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Fiducia Supplicans e la «benedizione pastorale»

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«La Chiesa deve rifuggire dall’appoggiare la sua prassi pastorale alla fissità di alcuni schemi dottrinali o disciplinari».

 

1. Questo passaggio del numero 25 della recentissima Dichiarazione Fiducia supplicans non è che una ripetizione del principio fondamentale già affermato da Papa Francesco nell’Esortazione postsinodale Amoris laetitia. Questo stesso principio trova la sua giustificazione nel numero 8 della suddetta Dichiarazione, che a sua volta si riferisce al numero 12 del Nuovo Rituale, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1985.

 

«Le benedizioni possono essere considerate tra i sacramentali più diffusi e in continua evoluzione. Esse, infatti, conducono a cogliere la presenza di Dio in tutte le vicende della vita e ricordano che, anche nell’utilizzo delle cose create, l’essere umano è invitato a cercare Dio, ad amarlo e a servirlo fedelmente».

 

Le benedizioni sono «in continua evoluzione». Perché? Perché il loro scopo è «cogliere» e «ricordare»… Cogliere e ricordare: le benedizioni non sarebbero quindi altro che un linguaggio, puri segni, operanti né più né meno che una consapevolezza? Se è davvero così, è logico che si adattino, come ogni linguaggio, alla mentalità di coloro ai quali si rivolgono. Perché l’essenziale, in ogni pastorale, è farsi capire. Da lì segue tutto il resto.

 

2. E innanzitutto, per benedire basta ascoltare le diverse persone «che vengono spontaneamente a chiedere una benedizione» (n. 21). Questa stessa richiesta esprime l’esigenza «della presenza salvifica di Dio nella sua storia» (n. 20).

 

Chiedere la benedizione è riconoscere la Chiesa «come sacramento di salvezza» (ibidem), «ammettere che la vita ecclesiale sgorga dal grembo della misericordia di Dio e ci aiuta ad andare avanti, a vivere meglio, a rispondere alla volontà del Signore» (ibidem). La richiesta, insomma, riflette delle convinzioni, ma cos’altro? Riflette un desiderio di guarigione, una risoluzione efficace?

 

Esprime il desiderio di conversione? Il numero 21 evoca semplicemente, da parte di coloro che chiedono la benedizione, «la loro sincera apertura alla trascendenza, la fiducia del loro cuore che non confida solo nelle proprie forze, il loro bisogno di Dio e il desiderio di uscire dalle anguste misure di questo mondo chiuso nei suoi limiti».

 

E uscire dal peccato? A quanto pare, questo non è questo il caso. Il che non sorprende, poiché la benedizione è un ascolto, perché, come ogni ascolto, non deve preoccuparsi di risoluzioni efficaci. Avviene in un momento di speranza e aspettativa.

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3. Benedire non è solo ascoltare; deve esprimere anche l’amore di Dio e per questo è tutto a tutti. Certamente non può «offrire una forma di legittimazione morale a una prassi sessuale extra-matrimoniale» (n. 11). Ma «si deve altresì evitare il rischio di ridurre il senso delle benedizioni soltanto a questo punto di vista, perché ci porterebbe a pretendere, per una semplice benedizione, le stesse condizioni morali che si chiedono per la ricezione dei sacramenti».

 

«Tale rischio esige che si ampli ulteriormente questa prospettiva. Infatti, vi è il pericolo che un gesto pastorale, così amato e diffuso, sia sottoposto a troppi prerequisiti di carattere morale, i quali, con la pretesa di un controllo, potrebbero porre in ombra la forza incondizionata dell’amore di Dio su cui si fonda il gesto della benedizione». (N. 12)

 

La benedizione deve quindi esprimere l’amore di Dio in modi differenziati. L’essenziale è non «perdere la carità pastorale, che deve attraversare tutte le nostre decisioni e atteggiamenti» ed evitare di «essere giudici che solo negano, respingono, escludono» (n. 13).

 

4. Il nuovo «magistero» pastorale inaugurato da Giovanni XXIII non mira più a convertire. Tanto varrebbe dire che non cerca più di condurre le anime fuori dal peccato. Ascolta e dialoga. E così facendo, dà al mondo i mezzi per realizzarsi come tale, fuggendo dal materialismo, in un’apertura alla trascendenza.

 

«In fondo, la benedizione offre alle persone un mezzo per accrescere la loro fiducia in Dio. La richiesta di una benedizione esprime ed alimenta l’apertura alla trascendenza, la pietà, la vicinanza a Dio in mille circostanze concrete della vita, e questo non è cosa da poco nel mondo in cui viviamo. È un seme dello Spirito Santo che va curato, non ostacolato» (n. 33).

 

E il peccato? E la conversione? E la salvezza eterna? Non una parola. Vi è stato detto: la benedizione è lì per aiutarvi a cogliere «la presenza di Dio in tutte le vicende della vita».

 

5. Ecco perché «la Chiesa, inoltre, deve rifuggire dall’appoggiare la sua prassi pastorale alla fissità di alcuni schemi dottrinali o disciplinari». Ciò è comprensibile, poiché la benedizione è un aspetto della pastorale e la pastorale consiste nell’ascolto e nel dialogo, nel «cogliere» e nel «ricordare».

 

In questo ambito gli schemi non sono adeguati, danno «luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario, dove invece di evangelizzare si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (citazione di Papa Francesco al n. 25).

 

Pertanto, «quando le persone invocano una benedizione non dovrebbe essere posta un’esaustiva analisi morale come precondizione per poterla conferire. Non si deve richiedere loro una previa perfezione morale» (n. 25). Perché non si tratta di conversione. Si tratta di dialogo e ascolto.

 

Il principio base di questo ascolto, che è anche il principio base della Nuova Evangelizzazione, è che «noi per Dio siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare, perché Lui è padre, è madre, è amore puro, Lui ci ha benedetto per sempre. E non smetterà mai di benedirci» (n. 27). Se ci atteniamo a questo principio, esiste l’Inferno? E se esistesse, non sarebbe piuttosto vuoto? …

 

Questo principio è quello di «far sentire a quelle persone che rimangono benedette nonostante i loro gravi errori, che il Padre celeste continua a volere il loro bene e a sperare che si aprano finalmente al bene» (ibidem). «Aprirsi al bene»: in che senso?

 

Si tratta solo del «desiderio di uscire dalle anguste misure di questo mondo chiuso nei suoi limiti»? Logicamente sì. Ed è per questo che la conclusione tanto attesa appare inevitabile. Anche le coppie dello stesso sesso hanno il diritto di ricevere la benedizione della Chiesa.

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6. Questa conclusione arriva nero su bianco, non a caso, al numero 31 della Dichiarazione. «Nell’orizzonte qui delineato si colloca la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso».

 

Viene naturalmente specificato che tale benedizione avrà una «forma [che] non deve trovare alcuna fissazione rituale da parte delle autorità ecclesiali, allo scopo di non produrre una confusione con la benedizione propria del sacramento del matrimonio». E il numero 39 si aggiunge a questa precauzione che vuole essere rassicurante – ci chiediamo anche a chi si rivolge:

 

«Ad ogni modo, proprio per evitare qualsiasi forma di confusione o di scandalo, quando la preghiera di benedizione, benché espressa al di fuori dei riti previsti dai libri liturgici, sia chiesta da una coppia in una situazione irregolare, questa benedizione mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio. Lo stesso vale quando la benedizione è richiesta da una coppia dello stesso sesso».

 

Ma il numero 40 si affretta a riaprire le porte chiuse dal numero precedente: «Tale benedizione può invece trovare la sua collocazione in altri contesti, quali la visita a un santuario (Lisieux?), l’incontro con un sacerdote (alla fine della messa?), una preghiera recitata in gruppo (durante la recita dei vespri o del rosario?) o durante un pellegrinaggio (Lourdes, Fatima?)».

 

«Infatti, attraverso queste benedizioni che vengono impartite non attraverso le forme rituali proprie della liturgia, bensì come espressione del cuore materno della Chiesa, analoghe a quelle che promanano in fondo dalle viscere della pietà popolare, non si intende legittimare nulla ma soltanto aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà».

 

Le forme rituali proprie della liturgia non sarebbero dunque l’espressione del cuore materno della Chiesa? Sembra di no, poiché il numero 36 specifica che voler fare di queste benedizioni un atto liturgico «costituirebbe un grave impoverimento, perché sottoporrebbe un gesto di grande valore nella pietà popolare ad un controllo eccessivo, che priverebbe i ministri della libertà e della spontaneità nell’accompagnamento pastorale della vita delle persone».

 

Sempre questa dialettica infantile e dannosa tra autorità e libertà, tra legge e carità, tra giustizia e amore. Ricordiamo per il momento che questo tipo di «benedizione» può avvenire all’interno delle chiese e, perché no, alla balaustra, davanti all’altare maggiore.

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7. Queste benedizioni scenderanno «su coloro che, riconoscendosi indigenti e bisognosi del suo aiuto, non rivendicano la legittimazione di un proprio status, ma mendicano che tutto ciò che di vero di buono e di umanamente valido è presente nella loro vita e relazioni, sia investito, sanato ed elevato dalla presenza dello Spirito Santo» (n. 31).

 

Si tratta quindi di un miglioramento, basato su ciò che già è buono, non di una cura. Non si dice assolutamente nulla di ciò che è falso e cattivo, anche umanamente parlando, tanto meno del peccato stesso. Niente di niente, né qui né altrove nel resto del documento. Ma almeno esiste?

 

Ciò che conta è che «le umane relazioni possano maturare e crescere nella fedeltà al messaggio del Vangelo, liberarsi dalle loro imperfezioni e fragilità ed esprimersi nella dimensione sempre più grande dell’amore divino» (ibidem). Imperfezioni e fragilità… Non è dire troppo poco quando si parla di adulterio o di omosessualità?

 

È vero che «la grazia di Dio, infatti, opera nella vita di coloro che non si pretendono giusti ma si riconoscono umilmente peccatori come tutti. Essa è in grado di orientare ogni cosa secondo i misteriosi ed imprevedibili disegni di Dio». Disegni misteriosi e imprevedibili, sì, alcuni corrispondono a ciò che i teologi designano come volontà divina «di beneplacito».

 

Ma c’è anche una volontà divina «significata» e che si esprime in modo niente affatto misterioso ma perfettamente chiaro, e che corrisponde a disegni perfettamente prevedibili: la volontà di Dio così come si esprime attraverso i dieci comandamenti e la legge della Chiesa. Prima di benedire in ogni direzione, non sarebbe opportuno ricordare queste esigenze e sollecitarle con tutta la persuasione possibile?

 

Al numero 40 vengono descritte le ambizioni di questo nuovo ministero pastorale di «aprire la propria vita a Dio, chiedere il suo aiuto per vivere meglio, ed anche invocare lo Spirito Santo perché i valori del Vangelo possano essere vissuti con maggiore fedeltà». L’incoerenza di tali espressioni è troppo vaga per non diventare dilatoria.

 

8. L’impatto di questa Dichiarazione, sinistra e vergognosa al tempo stesso, si farà sentire soprattutto tra i cattolici, che ancora una volta saranno scossi nella loro morale e veramente scandalizzati, cioè spinti – esortati addirittura – a non più semplicemente tollerare, ma ammettere l’inaccettabile.

 

Il risultato più tangibile, nell’immediato futuro, si sente sulle prime pagine di tutti i giornali, dove titolano che il Vaticano autorizza finalmente (è la prima volta) la benedizione delle coppie omosessuali.

 

9. Questa Dichiarazione è dunque davvero scandalosa e lo scandalo che suscita è grande. Dov’è allora la «mola asinaria» del Vangelo (1)?… Ma poiché la bontà di Dio resta grande, sarà senza dubbio necessario creare più spazio nelle chiese della Tradizione, per accogliere – come nella stalla di Betlemme – tutti i poveri cattolici sempre più delusi nella loro fiducia…

 

Don Jean-Michel Gleize

FSSPX

 

NOTE

1) «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt, 18, 6).

 

 

Don Jean-Michel Gleize è professore di Apologetica, Ecclesiologia e Dogma al Seminario San Pio X di Econe. È il principale collaboratore del Courrier de Rome. Ha partecipato alle discussioni dottrinali tra Roma e la FSSPX tra il 2009 e il 2011.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

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Immagine: Tiziano Vecellio, Salvator Mundi, circa 1570, Museo dell’Ermitage San Pietroburgo

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.

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Spirito

Stati Uniti: alcuni vescovi si pentono della preghiera con Donald Trump

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La diffusione di un video che mostra dodici vescovi cattolici in preghiera attorno al presidente statunitense, il 22 ottobre 2026, ha scatenato una polemica a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato. Diversi prelati denunciano una strumentalizzazione politica del loro incontro alla Casa Bianca.   Donald Trump, seduto dietro la sua scrivania, circondato da vescovi cattolici, alcuni dei quali posano la mano su di lui: le immagini diffuse il 22 ottobre dalla Casa Bianca hanno rapidamente fatto il giro dei social network. La preghiera è guidata da mons. James Golka, arcivescovo di Denver, che chiede la benedizione divina sul presidente e sugli Stati Uniti.   La scena avviene a dodici giorni dalle elezioni legislative del 3 novembre. Pubblicato da Margo Martin, consigliera per la comunicazione del presidente, poi rilanciato dall’account della campagna di Donald Trump, il video provoca subito reazioni. Diversi vescovi presenti denunciano un uso politico della loro preghiera.   Eppure intendevano approfittare della loro trasferta a Washington per affrontare con l’amministrazione americana diversi dossier: la politica migratoria, i visti dei sacerdoti e dei religiosi stranieri, la libertà religiosa, la difesa della vita e l’educazione.   Secondo mons. Jeffrey Grob, arcivescovo di Milwaukee, i prelati si sono dapprima confrontati per circa novanta minuti con dei consiglieri della Casa Bianca, prima di essere condotti nello Studio Ovale. Donald Trump li ha accolti, ha consegnato loro dei ricordi, poi li ha invitati a pregare attorno a lui. L’incontro sarebbe stato preparato con il concorso di Mario Enzler, collaboratore della Heritage Foundation, influente think tank conservatore associato al Project 2025.   La fondazione contesta tuttavia di averne curato l’organizzazione. Quanto alla Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB), ha precisato di non aver né organizzato né patrocinato questa riunione.

Delle scuse pubbliche

Il 25 ottobre, mons. Jeffrey Grob pubblica una lettera intitolata A Public Apology («Scuse pubbliche»). L’arcivescovo di Milwaukee afferma che i vescovi non avevano autorizzato la diffusione delle fotografie e ignoravano che un video fosse in corso di registrazione. Si dice profondamente rattristato che una preghiera rivolta a Dio sia stata utilizzata in questo modo. «L’incontro non costituiva in alcun modo un sostegno al presidente, alla sua politica o al suo partito», insiste.   Mons. Grob riconosce di aver esitato prima di accettare l’invito. «Avrei desiderato aver ascoltato le mie reticenze», scrive, dopo aver ricevuto numerosi messaggi di fedeli turbati dalla sua partecipazione. Alcuni gli hanno in particolare manifestato la loro sofferenza di fronte alle misure adottate dall’amministrazione Trump. L’arcivescovo chiede perdono per il danno che la sua presenza può aver causato.   Mons. William Joensen, vescovo di Des Moines, ha anch’egli espresso il proprio rammarico, riconoscendo di aver peccato di ingenuità di fronte al rischio di una strumentalizzazione partitica dell’incontro.

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L’arcivescovo di Denver difende il suo gesto

Mons. James Golka, che ha guidato la preghiera, tiene un discorso diverso. In un’intervista concessa a Denver Catholic, il giornale della sua arcidiocesi, riconosce che la diffusione delle immagini a pochi giorni dal voto poteva dare l’impressione di un sostegno elettorale. Ma assicura che tale non è mai stata la sua intenzione. «Facevo ciò che fa un sacerdote cattolico», risponde a coloro che gli rimproverano la sua partecipazione.   L’arcivescovo spiega che avrebbe tenuto esattamente le stesse parole davanti a un presidente democratico. «Preghiamo per le persone. Benediciamo coloro che hanno bisogno di una benedizione. E tutti abbiamo bisogno di essere benedetti, assolutamente ciascuno di noi».   Mons. Golka ricorda inoltre che la Chiesa non sostiene alcun candidato né alcun partito politico. Ritiene tuttavia indispensabile che i vescovi possano dialogare con le autorità su questioni come la difesa dei bambini non ancora nati, la situazione delle famiglie immigrate e quella dei più poveri.   Mons. Scott Bullock, vescovo di Rapid City, anch’egli presente alla Casa Bianca, ha a sua volta difeso l’incontro, respingendo ogni intento elettorale. Strumentalizzazione elettorale o legittima preghiera per il capo dello Stato? Se due vescovi deplorano l’uso politico delle immagini, altri mantengono la fondatezza della loro iniziativa, ricordando l’esortazione di san Paolo a pregare «per i re e per tutti coloro che sono elevati in dignità» (1 Tm 2, 2).

Un’inquietante analogia

Tuttavia, quel che più colpisce, e che senz’altro ferisce il sentire cattolico ancor più dell’ingenuità di fronte alla strumentalizzazione politica, è l’ennesima occasione di confusione dottrinale favorita da alcuni successori degli Apostoli. È stato snaturato l’autentico significato della preghiera, che va a sovrapporsi in modo inquietante a quella di matrice protestante, con evidenti elementi di sincretismo: non passa inosservata infatti la presenza, in mezzo ai vescovi cattolici – ma tra tutti la più vicina al presidente – di Paula White-Cain la consulente evangelica dell’«Ufficio per la Fede» della Casa Bianca.   Insomma, ormai fa più scandalo che un vescovo preghi per un uomo politico, piuttosto che un vescovo preghi insieme agli eretici, uniformandosi (almeno esteriormente) ad una concezione della preghiera che niente ha a che fare col cattolicesimo.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Spirito

Assisi 2026: Leone XIV rivendica l’eredità di Giovanni Paolo II

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L’incontro interreligioso svoltosi ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026 si è concluso con un nuovo appello comune alla pace. Ma che valore ha una pace senza Gesù Cristo, il Principe della pace?

 

La città di Assisi ha accolto di nuovo un raduno interreligioso, quarant’anni dopo quello convocato da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Dal 25 al 27 ottobre 2026, la Comunità di Sant’Egidio vi ha riunito più di 380 responsabili religiosi, tra i quali rappresentanti cattolici, ortodossi e protestanti, ma anche dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del buddismo, dello scintoismo, del sikhismo, del taoismo e dello zoroastrismo.

 

Posta sotto il tema «Pace disarmata e disarmante», la manifestazione si è aperta domenica 25 ottobre a Bastia Umbra, vicino ad Assisi. È proseguita con due giornate di conferenze dedicate in particolare ai conflitti armati, al disarmo, alle migrazioni, alla crisi ambientale e al dialogo tra le religioni. Ma è soprattutto la giornata di martedì 27 ottobre, che segnava il quarantesimo anniversario dell’incontro convocato da Giovanni Paolo II, a dare all’evento il suo carattere più scandaloso.

 

Preghiere separate, poi una processione comune

Alle 15.30, i rappresentanti delle diverse religioni sono stati invitati a pregare per la pace, ciascuno secondo le proprie credenze e i propri riti.

 

Nella basilica inferiore di San Francesco, dei cattolici hanno pregato accanto a rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle comunità protestanti. Il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli e il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, vi hanno pronunciato delle meditazioni.

 

Il patriarca ortodosso ha evocato le sofferenze provocate dai conflitti attuali e ha invitato i credenti a diventare artigiani di pace. Il cardinale Zuppi, da parte sua, ha presentato l’incontro e il dialogo come i mezzi per superare le divisioni e i conflitti.

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Nel frattempo, i rappresentanti delle religioni non cristiane compivano le proprie preghiere in diversi luoghi situati attorno al Sacro Convento, il convento francescano attiguo alla basilica. Ebrei, musulmani, indù, buddisti e rappresentanti di altri culti si sono così rivolti alle loro divinità o hanno praticato i rispettivi riti.

 

Dopo queste cerimonie distinte, i responsabili religiosi si sono ritrovati fianco a fianco e hanno raggiunto in processione la piazza inferiore della basilica di San Francesco. È là che si è svolta la cerimonia interreligiosa di chiusura, davanti ai rappresentanti delle diverse religioni riuniti su uno stesso palco.

 

Mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi, ha preso la parola, seguito in particolare da Touch Sarith, presidente di un’associazione buddista cambogiana, e da Koko Kondo, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha poi ricordato l’eredità di Giovanni Paolo II e gli incontri interreligiosi organizzati dal 1986. A suo dire, lo “spirito di Assisi” ha permesso di mantenere il dialogo tra le religioni nonostante le guerre e le tensioni internazionali.

 

Leone XIV rivendica i frutti di quarant’anni di dialogo interreligioso

Leone XIV avrebbe dovuto inizialmente partecipare a questa giornata, ma il suo viaggio è stato annullato su raccomandazione medica, dopo un intervento di chirurgia toracica. Il papa ha tuttavia voluto associarsi alla manifestazione con un messaggio video trasmesso durante la cerimonia finale.

 

Ha dapprima espresso il rammarico di non poter essere presso la tomba di san Francesco, poi ha ringraziato il Dicastero per il dialogo interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per aver proseguito la via aperta dai suoi predecessori. Il papa ha espressamente rivendicato l’eredità dell’incontro del 1986. Ricordando che Giovanni Paolo II aveva invitato a continuare a vivere lo «spirito di Assisi», ha citato Francesco, secondo il quale quella prima giornata non doveva restare un evento isolato. Leone XIV ha salutato il cammino percorso in quarant’anni, affermando che ha portato molti frutti.

 

Ha poi evocato a lungo l’evoluzione della situazione internazionale dalla guerra fredda. Dopo il 1989, ha spiegato, molti avevano sperato che la globalizzazione avrebbe portato una pace duratura. Citando la sua enciclica Magnifica humanitas, ha ricordato l’eccessiva fiducia accordata ai mercati per garantire il benessere, la democrazia e la stabilità. Secondo il papa, questa globalizzazione non ha automaticamente prodotto l’unità e la pace, ma ha anche suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionaliste.

 

Ha denunciato un’inquietante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale e ha ricordato gli avvertimenti del Catechismo della Chiesa cattolica sull’accumulo degli armamenti considerato come mezzo di dissuasione. È in questo contesto che ha chiesto di far crescere lo “spirito di Assisi”, che presenta come il rifiuto di giustificare religiosamente la guerra, associato alla mediazione, al dialogo e all’azione in favore della pace.

 

Per Leone XIV, la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli e guidare le loro decisioni. «Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, e non preparare altre guerre», ha dichiarato, prima di affermare: «La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Non esiste alcuna guerra santa: solo la pace è santa!»

La preghiera delle religioni presentata come via verso la pace

Leone XIV ha poi giustificato il percorso religioso avviato ad Assisi. «Il cammino iniziato ad Assisi nella ricerca comune della pace è innanzitutto quello della preghiera», ha spiegato. Ha proseguito affermando che la preghiera poteva sembrare debole davanti alle potenze del mondo, ma costituiva la forza umile dei credenti. Ha chiesto che Dio tocchi il cuore di coloro che vogliono la guerra e il terrorismo, ricordando che non si prega mai invano.

 

Il papa ha inoltre presentato la preghiera come una scuola di dialogo con Dio, con gli uomini e con tutte le creature, evocando san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte.

 

Infine, ha chiesto ai responsabili religiosi di sviluppare il dialogo tra i loro fedeli e nella società, affinché il linguaggio dell’arroganza sia sostituito da quello della pace, del negoziato e della comprensione. Il suo intervento si è concluso con un’invocazione per la pace in tutti i paesi del mondo e con la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9).

 

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«Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio»

Alle 17, i partecipanti hanno proclamato l’Appello di pace 2026, documento finale dell’incontro. Il testo si apre a nome di «donne e uomini di religioni diverse» riuniti ad Assisi. Ripercorre i quarant’anni trascorsi dal 1986, affermando che i partecipanti hanno pregato e lavorato per un mondo senza guerre e che hanno fatto l’esperienza della forza storica della preghiera.

 

L’appello chiede la fine dei conflitti armati, la riduzione delle spese militari e una de-escalation di fronte al rischio nucleare. Chiede che le risorse destinate agli armamenti siano impiegate per l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro e le cure.

 

Ma al di là di queste rivendicazioni, il documento formula un’affermazione religiosa rivelatrice dello spirito dell’incontro: «Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la saggezza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono».

 

Così, delle religioni che negano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, rifiutano la Santissima Trinità o professano credenze incompatibili con la Rivelazione cattolica sono presentate collettivamente come detentrici di doni ricevuti da Dio. Il testo chiede inoltre che ogni luogo di culto e di preghiera diventi una casa di pace e di solidarietà umana. Dopo la sua proclamazione, l’appello è stato consegnato a un gruppo di bambini. I responsabili religiosi hanno poi acceso dei candelabri disposti davanti alla basilica, gesto simbolico che ha segnato la fine dell’incontro.

 

Quale messaggio rivolge una simile manifestazione al mondo? Che tutte le religioni sarebbero ugualmente capaci di rivolgersi a Dio e di ottenere i suoi favori.

 

E se possono tutte condurre gli uomini a Dio, perché bisognerebbe ancora appartenere alla Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo?

 

Ponendo pubblicamente la religione cattolica sullo stesso piano delle religioni fondate dagli uomini, il Vicario di Cristo lascia intendere che queste potrebbero condurre le anime in Cielo.

 

Ciò costituisce una grave offesa a Dio, così come si è rivelato all’umanità e così come la Chiesa ha ricevuto la missione di farlo conoscere, oltre a mantenere una confusione carica di conseguenze per le anime.

 

Quando colui che ha ricevuto la missione di confermare i suoi fratelli nella fede sembra mettere la verità e l’errore sullo stesso piano, come possono ancora gli uomini riconoscere dove si trovi la via della salvezza?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Spirito

Cardinale afferma che la Chiesa «non è qui per convertire»

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L’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, ha affermato che la Chiesa cattolica «non è una Chiesa proselitistica, non è una Chiesa che è lì per convertire», e che dovrebbe invece cercare di trovare il suo posto all’interno della società algerina. Lo riporta LifeSite.   In una recente intervista al sito di notizie cattoliche belga CathoBel, segnalata da AdVaticanum, Vesco ha affermato: «Siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitistica, non una Chiesa che è lì per convertire, ma una Chiesa che aspira a essere una componente di questo popolo». Ha inoltre affermato che «nelle religioni monoteiste, il proselitismo è veleno, perché implica considerare falsa la religione dell’altro». «Ci consideriamo una fortezza assediata? O scegliamo la fraternità?», ha chiesto Vesco. «Per me, è l’unica opzione che valga la pena».   Secondo quanto riportato da AdVaticanum, Vesco ha affermato che i cristiani non dovrebbero cercare di ripristinare un antico ordine politico cristiano come risposta ai cambiamenti demografici e culturali contemporanei. «I cristiani hanno un’altra carta da giocare, oltre a ristabilire un regime della cristianità».   L’arcivescovo di Algeri ha anche affermato che la sinodalità ha cambiato in modo permanente il funzionamento della Chiesa e ha «seppellito ogni possibilità» di un futuro Concilio Vaticano III composto esclusivamente da vescovi. I commentatori cattolici si sono scatenati in rete, parlando di tradimento del Vangelo. In particolare, è completamente negato da parole del genere quanto contenuto nel Vangelo secondo Matteo 28, 16-20: «Quanto agli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte indicato loro da Gesù. Vedendolo, l’adorarono; ma qualcuno dubitava. avvicinandosi parlò loro così: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”».   Il comandamento è ripetuto anche in Atti 1, 8: «ma voi riceverete forza di Spirito Santo, quando verrà su di voi; e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e la Samaria, e fino alle estremità della terra».   Anche nel Vangelo secondo Marco (16, 15) sta scritto: «Poi disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura».   La Chiesa conciliare sembra aver abdicato quindi, oltre cheall’evangelizzazione, anche al Vangelo stesso. Epperò, è evidente che si tratta di un fenomeno chiaro: togli il Vangelo, togli l’evangelizzazione. Togli la Messa, togli il Vangelo. Togli Dio, togli la Messa. Togli Dio, togli tutto – essere umano compreso.  

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Immagine di Meeting Rimini via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
   
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