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Cristo riconoscerebbe la sua Chiesa nella «setta» che sta eclissando la Sede di Pietro? Lettera di una monaca di clausura a Mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica lo scambio epistolare tra monsignor Carlo Maria Viganò e una monaca di clausura, inviatoci dall’arcivescovo. 

 

 

 

 

19 ottobre 2022  

“Pacificus * vocabitur,  et thronus eius erit firmissimus in perpetuum”

(I Ant., II Vespri, Solennità di Cristo Re).

 

Eccellenza Reverendissima,

Le scrivo in occasione dell’approssimarsi della festa di Cristo Re e mi permetto di condividere con Lei qualche interrogativo fondamentale: ha ancora senso celebrare e invocare la grazia che questa festa liturgica tanto aspirava quando venne istituita? 

 

Se il Re dei re e Signore dei dominanti (cfr. 1 Tim 6,15; Apoc. 19,16) tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa? 

 

Con queste domande le sembrerò irriverente e poco fiduciosa in quella promessa «le porte dell’inferno non prevarranno» (Matteo 16,19), in quella promessa che risuona come speranza a cui aggrapparsi da quei pochi sopravvissuti al vento di apostasia mortale che ha invaso la Chiesa.

 

Ebbene, il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori.

 

Mi rivolgo a Lei, come alla «Voce nel deserto», che tante volte ha illuminato tanti smarriti e sfiduciati.

 

Volevo raccontarle questo piccolo episodio che mi è successo: pochi giorni fa una signora che ha portato un po’ di provvidenza al monastero mi ha detto: «ma sa, io non seguo molto queste cose, però mi sembra che la direzione che ultimamente ha preso la Chiesa non è tanto buona…»!

 

Dalla ruota, nel tono di voce, percepivo l’imbarazzo di colei che si esprimeva a qualcuno che riteneva rappresentasse proprio quella «Chiesa» appena messa in dubbio.

 

Non potevo fare grandi discorsi: la mia risposta fu un semplice appellarmi alla necessità di intensificare la preghiera personale, lasciando la signora nella sua ignoranza e lasciandomi «identificare» con quella «chiesa» che non sento proprio di rappresentare… La sensazione fu di una grande impotenza, nell’impossibilità di poter dare risposte esaurienti e di verità.

 

Pochi minuti prima avevo letto l’esortazione del Pontefice Pio XI, quando, cent’anni fa, nell’Enciclica Ubi arcano Dei esortava i cattolici al dovere di affrettare il ritorno alla regalità sociale del Cristo.

 

Una sorta di «dovere morale», di impegno personale e collettivo. 

 

È ancora valido questo impegno? 

 

E come metterlo in pratica se la «Chiesa» non è più «Chiesa»?

 

La Ubi arcano Dei fu l’incipit per l’istituzione della festa della Regalità di Cristo avvenuta poi nel 1925 proprio per evitare lo scatafascio che verifichiamo in questi anni.

 

In quell’Enciclica, la Regalità di Cristo veniva intesa come il rimedio al laicismo e a tutti quegli errori che – a distanza di cento anni – sono stati accolti generosamente da molti prelati, vescovi, cardinali e perfino da colui che si presenta come rappresentante di Cristo e che sotto tale insegna ha promosso l’accelerazione rovinosa del gregge «ingannevolmente» a lui affidato.

 

Francesco è considerato papa, se pur apostata, ma è papa? Lo è mai stato? 

 

Quando Pilato domandò a Gesù che cos’era la verità, pur avendoLa davanti, lo sguardo del Cristo giudice del mondo penetrò la mediocrità di quell’uomo debole che aveva difronte. Pilato tremò per un momento ma prevalse l’annebbiamento del proprio orgoglio personale.

 

Il Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento. 

 

Ricordo di aver letto nel diario di santa Faustina Kowalska – la santa della Misericordia – che un giorno Gesù le apparve tutto flagellato, insanguinato e coronato di spine: la guardò negli occhi e le disse: «la sposa deve essere simile al Suo Sposo». La santa comprese bene cosa voleva dire quel richiamo di «sponsalità*, di condivisione. Probabilmente è questa la forma di riconoscimento della Regalità di Cristo che il nostro momento storico sta richiedendo personalmente ad ogni vero cattolico. 

 

Sì, mi pare che questa sia la vocazione della «vera Chiesa» nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo.

 

Non le nascondo che con queste righe volevo sollecitare uno dei suoi interventi, pieno di speranza cristiana per quel piccolo resto che è smarrito perché senza Pastore, senza quel rappresentante di Cristo che dovrebbe custodire e difendere la Chiesa a lui affidata. 

 

Le ho posto delle domande che molti si fanno con tanto dolore nel cuore e sono sicura che lo Spirito Santo saprà darle quelle risposte che riaccendono l’attesa al ritorno del trionfo del Regno di Cristo sulla società, in ogni cuore, su tutta la faccia della terra!

 

«Pacificus * vocabitur, et thronus eius erit firmissimus in perpetuum!»

 

 

Una monaca di clausura.

 

Reverenda e carissima Sorella, 

 

ho letto con vivo interesse e con edificazione, la lettera che Ella mi ha fatto recapitare. Mi permetta di risponderLe in quel che posso.

 

La Sua prima domanda è tanto diretta quanto disarmante: «Se il Re dei re e Signore dei dominanti tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa?» Certo che la riconoscerebbe! Ma non nella setta che eclissa la Sede di Pietro, bensì nelle tante anime buone, specialmente nei sacerdoti, nei religiosi e nelle religiose, in tanti semplici fedeli, che, pur senza portare in fronte le corna di luce come Mosé (Es 34, 29), sono comunque riconoscibili come membra vive della Chiesa di Cristo.

 

Non la troverebbe a San Pietro, dove è stato reso culto a un idolo immondo; non a Santa Marta, dove la povertà artefatta e l’umiltà tronfia dell’Inquilino sono un monumento al suo ego smisurato; non al Sinodo sulla Sinodalità, dove la finzione della democrazia serve a completare lo smantellamento dell’edificio divino della Chiesa Cattolica e per imporre condotte di vita scandalose; non nelle Diocesi e nelle Parrocchie in cui l’ideologia conciliare ha sostituito la Fede cattolica e cancellato la Tradizione.

 

Il Signore, come Capo della Chiesa, riconosce le membra pulsanti e vive del suo Corpo Mistico e quelle morte e putrescenti strappate a Cristo dall’eresia, dalla lussuria, dall’orgoglio, ormai soggiogate a Satana.

 

Quindi sì: il Re dei re riconoscerebbe il pusillus grex, dovesse pure cercarlo intorno all’altare in una soffitta, in una cantina, in mezzo ai boschi. 

 

Ella accenna al fatto che la promessa del Non prævalebunt possa suonare «come speranza a cui aggrapparsi», e che «il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».

 

La promessa di Nostro Signore a San Pietro è provocatoria, in un certo senso, perché parte da due presupposti: il primo è che le Porte degli Inferi non prevarranno, il che nulla ci dice sul livello di persecuzione che la Chiesa dovrà sopportare.

 

Il secondo, logicamente conseguente dal primo, è che la Chiesa sarà perseguitata ma non vinta. Per entrambi, ci è chiesto un atto di Fede nella parola del Salvatore e nella Sua onnipotenza, assieme a un atto di umile realismo nella nostra debolezza e nel fatto che saremmo meritevoli dei peggiori castighi, tanto tra i «modernisti» quanto tra i «tradizionalisti». 

 

Ella mi chiede come mettere in pratica l’appello di Pio XI per la restaurazione della Regalità sociale di Cristo, «se la “Chiesa” non è più “Chiesa”».

 

Certamente la chiesa visibile, a cui il mondo riconosce il nome di Chiesa Cattolica e della quale considera Bergoglio come Papa, non è più Chiesa, quantomeno limitatamente ai Cardinali, ai Vescovi e ai sacerdoti che convintamente professano un’altra dottrina e si dichiarano appartenenti alla «chiesa conciliare», in antitesi alla «chiesa preconciliare».

 

Ma siamo Lei e io, e i tanti sacerdoti, religiosi e fedeli, parte di quella chiesa o della Chiesa di Cristo? fino a che punto possiamo sovrapporre la chiesa bergogliana e la Chiesa Cattolica, ammesso che siano sovrapponibili in qualcosa?

 

Il problema è che la rivoluzione conciliare ha strappato il vincolo di identità tra Chiesa di Cristo e Gerarchia cattolica. Prima del Vaticano II era impensabile che un Papa potesse contraddire sfrontatamente i suoi Predecessori in questioni dottrinali o morali, perché la Gerarchia aveva ben chiaro il proprio ruolo e la propria responsabilità morale nell’amministrare il potere delle Sante Chiavi e l’autorità del Vicario di Cristo e dei Pastori.

 

Il Concilio, ad iniziare proprio dalla definizione anomala che ha dato di sé e dalla rottura col passato rappresentata dall’eliminazione dei Canoni e degli anatèmi, ha mostrato come sia possibile, a chi non ha senso morale, ricoprire un ruolo sacro nella Chiesa pur essendo indegno nei tre aspetti che Ella ha puntualmente enumerato: «Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».

 

Costoro, deviati nella dottrina, nella morale e nella liturgia, non si sentono vincolati al fatto di essere vicari di Cristo, e di poter quindi governare la Chiesa solo se la loro autorità è esercitata coerentemente con i fini che la legittimano. Per questo abusano del proprio potere, usurpano un’autorità di cui negano l’origine divina, umiliano l’istituzione sacra che in qualche modo si fa garante dell’autorevolezza di quei Pastori. 

 

Questa rottura, questo strappo violento, si sono consumati a livello spirituale nel momento in cui è stata secolarizzata l’autorità dei Prelati, al pari di quanto accaduto nella sfera civile.

 

Dove l’autorità cessa di essere sacra, sancita dall’alto, esercitata in vece di Colui che assomma in Sé l’autorità spirituale di Sommo Pontefice e l’autorità temporale di Re e Signore, lì essa si corrompe in tirannide, si vende con la corruzione, si suicida nell’anarchia.

 

Ella scrive: «Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento».

 

In quelle stesse sembianze, cara Sorella, dobbiamo riconoscere la Santa Chiesa. E come eravamo scandalizzati nel vedere umiliato e sbeffeggiato il suo Capo, flagellato e sanguinante, con la veste dei pazzi, la canna e la corona di spine; così siamo scandalizzati ora, nel vedere prostrata in modo analogo l’intera Chiesa militante, ferita, coperta di sputi, insultata, derisa.

 

Ma se il Capo volle affrontare il Sacrificio umiliandoSi sino alla morte, e alla morte di Croce; per quale motivo dovremmo noi presumere di meritare fine migliore, essendo Sue membra, e se davvero vogliamo regnare con Lui? su quale trono è assiso l’Agnello, se non sul trono regale della Croce?

 

Regnavit a ligno Deus: questo fu il trionfo di Cristo, questo sarà il trionfo della Chiesa, Suo Corpo Mistico. Giustamente Ella glossa: «La Sposa deve essere simile al suo Sposo». E prosegue: «Sì, mi pare che questa sia la vocazione della “vera Chiesa” nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo».

 

La Sua lettera, carissima Sorella, è per tutti noi un’opportunità di riflessione sul mistero della passio Ecclesiæ, così vicino a quanto accade in questi tempi terribili.

 

E concludo richiamando la «provocazione» del Non prævalebunt: come il Salvatore ha conosciuto l’ombra del sepolcro, così dobbiamo sapere avverrà alla Chiesa, e forse sta già avvenendo. Ma Egli non lascerà che il suo Santo conosca la corruzione (Sal 15), e la farà risorgere come risorse Egli stesso da morte. In questo senso, le parole «La Sposa deve essere simile al suo Sposo» acquistano il loro pieno significato, mostrandoci come solo seguendo lo Sposo divino sull’erta del Golgota potremmo meritare di seguirLo nella gloria alla destra del Padre.

 

La esorto a trarre profitto spirituale da questi pensieri, mentre imparto a Lei e alle Sue care Consorelle la mia più larga e paterna Benedizione.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

4 Novembre 2022

Sancti Caroli Borromæi, Pont. Conf.

 

 

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Spirito

La questione della Tradizione nell’agenda del Papa

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Il 5 marzo 2026, Papa Leone XIV ha concesso un’udienza privata a due autori di un importante studio sul dinamismo delle comunità legate alla Messa tradizionale negli Stati Uniti, segnando un passo nella serie di consultazioni condotte dal Pontefice sulla questione della Tradizione.

 

L’udienza è passata quasi inosservata, se non a coloro che conoscono i meccanismi interni del Vaticano: solo un breve articolo pubblicato dal bollettino quotidiano della Sala Stampa della Santa Sede, che indicava che «il Santo Padre ha ricevuto in udienza i professori Stephen Bullivant e Stephen Cranney la mattina del 5 marzo 2026». Ma potrebbe essere decisivo.

 

Uno studio approfondito

I due accademici sono infatti i coautori di un libro intitolato Trads: Latin Mass Catholics in the United States («Tradizionalisti: la messa in latino cattolica negli Stati Uniti»), che sarà pubblicato il prossimo novembre dalla prestigiosa Oxford University Press e che il Papa ha probabilmente avuto il privilegio di leggere in anteprima.

 

A differenza dei dibattiti spesso accesi che circondano la Liturgia detta di San Pio V, questo libro, secondo i suoi autori, si basa su una metodologia rigorosa: sondaggi originali, ricerche sul campo e raccolta di testimonianze. Secondo i due ricercatori, i risultati del loro lavoro sfidano i cliché e le rappresentazioni caricaturali spesso perpetuate contro i cattolici legati al rito tradizionale.

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Un tour di consultazioni

Questa udienza al Palazzo Apostolico non sembra essere un evento isolato. Fa parte di un calendario di udienze particolarmente fitto dall’estate scorsa. Papa Leone XIV ha ricevuto una serie di figure di spicco del pensiero conservatore, persino tradizionalista, tra cui i cardinali Burke, Sarah, Zen e Müller, nonché vescovi come Athanasius Schneider. Per molti osservatori vaticani, questa raffica di scambi suggerisce la volontà di superare le divisioni scaturite dalla lettera apostolica Traditionis Custodes, pubblicata nel 2021 dal suo predecessore. Esaminando attentamente i dati sociologici della comunità tradizionalista americana – una delle più dinamiche al mondo – il Pontefice sta forse cercando una via per stabilizzare la situazione liturgica complessiva?

 

Sembra, quantomeno, che stia cercando di familiarizzarsi con una questione che, come lui stesso ha ammesso, gli era piuttosto sconosciuta all’inizio del suo pontificato, ma che il recente annuncio delle consacrazioni episcopali all’interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha riportato alla ribalta.

 

Verso una nuova direzione?

Il messaggio trasmesso da quest’udienza potrebbe essere interpretato nel modo seguente: rifacendosi al lavoro dei sociologi Stephen Bullivant e Stephen Cranney, il primo pontefice americano della storia dimostra la sua volontà di affrontare la questione della Messa tradizionale non solo dal punto di vista del diritto canonico o della disciplina, ma anche tenendo conto delle realtà umane e spirituali dei fedeli che vi partecipano.

 

Sebbene sia ancora troppo presto per prevedere il futuro, l’udienza del 5 marzo ha il merito di dimostrare che la «questione della tradizione» è effettivamente entrata nell’agenda del Papa.

 

Va tuttavia notato che l’indagine non ha incluso i cattolici che frequentano le cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X. La ragione addotta è che le cappelle della Fraternità sono di gran lunga inferiori alle chiese autorizzate alla celebrazione della Messa tradizionale. Infine, uno degli obiettivi dello studio era dimostrare che i cattolici legati alla Messa tradizionale accettano il Concilio Vaticano II, che limita tale legame a una semplice «preferenza».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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San Giuseppe terrore dei diavoli: omelia di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella desta di San Giuseppe.  

Mira sorte beatior

Omelia nella festa di San Giuseppe, Sposo della B.V.M.

    In un mondo che cancella la figura del padre e criminalizza la società «patriarcale» per scardinare con essa il riferimento alla Paternità di Dio nella fratellanza in Cristo, la Santa Chiesa celebra oggi lo Sposo castissimo della Beata Semprevergine Maria, Padre putativo di Nostro Signore e discendente della stirpe regale di Davide, proles David inclyta.   La corona di Santità che splende sul capo di San Giuseppe rifulge di tre gemme preziose: la povertà, la castità e l’obbedienza. Queste virtù proprie alla perfezione cristiana costituiscono i Voti di molti Ordini religiosi, e sono il modello di vita per chiunque voglia santificarsi nella sequela Christi.   Si quis vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 23). Queste parole della Sapienza Incarnata ci mostrano come San Giuseppe abbia saputo conformarsi alla volontà di Dio, nella povertà, ossia nel distacco dai beni materiali e nel disprezzo del mondo; nella castità, ossia nel rinnegamento di sé e delle proprie concupiscenze; nell’obbedienza, ossia nel rinnegamento del proprio orgoglio e delle seduzioni del Maligno.

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Povertà: San Giuseppe ha saputo abbandonare tutto – anche l’attività di carpentiere che aveva a Nazareth – per mettere in salvo il Signore durante la persecuzione di Erode. Castità: egli ha accettato di vivere nella perfetta continenza come castissimo Sposo della Vergine delle vergini, l’Immacolata Madre di Dio. Obbedienza: San Giuseppe ha saputo conformare la propria volontà alla santa Volontà di Dio in ogni istante della sua vita.   Queste virtù sono state infine premiate in terra dall’unicità della Sacra Famiglia, modello di perfezione e di santità per tutti gli sposi cristiani; e in cielo, dalla gloria eterna di cui è coronato e che gli merita il titolo di Patrono della Chiesa universale, che è la famiglia spirituale in cui ogni anima battezzata ha Dio come Padre, Nostro Signore come fratello e la Vergine Santissima come Madre.   Se vogliamo seguire Nostro Signore rinnegando noi stessi e prendendo la nostra croce ogni giorno – quotidie – non possiamo non conformarci al modello di San Giuseppe. Nell’umiltà e nel silenzio egli ha veramente rinnegato se stesso, contrastando e vincendo sul mondo, con la santa Povertà, che non è miseria ma distacco dai beni terreni; sulla carne, con la santa Castità, che è immolazione quotidiana e preparazione alla condizione celeste che attende ciascuno di noi; sul diavolo, con la santa Obbedienza, che non è servilismo ma virile riconoscimento di un ordine gerarchico che pone Nostro Signore al centro di tutto, e che tutto a Lui riconduce, anche l’autorità temporale e spirituale vicarie dell’autorità di Cristo Re.   Gli esempi dell’odierna società ribelle sono l’esatto contrario. La ricchezza e il potere sono oggi l’aspirazione comune: per ottenerli si è disposti a qualsiasi compromesso, a qualsiasi tradimento – tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai (Mt 4, 9). Il mondo intero si prosterna agli idoli del denaro e dei beni materiali. La lussuria e le più innominabili abominazioni sono diventate normalità e vengono inculcate anche nei bambini, imposte dallo Stato nelle scuole con l’indottrinamento alla perversione, introdotte nella vita quotidiana dei giovani per corromperli e farne schiavi dei piaceri più distruttivi e sterili. L’orgoglio – il maledetto orgoglio di Lucifero – si è sostituito all’umiltà e all’obbedienza, traducendosi ora in folle anarchia, ora in sciagurato servilismo.   Anche il corpo ecclesiale, nel quale è stato fatto penetrare lo spirito della Rivoluzione, ha perso il senso di queste sante virtù. Molti sono i sacerdoti e i vescovi che preferiscono gli onori mondani e le ricchezze agli immensi tesori celesti di cui non vogliono più essere amministratori. La lussuria tiene molti di loro legati dalle catene del vizio e della fornicazione, rendendoli ciechi alla Luce della Verità cattolica, sordi alla voce della coscienza e della Grazia. Per essi l’obbedienza non è eroica testimonianza di sottomissione alla Maestà di Dio, ma servile prova di cortigianeria verso i potenti della terra, vile cooperazione con i mercenari e i traditori penetrati nel sacro recinto.

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Se vogliamo salvarci e salvare le anime che ci sono affidate, non possiamo non comprendere l’importanza dell’esempio di San Giuseppe. Egli è invocato come terror dæmonum – terrore dei diavoli – perché è proprio nella povertà, nella castità e nell’obbedienza che ogni anima trova i mezzi per sfuggire ai lacci che il Maligno ci tende per corromperci e dannarci. Satana odia e teme la povertà, la castità e l’obbedienza, perché sono difesa inviolabile contro le seduzioni del mondo, della carne e del diavolo. E ciò vale eminentemente per le nostre famiglie, che possono trovare nella Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe l’esempio perfetto di vita semplice, pura e fedele a Dio.   Poniamoci sotto la protezione di San Giuseppe: Tu vivens, Superis par, frueris Deo, mira sorte beatior. Tu, da vivo, fosti simile ai Santi, perché godesti della presenza di Dio, che ti fece beato in terra per sorte mirabile.   E così sia.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo   19 marzo 2026 S.cti Joseph, Sponsi B.M.V.  

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Occulto

Emergono ulteriori foto del futuro papa Leone al rito idolatrico della Pachamama

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Nuove immagini del rito idolatrico della Pachamama a cui ha assistito nel 1995 il futuro pontefice Leone XIV emergono dagli archivi.

 

Dopo lo scoop di padre Murr per il sito nordamericano LifeSiteNews, anche il sito tradizionalista Novus Ordus Watch, che stava raccogliendo informazioni sul caso dall’anno passato, ha pubblicato nuovo materiale fotografico.

 

Le nuove immagini sembrano essere state raccolte in un video degli agostiniani dell’America Latina pubblicato su YouTube diversi anni fa.

 

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«Per chi non lo sapesse: significa che l’attuale “Papa” si è macchiato di un atto di palese idolatria – un peccato mortale contro il Primo Comandamento – durante una conferenza sull'”ecoteologia” a San Paolo, in Brasile, nel gennaio del 1995» scrive Novus Ordus Watch. «All’epoca, Prevost lavorava come missionario in Perù per gli Agostiniani, dove era in missione dagli anni Ottanta».

 

Il simposio del 1995 sull’«ecoteologia» fu il quarto di una serie di conferenze sulla “rilettura” di Sant’Agostino «da una prospettiva latinoamericana». I tre simposi precedenti si erano svolti, rispettivamente, a Lima, in Perù, nel 1985 (su Sant’Agostino e la liberazione), a Cochabamba, in Bolivia, nel 1989 (su pratica e contemplazione) e a Moroleón, in Messico, nel 1992 (sull’inculturazione).

 

Il libro di Ecoteologia che contiene le foto di Prevost in adorazione di Pachamama è una traduzione spagnola dall’originale portoghese. L’edizione portoghese è stata pubblicata da Paulus a San Paolo nel 1996. Tuttavia, non contiene foto; solo l’edizione spagnola le include (e contiene anche più testo).

 

È da ricordare in questo contest la nomina recentissima, avvenuta il 19 gennaio 2026, di Sofía Nicolasa Chipana Quispe a consulente del Dicastero vaticano per il Dialogo Interreligioso è. Secondo il sito InfoVaticana la Chipana Quispe è «associata a correnti indigene, femministe e decoloniali, e sostiene di promuovere la “preghiera con Pachamama”; cita inoltre una dichiarazione del 2025: “Noi non siamo Pachamama… noi apparteniamo a Pachamama”».

 

«La domanda è: queste condanne si applicano ora anche a Papa Leone XIV? Ciò che Francesco ha scandalosamente permesso in sua presenza, Leone lo ha effettivamente fatto» si chiede John-Henry Westen di LifeSite.

 

Durante il Sinodo sull’Amazzonia del 2019, nei Giardini Vaticani si è svolta una cerimonia in onore di Pachamama alla presenza di papa Francesco, cardinali e vescovi. Un gruppo, tra cui frati francescani, si è inginocchiato e prostrato, con la fronte a terra, davanti a due statue lignee della dea della terra Pachamama. Il rituale è stato guidato da una donna con il volto dipinto e un copricapo, che in seguito si è avvicinata a papa Francesco e gli ha messo degli anelli al dito. Una seconda donna gli ha portato una statua di Pachamama, davanti alla quale Francesco si è benedetto, ha benedetto la statua e l’ha presa in dono dalla donna.

 

Dopo la cerimonia, le statue di Pachamama furono portate in processione nell’Aula Paolo VI, dove il papa, i cardinali e i vescovi si riunirono per discutere del Sinodo sull’Amazzonia. Successivamente, la statua di Pachamama fu portata in processione nella Basilica di San Pietro, dove, ancora una volta, il papa e i cardinali si riunirono intorno ad essa in preghiera.

 

Diversi ecclesiastici e intellettuali cattolici di spicco hanno condannato immediatamente il palese atto di idolatria. In una lettera aperta, il vescovo Athanasius Schneider ha definito la Pachamama il nuovo «vitello d’oro»: «in virtù della mia ordinazione a vescovo cattolico (…) condanno la venerazione del simbolo pagano di Pachamama nei Giardini Vaticani, nella basilica di San Pietro (…) La reazione onesta e cristiana alla danza intorno alla Pachamama, il nuovo vitello d’oro, in Vaticano dovrebbe consistere in una protesta dignitosa».

 

In un’intervista all’emittente televisiva indipendente francese TVLibertés, il cardinale Raymond Burke ha definito la Pachamama una «forza demoniaca» e ha chiesto riparazione per l’idolatria: «è accaduto qualcosa di molto grave… Un idolo è stato introdotto nella Basilica di San Pietro – la figura di una forza demoniaca (…) Perciò è necessaria una riparazione (…) affinché le forze diaboliche che sono entrate con questo idolo vengano sconfitte».

 

Renovatio 21 ha riportato negli anni le parole dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che tante volte ha tuonato contro l’idolo indio portato fin nel cuore della gerarchia cattolica per realizzare piani globalisti di morte e distruzione.

 

 

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