche professionali.   Almeno un sacerdote e diversi laici hanno criticato padre Ripperger per essersi fatto fotografare con una pistola in chiesa, considerandolo offensivo e, secondo le parole di un utente di X, «sconsiderato». Tuttavia, il sacerdote esorcista ha chiarito che lui e Ryan non si trovavano, in realtà, in un luogo sacro.   Padre Ripperger ha spiegato a LifeSiteNews, che aveva chiesto un commento in merito,  che «la cappella non è completa, non è stata ancora consacrata, l’altare maggiore non era ancora finito e stiamo ancora ultimando la costruzione. Non è ancora uno “spazio sacro” come alcuni hanno affermato».  

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I critici sono per lo più cattolici goscisti, e scorrendo i loro social si trovano tanti begli omaggi pro-LGBT ed antirazzisti. La questione delle armi divide l’America: la sinistra vuole il disarmo assoluto della popolazione, la destra invece ritiene il possesso – non registrato – di armi come come un diritto sacrosanto sancito dal 2° emendamento della Costituzione USA, che assicura non solo la possibilità del cittadino di armarsi ma pure di costituire milizie. Secondo la principale interpretazione, il 2° emendamento era pensato come antidoto ad un governo tirannico, contro cui una popolazione armata, in teoria, può sollevarsi.   Ryan, ex Navy Seal con un passato nella droga in Sudamerica, ha negli scorsi giorni raccontato in una densa conversazione con il giornalista della sua totale riconversione al cattolicesimo, guidato dall’esorcista, che è stato in precedenza ospite in una memorabile puntata del suo podcasto.   In quell’occasione il Ryan regalò all’esorcista una pistola di marca Sig Sauer P365 – definita un’arma perfetta per il porto d’armi quotidiano (everyday carry o EDC) –, dicendo di sapere che il religioso pratica il carry, cioè porta con se un’arma. Durante l’intervista, don Ripperger (che  opera in ambienti legati al cattolicesimo tradizionale americano come in Texas e Colorado, dove il supporto al porto d’armi e al constitutional carry si intreccia spesso con la difesa della dottrina della legittima difesa) aveva confermato di praticare il carry, spiegando che pur essendo un sacerdote ed esorcista riconosce pienamente la necessità e il dovere della tutelarsi anche nel mondo fisico, specialmente vivendo in una proprietà molto estesa in Colorado, dove opera sotto la diocesi di Denver.   In oltre metà degli Stati americani non serve alcuna licenza per portare un’arma (visibile o nascosta) per i cittadini che rispettano i requisiti di legge federali. Nei restanti Stati è obbligatorio richiedere una licenza specifica (concealed carry permit) superando controlli sui precedenti penali.   La Chiesa cattolica tradizionalmente non è contraria alle armi. Secondo la morale cattolica tradizionale (e il Catechismo della Chiesa Cattolica), difendere la propria vita e quella dei propri cari è considerato un diritto e un dovere legittimo, purché la reazione sia proporzionata all’offesa.   Vi sono pure riti specifici di benedizione delle armi. La Benedictio armorum è un antico rito liturgico cristiano della Chiesa cattolica per la benedizione di armi, armature e stendardi militari. Nato nel Medioevo, serviva a consacrare gli strumenti di difesa dei cavalieri per proteggere la giustizia, la Chiesa, i deboli e gli innocenti.

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Nato nel Medioevo è incluso nei libri liturgici tradizionali come il Pontificale Romano, questo rito serviva a consacrare gli strumenti di offesa e difesa per la protezione del soldato e la difesa della giustizia. Esso chiedeva a Dio di proteggere chi indossa le armi e di dare la vittoria contro i nemici della fede o del popolo cristianoe vincolava  l’uso della forza alla difesa della Chiesa, dei deboli, dei vidui e degli orfani.   La parte del rito chiamata Benedictio ensis  («benedizione della spada») recita:   Exaudi quaesumus Domine preces nostras, et hunc ensem quo hic famulus tuus N. se circumcingi desiderat, majestatis tuae dextera benedicere dignare, quatinus defensio atque protectio possit (sit) ecclesiarum, viduarum, orphanorum, omniumque servientium contra saevitiam paganorum, aliisque insidiantibus sit pavor, terror, et formido.   «Ascolta, ti supplichiamo, o Signore, le nostre preghiere e degnati di benedire con la destra della tua maestà questa spada che il tuo servo desidera cingere, affinché sia ​​difesa e protezione per le chiese, le vedove, gli orfani e tutti i servi contro la ferocia dei pagani, e sia terrore, terrore e spavento per coloro che tramano contro di noi».  

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Il «bambino miracolato» di papa Leone arrestato in relazione a una duplice sparatoria

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Tyquan Johnson, un ragazzo di 19 anni la cui nascita fu riconosciuta da papa Leone XIV come un «miracolo», è stato arrestato mercoledì in relazione a una duplice sparatoria a Newport, nel Rhode Island. Lo riporta LifeSite.

 

La task force regionale per i latitanti degli U.S. Marshals ha trovato e arrestato Johnson a Newport News, in Virginia,, pochi giorni dopo che la polizia di Newport (Rhode Island) aveva emesso un mandato di arresto nei suoi confronti con l’accusa di aggressione aggravata con arma da fuoco e spari in un’area circoscritta. Le autorità sono inoltre alla ricerca di un altro uomo non identificato in relazione a una duplice sparatoria avvenuta nella stessa città all’inizio del mese.

 

Le vittime non identificate della sparatoria, presumibilmente mirata, due uomini di 22 e 25 anni, hanno riportato ferite da arma da fuoco non mortali e si prevede che si riprenderanno completamente.

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Poco più di un anno fa, nel giugno 2025, papa Leone ha approvato il decreto del Dicastero delle Cause dei Santi (DCS) che riconosceva la nascita di Johnson nel 2007 come un «miracolo» attribuito all’intercessione di Salvador Valera Perra, un sacerdote spagnolo del XIX secolo beatificato ufficialmente a febbraio.

 

Secondo il decreto del Dipartimento dei Servizi per l’Infanzia del 2025, il piccolo Tyquan è nato con un parto cesareo d’urgenza a Pawtucket, nel Rhode Island, dopo il ricovero in ospedale della madre incinta a seguito della rottura del sacco amniotico. Tuttavia, il bambino non respirava e i medici «non percepivano alcun battito cardiaco». Dopo un’ora senza alcun miglioramento, il medico curante ha invocato Salvador Valera Parra, a cui era profondamente devoto, chiedendo un miracolo. Poco dopo la sua preghiera, il battito cardiaco di Johnson è ripreso senza alcun intervento esterno.

 

Il bambino, a cui era stata diagnosticata un’encefalopatia ipossico-ischemica, ha trascorso gran parte dei suoi primi mesi in ospedale. I medici erano inoltre certi che avrebbe subito gravi danni allo sviluppo, forse paralisi cerebrale o ritardo mentale. Tuttavia, col tempo, Tyquan iniziò a mostrare miglioramenti «miracolosi» e alla fine riuscì a condurre una vita normale.

 

Dopo l’approvazione del decreto DCS da parte di papa Leone, Johnson ha dichiarato ai media locali che la promulgazione del miracolo «ha cambiato profondamente la mia fede, perché sono destinato a vivere in questo mondo».

 

«Se Dio non mi avesse voluto in questo mondo, mi avrebbe semplicemente lasciato morire su quel tavolo. Ma voleva darmi una seconda possibilità», disse all’epoca.

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Leone non annullerà le restrizioni imposte da Francesco sulla Messa in latino: parla il cardinale Roche

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Il cardinale Arthur Roche ha dichiarato in una nuova intervista che Papa Leone XIV non ripristinerà le libertà per la Messa tradizionale in latino concesse sotto il pontificato di Benedetto XVI. Lo riporta LifeSite.   Il 29 luglio, il settimanale cattolico britannico The Tablet ha pubblicato un’intervista a Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il quale ha affermato che Papa Leone XIV manterrà l’orientamento liturgico stabilito da Papa Francesco tramite Traditionis Custodes e non ripristinerà le più ampie autorizzazioni per la Messa tradizionale in latino introdotte da Papa Benedetto XVI con il suo motu proprio Summorum Pontificum.   «La liturgia è un ambito molto importante perché l’Eucaristia è il sacramento dell’unità. … Quindi, se comincia a dividerci, c’è qualcosa che non va», ha affermato Roche. «Ma no, Papa Leone non cambierà la Traditionis Custodes e non tornerà alla Summorum Pontificum».   Durante l’intervista, Roche ha descritto le conversazioni avute con gruppi legati alla Messa tradizionale in latino. Secondo Roche, ha chiesto loro quale fosse la loro lamentela, visto che, a suo avviso, Francesco aveva già permesso le celebrazioni secondo le norme vigenti.   «Quando incontro gruppi che desiderano la liturgia degli antecedenti e dico: “Beh, il Santo Padre ve l’ha data, quindi qual è il problema?”, non sanno rispondere», ha affermato Roche. «Ma poi se ne vanno dicendo: “Siamo ancora perseguitati!”».   Il cardinale britannico ha proseguito: «In che modo perseguitati? Perché la banda continua a suonare una melodia che stona con la vita della Chiesa?»

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In un’altra parte dell’intervista, il porporato di Albione ha criticato anche le ostilità dirette verso le autorità ecclesiastiche, chiedendo: «Potete onestamente dire di essere cattolici quando scrivete cose così piene di odio sulle persone e sulla Chiesa?»   Ciononostante, il cardinaleha respinto l’ipotesi che i cattolici cresciuti frequentando la Messa tradizionale in latino avessero praticato la loro fede in modo errato. Alla domanda se un’anziana donna formatasi con la Messa tridentina dovesse concludere che la sua precedente vita religiosa fosse stata sbagliata, Roche ha risposto inequivocabilmente: «No».   Al contrario, sostenne che le riforme successive al Concilio Vaticano II erano volte a preparare la Chiesa a un ruolo più missionario. Come parte di questo rinnovamento, affermò, i fedeli vengono ora nutriti in modo diverso attraverso la liturgia, soprattutto grazie a un presunto uso più ampio della Sacra Scrittura.   «L’abbondante apporto delle Scritture che ci viene offerto oggi attraverso la celebrazione della Messa e dei sacramenti è qualcosa che prima non ci era disponibile, ma ora lo è», ha affermato il prelato.   Il Roche ha inoltre messo a confronto le enfasi teologiche delle forme più antiche e più recenti del Rito Romano. Ha affermato che la liturgia tridentina pone maggiore enfasi sul sacerdote che agisce per conto della congregazione, mentre la liturgia riformata evidenzia la partecipazione dei fedeli battezzati insieme al sacerdote che presiede.   «Quando si celebra la Messa, poiché i battezzati sono un popolo sacerdotale, anche loro celebrano con il sacerdote», ha affermato il porporato.   Nel corso dell’intervista, Roche è tornato ripetutamente sul tema dell’unità ecclesiale, presentandola come il criterio principale che guida la disciplina liturgica. Roche ha dichiarato alla giornalista Maggie Fergusson che l’Eucaristia è «il luogo in cui dovremmo essere tutti in grado di stare insieme».   Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno era emerso sulla stampa cattolica un documento riservato del Roche contro ma Messa tradizionale distribuito ai cardinali durante il Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio.   Le posizioni del documento del cardinale Roche contro la Messa di sempre erano state demolite dal vescovo Athanasius Schneider.   Secondo alcune voci, il Roche, prefetto del Dicastero per il Culto Divino sotto Bergoglio, fu colui che guidò l’attacco del defunto pontefice contro la Messa tradizionale e impose delle restrizioni alla stessa.   Nel 2024 il cardinale Gerhard Müller aveva osservato che «un alto rappresentante» dell’ufficio di Roche era rimasto costernato nell’apprendere della popolarità del pellegrinaggio di Chartres con Messa in latino, dovuta unicamente alla celebrazione della Messa tradizionale.  

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