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La ribellione di Evgenij Prigozhin

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Al contrario dei commenti della stampa occidentale, Evgenij Prigozhin non ha tentato un colpo di Stato contro Vladimir Putin. Ha voluto ricattarlo per mantenere gli esorbitanti privilegi accumulati con la sua società militare privata. Alla fine si è arreso ed è rientrato nei ranghi.

 

 

Il tentativo di «colpo di Stato» di Evgenij Prigozhin può rovesciare l’esito del conflitto ucraino? Questo era l’auspicio della NATO che ha allertato gli agenti segreti dormienti in Russia. Il Regno Unito e gli Stati Uniti nutrivano la speranza di frazionare finalmente il Paese, cosa che non riuscirono a portare a termine nel 1991 (1).

 

La creazione di società militari private (SMP), tra cui il Gruppo Wagner, è stata un’idea, validata dal presidente Vladimir Putin, per testare nuove modalità di comando e adottare le più efficaci nelle forze armate. Per alcuni anni queste società hanno effettivamente sperimentato nuovi metodi e spesso ne hanno dimostrato l’adeguatezza. Era quindi arrivato il momento di concludere la ristrutturazione delle forze armate russe sciogliendo le SMP e integrandole nelle forze armate regolari (2). Il presidente Putin aveva fissato una data: il 1° luglio. Il mese scorso il ministro della Difesa ha perciò inviato proposte di contratto alle società militari private per pianificarne l’inserimento. Ma il Gruppo Wagner si è rifiutato di rispondere ed Evgenij Prigozhin ha moltiplicato gli insulti al ministro e al capo di Stato maggiore.

 

È importante capire cosa sta succedendo: la creazione di società militari private da parte della Russia è analoga a quanto fatto dagli Stati Uniti con il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: hanno incrementato il ricorso alle SMP a fianco del Pentagono. All’inizio l’idea ha funzionato, ma poi queste società hanno lavorato anche per la CIA e la mescolanza dei generi ha prodotto una serie di catastrofi. Quando le SMP lavoravano solo per il Pentagono i loro capi si esprimevano pubblicamente, come Erik Prince di Blackwater. Non hanno però mai preso posizione contro il segretario alla Difesa o contro il presidente del comitato dei capi di Stato maggiore.

 

Sia detto per inciso: né i soldati statunitensi di Black Water né quelli russi di Wagner sono mercenari. Combattono per il loro Paese e sono pagati per correre grandissimi rischi, che non possono essere chiesti ai soldati regolari. I mercenari invece combattono al comando di una potenza straniera in cambio di denaro.

 

Nessuno Stato può tollerare che il capo di una società militare privata, per due mesi pubblichi video incendiari contro i capi delle forze armate regolari, oltretutto in piena operazione militare.

 

La Russia invece lo ha consentito a Prigohzin. I corrispondenti da noi consultati in questi due mesi erano concordi nel ritenere che il Cremlino consentisse gli sbraitamenti di Prigohzin per attirare l’attenzione degli Occidentali e così distrarli dalla riorganizzazione delle forze armate regolari. Molti di loro hanno alzato gli occhi al cielo quando a marzo è corsa voce della candidatura di Prigohzin alla presidenza dell’Ucraina: l’imbroglione aveva perso il senso della misura?

 

Sin dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina i servizi segreti occidentali si sono concentrati su Prigohzin. Il 18 marzo hanno rivelato un migliaio di documenti sulle sue attività (3), nell’intento di dimostrare che la rete delle società da lui create avvalorava l’accusa alla Russia di non essere una potenza anticoloniale perché Wagner saccheggia l’Africa. Ma questi documenti mostrano che Prigohzin è un delinquente, ma non che deruba i Paesi con cui lavora.

 

Il capo di Wagner contribuiva a combattere la corruzione all’interno delle forze armate russe, ma questo non gli impediva di alimentare la corruzione fuori dalle forze armate. È possibile che, grazie a queste indagini, gli Occidentali abbiano trovato il modo di manipolarlo; Prigohzin è al tempo stesso patriota e truffatore acclarato, già condannato in Unione Sovietica. Non lo sappiamo e potremo saperlo solo dopo la conclusione della vicenda.

 

Resta il fatto che Prigohzin si è lanciato un un’impresa degna degli oligarchi dell’epoca di Eltsin. Sostiene che il ministro della Difesa, il tuvano Sergei Shoigu, è andato a Rostov sul Don per sovrintendere al bombardamento delle truppe di Wagner. Lo accusa di aver assassinato migliaia di suoi uomini. Infine, Prigohzin ha abbandonato il fronte per andare a sua volta a Rostov e occupare il quartier generale delle forze armate regolari. Ha annunciato di marciare su Mosca alla testa di 25 mila uomini per saldare i conti con il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore.

 

Nell’ultimo video Prigozhin dichiara: «Eravamo pronti a fare concessioni al ministero della Difesa, a consegnare le armi, a trovare un accordo su come continuare a difendere il Paese (…) Oggi hanno attaccato con razzi i nostri campi. Molti soldati sono morti. Decideremo come reagire a questa atrocità. Il prossimo round sarà nostro. Quest’uomo [il ministro della Difesa] sarà arrestato».

 

Wagner dispone sicuramente di 25 mila uomini, ma non tutti sono sul fronte ucraino. Molti sono in Asia e in Africa. Inoltre, benché disponga di aerei, la sua forza è inadeguata rispetto a quella delle forze armate regolari, per cui non avrebbe potuto proteggere la colonna dei suoi uomini dai bombardamenti.

 

In meno di una giornata tutte le autorità della Federazione di Russia hanno rinnovato la fedeltà al Cremlino. Il presidente Putin ha tenuto un discorso in televisione in cui ha richiamato il precedente del 1917, quando Lenin ritirò la Russia zarista dalla prima guerra mondiale sebbene fosse vicina alla vittoria. Putin ha esortato tutti ad assumersi le proprie responsabilità e a servire la patria invece di lanciarsi in avventure personali.

 

Nel suo discorso Putin ha anche elogiato il coraggio dei soldati di Wagner, molti dei quali sono morti per la patria: non li ha ritenuti responsabili della situazione, ma ha chiesto loro di non seguire il loro capo che si è messo contro lo Stato, quindi contro il popolo.

 

Il presidente Putin ha così concluso la breve allocuzione: «Salveremo ciò che ci è caro e consideriamo santo. Supereremo tutte le prove e diventeremo ancora più forti».

 

Il discorso televisivo del presidente è stato diffuso a ciclo continuo sulle reti televisive russe, rendendo drammatica la situazione.

 

Il Procuratore generale della Federazione di Russia ha aperto un’inchiesta su Prigozhin per «organizzazione di ribellione armata».

 

Le autorità ucraine hanno rivolto sui social network un appello all’opposizione bielorussa, invitandola ad approfittare del disordine russo per sollevarsi ed eliminare il presidente Alexandre Lukashenko (4).

 

I servizi segreti russi, che sin dall’inizio, in disparte, osservavano tutti i protagonisti della ribellione, hanno fatto arrestare in flagranza di reato i traditori che in Bielorussia e in Russia si sono tolti la maschera.

 

Nel corso della giornata il presidente bielorusso Lukashenko, che aveva ricevuto una telefonata da Putin, ha ingiunto a Prigozhin di abbandonare l’iniziativa e di riportare le truppe al fronte. Putin ha dato la propria parola di rispettare l’accordo firmato dal ribelle Prigozhin, il quale ha annunciato di desistere dal tentativo di rovesciamento di Shoigu e Gerasimov.

 

Fine della storia.

 

Prima osservazione: non si è mai trattato di un tentativo di colpo di Stato. Wagner non aveva i mezzi per prendere Mosca e Prigozhin non ha mai verbalmente attaccato il presidente Putin. Del resto quest’ultimo non ha mai denunciato un tentativo di colpo di Stato, ma parlato di «pugnalata alla schiena» delle forze russe impegnate in Ucraina.

 

Seconda osservazione: non è stato nemmeno un ammutinamento: Wagner non dipende dal ministro della Difesa, ma direttamente dalla presidenza. Prigozhin si è ribellato a essa, a essa soltanto: l’unica sua rivendicazione era conservare l’indipendenza dalle forze armate regolari. Sebbene rassegnato a rinunciare alle attività militari, non intende però rinunciare all’intreccio d’interessi sviluppati in tutte le zone operative in cui Wagner è presente. Come abbiamo detto, l’uomo è al tempo stesso un patriota e un truffatore.

 

Terza osservazione: secondo le parole del presidente Putin, si tratta di «ribellione armata» e di «abbandono di posto». Wagner ha lasciato il fronte, ma gli ucraini non hanno osato, o non hanno potuto, attaccare la sezione del fronte abbandonata. Ma non c’è nulla di più riprovevole per i russi di abbandonare il proprio posto. Per questa ragione il giorno precedente Prigozhin aveva diffuso un video in cui affermava che negli ultimi otto anni Kiev non ha mai bombardato il Donbass, contraddicendo spudoratamente le osservazioni dell’OCSE e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Sfortunatamente per lui, i russi non sopportano più che si metta in dubbio la loro buona fede.

 

Allo stato attuale delle cose s’impone un’ulteriore osservazione: pur ribellandosi al presidente Putin, Prigozhin non ha ucciso nessuno; le sue truppe sono entrate a Rostov sul Don senza incontrare resistenza. Le forze regolari russe non hanno attaccato la sede di Wagner a San Pietroburgo. Gli uomini di Prigozhin non hanno marciato su Mosca. Il ministero della Difesa sembra non abbia lanciato missili sui soldati di Wagner. Il procuratore generale ha chiuso la vicenda della ribellione. I miliziani di Wagner che non hanno partecipato alla ribellione sono stati immediatamente inseriti nelle forze armate regolari. Tre unità sono tornate al fronte. La sorte dei miliziani che hanno partecipato alla rivolta sarà decisa caso per caso.

 

In sostanza lo Stato non ne esce indebolito. I due vincitori sono la Federazione di Russia e la Bielorussia. Tuttavia permane nei russi l’impressione che la vicenda sia stata in gran parte una messinscena: una ribellione minacciosa immediatamente dissipata. L’unica cosa che resterà sarà la messa in causa del comando militare; un’idea ostinata, nonostante la fiducia della popolazione nello spirito di sacrificio dei soldati.

 

Al termine di questa strana vicenda il presidente Putin è intervenuto di nuovo in televisione, elogiando ancora i combattenti di Wagner e invitandoli a unirsi alle forze armate regolari, o ad altre forze di sicurezza. Ha offerto loro anche la possibilità di rientrare a casa propria o di unirsi a Prigozhin, in Bielorussia.

 

Sui social network circolano ipotesi di ogni genere. La più sorprendente rivela che Wagner non avrebbe potuto ribellarsi e marciare sulla capitale senza l’aiuto del ministero della Difesa, da cui riceveva i rifornimenti di carburante.

 

Nelle prossime settimane dovrebbe terminare l’ultima fase della trasformazione delle forze armate russe. Non è affatto certo che coloro che ieri si sono scontrati si rivelino avversari.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «La strategia occidentale per smantellare la Federazione di Russia», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 16 agosto 2022.

2) «La riorganizzazione delle forze armate russe», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 3 giugno 2023.

2) Sono consultabili qui.

4) «Chi vuole rovesciare il presidente Lukashenko?», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 settembre 2020.

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Terza petroliera in fiamme al largo dell’Oman dopo gli attacchi USA

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Una petroliera petrolchimica ha preso fuoco al largo delle coste dell’Oman dopo essere stata colpita da colpi d’arma da fuoco sparati dalle forze statunitensi. Si tratta del terzo incidente di questo tipo questa settimana nello Stretto di Ormuzzo.

 

Il ministero degli Esteri indiano ha definito gli attacchi profondamente preoccupanti e ha affermato che tutti i 20 membri dell’equipaggio indiano a bordo della nave sono al sicuro.

 

L’incidente si verifica dopo che mercoledì Nuova Delhi ha presentato una protesta diplomatica all’incaricato d’affari statunitense in seguito alla morte di tre indiani quando un’altra petroliera è stata colpita.

 

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato di aver agito contro la MT Jalveer, battente bandiera della Guinea-Bissau, poiché «tentava di trasportare petrolio dall’Iran attraverso il Golfo dell’Oman».

 

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Secondo quanto riportato, un aereo avrebbe lanciato due missili Hellfire nella sala macchine della nave dopo che l’equipaggio si era «ripetutamente rifiutato» di obbedire agli ordini delle forze statunitensi.

 

Il ministero degli Affari Esteri indiano ha descritto l’incidente come un «incidente di sicurezza marittima» e ha affermato che l’equipaggio interamente indiano della Jalveer è al sicuro. «I continui incidenti che colpiscono la navigazione commerciale nella regione sono motivo di profonda preoccupazione», ha aggiunto.

 

Un portavoce del ministero dei Trasporti marittimi ha dichiarato che l’equipaggio è stato evacuato al porto di Shinas e che il ministero sta monitorando la situazione e coordinandosi con il ministero degli Esteri indiano, le missioni diplomatiche e la Marina indiana. La Marina omanita sta fornendo assistenza nelle operazioni di evacuazione, come riportato dall’ambasciata indiana in Oman su Twitter.

 

Mercoledì, tre membri dell’equipaggio indiano della MV Settebello sono morti in un attacco delle forze statunitensi nella stessa area. Lunedì, invece, la MT Marivex è stata colpita, ma tutto il suo equipaggio indiano è stato tratto in salvo. Si presume che tutte e tre le petroliere stessero tentando di eludere il blocco navale statunitense intorno all’Iran.

 

Gli Stati Uniti hanno imposto un blocco navale ed economico a tutti i porti iraniani dalla metà di aprile. Washington afferma che si tratta di una rappresaglia per le restrizioni iraniane al transito delle navi mercantili attraverso lo Stretto ormusino, attraverso il quale transitava circa un quinto dell’energia mondiale prima dell’inizio del conflitto.

 

Dopo la morte dei membri dell’equipaggio della Settebello, Nuova Delhi ha espresso la propria preoccupazione anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sottolineando che diversi cittadini indiani erano morti o risultavano dispersi a causa di attacchi nella regione.

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Immagine screenshot da Twitter

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Geopolitica

Trump annulla i bombardamenti «programmati» contro l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annullato gli attacchi programmati contro l’Iran, affermando che i colloqui con la Repubblica islamica stanno procedendo con i vertici del Paese. L’annuncio è arrivato poche ore dopo che aveva nuovamente minacciato di colpire l’Iran «molto duramente».   Le tensioni tra Washington e Teheran sono aumentate negli ultimi giorni, nonostante un cessate il fuoco nominale concordato ad aprile. Gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro l’Iran mercoledì, dopo che un elicottero AH-64 Apache statunitense è andato perduto vicino allo Stretto di Ormuzzo– un incidente di cui Washington ha incolpato Teheran. L’Iran ha negato ogni responsabilità e ha risposto con un lancio di missili contro le basi americane nella regione.   In un post su Truth Social giovedì, Trump ha affermato che gli «attacchi e bombardamenti programmati» sono stati annullati grazie ai negoziati «portati al più alto livello della leadership iraniana e approvati». Ha aggiunto che «discussioni e punti finali» sono stati concordati da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e diversi altri Stati della regione. Il blocco navale guidato dagli Stati Uniti contro i porti iraniani nello Stretto di Hormuz «rimarrà in vigore a pieno regime», ha aggiunto Trump.

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In precedenza, il presidente degli Stati Uniti aveva promesso di colpire l’Iran «molto duramente stasera» e di cercare, «prima o poi», di assumere il controllo dell’isola di Kharg e di altre infrastrutture petrolifere, affermando che Washington avrebbe potuto «assumere il controllo totale dei loro mercati del petrolio e del gas».   Teheran non ha confermato né commentato alcun accordo. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva avvertito in precedenza che «strategie sbagliate e decisioni impulsive» avrebbero danneggiato i mercati energetici globali e «creato un pantano senza fine in cui rimarrete impantanati per anni».   I negoziati erano in stallo da settimane, con entrambe le parti che si accusavano a vicenda di malafede e violazioni del cessate il fuoco. La scorsa settimana, l’Iran ha minacciato di sospendere i colloqui in risposta ai continui raid aerei israeliani in Libano.   Le condizioni di Teheran per un accordo di pace includono la cessazione delle ostilità «su tutti i fronti», compreso il Libano, dove Israele sta conducendo una guerra contro Hezbollah dall’inizio di marzo.   Israele e Iran si sono scambiati attacchi lunedì. Il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu ha ribadito che l’Iran non deve mai ottenere un’arma nucleare e ha difeso l’azione militare contro il Paese. Teheran sostiene che il suo programma nucleare sia pacifico.   In questo contesto sempre più illegibile – perché questo è il fattore Trump, la totale imprevedibilità, con contraddizioni, proclami e smentite che si susseguono più volte al dì – giova ricordare come il Trump del primo mandato evitò la guerra convenzionale con Teheran: l’episodio più noto è quello in cui richiamò dei caccia che stavano a dieci minuti dall’obiettivo da bombardare in rappresaglia di un drone americano abbattuto dagli iraniani nel Golfo Persico. La decisione fece andare su tutte le furie il neocon che (forse strategicamente) Trump si era scelto come consigliere, John Bolton, che lasciò l’incarico divenendo nemico giurato di Trump. Bolton, che negli ultimi anni ha ammesso di aver organizzato colpi di Stato nel mondo, un anno fa ha detto che Trump, se rieletto, avrebbe portato gli USA fuori dalla NATO.

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Secondo quanto riportato, la decisione di Trump di richiamare i jet fu presa dopo una breve telefonata con Tucker Carlson, allora giornalista di punta del canale di Fox News (sempre dei Murdoch), che disse al presidente che la guerra non era ciò per cui gli americani lo avevano eletto. Anni dopo, gli stessi Murdoch avrebbero licenziato Carlson – la star più popolare e redditizia della loro TV – senza dare spiegazioni.   Il Carlson ora ha rotto con Trump proprio a causa della guerra iraniana. Il giornalista ha dichiarato di esser stato a colloquio privato con il presidente alla Casa Bianca per scoraggiare l’avvio della guerra, ma quest avrebbe detto che sarebbe andato tutto bene, perché «va sempre così», avrebbe giustificato laconicamente.   Tucker negli ultimi mesi ha definito Trump come un possibile anticristo, «profanatore della Pasqua» che porta il mondo verso l’uso di armi atomiche. In seguito il popolare opinionista avrebbe raccontato come vi sia una lunga storia di presidente USA ricattati dallo Stato di Israele.   Il presidente ha quindi insultato Carlson, messo in un mucchio di «persone dal basso quoziente intellettivo che conteneva anche la giornalista Megyn Kelly, la podcaster Candace Owens e Alex Jones, con un tweet che fungeva da «scomunica» del mondo MAGA.

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Geopolitica

L’UE potrebbe limitare i poteri della Kallas

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Gli Stati membri dell’UE potrebbero limitare i poteri del servizio diplomatico del blocco, guidato da Kaja Kallas, a causa delle preoccupazioni dei funzionari riguardo alla «disfunzionalità» dell’organismo. Lo riporta il Financial Times.

 

Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) è stato istituito nel 2010 come una sorta di ministero degli esteri collettivo dell’UE, con il compito di sovrintendere alle relazioni internazionali, ai programmi di aiuto e alla raccolta e analisi di informazioni di intelligence. La Francia ha delineato possibili riforme del SEAE da sottoporre all’attenzione degli Stati membri, come riportato giovedì dal Financial Times.

 

Una delle opzioni prevede di restituire alcune funzioni del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) alla Commissione europea e ai governi nazionali, sebbene ciò richieda l’approvazione unanime degli Stati membri. Un’altra proposta, che secondo i sostenitori potrebbe essere attuata senza modificare i trattati UE, limiterebbe l’autonomia del capo del SEAE e allenterebbe il suo controllo su oltre 140 missioni che l’UE mantiene in tutto il mondo.

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«Le capitali sono irritate e vogliono un modo efficace per agire all’unisono a livello internazionale», ha affermato uno dei cinque funzionari citati dal Financial Times. «È chiaro che [il SEAE] non funziona come dovrebbe nel mondo di oggi. È disfunzionale», ha aggiunto un altro.

 

Commentando il rapporto, il consigliere presidenziale russo Kirill Dmitriev ha affermato che la Kallas «è riuscita a infastidire tutti». Al momento della nomina della Kallas due anni fa il portavoce degli Esteri di Mosca Maria Zakharova la descrisse come una «russofoba rabbiosa».

 

Secondo alcune fonti, Kallas e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen sarebbero impegnati in una lotta di potere per stabilire chi debba guidare la politica estera dell’UE. L’ex ministro della Difesa tedesco avrebbe avuto la meglio sull’ex primo ministro estone nella battaglia burocratica, assumendo il controllo diretto di aree geografiche chiave e promuovendo la creazione di un nuovo organismo di intelligence che risponderebbe direttamente al suo ufficio.

 

Secondo FT, Kallas in diverse occasioni ha rilasciato dichiarazioni su questioni delicate, tra cui le relazioni con la Cina, che sembravano riflettere le sue opinioni personali piuttosto che la posizione concordata dall’UE, avanzando al contempo proposte che alcuni funzionari hanno ritenuto ingiustificate.

 

L’anno scorso, la Kallas aveva criticato l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump per aver sostenuto che l’Ucraina non sarebbe stata in grado di sconfiggere militarmente la Russia, nemmeno con il continuo aiuto e le sanzioni occidentali. «Se dite che collettivamente non siamo in grado di esercitare una reale pressione sulla Russia… allora come fate a dire di essere in grado di affrontare la Cina?», chiese. Il moderatore dell’evento dell’Hudson Institute aveva scherzato dicendo che l’osservazione sarebbe stata rimossa dalla registrazione.

 

A maggio, la Kallas ha denunciato Pechino per quelle che ha definito «pratiche economiche coercitive» e ha affermato che l’incapacità dell’Occidente di competere con le aziende cinesi è una «malattia», paragonando i sussidi governativi all’aumento del dosaggio di morfina per un malato di cancro e ha sollecitato misure di ritorsione – la chemioterapia, nella sua metafora.

 

Lo scorso dicembre il presidente francese Emmanuel Macron ha effettuato una visita di Stato in Cina, seguita da un viaggio analogo del cancelliere tedesco Friedrich Merz a febbraio. I leader delle due maggiori economie dell’UE erano accompagnati da importanti figure industriali, che hanno siglato accordi significativi con le controparti cinesi.

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La politica dichiarata dell’UE nei confronti della Cina è quella di «ridurre i rischi» dei legami economici. Tuttavia, le turbolenze che l’amministrazione Trump ha introdotto nell’economia globale, insieme ai dubbi sollevati sulla protezione della NATO, hanno spinto le nazioni europee a rivalutare le proprie posizioni.

 

La Kallas si è dimessa da primo ministro estone dopo che la sua popolarità in patria è calata, in parte a causa di uno scandalo legato agli interessi commerciali del marito in Russia. È entrata a far parte della seconda commissione della von der Leyen nel dicembre 2024 come funzionaria che «mangia i russi a colazione», secondo quanto riportato da alcuni media.

 

Attualmente l’UE sta discutendo su chi debba rappresentare il blocco in eventuali negoziati diretti con la Russia. Interrogata il mese scorso sulla sua volontà di ricoprire tale ruolo, la Kallassa ha affermato che il dibattito stesso era una «trappola» russa, aggiungendo che la sua mansione è «definita nei trattati».

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