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Un dialogo dietro le quinte tra la Santa Sede e l’Iran
Le recenti controversie sorte in merito alle onorificenze conferite al rappresentante della Repubblica Islamica dell’Iran presso il Vaticano mettono in luce i discreti ma costanti legami diplomatici che la Santa Sede intrattiene con Teheran. Tale diplomazia è dettata dalla realpolitik e dalla speranza di preservare, per quanto possibile, la minoranza cristiana che vi sopravvive.
In Vaticano, come altrove, i tempi diplomatici non sempre coincidono con quelli dei media. Il conferimento della Gran Croce dell’Ordine Pontificio di Pio IX all’ambasciatore iraniano Mohammad Hossein Mokhtari, il 12 maggio 2026, ha tuttavia suscitato forti critiche in Occidente. Per i suoi detrattori, tale onorificenza riabilita l’immagine di un regime sanguinario. Agli occhi della Segreteria di Stato, che ha reagito prontamente, si è trattato semplicemente di un gesto di mera formalità, conferito, dopo due anni di servizio, ad altri tredici diplomatici durante la stessa cerimonia. Questo episodio illustra il «gioco a lungo termine» che Roma porta avanti con Teheran sin dall’instaurazione delle relazioni bilaterali nel 1966.
Un legame duraturo basato su comprovati vantaggi reciproci. Nel marzo del 2007, quando il governo dei mullah teneva in ostaggio alcuni marinai della Royal Navy britannica , fu l’ intervento riservato di Papa Benedetto XVI, orchestrato da Monsignor Pietro Parolin – futuro Segretario di Stato – a garantire la loro liberazione alla vigilia di Pasqua . Quasi vent’anni dopo, l’ambasciata iraniana presso la Santa Sede rimane una delle più attive nella Città Eterna, fungendo da canale di ascolto e mediazione strategica nel cuore dell’Europa, poiché Teheran cerca regolarmente l’arbitrato papale di fronte alle minacce esterne.
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Ancor più sorprendente è il fatto che la Santa Sede e l’Iran condividano autentiche convergenze oggettive sulla scena internazionale, in particolare in seno alle Nazioni Unite. I loro diplomatici si schierano spesso a difesa della sacralità della vita, della tutela della famiglia tradizionale o contro l’ espansione dei diritti riproduttivi. Allo stesso tempo, i regolari incontri tra prelati cattolici e dignitari sciiti offrono a Roma una preziosa leva per difendere gli interessi della minoranza cristiana locale.
Ovviamente, questa scelta diplomatica implica una moderazione delle critiche nei confronti del regime dei mullah e, oltreoceano, si levano voci che sostengono che l’inquilino della Casa Bianca sia spesso trattato in modo meno favorevole dal Vaticano rispetto alla Guida Suprema iraniana. Una cosa è certa: di fronte alle crescenti tensioni in Medio Oriente, Teheran cerca di preservare questo rapporto unico. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, infatti, ha elogiato l’approccio «etico» del pontefice agli attuali conflitti regionali.
Le prossime settimane diranno se la scelta pragmatica della Santa Sede di improntare la pazienza storica di fronte agli imperativi effimeri della comunicazione darà i suoi frutti.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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La suora nominata da Leone XIV ribadisce che le donne «potrebbero sentire la chiamata al sacerdozio»
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Hong Kong, confermata in appello la condanna del cardinale Zen
Il 3 settembre 2026, la Corte d’appello di Hong Kong ha respinto il ricorso presentato dal cardinale Joseph Zen, 94 anni, dall’avvocato ed ex deputata Margaret Ng, dall’ex parlamentare Cyd Ho, dal professor Hui Po-keung e dalla cantante e attivista Denise Ho, in qualità di amministratori del Fondo 612 per il soccorso umanitario. Margaret Ng ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte suprema di Hong Kong.
Creato nel giugno 2019, il Fondo di soccorso umanitario 612 offriva un sostegno finanziario ai manifestanti arrestati o feriti durante un movimento di protesta contro il progetto di legge sulla possibilità di estradare detenuti da Hong Kong verso la Cina. Iniziate nel giugno 2019, le manifestazioni si sono trasformate in un più ampio movimento pro-democrazia.
Nel maggio 2022, il cardinale Zen e gli altri quattro imputati erano stati arrestati per alcune ore per «collusione con forze straniere», reato previsto dalla Legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a Hong Kong nel 2020. L’eco immediata e internazionale della notizia aveva spinto le autorità di Hong Kong a rilasciarli rapidamente e ad abbandonare questa accusa. Ma i cinque imputati erano stati processati nel novembre 2022 davanti al tribunale di West Kowloon per non aver registrato il fondo come associazione ai sensi dell’Ordinanza sulle società, la legge che disciplina le organizzazioni e le associazioni della città. Ciascuno era stato condannato a una multa di circa 4.000 dollari di Hong Kong (meno di 500 euro).
L’Ordinanza sulle società stabilisce che una società deve essere registrata, o deve chiedere un’esenzione, entro un mese dalla sua creazione. Il procedimento contro i fiduciari del Fondo 612 rappresenta la prima incriminazione per questo tipo di infrazione a Hong Kong. Dopo la condanna in primo grado, il cardinale Zen e gli altri quattro imputati avevano presentato appello, contestando l’errata connotazione della natura giuridica del Fondo.
In virtù della stessa Legge sulla sicurezza nazionale, anche il magnate dei media Jimmy Lai, tra le voci più critiche nei confronti della Cina a Hong Kong, è stato condannato il 9 febbraio 2026 a 20 anni di carcere. L’attivista cattolico di cittadinanza britannica, di 78 anni, si trova in prigione dal 18 dicembre 2020, tenuto in isolamento. Entrando nell’aula per la lettura della sentenza, ha rivolto un sorriso e un saluto alla moglie Teresa e, accanto a lei, al vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen.
Interrogato da AsiaNews, padre Franco Mella, delle Missioni estere italiane, ha sottolineato lo scarso sostegno pubblico offerto da Roma a Jimmy Lai e non ha nascosto la propria perplessità.
In effetti, il Vaticano non si è espresso su questo verdetto quanto mai ingiusto e severo, ma «la gente di Hong Kong è con lui», ha sottolineato padre Mella. – Oltre al magnate cattolico e cittadino britannico, altri otto imputati sono stati condannati, tra cui sei ex dirigenti di Apple Daily.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Jindřich Nosek (NoJin) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata
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