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Consacrazioni per la Chiesa: le parole di mons. Lefebvre

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«Non posso, in coscienza, lasciare orfani questi seminaristi, e non posso lasciare orfani neanche voi, scomparendo senza fare nulla per il futuro».
Mons. Lefebvre, Omelia del 30 giugno 1988, a Écône.

 

L’Episcopato, Principio di vita: Il ruolo del Vescovo nella Chiesa

Lo scopo della consacrazione episcopale è trasmettere all’interno della Chiesa il potere di cui le anime hanno assolutamente bisogno; e questo potere è descritto da mons. Lefebvre, seguendo San Paolo, come quello di un padre. È a immagine del potere di Dio, che conduce le anime alla vita di grazia.

 

È il potere di trasmettere la vita, ed è per questo che privare la Chiesa di questo potere equivale a prosciugare le sorgenti della vita in essa, privandola della paternità. Una Chiesa senza vescovi è una Chiesa senza padri, una Chiesa di orfani, una Chiesa senza futuro, una Chiesa incapace di riprodursi e condannata a scomparire. Come la società ha bisogno di padri, così ne ha bisogno la Chiesa.

 

Possiamo quindi comprendere perché le consacrazioni del 30 giugno 1988 siano state l’«operazione di sopravvivenza» della Tradizione. È l’operazione che impedisce la scomparsa del principio di vita.

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Due fonti di vita: giurisdizione e ordine

La parola «vescovo» può essere intesa in due sensi: come colui che detiene il potere dell’ordine o come colui che detiene il potere di giurisdizione. Il potere dell’Ordine sacro è il potere di santificare, cioè il potere di celebrare la Messa, amministrare i sacramenti e impartire benedizioni.

 

Il potere di giurisdizione è il potere di governare e insegnare con autorità. La Chiesa è composta da un’unica gerarchia, un unico corpo di capi, i cui membri sono investiti di due poteri distinti. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 lo afferma chiaramente al paragrafo 3 del canone 108:

 

«Per istituzione divina, la sacra gerarchia, fondata sul potere dell’Ordine sacro, è composta da vescovi, sacerdoti e ministri; fondata sul potere di giurisdizione, comprende il sommo pontificato e il subordinato episcopato».

 

Il canone 109 chiarisce ulteriormente questa distinzione, indicando che vi è una differenza nel modo in cui i poteri vengono acquisiti:

 

«Coloro che sono ammessi nella gerarchia ecclesiastica sono costituiti nei gradi dell’Ordine sacro mediante santa ordinazione; [il papa è costituito] nel sommo pontificato direttamente per diritto divino, attraverso la legittima elezione e l’accettazione di tale elezione; [i vescovi sono costituiti] negli altri gradi di giurisdizione mediante commissione canonica».ù

L’esistenza di questi due poteri è necessaria per la Chiesa e non può essere messa in discussione senza minacciare la vita stessa della Chiesa. In effetti, queste due potenze sono le due fonti di vita nella Chiesa. Rappresentano quindi la paternità di Cristo.

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Due forme di paternità

La paternità di Cristo si esercita innanzitutto nella sfera dell’intelletto e della volontà. Nella sfera dell’intelletto, l’umanità ha bisogno dell’insegnamento delle verità della fede; nella sfera della volontà, ha bisogno dei precetti di un governo. Il Magistero e il governo non conferiscono la santità, come fanno i sacramenti, ma preparano ad essa.

 

Essi già predispongono l’uomo alla vita divina perché dispongono l’intelletto e la volontà a ricevere la grazia e a vivere secondo essa. Ed è quando Cristo dona questa vita di grazia attraverso i sacramenti che esercita la sua paternità nel modo più perfetto, completo e definitivo. La paternità di Cristo si manifesta dunque nella Chiesa in modi diversi e complementari.

Questo spiega la natura del rapporto che intercorre tra il potere che conferisce la grazia e i poteri che la preparano: il governo e il Magistero si esercitano per disporre le anime a ricevere l’influenza del potere dell’Ordine sacro. Ciò significa che, di norma, il vescovo, e come lui il sacerdote, devono possedere entrambi i poteri simultaneamente: l’Ordine sacro e la giurisdizione. Questo perché il vescovo, come il sacerdote, deve prima preparare le anime, principalmente attraverso l’insegnamento della fede, ma anche attraverso la guida del buon governo, prima di conferire loro la grazia.

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La differenza tra le due paternità

Esiste tuttavia una differenza significativa tra questi due poteri, poiché nessuno può sostituire il sacerdote o il vescovo quando si tratta di realizzare lo scopo di tutta l’attività della Chiesa: condurre le anime alla vita di grazia. La santificazione delle anime è un’opera in cui il ministro è l’unico strumento di Dio, l’unico, perché solo lui è investito del carattere del sacramento dell’Ordine sacro.

 

Ciò si differenzia dall’insegnamento e dal governo, che sono entrambe attività in cui il ministro è il rappresentante di Dio, dotato di una missione legittima e di sufficiente competenza, sulla base della necessaria scienza e prudenza: un tale ministro non è solo nell’esercizio della sua funzione. In casi estremi, anche i semplici fedeli possono custodire e trasmettere la fede e obbedire e garantire l’obbedienza ai precetti della Chiesa, confidando nei loro pastori.

 

È dunque possibile assistere il padre e cooperare con lui, confidando in lui, eccetto nell’atto stesso del dare la vita. Un altro può allevare suo figlio con lui, nutrirlo, istruirlo ed educarlo. Ma nessuno può essere padre al suo posto. Allo stesso modo, il vescovo e il sacerdote sono insostituibili nella Chiesa, perché solo loro possono donare la vita di grazia. Mentre i fedeli possono, pur confidando nel vescovo e nel sacerdote, custodire la fede e la disciplina.

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Una paternità unica e insostituibile: quella del vescovo.

E il vescovo è ancor più insostituibile del sacerdote, poiché è colui che dona a chi dona: il vescovo genera non solo la vita di grazia, ma anche il sacerdote, che comunica la vita di grazia. E il vescovo non è solo il capo di coloro che credono e obbediscono, i fedeli, ma anche di coloro che hanno la responsabilità di predicare la fede ed esigere l’obbedienza, i sacerdoti.

 

Da questa prospettiva, il vescovo è il padre assoluto nella Santa Chiesa, il padre di tutti i padri, e quindi il principio stesso della vita di grazia e della vita di fede. È il perfetto rappresentante di Cristo. È lui che adempie le parole di san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi, capitolo 4, versetto 15:

«Se avete molti maestri e magistrati, avete un solo Padre: io vi ho generati in Cristo Gesù mediante il vangelo».

 

La sopravvivenza della paternità

L’iniziativa del 30 giugno 1988 fu dunque la sopravvivenza della paternità nella Chiesa. Mons. Lefebvre voleva darci dei vescovi cattolici per non lasciarci orfani. Voleva, da parte sua, dare continuità alla Chiesa, fornendole i mezzi per trasmettere la fede e la grazia, secondo l’ordine voluto da Dio, che è l’ordine secondo cui un padre genera i suoi figli.

 

Questi vescovi sono quelli della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ma sono per la Chiesa. Il loro episcopato è un episcopato supplente, perché non pretende di sostituire l’intero episcopato di tutta la Chiesa. Mons. Lefebvre non voleva trasmettere ciò che non possedeva.

 

Per questo non conferì a questi vescovi il potere di giurisdizione, che solo il Papa poteva affidare loro; non diede loro autorità legale all’interno della Chiesa. Diede loro solo il potere di amministrare i sacramenti, con la conseguente responsabilità di predicare la vera fede, nei momenti di bisogno. Il suo unico scopo era quello di rispondere ai bisogni delle anime in una situazione straordinaria e quindi temporanea.

 

Don Jean-Michel Gleize

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Pellegrinaggio islamico-cristiano a Lourdes

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Pochi mesi prima di vietare alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di celebrare la Messa, amministrare i sacramenti e tenere preghiere pubbliche nel Santuario, Lourdes ospitò un pellegrinaggio cristiano-musulmano alla presenza del vescovo Jean-Marc Micas. Per quattro giorni, cristiani e musulmani furono invitati a pregare e meditare su una presunta immagine comune di Maria.   Dal 18 al 21 ottobre 2025, circa cento cristiani e musulmani provenienti da tutta la Francia si sono riuniti a Lourdes per la prima edizione del pellegrinaggio «Insieme a Maria» . L’evento è stato organizzato dall’omonima associazione in collaborazione con diversi partner.   Il sito web ufficiale del Santuario ha annunciato un’«esperienza di preghiera, condivisione, meditazione e fraternità», alla presenza del vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes. L’obiettivo dichiarato era quello di permettere ai partecipanti di «riflettere, ricaricarsi, condividere, conoscersi meglio e proseguire insieme su un cammino di speranza».

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Una cerimonia nella cappella di Notre-Dame

I partecipanti sono stati accolti presso la Cité Saint-Pierre, una struttura di Catholic Relief Services a Lourdes. Per tre giorni, hanno partecipato a insegnamenti, discussioni in piccoli gruppi e momenti di preghiera. Tra i relatori figuravano padre Jean-François Bour, un frate domenicano del Servizio Nazionale per le Relazioni con i Musulmani, Tareq Oubrou, il Grande Imam di Bordeaux, nonché Georges Jousse e Hamid Demmou.   L’incontro si proponeva di dare vita in modo concreto al dialogo cristiano-musulmano, con le sue «passeggiate sul filo del rasoio», per usare le parole di Gérard Testard, presidente di Ensemble avec Marie. Ha invitato i partecipanti a rimanere fedeli «alla fraternità e alla speranza che ci ispirano tutti».   Domenica 19 ottobre, dalle 15:00 alle 18:00, si è svolto nella cappella di Notre-Dame l’evento pubblico principale del pellegrinaggio. L’incontro ha unito testimonianze, letture, inni, preghiere e momenti di condivisione. I racconti dell’Annunciazione presenti nel Corano e nel Vangelo sono stati letti uno accanto all’altro; attraverso questa giustapposizione, gli organizzatori intendevano presentare Maria come figura unificante tra le due religioni. Ella viene proposta, sia ai cristiani che ai musulmani, come modello di fede e fedeltà a Dio.   Dopo la cerimonia interreligiosa, i circa cento partecipanti hanno condiviso un pasto alla presenza del vescovo Micas. Chi lo desiderava è stato poi invitato a partecipare alla processione con le fiaccole.

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Maria come strumento di dialogo interreligioso

Da diversi anni l’associazione promuove incontri tra musulmani e cristiani incentrati sulla figura di Maria, ispirandosi a un’iniziativa nata in Libano, dove cristiani e musulmani celebrano insieme l’Annunciazione dal 2007. Il governo libanese ha addirittura proclamato il 25 marzo festa nazionale, presentandolo come una festa nazionale sia musulmana che cristiana.   In Francia, Ensemble avec Marie gestisce anche le «Case della Pace». Composte da sei a dieci cristiani e musulmani provenienti dalla stessa area geografica, queste associazioni si incontrano circa sei volte l’anno per discutere di temi come il Ramadan e la Quaresima, la pace, i confini o «la Parola di Dio nei momenti di difficoltà».   Coppie cristiano-musulmane lavorano anche nelle scuole primarie, medie, superiori e nelle moschee. L’obiettivo dichiarato è combattere il pregiudizio, favorire l’arricchimento reciproco e imparare a vivere «come fratelli e sorelle in un mondo pluralista».

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Un’ambiguità attentamente mantenuta

L’intera impresa si basa su un’ambiguità. Poiché il Corano parla di Maria, menziona la nascita verginale di Gesù e gli attribuisce il titolo di Messia, esisterebbe tra cattolici e musulmani una fede mariana comune, ma l’uso degli stessi nomi non è sufficiente a designare le stesse persone così come Dio le ha rivelate.   Secondo la tradizione cattolica, la Vergine Maria è la figlia di Sant’Anna e San Gioacchino, nonché la Madre di Gesù Cristo. La Maria del Corano è invece presentata come la figlia di Imran e come la «sorella di Aronne», una denominazione che richiama quella di Miriam, sorella di Mosè e Aronne. Il testo coranico perpetua quindi una confusione che i commentatori musulmani tentano di spiegare in vari modi.   Innanzitutto, Gesù Cristo non è il Nostro Signore Gesù Cristo come lo riconosce la Chiesa. Il Corano nega espressamente la sua divinità, rifiutando così il mistero stesso dell’Incarnazione. Eppure Gesù Cristo è il Verbo eterno fatto carne, vero Dio e vero uomo, poiché suo Figlio è Dio, Maria è veramente la Madre di Dio. Questa maternità divina fonda la sua incomparabile dignità e illumina tutti i suoi privilegi.   L’Islam non riconosce questa maternità divina, né l’Immacolata Concezione, né l’Assunzione. La religione musulmana nega le verità centrali della fede cristiana: la Santissima Trinità, la divinità di Gesù Cristo, la sua Incarnazione redentrice, la sua morte in croce e la sua Resurrezione. Pertanto, non esiste una fede mariana condivisa tra Cattolicesimo e Islam; esiste solo una somiglianza di nomi dietro la quale si celano due dottrine contraddittorie.   La carità ci comanda di amare i musulmani, di pregare per la loro conversione e di far loro conoscere Nostro Signore Gesù Cristo, ma non ci permette di equiparare la religione rivelata a una falsa religione, né di mettere a tacere la divinità del Salvatore per ottenere un’apparenza di fratellanza religiosa.

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Il contrasto notato dal distretto di Francia

L’accoglienza riservata a questo pellegrinaggio musulmano-cristiano assume oggi un significato particolare. A seguito delle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 e del decreto pubblicato da Roma, alla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stata revocata l’autorizzazione a celebrare la Messa, amministrare i sacramenti e organizzare preghiere pubbliche all’interno del Santuario di Lourdes.   Nella sua dichiarazione del 22 agosto, padre Gonzague Peignot, superiore del Distretto di Francia, sottolinea questo contrasto:   «Infatti, ai semplici figli della Chiesa cattolica, che non pretendono in alcun modo di sostituirsi alla Chiesa e la cui unica ambizione è di rimanerle fedeli, è vietato riunirsi per pregare pubblicamente la loro Madre in Cielo, mentre l’anno precedente, nell’ottobre del 2025, il Santuario di Lourdes ha ospitato, persino nella Cappella di Nostra Signora, un pellegrinaggio che ha riunito cristiani e musulmani per quattro giorni attorno alla figura di Maria, con un tempo di preghiera, una Messa, una processione con le fiaccole, una preghiera alla Grotta e incontri interreligiosi».   Il comunicato prosegue:   «Come si può non essere stupiti – persino indignati – che a coloro che non riconoscono la Divina Maternità della Beata Vergine Maria, né il dogma della sua Immacolata Concezione, né la divinità di suo Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, sia stato permesso di pregare pubblicamente la Beata Vergine Maria nel suo santuario di Lourdes, laddove ora vige un divieto nei confronti dei fedeli delle cappelle della Fraternità Sacerdotale San Pio X nel distretto francese?»   La Madonna di Lourdes non si è presentata come una figura religiosa indeterminata, capace di unire credenze contraddittorie. Il 25 marzo 1858 dichiarò a Santa Bernadette: «Io sono l’Immacolata Concezione». Il fatto che ai fedeli della Fraternità sia ora impedito di onorarla pubblicamente nel suo Santuario, mentre lì si incoraggiano gli incontri con una falsa religione che rifiuta questo dogma e la divinità di Cristo, dimostra la profonda crisi che la Chiesa sta attraversando.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Papa Leone afferma che cattolici e luterani hanno una «missione comune nel mondo»

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Papa Leone XIV ha parlato mercoledì, salutando i vescovi luterani di Norvegia in udienza, della presunta «missione condivisa» tra la Chiesa cattolica e la loro chiesa. Lo riporta Lifesite.

 

Nel discorso del 26 agosto ai vescovi luterani, che non hanno la successione apostolica, papa Leone XIV, pur esortando cattolici e luterani a «diventare completamente una cosa sola», ha sostenuto — in modo contestato da chi considera unica la Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo duemila anni fa — che quella Chiesa abbia una «missione condivisa» con la Chiesa luterana, nata dalla separazione dalla Chiesa di Cristo e vecchia di circa cinquecento anni. Negli ultimi decenni il Vaticano ha già formulato affermazioni e gesti ecumenici analoghi verso i protestanti.

 

Alcune delle «vescove» presenti erano donne, come si vede nel video.

 


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«Data la nostra condizione umana decaduta, è fin troppo facile assumere un atteggiamento di ostilità verso coloro con cui non siamo d’accordo», ha detto Leone. «Per questo motivo, è necessario uno sforzo congiunto per cercare vie concrete di riconciliazione e di fraternità. A questo proposito, Gesù ci mostra un’altra via, rivelandoci che la bontà e la carità hanno il potere di disarmare. Sono quindi sinceramente grato per la vostra presenza qui e per il vostro comune desiderio di cercare modi per costruire la comunione».

 

«Come ben sappiamo, il nostro Signore pregò il Padre celeste per l’unità dei suoi discepoli: «che siano tutti una cosa sola, perché il mondo sappia che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23)», ha aggiunto il Pontefice. «Fondati sul nostro comune Battesimo e sulla nostra missione condivisa nel mondo, prego che possiamo crescere sempre insieme nel nostro servizio alla promozione della pace e della giustizia».

 

Nella frase successiva, nonostante quella formulazione, il pòapa ha invitato quei vescovi luterani a guardare ai primi santi e martiri della Norvegia e alla loro opera di unione dei popoli: un accenno che può essere letto come invito velato a tornare alla fede cattolica.

 

«Proseguendo su questa strada, possiamo guardare all’esempio dei primi martiri e dei santi, come Sant’Olaf e Santa Sunniva, le cui vite, dedicate a Dio e al prossimo, hanno contribuito a unire i popoli e a dare una testimonianza duratura del potere trasformatore della carità», ha detto Leone.

 

Nei decenni dopo il Concilio Vaticano II, la gerarchia ha moltiplicato i gesti ecumenici verso i protestanti, arrivando in alcuni casi a scoraggiarne la conversione.

 

L’episodio più significativo è forse quello del 2016, quando papa Francesco si rivolse a un’udienza di luterani e cattolici nell’aula Paolo VI, accanto a una statua di Martin Lutero eretta in vista del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione protestante. In quell’occasione Francesco riprese il suo precedente monito contro la conversione dei non cattolici, luterani compresi.

 

Alcuni anni dopo, nel 2021, la statua di Lutero fu di nuovo esposta sul palco dell’Aula Paolo VI, mentre il defunto pontefice argentino parlava a un gruppo di 500 luterani tedeschi.

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Leone XIV afferma che non dovremmo «chiuderci nelle nostre sicurezze religiose»

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Nel suo recente messaggio dell’Angelus, Leone XIV ha introdotto una dicotomia sconcertante per mettere in discussione le «sicurezze religiose»:   «Carissimi, impariamo a non chiuderci nelle nostre convinzioni e sicurezze religiose, per restare aperti alla relazione autentica con Cristo» ha detto il romano pontefice. Subito qualcuno può chiedersi: ma se il papa non insegna, non incarna, la certezza religiosa, qual è il suo lavoro?   «A volte sulla fede cristiana ci si accontenta del “sentito dire”, dei luoghi comuni, di ciò che ci è stato trasmesso magari anche con buone intenzioni; ma Gesù ci chiama a una risposta personale, a conoscerlo da vicino, a lasciarci scavare dall’amicizia con Lui, in un incontro sempre nuovo che può anche chiederci di percorrere strade inedite e di fare scelte diverse da quelle immaginate» ha continuato il papa chicagoano.

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«Questo vale sia per il nostro percorso personale, sia per il cammino della Chiesa e per le scelte pastorali, laddove a volte pensiamo che basti procedere come abbiamo sempre fatto. È importante, invece, chiederci spesso: chi è il Signore per me? Lo conosco davvero? Cosa mi chiede oggi il suo Vangelo? Quali passi e quali scelte dovrei compiere?»   Per un cattolico, è stato notato, mai è stata posta una dicotomia tra la certezza della propria religione – ritenuta, fino a poco fa, l’unica vera – e una «relazione autentica con Cristo».   La Chiesa, ci veniva insegnato, era stata creata da lui stesso, ed è la sua sposa. E il pontefice, in teoria, è proprio colui che crea il ponte tra la Terra e il Cielo.   Abbiamo qui un avvertimento: colui che crea il ponte ci dice che esso è pericolante. Ci sta dicendo, quindi, di non passarvi. Ancora una volta è evidente l’unico caposaldo della gerarchia cattolica odierna: essa crede di non credere. Essa sa di non credere. E lo dice pure.   Ci è chiaro che la via sacra, della quale abbiamo sicurezza, è stata abbandonata. Roma non vuole più percorrere il ponte indicato da Dio, ma andare altrove, magari non guadare nemmeno il fiume. La Chiesa vuole uscire da sé, vuole lasciare il suo compito e il suo popolo, vuole dimenticare qual è la via indicata.   E la via, la verità, e la vita, è una sola: Cristo. Lo hanno detronizzato, lo hanno abbandonato. Ci stanno chiedendo di fare altrettanto.   Ciò non accadrà mai.  

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