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Cristo riconoscerebbe la sua Chiesa nella «setta» che sta eclissando la Sede di Pietro? Lettera di una monaca di clausura a Mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica lo scambio epistolare tra monsignor Carlo Maria Viganò e una monaca di clausura, inviatoci dall’arcivescovo. 

 

 

 

 

19 ottobre 2022  

“Pacificus * vocabitur,  et thronus eius erit firmissimus in perpetuum”

(I Ant., II Vespri, Solennità di Cristo Re).

 

Eccellenza Reverendissima,

Le scrivo in occasione dell’approssimarsi della festa di Cristo Re e mi permetto di condividere con Lei qualche interrogativo fondamentale: ha ancora senso celebrare e invocare la grazia che questa festa liturgica tanto aspirava quando venne istituita? 

 

Se il Re dei re e Signore dei dominanti (cfr. 1 Tim 6,15; Apoc. 19,16) tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa? 

 

Con queste domande le sembrerò irriverente e poco fiduciosa in quella promessa «le porte dell’inferno non prevarranno» (Matteo 16,19), in quella promessa che risuona come speranza a cui aggrapparsi da quei pochi sopravvissuti al vento di apostasia mortale che ha invaso la Chiesa.

 

Ebbene, il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori.

 

Mi rivolgo a Lei, come alla «Voce nel deserto», che tante volte ha illuminato tanti smarriti e sfiduciati.

 

Volevo raccontarle questo piccolo episodio che mi è successo: pochi giorni fa una signora che ha portato un po’ di provvidenza al monastero mi ha detto: «ma sa, io non seguo molto queste cose, però mi sembra che la direzione che ultimamente ha preso la Chiesa non è tanto buona…»!

 

Dalla ruota, nel tono di voce, percepivo l’imbarazzo di colei che si esprimeva a qualcuno che riteneva rappresentasse proprio quella «Chiesa» appena messa in dubbio.

 

Non potevo fare grandi discorsi: la mia risposta fu un semplice appellarmi alla necessità di intensificare la preghiera personale, lasciando la signora nella sua ignoranza e lasciandomi «identificare» con quella «chiesa» che non sento proprio di rappresentare… La sensazione fu di una grande impotenza, nell’impossibilità di poter dare risposte esaurienti e di verità.

 

Pochi minuti prima avevo letto l’esortazione del Pontefice Pio XI, quando, cent’anni fa, nell’Enciclica Ubi arcano Dei esortava i cattolici al dovere di affrettare il ritorno alla regalità sociale del Cristo.

 

Una sorta di «dovere morale», di impegno personale e collettivo. 

 

È ancora valido questo impegno? 

 

E come metterlo in pratica se la «Chiesa» non è più «Chiesa»?

 

La Ubi arcano Dei fu l’incipit per l’istituzione della festa della Regalità di Cristo avvenuta poi nel 1925 proprio per evitare lo scatafascio che verifichiamo in questi anni.

 

In quell’Enciclica, la Regalità di Cristo veniva intesa come il rimedio al laicismo e a tutti quegli errori che – a distanza di cento anni – sono stati accolti generosamente da molti prelati, vescovi, cardinali e perfino da colui che si presenta come rappresentante di Cristo e che sotto tale insegna ha promosso l’accelerazione rovinosa del gregge «ingannevolmente» a lui affidato.

 

Francesco è considerato papa, se pur apostata, ma è papa? Lo è mai stato? 

 

Quando Pilato domandò a Gesù che cos’era la verità, pur avendoLa davanti, lo sguardo del Cristo giudice del mondo penetrò la mediocrità di quell’uomo debole che aveva difronte. Pilato tremò per un momento ma prevalse l’annebbiamento del proprio orgoglio personale.

 

Il Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento. 

 

Ricordo di aver letto nel diario di santa Faustina Kowalska – la santa della Misericordia – che un giorno Gesù le apparve tutto flagellato, insanguinato e coronato di spine: la guardò negli occhi e le disse: «la sposa deve essere simile al Suo Sposo». La santa comprese bene cosa voleva dire quel richiamo di «sponsalità*, di condivisione. Probabilmente è questa la forma di riconoscimento della Regalità di Cristo che il nostro momento storico sta richiedendo personalmente ad ogni vero cattolico. 

 

Sì, mi pare che questa sia la vocazione della «vera Chiesa» nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo.

 

Non le nascondo che con queste righe volevo sollecitare uno dei suoi interventi, pieno di speranza cristiana per quel piccolo resto che è smarrito perché senza Pastore, senza quel rappresentante di Cristo che dovrebbe custodire e difendere la Chiesa a lui affidata. 

 

Le ho posto delle domande che molti si fanno con tanto dolore nel cuore e sono sicura che lo Spirito Santo saprà darle quelle risposte che riaccendono l’attesa al ritorno del trionfo del Regno di Cristo sulla società, in ogni cuore, su tutta la faccia della terra!

 

«Pacificus * vocabitur, et thronus eius erit firmissimus in perpetuum!»

 

 

Una monaca di clausura.

 

Reverenda e carissima Sorella, 

 

ho letto con vivo interesse e con edificazione, la lettera che Ella mi ha fatto recapitare. Mi permetta di risponderLe in quel che posso.

 

La Sua prima domanda è tanto diretta quanto disarmante: «Se il Re dei re e Signore dei dominanti tornasse oggi nella Sua gloria, riconoscerebbe ancora la Sua sposa, la Chiesa?» Certo che la riconoscerebbe! Ma non nella setta che eclissa la Sede di Pietro, bensì nelle tante anime buone, specialmente nei sacerdoti, nei religiosi e nelle religiose, in tanti semplici fedeli, che, pur senza portare in fronte le corna di luce come Mosé (Es 34, 29), sono comunque riconoscibili come membra vive della Chiesa di Cristo.

 

Non la troverebbe a San Pietro, dove è stato reso culto a un idolo immondo; non a Santa Marta, dove la povertà artefatta e l’umiltà tronfia dell’Inquilino sono un monumento al suo ego smisurato; non al Sinodo sulla Sinodalità, dove la finzione della democrazia serve a completare lo smantellamento dell’edificio divino della Chiesa Cattolica e per imporre condotte di vita scandalose; non nelle Diocesi e nelle Parrocchie in cui l’ideologia conciliare ha sostituito la Fede cattolica e cancellato la Tradizione.

 

Il Signore, come Capo della Chiesa, riconosce le membra pulsanti e vive del suo Corpo Mistico e quelle morte e putrescenti strappate a Cristo dall’eresia, dalla lussuria, dall’orgoglio, ormai soggiogate a Satana.

 

Quindi sì: il Re dei re riconoscerebbe il pusillus grex, dovesse pure cercarlo intorno all’altare in una soffitta, in una cantina, in mezzo ai boschi. 

 

Ella accenna al fatto che la promessa del Non prævalebunt possa suonare «come speranza a cui aggrapparsi», e che «il tono di provocazione di tali interrogativi riassume il sentimento di confusione dei pochi fedeli rimasti, fedeli in cerca di qualche riferimento di Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».

 

La promessa di Nostro Signore a San Pietro è provocatoria, in un certo senso, perché parte da due presupposti: il primo è che le Porte degli Inferi non prevarranno, il che nulla ci dice sul livello di persecuzione che la Chiesa dovrà sopportare.

 

Il secondo, logicamente conseguente dal primo, è che la Chiesa sarà perseguitata ma non vinta. Per entrambi, ci è chiesto un atto di Fede nella parola del Salvatore e nella Sua onnipotenza, assieme a un atto di umile realismo nella nostra debolezza e nel fatto che saremmo meritevoli dei peggiori castighi, tanto tra i «modernisti» quanto tra i «tradizionalisti». 

 

Ella mi chiede come mettere in pratica l’appello di Pio XI per la restaurazione della Regalità sociale di Cristo, «se la “Chiesa” non è più “Chiesa”».

 

Certamente la chiesa visibile, a cui il mondo riconosce il nome di Chiesa Cattolica e della quale considera Bergoglio come Papa, non è più Chiesa, quantomeno limitatamente ai Cardinali, ai Vescovi e ai sacerdoti che convintamente professano un’altra dottrina e si dichiarano appartenenti alla «chiesa conciliare», in antitesi alla «chiesa preconciliare».

 

Ma siamo Lei e io, e i tanti sacerdoti, religiosi e fedeli, parte di quella chiesa o della Chiesa di Cristo? fino a che punto possiamo sovrapporre la chiesa bergogliana e la Chiesa Cattolica, ammesso che siano sovrapponibili in qualcosa?

 

Il problema è che la rivoluzione conciliare ha strappato il vincolo di identità tra Chiesa di Cristo e Gerarchia cattolica. Prima del Vaticano II era impensabile che un Papa potesse contraddire sfrontatamente i suoi Predecessori in questioni dottrinali o morali, perché la Gerarchia aveva ben chiaro il proprio ruolo e la propria responsabilità morale nell’amministrare il potere delle Sante Chiavi e l’autorità del Vicario di Cristo e dei Pastori.

 

Il Concilio, ad iniziare proprio dalla definizione anomala che ha dato di sé e dalla rottura col passato rappresentata dall’eliminazione dei Canoni e degli anatèmi, ha mostrato come sia possibile, a chi non ha senso morale, ricoprire un ruolo sacro nella Chiesa pur essendo indegno nei tre aspetti che Ella ha puntualmente enumerato: «Magistero, Sacramento valido e coerenza di vita dei pastori».

 

Costoro, deviati nella dottrina, nella morale e nella liturgia, non si sentono vincolati al fatto di essere vicari di Cristo, e di poter quindi governare la Chiesa solo se la loro autorità è esercitata coerentemente con i fini che la legittimano. Per questo abusano del proprio potere, usurpano un’autorità di cui negano l’origine divina, umiliano l’istituzione sacra che in qualche modo si fa garante dell’autorevolezza di quei Pastori. 

 

Questa rottura, questo strappo violento, si sono consumati a livello spirituale nel momento in cui è stata secolarizzata l’autorità dei Prelati, al pari di quanto accaduto nella sfera civile.

 

Dove l’autorità cessa di essere sacra, sancita dall’alto, esercitata in vece di Colui che assomma in Sé l’autorità spirituale di Sommo Pontefice e l’autorità temporale di Re e Signore, lì essa si corrompe in tirannide, si vende con la corruzione, si suicida nell’anarchia.

 

Ella scrive: «Cristo Re torna oggi nelle stesse sembianze e guarda negli occhi vescovi e cardinali che non riconoscono quella Corona di spine che Lui ha indossato al posto loro, assumendo il prezzo del loro tradimento, della loro superbia, del loro indegno accecamento».

 

In quelle stesse sembianze, cara Sorella, dobbiamo riconoscere la Santa Chiesa. E come eravamo scandalizzati nel vedere umiliato e sbeffeggiato il suo Capo, flagellato e sanguinante, con la veste dei pazzi, la canna e la corona di spine; così siamo scandalizzati ora, nel vedere prostrata in modo analogo l’intera Chiesa militante, ferita, coperta di sputi, insultata, derisa.

 

Ma se il Capo volle affrontare il Sacrificio umiliandoSi sino alla morte, e alla morte di Croce; per quale motivo dovremmo noi presumere di meritare fine migliore, essendo Sue membra, e se davvero vogliamo regnare con Lui? su quale trono è assiso l’Agnello, se non sul trono regale della Croce?

 

Regnavit a ligno Deus: questo fu il trionfo di Cristo, questo sarà il trionfo della Chiesa, Suo Corpo Mistico. Giustamente Ella glossa: «La Sposa deve essere simile al suo Sposo». E prosegue: «Sì, mi pare che questa sia la vocazione della “vera Chiesa” nel nostro tempo: di quel piccolo resto che, incrociando lo sguardo di Cristo Re maltrattato e sfigurato dalla blasfemia e dalla perversione, ha ancora il coraggio di una risposta di amore, fedeltà e coerenza di coscienza che non può rinnegare, perché altrimenti rinnegherebbe Cristo Re come fece Pilato, Erode e tutti i capi del popolo».

 

La Sua lettera, carissima Sorella, è per tutti noi un’opportunità di riflessione sul mistero della passio Ecclesiæ, così vicino a quanto accade in questi tempi terribili.

 

E concludo richiamando la «provocazione» del Non prævalebunt: come il Salvatore ha conosciuto l’ombra del sepolcro, così dobbiamo sapere avverrà alla Chiesa, e forse sta già avvenendo. Ma Egli non lascerà che il suo Santo conosca la corruzione (Sal 15), e la farà risorgere come risorse Egli stesso da morte. In questo senso, le parole «La Sposa deve essere simile al suo Sposo» acquistano il loro pieno significato, mostrandoci come solo seguendo lo Sposo divino sull’erta del Golgota potremmo meritare di seguirLo nella gloria alla destra del Padre.

 

La esorto a trarre profitto spirituale da questi pensieri, mentre imparto a Lei e alle Sue care Consorelle la mia più larga e paterna Benedizione.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

4 Novembre 2022

Sancti Caroli Borromæi, Pont. Conf.

 

 

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Gender

Mons. Strickland: il rapporto del Sinodo sull’omosessualità è un «attacco diretto» all’insegnamento cattolico

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Renovatio 21 traduce e pubblica il messaggio del vescovo Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, apparso su Pillars of Faith

 

Il recente rapporto pubblicato dal Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità è profondamente allarmante e si pone in diretta contraddizione con il costante insegnamento della Chiesa Cattolica in materia di sessualità umana, peccato, matrimonio e legge morale.

 

La Chiesa non può cambiare ciò che Dio stesso ha rivelato.

 

La Sacra Scrittura parla chiaramente riguardo al peccato di sodomia e agli atti omosessuali. San Paolo scrive in Romani 1 che tali atti sono «contro natura», e il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna chiaramente che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» e «contrari alla legge naturale» (CCC 2357). Questo insegnamento non deriva da pregiudizi, politica o consuetudine culturale, ma dalla Divina Rivelazione, dalla Sacra Tradizione e dal magistero perenne della Chiesa.

 

Affermare che il peccato non consista nella relazione omosessuale in sé non è semplicemente un’espressione ambigua. Si tratta di un attacco diretto alla dottrina morale cattolica e alle parole stesse della Scrittura.

 

In ogni epoca, la Chiesa è chiamata ad amare i peccatori senza mai benedire il peccato. L’autentica carità chiama ogni anima al pentimento, alla castità, alla santità e alla conversione attraverso Gesù Cristo. La vera cura pastorale non asseconda le anime in modelli di comportamento che le separano da Dio. Un pastore che vede il pericolo e rimane in silenzio non è misericordioso.

 

Il tentativo di normalizzare o ridefinire le relazioni omosessuali all’interno della vita della Chiesa fa parte di uno sforzo più ampio per trasformare il cattolicesimo in qualcosa di più accettabile per il mondo moderno. Ma la Chiesa non appartiene al mondo moderno. La Chiesa appartiene a Gesù Cristo.

 

La distruzione della dottrina sotto il linguaggio del «discernimento», dell’«ascolto» e dell’«esperienza vissuta» è uno dei pericoli spirituali più gravi del nostro tempo. La verità non è determinata dall’esperienza. La verità è rivelata da Dio.

 

Nostro Signore distrusse Sodoma e Gomorra come monito per ogni generazione contro i gravi peccati sessuali e la ribellione all’ordine stabilito dal Creatore. Eppure ora persino queste verità vengono reinterpretate e minimizzate da voci interne alla Chiesa stessa. Ciò dovrebbe causare profondo dolore e santo allarme tra i fedeli.

 

Ecco perché molti cattolici riconoscono sempre più che stiamo vivendo un’autentica emergenza nella vita della Chiesa. Quando le verità morali fondamentali riguardanti il ​​matrimonio, la sessualità, il peccato, il pentimento e la salvezza vengono considerate questioni aperte, la crisi non è più teorica. È presente e attiva.

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Sono proprio sviluppi come questi che hanno portato molti fedeli cattolici a concludere che la Chiesa stia attraversando una vera e propria emergenza dottrinale e pastorale. Quando verità che i cattolici hanno sempre considerato certe e immutabili vengono improvvisamente trattate come questioni di «discernimento» o di reinterpretazione, la confusione si diffonde rapidamente tra i fedeli.

 

Questa atmosfera di instabilità dottrinale è anche uno dei motivi per cui gruppi come la Fraternità Sacerdotale San Pio X sostengono che siano necessarie misure straordinarie ai giorni nostri. Le loro consacrazioni episcopali programmate senza l’esplicita approvazione romana vengono giustificate come una risposta a quella che percepiscono come una grave emergenza all’interno della Chiesa stessa.

 

Sebbene i cattolici possano dibattere sulla prudenza o sulle questioni canoniche che circondano tali azioni, nessun osservatore onesto può negare che dichiarazioni e documenti come questo rapporto sinodale intensifichino la crisi e acuiscano la preoccupazione di innumerevoli fedeli cattolici in tutto il mondo. Quando voci all’interno della Chiesa mettono in discussione la Divina Rivelazione e il perenne insegnamento morale della Chiesa, il senso di allarme tra i fedeli non è né irrazionale né immaginario.

 

Gli avvertimenti della Madonna di Fatima e dei grandi santi dell’era moderna appaiono oggi più urgenti che mai. Suor Lucia di Fatima scrisse che «la battaglia finale tra il Signore e il regno di Satana sarà per il matrimonio e la famiglia». Stiamo assistendo allo svolgersi di questa battaglia sotto i nostri occhi. L’attacco al matrimonio non riguarda mai solo le relazioni umane; è un attacco a Dio Creatore, all’ordine del creato, alla famiglia come chiesa domestica e, in definitiva, alla salvezza delle anime. Quando il significato del matrimonio viene distorto, viene distorta anche la comprensione dell’uomo stesso.

 

La confusione che si sta diffondendo in alcune frange della Chiesa riguardo alla sessualità, al matrimonio e al peccato non riflette la voce di Cristo Sposo, ma la battaglia spirituale che la Madonna aveva preannunciato. Per questo i fedeli devono ritornare con rinnovato fervore alla preghiera, alla penitenza, al Rosario, alla devozione eucaristica e alla fedeltà alle verità tramandate nei secoli. A Fatima, la Madonna non ha chiamato il mondo ad adattarsi agli errori moderni, ma al pentimento, alla conversione e alla riparazione.

 

Come pastore, oggi esorto tutti i fedeli a rimanere fedeli a Cristo, alla Sacra Tradizione, al Magistero perenne e alle verità che la Chiesa ha sempre insegnato. Nessun sinodo, comitato, gruppo di studio o iniziativa ecclesiastica ha l’autorità di sovvertire la legge di Dio.

 

Dobbiamo pregare e fare penitenza per la Chiesa. Dobbiamo pregare per coloro che seminano confusione, affinché ritornino pienamente alla verità affidata agli apostoli. E dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di suscitare pastori con il coraggio di parlare con chiarezza in difesa della fede cattolica, a qualunque costo.

 

«Il Signore Gesù Cristo, che è la Verità stessa, non si contraddice. Ciò che ieri era peccato, oggi non può diventare santo».

 

Possa la Beata Vergine Maria, Distruttrice delle eresie, intercedere per la Chiesa in quest’ora buia.

 

+ Joseph E. Strickland

vescovo

 

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Spirito

Il capo dei Redentoristi Transalpini afferma che il vescovo lo sta indagando per «eresia e scisma»

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Il Superiore Generale di un gruppo cattolico tradizionalista con sede su un’isola al largo della costa scozzese ha fornito un aggiornamento sull’indagine canonica avviata nei suoi confronti per eresia e scisma. Lo riporta LifeSiteNews.   Padre Michael Mary è il superiore dei Figli del Santissimo Redentore. Il gruppo è stato fondato negli anni Ottanta ed era precedentemente legato alla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Aveva raggiunto un accordo con il Vaticano sotto Benedetto XVI, ma di recente si è separato da tale alleanza.   Conosciuti anche come Redentoristi Transalpini, i membri di questa piccola comunità – poco più di una ventina tra sacerdoti e fratelli – vivono su un’isola isolata a nord della Scozia chiamata Papa Stronsay. Il gruppo ha attirato l’attenzione l’anno scorso pubblicando una lettera aperta a vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, in cui si sostiene che «la gerarchia si è spezzata con la catena di comando, il che la rende umana e spiritualmente nulla».

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Padre Mary ha riferito al giornalista cattolico Stephen Kokx, in un’intervista rilasciata all’inizio di questa settimana, che il vescovo di Aberdeen, Hugh Gilbert OSB, sta proseguendo il procedimento «penale» contro di lui.   Gilbert «ha ricevuto la lettera che abbiamo scritto e [lui] ha detto che era un peccato. Si è rammaricato che l’avessimo scritta. E che era tanto fuorviante quanto chiara», ha detto Mary.   Riferendosi a una dichiarazione rilasciata dal gruppo la scorsa settimana, ha aggiunto: «Sono attualmente sotto procedimento penale per la lettera aperta che abbiamo scritto in ottobre… per eresia e scisma».   Lo scorso ottobre Gilbert aveva annunciato che «i dicasteri competenti della Santa Sede stanno esaminando anche la situazione» dei Redentoristi e che «forniranno indicazioni canoniche e dottrinali» su come procedere. Nel luglio 2024, il vescovo Michael Gielen aveva ordinato alla comunità di lasciare la diocesi di Christchurch entro 24 ore. La comunità ha respinto le accuse formulate da Gielen e, in seguito a questa presa di posizione, diversi membri hanno abbandonato il gruppo.   Padre Mary ha spiegato a Kokx che non considera valida alcuna eventuale scomunica o altra punizione futura, poiché non riconosce più l’attuale gerarchia cattolica. Citando le Scritture, il Concilio di Trento e i documenti papali di Leone XIII e Gregorio XVI, il gruppo aveva in precedenza affermato che «riteniamo che esista una Chiesa nuova e moderna» e che «la vecchia fede non è compatibile con essa».

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Gender

Rapporto del Sinodo suggerisce che le relazioni omosessuali non sono peccato

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Un rapporto della Segreteria Generale del Sinodo del Vaticano, pubblicato martedì, propone una ridefinizione dell’omosessualità, avallando senza riserve la testimonianza secondo cui «il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» ma nella «mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».

 

Il Gruppo di Studio 9 del Sinodo sulla Sinodalità, incaricato dal Vaticano, ha reso pubblica il 5 maggio la sua Relazione Finale, intitolata «Criteri teologici e metodologie sinodali per il discernimento condiviso delle questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». Sotto il titolo «Adottare un approccio sinodale al discernimento: una proposta per l’attuazione nelle Chiese locali», il documento di 32 pagine si basa sulle testimonianze dell’«esperienza vissuta» di due persone con attrazione per lo stesso sesso per «favorire la promozione del discernimento pastorale».

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Inquadrando le due testimonianze come «esperienze di bontà» che costituiscono «fasi successive di sviluppo negli individui coinvolti», il documento rileva la presunta «scoperta da parte del protagonista della prima testimonianza che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia (omosessuale)» a seguito dei presunti «effetti devastanti delle terapie riparative volte a recuperare l’eterosessualità».

 

Il documento prende di mira in particolare Courage, un gruppo cattolico nato per sostenere le persone con attrazione per lo stesso sesso che desiderano vivere in castità e in conformità con l’insegnamento della Chiesa. Citando una testimonianza che descrive «membri problematici» del gruppo, il rapporto definisce l’approccio di Courage come «terapia riparativa» e lo condanna per avere «l’effetto di separare la fede dalla sessualità».

 

Più avanti nel testo, il Gruppo di Studio 9 presenta il matrimonio come una questione aperta riguardo alle «relazioni» tra persone dello stesso sesso e afferma che le soluzioni a questi interrogativi «non possono essere anticipate con formule prestabilite». Sotto il titolo «Possibili percorsi e interrogativi per il discernimento sinodale», il gruppo suggerisce che, «ascoltando la Parola di Dio vissuta nella Chiesa», è «necessario affrontare con parresia la questione, tuttora ricorrente, se si possa parlare di ‘matrimonio’ in relazione a persone con attrazioni omosessuali».

 

Lasciando la questione aperta, il documento si chiede se le «relazioni» omosessuali possano essere considerate equivalenti «all’unione coniugale eterosessuale», nonostante «l’evidente impossibilità della procreazione».

 

«Di conseguenza, dobbiamo chiederci come la comunità cristiana sia chiamata a interpretare e ad affrontare le questioni relative agli impegni educativi nei confronti dei bambini nell’ambito della vita familiare, ecclesiale e sociale, in relazione alle unioni di fatto tra credenti dello stesso sesso», afferma il documento.

 

Il cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo, ha affermato che il rapporto «offre strumenti concreti per affrontare le questioni più difficili senza fuggire dalla complessità: ascoltare le parti interessate, interpretare la realtà e mettere a confronto diverse forme di conoscenza».

 

«È il metodo sinodale applicato alle situazioni più complesse», ha affermato Grech. A prescindere dal rapporto, la Chiesa cattolica insegna che l’attività omosessuale è un peccato mortale e che le inclinazioni omosessuali sono «oggettivamente disordinate».

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma al numero 2357: «appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati».

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«Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana» continua il CC al numero 2358.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa emerse che un certo numero di cardinali e altri membri del Sinodo sulla sinodalità avevano partecipato a un evento pro-LGBT ospitato dal gesuita padre James Martin, e dal suo gruppo Outreach a Roma.

 

Nel 2022 un sito web del Sinodo sulla sinodalità, legato al Segretariato generale del Sinodo dei vescovi, lo scorso venerdì ha descritto come lodevoli tre storie di adozione LGBT.

 

Il compianto cardinale australiano George Pell, morto nel 2023 dopo un intervento chirurgico, in un memorandum firmato con pseudonimo aveva descritto il Sinodo come «incubo tossico».

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