Connettiti con Renovato 21

Sport e Marzialistica

A 250 all’ora sugli sci. Renovatio 21 intervista il campione di Chilometro Lanciato Simone Origone

Pubblicato

il

Se esiste una disciplina in cui il coraggio sfida il brivido della velocità, quella è il Chilometro Lanciato (KL), e nessuno ne ha interpretato l’essenza come Simone Origone. Protagonista indiscusso dello sci di velocità da oltre vent’anni, Origone è l’atleta più titolato di sempre: 16 Coppe del Mondo, 6 titoli iridati e un record personale da brivido di 252,987 km/h, stabilito sulle nevi francesi di Vars nel 2016.

 

Ma dietro l’impresa e dietro la leggenda c’è l’anima autentica di un uomo nato e cresciuto tra le montagne valdostane, che ha fatto della quota una ragione di vita lavorando come maestro di sci, guida alpina ed elisoccorritore. In questa intervista a Renovatio 21, Simone ci racconta le sue vittorie, le sue sfide e cosa significa vivere sui pendii più ripidi e affascinanti delle nostre montagne.

 

Chi è e cosa fa Simone Origone oggi?

Sono quello che son sempre stato. Oltre alla mia carriera e alle mie gare, ho sempre avuto il mio lavoro: maestro di sci, guida alpina, tecnico di elisoccorso e operatore di soccorso alpino. Tutto ciò è il mio mestiere. Poi c’è la parte sportiva.

 

Tu sei nato e cresciuto in montagna e credo sia stato naturale per te appassionarti allo sci.

Sono nato ad Aosta e cresciuto a Champoluc, dove vivo tuttora. Partiamo dalla premessa che mio papà è stato il fondatore dello Sci Club locale ed è stato sempre un grandissimo appassionato di sci e ci ha trasmesso la passione per sciare. Obiettivamente qua, se non sci, non è che ci siano tante altre attività che puoi fare. È quasi una scelta obbligata, ma mi è sempre piaciuto molto sciare. Ti faccio un esempio: a tutt’oggi se vuoi fare nuoto la piscina comunale più vicina è a trenta chilometri e se vuoi fare tennis c’è rimasto un solo campo scoperto ed è un’attività solo estiva. D’estate un bambino può anche giocare a pallone, ma nei mesi invernali non c’è una struttura indoor dove farlo.

 

Da grande appassionato di sci ti direi che chi ha le vostre possibilità da un lato è una fortuna. È comunque uno sport che ti fa stare in mezzo alla natura.

Certo!

 

All’inizio pratichi sci alpino e solo dopo ti appassioni alla velocità. Ci racconti questo passaggio?

Il nome «Chilometro lanciato» è stato coniato a Cervinia, al Plateau Rosa, dove lo sci di velocità ha avuto la sua culla. È uno sport nato a St. Moritz ufficialmente dal 1930/32 fino al 1936, con l’ultimo record di Leo Gasperl. Dopo la guerra Leo Gasperl si è trasferito a Cervinia e sul pendio del Plateau Rosa hanno fatto questa goliardata tra amici: Leo Gasperl, Rolando Zanni e Zeno Colò si sono sfidati in questo chilometro lanciato.

 

All’epoca era una pista che non era battuta e risalivano a piedi; nell’ultima manche di giornata, verso le 18:00 di un giorno di maggio, Zeno Colò fece i 159 chilometri orari. È stato il record più longevo, durato quasi quattordici anni se non ricordo male. Da lì son partiti a fare le gare vere e proprie e nel mese di luglio tutto il mondo convergeva lì per sfidarsi. Tutto questo fino al 1978. Io sono nato nel 1979 e sin da bambino sentivo questi racconti leggendari del chilometro lanciato di Cervinia.

 

Come ti dicevo, mio padre mi ha trasmesso la passione per lo sci d’agonismo e sin da piccolo ho fatto sempre agonismo con lo Sci Club facendo tutto il normale iter. Più crescevo e più mi accorgevo che ero attratto dalla velocità sugli sci e intorno ai sedici/diciassette anni sono entrato nella squadra regionale, l’anticamera delle nazionali. Sono entrato in questa nuova squadra di discipline veloci, ho fatto i miei anni di gare, per poi entrare nel Centro Sportivo Esercito. Dopo un po’ di tempo nel CSE ho poi smesso di fare le gare e sono diventato maestro di sci.

 

Ho frequentato anche il corso da guida alpina che è durato quattro anni. Con un compagno di sci di Cervinia con cui facevamo gare sin da ragazzini, ci siamo sempre detti che qualora non fossimo andati avanti nello sci alpino, sarebbe stato bello provare la velocità.

 

Un giorno abbiamo provato e da lì è nata questa grande passione, o meglio, una malattia.

Sostieni Renovatio 21

Necessitavi di un altro tipo di emozioni sportive che magari nemmeno la discesa libera poteva darti?

Finché facevo sci alpino mi dedicavo a quello, ma una volta terminato, ho iniziato a pensare alla mia professione di maestro di sci e di guida alpina, ma mi mancavano le gare. Una volta provata questa disciplina estrema, me ne sono subito innamorato.

 

Te la ricordi la tua prima gara ufficiale di speed skiing, usando una terminologia anglofona?

Con questo mio amico siamo andati a Les Arcs [stazione sciistica della Savoia, ndr] sulla pista dove poi io tre anni dopo ho fatto il mio primo record del mondo [2006, ndr]. Nel marzo 2003 provammo un allenamento per questa disciplina e scesi con materiali di serie raggiungendo i 179 km/h e il mio collega i 180 km/h. Un mese dopo c’era una gara del circuito Pro sponsorizzata da un locale di Les Arcs.

 

Avendo ottenuto quelle velocità, ci hanno dato la possibilità di iscriverci alla nostra prima gara. Il mio amico ha fatto la sua gara con i materiali speciali pensati apposta per quel tipo di discesa, mentre io son partito con un profilo più basso: «Faccio questa prima gara con i materiali di serie, poi si vedrà», dissi. Per materiali di serie intendo l’outfit che usavo per le gare di discesa libera.

 

La mia prima gara l’ho vinta facendo 200,89 km/h e quel giorno se ci avessero fatto partire da più in alto avrei già fatto il record mondiale di serie al mio esordio. L’anno dopo mi hanno convocato con la squadra della Nazionale italiana e da lì non mi sono più fermato. Nel 2004 ho fatto la mia prima stagione piena e ho vinto la mia prima Coppa del Mondo, questa volta con i materiali speciali e cambiando categoria.

 

Il tuo palmares è ricchissimo di trofei: 16 Coppe del Mondo, 6 ori Mondiali, 4 argento e due bronzi, giusto?

In realtà le medaglie d’argento sono tre. Ogni tanto devo ricontrollare perché me li scordo anch’io a volte [ride].

 

C’è uno di questi trofei, di queste vittorie a cui sei più affezionato?

Il più bello rimane quello del 2006. Era ancora un mondo diverso, era una scoperta ed era tutto molto divertente. Ti direi anche il secondo record raggiunto nel 2014, perché l’ho inseguito per otto anni. Fu una liberazione. In quegli anni avrei potuto farne tanti altri, ma Les Arcs ha chiuso e in quel momento la pista di Vars non permetteva un record fino a quando non hanno fatto i lavori per migliorarla e così siamo riusciti a fare un record. Il mio ultimo record è del 2015, quando ho migliorato di poco quello del 2014. Al secondo classificato in quella gara gli ho dato sette chilometri orari. Un distacco siderale.

 

Sostieni Renovatio 21

La pista di Les Arcs la chiusero per problemi legati alla sicurezza?

Ci furono due incidenti mortali, uno nel 2005 e uno nel 2007. In realtà non avvennero nella discesa di gara, ma erano comunque dei partecipanti alla gara. Hanno avuto dei casini pazzeschi e giustamente a un certo punto dissero che non avrebbero voluto sentirne più parlare di quel tipo di gare. Quella pista, ancora oggi, se fosse aperta sarebbe la pista più veloce al mondo.

 

In futuro pensi ci possa essere una possibilità di vederla riaperta?

Oggi c’è qualche voce in merito e quest’anno sembra che il nuovo sindaco abbia messo nel suo programma elettorale l’ipotetica riapertura. Vedremo.

 

Di solito consentimi di dire che le promesse in campagna elettorale sono piuttosto aleatorie.

Esatto! Tutto il mondo è paese.

 

Ci spieghi come si svolge un Campionato del Mondo di sci di velocità?

Negli anni è cambiato. La Coppa del Mondo è un circuito di gare come la Coppa del Mondo di sci, chiaramente noi la facciamo in un’unica disciplina. Dopo diverse gare, alla fine dell’anno, chi ha immagazzinato più punti vince la coppa. Di solito l’atleta che riesce a essere più costante nel corso della stagione si aggiudica il trofeo. Il Mondiale invece era a cadenza biennale.

 

Nel tempo abbiamo perso tantissime gare di Coppa del Mondo, tanto che ora è ridotta ai minimi storici come numero di gare. Negli ultimi quattro anni il Mondiale è a cadenza annuale e tutti gli anni sulla medesima pista. Questa cosa a me non piace e non lo reputo giusto rispetto a come era strutturato prima, dove per giocarti una medaglia dovevi aspettare due anni mentre invece adesso ogni anno hai la possibilità di vincerne una e in più sempre sulla stessa pista.

 

La cosa è abbastanza riduttiva anche se si svolge sulla pista attualmente più bella al mondo, però dai, non è altrettanto bello.

Iscriviti al canale Telegram

Ci sarebbe teoricamente nelle nostre montagne – intendo in tutto l’arco alpino – la possibilità di ricavarne di nuove?

È molto complicato trovare un posto che si presti bene. Trovare piste non da record è però fattibile. Sulla pista in Finlandia si arriva ai 170 km/h e trovarne di simili vicino a noi non sarebbe difficile.

 

Quali sono per te le piste più affascinanti di quelle in cui hai gareggiato?

La pista più affascinante è quella di Chabrières a Vars e Les Arcs che come ti dicevo è chiusa. Poi c’è anche Verbier in Svizzera che non era una pista da record, però era molto veloce, con un’accelerazione ancora più forte rispetto alle due sopracitate, perché si parte da 3.500 metri. Partire da Vars o da Les Arcs è sempre un’emozione forte anche se col tempo ci si abitua, ma è qualcosa di potente. A Chabrières arrivi ai duecento all’ora in cinque secondi, mentre a Les Arcs stai sui sette secondi, ma essendo più lunga continui ad accelerare per più tempo.

 

Una componente determinante e imprescindibile per ogni disciplina sportiva sono i soldi, senza i quali diventa complicato crescere e sviluppare il movimento sportivo. Nella vostra disciplina avete budget sufficienti per far crescere questo sport?

Hai toccato un tasto dolente ed è uno dei motivi per i quali facciamo fatica anche ad avere un ricambio, anche perché è uno sport dove non si guadagna. Non lo dico io, ma son giudicato l’atleta più vincente in questa disciplina di tutti i tempi e non sono mai riuscito nemmeno nei sei mesi invernali a dedicarmi completamente al mio sport. Quando iniziai c’era qualche premio gara per quanto riguarda la categoria dei professionisti, ma è durato solo tre anni, dopodiché han tolto tutti i premi.

 

Gli sponsor sono pochi, le nostre gare non passano in televisione e di conseguenza è difficile trovare sponsorizzazioni. Io e mio fratello Ivan, avendo vinto tantissimo, e recentemente Valentina Greggio che sta dominando, siamo supportati bene dalla Federazione: abbiamo una squadra, siamo spesati in tutto quando facciamo le trasferte e di questo non possiamo lamentarci, ma di soldi non ne girano.

 

La mancanza di fondi è un problema che attanaglia molte discipline sportive cosiddette minori che non godono di visibilità mediatica.

Noi siam messi peggio degli sport minori, perché se cii fossero dei premi gara come in altre discipline minori, anche dello sci stesso, con tutto quello che ho vinto non starei messo male.

 

Però le medaglie e le coppe rimangono.

Certo, ma come puoi intuire il nostro sport è dettato veramente dalla passione. Lo dicono di tanti sport che gli atleti son mossi dalla passione, ma qua ne devi avere proprio tanta per andare avanti.

Aiuta Renovatio 21

Questa vostra passione credo sia anche condivisa con i vostri concittadini; leggevo in una tua intervista che a volte trovi collaborazione da qualche amico che è specializzato nel mettere a punto gli sci o che in qualche modo puoi sostenerti materialmente in altre cose pratiche.

Hai detto giusto. Ho sempre avuto qualcuno; l’artigiano che ti dà una mano con il casco o quello che ti aiuta a fare qualcosa sugli sci, ma di base parte tutto da te. Sono stato diverse volte nella galleria del vento di Pininfarina e devo dire che mi hanno dato una bella mano. La prima volta che ci andai ero bravo, ma non ancora affermato, e dopo esserci stato, nella gara successiva feci il record del mondo.

 

Visto il risultato positivo, ho avuto molte altre occasioni di poterci andare e affinare alcuni dettagli che hanno migliorato ulteriormente la mia performance. Per tanti anni mi è stata di grande aiuto, ma adesso siamo arrivati a un punto in cui ci vorrebbe dell’altro che non si riesce a fare perché è una cosa troppo costosa.

 

Negli anni lo sviluppo e la ricerca dei materiali credo sia un elemento determinante anche e soprattutto nell’ambito della sicurezza.

La sicurezza nel mio sport è un concetto un po’ relativo [ride]. Se ho vinto tanto è perché ho sempre lavorato molto sui materiali e su tanti piccoli particolari, che alla fine fanno la differenza. Ci ho dedicato tanto, ma tanto tempo e la mia vita invernale era quella; mi allenavo sulla neve la mattina presto, poi facevo la mia giornata di lavoro, prima di cena mi allenavo in palestra e dopo cena, fino a dopo la mezzanotte, stavo in sky room a provare pezzi e a lavorare sugli sci. Ho fatto questa routine per tanti anni e questo approccio minuzioso e costante, nel corso del tempo mi ha permesso di fare la differenza. Col tempo molti colleghi se ne sono accorti e il gap si è ridotto notevolmente. Adesso qualcuno riesce a fare anche meglio di come facevo io nella cura e nella ricerca dei materiali, perché magari ha più tempo e più possibilità.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

C’è una preparazione fisica specifica, concepita e studiata per il vostro sport?

La preparazione fisica è importante come in tutti gli altri sport, magari un po’ meno nel nostro, però io le ho dedicato molta attenzione. Nel tempo avrei potuto risparmiarmi un po’ perché ci sono stati dei momenti in cui lavoravo anche troppo rispetto a quello che andavo a fare. I problemi alle articolazioni li paghi nel tempo. Rispetto allo sci alpino la nostra preparazione fisica è più semplice, ma è importante.

 

Purtroppo o per fortuna, l’estate faccio la guida alpina e quindi non riesco a mantenere il fisico sempre alla stessa maniera. D’estate perdo dieci chili rispetto all’inverno e ogni anno in autunno mi ritrovo a lavorare sodo per riprendere peso e massa muscolare. Non facendo il professionista e facendo questa attività, non riesco a tenere un livello fisico costante. Questa cosa per me è stata sempre uno svantaggio e una bella battaglia da combattere ogni inverno. Avessi avuto un altro mestiere estivo, forse avrei avuto maggiori possibilità di mantenere una condizione fisica costante.

 

Fare la guida alpina è un mestiere faticoso.

Inoltre lo sci di velocità e la guida alpina sono agli antipodi!

 

Nel vostro sport c’è un’incidenza di rischio non trascurabile. Ci pensate mai che ogni tanto possa capitare un incidente grave?

Ci pensi e ne sei consapevole. Ci pensavo di più i primi anni rispetto ad adesso che è diventata una cosa più normale. La caduta può succedere, ma è molto raro che accada. 

 

All’inizio della tua attività raccontavi che per attutire eventuali urti alla schiena mettevi all’interno della tuta un tappetino di gomma da palestra. Col tempo c’è stata un’evoluzione?

È verissimo e per un po’ di anni è stato così e a ripensarci oggi eravamo degli incoscienti [ride]. Quella dorsale è l’unica protezione vera che abbiamo noi. Per un po’ hanno controllato che mettessimo qualcosa di omologato e poi non hanno più controllato. Adesso sono tre anni che bisogna avere un’omologazione di livello due, mentre prima era di livello uno.

 

Per contro continuiamo ad avere un casco «finto», perché è solo aerodinamico. Tolti due o tre atleti che hanno un casco vero all’interno della calotta aerodinamica, abbiamo tutti dei caschi con della gomma piuma all’interno. Non sono dei veri caschi protettivi, sono solo dei caschi aerodinamici.

 

Il livello di sicurezza pare abbia margini di miglioramento.

Il casco potrebbe essere migliorato sotto quell’aspetto, ma siamo in mano a chi gestisce le gare e questa disciplina. Quest’anno hanno fatto passare una norma che devi avere un cinghietto in metallo, che neanche i caschi da moto ce li hanno, e quelli di prima non saranno più validi. Di fatto avremo un cinghietto in metallo su un casco finto. Non credo abbia granché senso. Però così è.

 

Durante le Olimpiadi invernali di Albertville nel 1992, il vostro sport ha avuto la possibilità di mettersi in mostra in quell’edizione, ma poi nel corso degli anni non è mai riuscito a entrare ufficialmente nel circuito olimpico.

Durante quei giorni ci fu un morto che assieme agli altri due incidenti mortali avvenuti nel 2005 e nel 2007, non ha permesso l’inserimento della nostra disciplina ai Giochi Olimpici. Può anche essere stato un pretesto per non inserirlo, ma vai lì la prima volta come sport dimostrativo – già non eravamo visti bene – e capita un incidente del genere, hanno chiuso la porta.

 

Nel 2030 ci saranno le Olimpiadi in Francia e loro avrebbero la famigerata pista di Les Arcs che con pochi lavori sarebbe pronta, oltre a quella di Vars sempre operativa e per due o tre anni sono andati avanti col dire che saremmo stati inseriti ai Giochi, ma nel 2030 non ci saremo. Credo che alla fine sia stato un grande bluff dei francesi; è stata tutta fuffa e di vero non c’era nulla.

 

È un gran peccato. Sarebbe stato bello vedere una disciplina così spettacolare ai Giochi Olimpici.

Sarebbe stata la spinta giusta per rilanciarlo come immagine, invece così non so che fine faremo sinceramente. È una disciplina comunque antica, che ha una storia e meriterebbe una vetrina più prestigiosa.

Sostieni Renovatio 21

A proposito di storia, vedendo i filmati d’epoca nei caschi dei tuoi colleghi che ti hanno preceduto di qualche decennio, si leggono sponsor autorevoli.

In quegli anni giravano più soldi ed erano gli anni del boom dello sci, perché c’era la Valanga Azzurra e a quel tempo la popolarità dello sci era enorme. Pensa che montavano skilift ovunque, anche in posti di media montagna: era talmente tanta la febbre per questo sport. Tutto ciò ha incentivato anche lo sci di velocità e giravano dei bei soldini. Oramai nel nostro microcosmo sportivo ci sono rimaste due ditte al mondo che fanno degli sci per la velocità. Mentre invece negli anni Sessanta e Settanta c’era un interesse forte delle aziende produttrici di sci e ognuna di esse produceva sci per il chilometro lanciato e usava ciò anche per sviluppare e migliorare lo sci da discesa libera.

 

Le discipline sportive portate all’estremo aiutano alla crescita e allo sviluppo di tutto il macro mondo più popolare che sta al di sotto. 

In quegli anni il KL era un un laboratorio per testare e inventare. C’erano tante idee e possibilità di metterle in pratica. Io sono anni che chiedo alla ditta che mi fa gli sci di fare uno sci diverso, ma non hanno interesse. 

 

Tuo fratello minore Ivan è un altro campione di velocità ed è stato uno degli avversari più ostici per te. Come hai vissuto questa rivalità in famiglia?

All’inizio è stata una roba divertente e sono io che l’ho portato e gli ho insegnato tutto. A un certo punto abbiamo iniziato a rivaleggiare seriamente e non andavamo neanche più tanto d’accordo [ride]. Soprattutto perché io ero uno che lavorava tantissimo e lui un po’ meno, diciamo; eravamo come la formica e la cicala. Io facevo delle cose e lui le copiava sui materiali e mi diceva: «Beh, se la Ferrari fa una cosa, la McLaren gliela copia». «Però copiare stando nello stesso ski room è un pochino più facile rispetto a due box diversi!»

 

A un certo punto è comparso uno sponsor che in quegli anni avrebbe potuto sostenere entrambi; sarebbe bastato mettersi d’accordo perché al tempo vincevamo tutto o io o lui e di fatto hanno dato del vecchio a me e hanno puntato sul giovane, ossia su Ivan. Se è così, adesso vi faccio vedere il vecchio cosa combina. Che poi avevo ventinove anni. A tratti ci si aiutava, ma non ci regalavamo nulla.

 

Aiuta Renovatio 21

Una bella e vivace rivalità.

Eh si! Non è bello, perché se hai un rivale al di fuori della famiglia è un avversario e finisce lì. Se hai tuo fratello come rivale non è facile. 

 

In casa vostra per chi facevano il tifo?

Ah! Non lo dicevano apertamente, ma si capiva. Qualcuno tifava per mio fratello, qualcuno per me, qualcun altro stava sulle sue…

 

Quando sei in gara, cosa ti passa per la testa negli istanti prima di scendere?

Sale la tensione e c’è qualcosa di inconscio, perlomeno per quanto riguarda me. Sia io che mio fratello, visto quello che abbiamo fatto, in testa avevamo qualcosa in più. Quando sei in gara, principalmente pensi a tutto quello che devi fare per fare la miglior performance possibile. Non pensi ad altro. Inconsciamente c’è la tensione, perché vai a fare un’attività pericolosa.

 

Un giusto approccio mentale credo sia determinante. Quando scendi in velocità hai sempre il controllo di ogni minimo dettaglio del tuo corpo e degli sci?

La testa può fare la differenza, come in tante altre discipline. Non sempre tieni tutto sotto controllo. Se tutto va bene è tutto sotto controllo. Ma non sempre va tutto bene, quindi…

 

Quale consiglio daresti ai ragazzi che vorrebbero cimentarsi nello sci di velocità?

Bella domanda. Non è per niente facile. Quello che consiglio è di fare carriera nello sci alpino e di prendere parte alle gare. Quando uno finisce quell’iter perché magari non è riuscito a emergere ad alti livelli, si può venire nel nostro sport a provare. Il problema è che non avendo una pista in Italia, non è facile avvicinare i giovani a iniziare. Quando ho cominciato io c’era la pista di Les Arcs in Francia che era sempre aperta. Oggi è più complicato.

 

Nella normale quotidianità ti manca un po’ quell’adrenalina dettata dal brivido della velocità quando sei in gara?

Non siamo malati di adrenalina. Io faccio una vita normale e comunque faccio la guida alpina, che è un lavoro pericoloso. Se vuoi, è più pericoloso fare la guida alpina che il chilometro lanciato. Da bambino però ero uno che andava alla ricerca dell’adrenalina. Quando smetterò mi mancheranno le gare e tutto quello che c’è attorno; i viaggi, le trasferte, le notti a preparare gli sci, la tensione pre-gara…

 

Quali sono i rischi maggiori per una guida alpina?

Di farsi male o rimetterci la pelle. Tutti gli anni capitano degli incidenti in montagna, anche a persone esperte. Ci sono vie dove se c’è un crollo di roccia e tu sei lì, puoi essere bravo quanto vuoi, ma non hai scampo. Stesso discorso per le valanghe d’inverno. La montagna ha degli aspetti di pericolosità non indifferenti. L’incidente può succedere.

 

La gente che accompagni in montagna sono persone preparate o ci sono molti improvvisati?

Facendo questo mestiere se un improvvisato si affida a me son contento, perché è giusto che si affidi a una persona esperta. Ci sono persone alla prima esperienza e persone esperte con cui ho fatto tante gite. Il problema c’è quando gente inesperta si improvvisa e va da sola o con amici che pensano siano del mestiere vendendosi come esperti, mentre non lo sono affatto. Ben venga che il neofita si affidi a un professionista.

 

Sei anche un elisoccorritore.

Sono tanti anni che lo faccio e ne ho viste tante. A volte hai la soddisfazione di salvare delle vite. Dopo un po’ nemmeno ti rendi conto, perché è il tuo lavoro e diventa routine. Salvare le persone in difficoltà è la cosa più importante.

 

Da amante dello sci mi capita sovente di andare sulla neve e sulle piste vedo molti turisti indisciplinati. Tu lo noti questo malcostume?

Non solo indisciplinati, bensì pericolosi. A volte c’è tanta gente che scia molto al di sopra delle proprie capacità. Vanno troppo veloci e diventano pericolosi per sé stessi e per gli altri. Facendo il maestro di sci e stando tanto sulle piste ne vedo di ogni.

 

È uno sport di massa, anche se negli ultimi tempi la vacanza sulla neve ha costi che non tutte le famiglie possono permettersi.

Con quello che costa non credo sia più di massa [ride]! Comunque c’è tanta gente che scia.

 

Francesco Rondolini

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine fornita da Simone Origone

 

 

Continua a leggere

Gender

Lottatrice liceale chiede alla Giustizia di poter evitare di competere con ragazzi transgenderri

Pubblicato

il

Da

Kallie Keeler, una lottatrice di una scuola superiore dello Stato di Washington, ha chiesto il 5 ottobre alla Corte Suprema degli Stati Uniti un’ordinanza d’urgenza che le permetta di gareggiare nella squadra femminile senza dover affrontare atleti maschi, dopo essere stata presumibilmente aggredita sessualmente da uno di loro durante un incontro. Lo riporta Epoch Times.   La Keeler sostiene che la Washington Interscholastic Activities Association abbia violato il Titolo IX consentendo la partecipazione di atleti maschi agli sport femminili e chiede che sua madre venga informata della presenza di qualsiasi avversario maschio.   Il mese scorso la Corte d’Appello del Nono Circuito (la più grande corte d’appello federale degli Stati Uniti) ha respinto le sue richieste, affermando che la situazione non era di emergenza poiché la stagione di lotta non inizia prima di novembre e che la sua richiesta di notifica a tutti gli atleti transgender era troppo generica. Un investigatore del Title IX (la legge federale statunitense che vieta la discriminazione basata sul sesso in qualsiasi programma o attività educativa che riceva finanziamenti federali), dopo aver visionato due video dell’incontro, ha scritto che l’avversaria probabilmente l’ha toccata con forza e il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti ha aperto un’indagine nel febbraio 2026, ma il procuratore distrettuale ha deciso di non procedere con l’incriminazione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Come sottolinea Epoch Times, il ricorso di Keeler è giunto nel mezzo di numerose decisioni della Corte Suprema riguardanti lo sport femminile e i diritti dei genitori.   In particolare, a giugno la Corte Suprema ha autorizzato gli Stati a vietare la partecipazione maschile agli sport femminili, respingendo l’argomentazione secondo cui tale divieto violerebbe il Titolo IX. La Corte ha inoltre respinto le argomentazioni di Keeler secondo cui sua madre avrebbe dovuto essere informata e avere l’opportunità di escludere la figlia dalla competizione.   Questa argomentazione si basava in parte sulla sentenza della Corte Suprema del 2025 nel caso Mahmoud contro Taylor, la quale stabiliva che un distretto scolastico del Maryland dovesse informare i genitori in merito ai libri illustrati con contenuti controversi su genere e sessualità.   La Corte d’Appello del Nono Circuito ha affermato che quel caso e un altro relativo ai diritti dei genitori non erano applicabili alla situazione di Keeler.   Il manuale 2025-2026 della Washington Interscholastic Activities Association stabilisce che «gli atleti parteciperanno a programmi coerenti con la loro identità di genere o con il genere che esprimono più frequentemente».   Attualmente a Washington si sta valutando l’Iniziativa 638, che vieterebbe ai ragazzi di partecipare alle competizioni sportive femminili.   La proposta di legge, promossa da Let’s Go Washington, un comitato di azione politica, sarà sottoposta a votazione il 3 novembre. Il gruppo ha affermato che l’Iniziativa 638 ripristina l’equità nelle regole di ammissibilità, vietando agli «uomini biologici» di competere nelle discipline atletiche femminili.

Iscriviti al canale Telegram

Studi scientifici hanno ripetutamente confermato che gli uomini hanno un vantaggio considerevole rispetto alle donne nello sport e nell’atletica. Una recente ricerca pubblicato su Sports Medicine ha scoperto che un anno di farmaci ormonali «transgender» provoca «cambiamenti molto modesti» nei vantaggi intrinseci della forza negli uomini.   Secondo il sito SheWon.org, i transessuali avrebbero vinto centinaia di titoli negli sport femminili. La pagine web mostra centinaia di nomi di atlete superate in gara da transessuali in ben 29 discipline sportive: ci sono ciclismo, atletica, sollevamento pesi, nuoto, canottaggio, corsa campestre, golf, sci alpino, sci nordico, skateboard, surf, biliardo, perfino il poker.   Oltre all’ovvio vantaggio che un maschio biologico ha chiaramente sulle donne in sport come il nuoto o il sollevamento pesi, i principali esperti medici concordano sul fatto che gli atleti transgender hanno un vantaggio ingiusto rispetto alle donne biologiche anche dopo essersi sottoposti a una terapia di soppressione del testosterone.   Come riportato da Renovatio 21, il transessualismo sta divenendo un problema in quantità impressionanti di discipline praticate dalle donne: abbiamo visto casi per il nuoto, la maratona, il ciclismo, la BMX, l’hockey, il sollevamento pesi, il basket…  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di 2017 Canada Summer Games via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
 
Continua a leggere

Sport e Marzialistica

Origini del codice del Bushido

Pubblicato

il

Da

Il Bushido, il codice etico e l’insieme di ideali di vita dei samurai, è stato nei secoli elevato a modello educativo e culturale per l’intero popolo giapponese, al punto che è opinione comune che il Giappone sia diventato una nazione forte proprio grazie a questi principi. In origine riservato esclusivamente alla casta guerriera, il Bushido influenzò solo in un secondo momento anche la vita quotidiana della gente comune. Va notato che i samurai poterono portare liberamente le spade in pubblico solo fino all’editto Meiji del 1872, che pose fine a questa consuetudine e segnò l’inizio di un nuovo sistema educativo.

 

Pur presentando numerosi punti in comune, spesso dibattuti dagli storici, con la cavalleria europea del Medioevo, il Bushido conserva caratteri distintivi. Uno dei più significativi riguarda la considerazione sociale riservata al guerriero: mentre nell’antica Cina il combattente non occupava una posizione di vertice nella scala sociale (un rispetto che i guerrieri cinesi conquistarono solo più tardi, attraverso guerre continue), nel Giappone feudale i bushi, futura casta dei samurai, erano tra i pochi considerati degni di essere presi a modello dalla gioventù, un’influenza che è arrivata fino ai giorni nostri. Anche la poesia ebbe un ruolo importante nella trasmissione dello spirito del Bushido, poiché l’amore per la bellezza espresso attraverso i versi costituiva parte integrante del codice cavalleresco giapponese.

 

Un altro pilastro era l’addestramento mentale alla quiete interiore, ritenuto tanto vitale quanto l’abilità fisica nel maneggiare la spada in combattimento — un concetto affine allo stato di «vuoto della mente» ( 無心, mushin, letteralmente «senza mente») elaborato dai maestri zen, capace di donare ai grandi spadaccini l’istantaneità dell’azione. Si racconta che il samuraio, per mantenere questa disposizione mentale anche sotto tensione, allenasse la propria capacità di attesa fredda e determinata, per poi portare l’attacco per primo quando la pressione diventava insostenibile per l’avversario.

Sostieni Renovatio 21

I valori fondamentali insegnati ai giovani destinati a diventare difensori del clan e, più tardi, del Paese, erano la frugalità e la cavalleria. I samurai erano descritti come uomini d’azione, rigorosi e austeri, che agivano secondo ciò che ritenevano giusto senza sentire il bisogno di fornire spiegazioni, ed erano attenti ai dettagli pur restando sempre pronti al momento dell’azione. Il codice imponeva inoltre di non versare il sangue di un avversario più debole o di rango inferiore, a meno che ciò non fosse necessario per il proprio signore o per i propri doveri.

 

Nonostante l’austerità, i samurai non erano indifferenti alla vita: la amavano con passione, erano inclini a riconoscere ciò che era onesto e buono e nutrivano un forte desiderio di apprendimento, ponendo l’onore della parola data al di sopra di ogni altra cosa. La povertà, frequente nelle loro case, non era motivo di vergogna. Il Bushido condannava inoltre qualsiasi azione ripetuta senza la volontà di correggerla e migliorarla: i samurai erano tenuti a cercare costantemente occasioni di perfezionamento, agendo senza rimandare.

 

Da un punto di vista storico e sociale, i samurai si formarono come nuova casta all’interno del gruppo che aveva servito l’aristocrazia durante i periodi di pace di Nara (710-794 d.C.) ed Heian (794–1185), l’ultima grande epoca della storia classica giapponese, celebre per la fioritura artistica, la letteratura e la raffinata vita di corte. Fu a Kamakura, a partire dalla prima metà del periodo feudale (dal XII secolo in poi), che questa casta cominciò ad affermarsi, tanto che questa città è considerata il luogo di nascita del movimento samuraijo. I samurai provenivano dalla classe rurale e ascesero la scala sociale servendo l’aristocrazia sia come burocrati sia come ufficiali di polizia o amministrativi al servizio del governo centrale; non appartennero mai, invece, alla classe mercantile.

 

Il significato del termine Bushido è stato, nel corso dei secoli, oggetto di interpretazioni divergenti e talvolta strumentalizzate. Il codice, va ricordato, non esisteva come corpus scritto e unitario prima del periodo Edo: fu solo con opere come lo Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (inizio XVIII secolo) e, più tardi, con il celebre saggio Bushido. L’anima del giappone uscito nel 1900 e scritto in inglese per un pubblico occidentale, che si tentò di sistematizzare in forma organica valori che per secoli erano rimasti pratiche orali, consuetudini di clan e insegnamenti trasmessi da maestro ad allievo.

 

Questo spiega perché, storicamente, sia difficile parlare di «il» Bushido come se fosse un codice unico e immutabile: più correttamente, si dovrebbe parlare di un insieme di ideali condivisi, declinati diversamente da clan a clan e da epoca a epoca.

 

Il paragone con la cavalleria europea, per quanto suggestivo, va maneggiato con cautela proprio per le differenze strutturali che il testo evidenzia: mentre il cavaliere medievale europeo agiva all’interno di un sistema in cui il rapporto vassallatico era spesso mediato da un giuramento religioso cristiano e da un ordine feudale relativamente più fluido socialmente, il rapporto samuraio-signore in Giappone si radicava in un concetto di lealtà quasi assoluta (il chu, in kanki 忠), che sopravvive nella cultura giapponese ben oltre la fine del sistema feudale — se ne trovano tracce persino nella cultura aziendale giapponese del Novecento.

 

Il tema della «quiete interiore» — che nel testo originale inglese del Nitobe compariva come «patience» apre una finestra importante sul legame profondo tra arti marziali e buddhismo zen in Giappone. Non è un caso che molti dei più celebri maestri di spada, da Bokuden Tsukahara (1489-1571) a Musashi Miyamoto (1584-1645), abbiano intrecciato la pratica del combattimento con una ricerca spirituale che andava ben oltre la tecnica: il concetto di mushin, la «mente senza mente» o «vuoto mentale», teorizzato dai maestri zen, descrive uno stato in cui l’azione scaturisce senza la mediazione del pensiero cosciente, permettendo una reattività istantanea — un’idea che, non a caso, ha affascinato anche pensatori e artisti marziali occidentali nel secondo Novecento, contribuendo non poco alla diffusione internazionale di queste discipline.

 

Anche l’osservazione sulla provenienza sociale dei samurai merita un approfondimento: il fatto che non provenissero mai dalla classe mercantile riflette una gerarchia sociale confuciana (importata anch’essa, in parte, dalla Cina) che poneva i mercanti all’ultimo gradino della scala sociale, nonostante la loro spesso notevole ricchezza — un paradosso che caratterizzerà tutto il periodo Edo, con mercanti economicamente potenti ma socialmente subordinati a samurai talvolta impoveriti ma formalmente superiori per rango.

 

Un punto che meriterebbe attenzione in un articolo divulgativo è la distinzione tra il Bushido come è stato effettivamente vissuto nei secoli feudali e il Bushido come è stato reinterpretato, e in parte reinventato, nell’epoca moderna. Dopo la Restaurazione Meiji (1868) e la conseguente abolizione della classe samuraia come ceto giuridicamente riconosciuto, il Giappone attraversò un periodo di intensa ricerca di un’identità nazionale che potesse competere, anche simbolicamente, con le potenze occidentali.

Aiuta Renovatio 21

In questo clima, intellettuali come Nitobe Inazo presentarono il Bushido come l’equivalente giapponese del codice cavalleresco europeo, un «codice d’onore nazionale» che avrebbe caratterizzato l’intero popolo giapponese e non solo l’antica casta guerriera. È un’operazione culturale che ha avuto un impatto enorme sulla percezione, anche occidentale, del Giappone, ma che gli storici contemporanei tendono a guardare con maggiore cautela, distinguendo tra il Bushido storico — frammentato, plurale, spesso pragmatico — e il Bushido come mito nazionale costruito a posteriori.

 

Un secondo filone di approfondimento riguarda il rapporto tra Bushido e istituzioni religiose. Oltre al legame con il buddhismo zen, già toccato in precedenza, è significativo il ruolo dello shintoismo, la religione autoctona giapponese legata al culto degli antenati e delle divinità della natura: molte scuole di spada, come si è visto, nacquero in prossimità di santuari dedicati a divinità guerriere (Kashima e Katori, ad esempio), e l’idea stessa della spada come oggetto sacro — non semplice strumento di offesa, ma quasi un’estensione spirituale del suo possessore — affonda le radici proprio in questa tradizione religiosa sincretica, che mescola elementi shinto, buddhisti e, più tardi, anche confuciani.

 

Proprio l’influsso confuciano merita un cenno a parte: il confucianesimo, importato dalla Cina insieme a gran parte dell’apparato burocratico e culturale giapponese, fornì ai teorici del Bushido un vocabolario etico fondamentale — concetti come la lealtà (chu), la pietà filiale, il rispetto della gerarchia e il valore della rettitudine morale (義, gi) sono tutti mutuati, almeno in parte, dal pensiero confuciano, e vennero integrati nel codice guerriero soprattutto a partire dal periodo Edo (1603-1868), quando il governo dello shogunato Tokugawa promosse attivamente lo studio dei classici confuciani come strumento di stabilità sociale e politica.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine: Kusakabe Kimbei (1841–) Samurai in armatura (circa 1860), stampa all’albumina colorata a mano di Kusakabe Kimbei. Impero del Giappone. La figura a sinistra impugna uno yumi (arco giapponese), quella al centro una katana e quella a destra uno yari (lancia a punta dritta).

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Sport e Marzialistica

Concluso il torneo autunnale di Sumo

Pubblicato

il

Da

Il torneo autunnale di sumo si è concluso domenica 27 settembre e le immagini qua sotto riassumono perfettamente il tema principale al centro dell’attenzione del pubblico nel corso delle due settimane di incontri. Non capita tutti I giorni di vedere un colosso di 190 centimetri per 188 chili scoppiare in lacrime, ma questa è stata una vittoria davvero importante per il campione Onosato Daiki, il gigante buono di Kanazawa.   Il 75esimo yokozuna (ossia grande campione, condizione da cui non si può venire retrocessi ma solo invitati al ritiro definitivo) arrivava da cinque tornei consecutivi senza vittorie, con un infortunio alla spalla sinistra che sembrava potere mettere in dubbio la sua carriera.  

Sostieni Renovatio 21

Nel maggio 2025 aveva riportato il titolo di yokozuna al Giappone dopo quasi vent’anni di dominio mongolo (ironico che i mongoli siano finalmente riusciti a conquistare almeno in parte il Giappone 700 anni dopo che il vento degli dei, kamikaze, fermò l’espansione del loro impero alle porte dell’arcipelago), interrotto solo dalla meteora Kisenosato, costretto al ritiro appunto per un infortunio.   Tutto questo mentre il mondo del sumo ha gli occhi puntati sul ventiduenne ucraino Aonishiki, con già tre vittorie all’attivo e il potenziale per diventare uno dei grandi della storia di questo sport.   Con undici vittorie nei primi dodici incontri, Onosato sembrava tornato il dominatore degli anni scorsi: non è un lottatore particolarmente spettacolare o imprevedibile, ma quando è in forma semplicemente vince, vince fin dal primo istante dell’incontro.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Qui sotto lo si vede battere Yoshinofuji, che lo aveva sconfitto tre volte consecutive negli incontri precedenti. Col torneo che pareva ormai deciso, Onosato si è spento per due giorni, incassando due sconfitte e dando l’impressione di avere completamente perso fiducia in sé stesso.   Nel frattempo Aonishiki completava la rimonta con una vittoria sudata contro il forte rikishi mongolo Kirishima, che quest’anno ha sfiorato la promozione a Yokozuna.  

Iscriviti al canale Telegram

L’incontro decisivo dell’ultimo giorno è arrivato quindi in un clima di sfiducia generale: il timore che Onosato avesse già perso la battaglia con sé stesso dentro la sua testa era forte.   E invece, eccolo tornato il campione che è e sbrigare la pratica in pochi secondi. Dodici vittorie e tre sconfitte per Onosato, che vince così il basho di autunno.   Altri grandi momenti li ha offerti Ura, uno dei lottatori più amati dal pubblico. La sua carriera è stata funestata dagli infortuni, ma la sua fantasia e le sue tecniche imprevedibili sono roba da saltare in piedi dalla sedia. Qui sotto la sua vittoria contro Osho nel terzo giorno del torneo.  

Aiuta Renovatio 21

Per capire con che razza di personaggio abbiamo a che fare, qui sotto lo si vede vincere un incontro nel 2024 con una tecnica (lo zubuneri) che nessuno aveva usato negli ultimi 25 anni! Per lui 10 vittorie e 5 sconfitte, un ottimo risultato nelle sue condizioni.     Il lottatore che però può ritenersi il secondo vincitore del torneo è il nativo di Kyoto Fujikawa (177 cm per 125 kg, quindi non un gigante), che arriva a parità di vittorie con Aonishiki (11 vittorie e 4 sconfitte) ma si porta a casa anche il premio per lo «Spirito Combattivo» (敢闘賞, kantosho) assieme al veterano Asanoyama. Il 21enne ha dato veramente spettacolo e conferma il fatto che c’è una nuova generazione di lottatori giapponesi agguerritissimi in arrivo.   Qui sotto le vittorie contro Aonishiki e la montagna umana Atamifuji.

Iscriviti al canale Telegram

Scendiamo alla seconda categoria, il juryo, per riferire che l’idolo di Renovatio 21, Enho, chiude con un bilancio negativo di sette vittorie e otto sconfitte. Il piccolo grande uomo però ha regalato grandi emozioni anche questa volta, come nel video qui sotto in cui sconfigge Kazuma che lo sopravanza di 18 centimetri e 95 chili.   Ci si rivede a novembre per il torneo di Fukuoka.   Hakkeyoi!   Taro Negishi

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di TSUBAME98 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
           
Continua a leggere

Più popolari