Pensiero
Discorso di Aleksandr Dugin al XXIV Consiglio Mondiale del Popolo Russo
Renovatio 21 pubblica il discorso di Aleksandr Dugin presso la 24ª Assemblea Popolare Mondiale Russa di quest’anno, il cui tema è «Ortodossia e pace nel 21° secolo». All’incontro ha partecipato il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Cirillo I, che ha parlato dei pericoli del globalismo, che «organizza processi di unificazione e uniformità indebolendo e spezzando profondi legami spirituali tra le persone, tra Dio e l’uomo». In un messaggio portato dal primo vice capo dell’amministrazione presidenziale Sergej Kirienko, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha domandato ai russi di conservare i propri valori spirituali, menzionando la necessità di un rafforzamento della società, di modo da essere in grado raggiungere tutti gli obiettivi strategici del Paese e a resistere alle pressioni esterne. La traduzione è tratta dal sito Geopolitika.ru. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Reverendo Padri, fratelli e sorelle,
Siamo, ovviamente, in una guerra molto reale. Questa guerra non è solo una guerra di eserciti, persone, questa è anche una guerra spirituale. Questo è molto importante. Possiamo dire che: osserviamo conflitti orizzontali: il nostro esercito contro i nostri avversari, noi contro il patto NATO (ovviamente, questa non è una guerra contro l’Ucraina, è ovvio).
Ma c’è un’altra dimensione di questa guerra: quella verticale.
Questa è la guerra del Paradiso contro l’Inferno. Questa è la guerra dell’esercito dell’Arcangelo. Questa è la guerra dell’esercito dell’Arcangelo Michele contro il diavolo. Questa dimensione verticale è ideologica, nel regno delle idee. Riguarda il Regno degli Spiriti in cui ha luogo questa guerra e il Regno degli Spiriti è la sua essenza. E il nostro Presidente, nel suo discorso del 30 settembre, ha parlato della natura satanica della civiltà occidentale. E non è una metafora.
Oggi, nella sua meravigliosa presentazione, il Santo Patriarca ha gentilmente accennato a una figura che sta dall’altra parte, che definisce, ispira e organizza i nostri nemici. Quella cifra è molto vicina: noi non conosciamo il tempo, nessuno lo sa, nemmeno il Figlio dell’uomo conosce la fine dei tempi. Ma possiamo dirlo dai segni, possiamo vedere quanto sono vicini.
In questo senso, è molto importante che l’idea ci si opponga. L’Occidente è un’ideologia. Il liberalismo, il globalismo, il secolarismo e il postumanesimo sono ideologie. Questo è il regno delle idee, non il regno della materia, dei corpi e della tecnologia. E, soprattutto, è tutta una menzogna assoluta: è un ribaltamento delle vere proporzioni della mente, delle idee, dei fondamenti religiosi. Ecco perché due idee, due eserciti (perché gli angeli sono spiriti e menti) si scontrano oggi: angeli e demoni.
L’Ucraina è solo un campo di battaglia. Da un lato abbiamo la Santa Russia, come ha detto Sua Santità il Patriarca, e dall’altro siamo di fronte al male storico globale assoluto. Pertanto, si parla sempre più spesso di Armageddon, della fine dei tempi e dell’Apocalisse. Tutto questo sta accadendo davanti ai nostri occhi. Stiamo partecipando alla battaglia finale (forse la penultima – nessuno lo sa) e molto importante. Senza la dimensione spirituale, ideologica, intellettuale, non possiamo vincere.
E qui vorrei richiamare l’attenzione su una cosa molto importante: la laicità, di cui ha parlato Sua Santità il Patriarca. Il fatto è che il nemico è venuto da noi prima che si rivelasse sotto forma di LGBT, di transumanesimo – quella civiltà apertamente satanica e antiumana, con la quale oggi siamo in guerra. Una volta, il secolarismo sembrava neutrale. Diceva: lasciamo il Cielo, lasciamo Dio in nome dell’uomo, in nome della terra. E molti gli hanno creduto.
Averroè aveva l’idea di due verità: la teologia è costruita su una verità e lo studio del mondo, della società umana, della natura su un’altra, verità autonoma. Fu allora che nacquero la laicità e l’umanesimo, così si diceva «l’eternità è lontana, viviamo nel temp».
E gradualmente, mentre vivevamo nel tempo, solo nelle preoccupazioni materiali umane, cercando di organizzare il mondo secondo principi liberali, comunisti o nazionalisti, ci siamo allontanati sempre più da Dio.
Non stavamo sprofondando nell’orizzonte: stavamo sprofondando sotto l’orizzonte. Stavamo andando nelle profondità dell’inferno. Se non con Dio, allora con il diavolo.
E questo è ciò che dice il Vangelo: il tuo «sì» deve essere «sì», il tuo «no» deve essere «no». Il Signore rimprovera la chiesa di Laodicea perché è tiepida, né fredda né calda. Questa è una miscela in cui umanesimo, secolarismo, globalizzazione, progresso economico, il comfort e il capitalismo sono venuti nel nostro mondo.
Dissero: Dio non ci disturba, lasciaci solo abbandonare alle cose del mondo. E si scopre che quando siamo stati allontanati da Dio, non abbiamo a che fare con le cose di cui sopra, ma con cose sotterranee.
È impossibile stare su questo piano orizzontale. E questo livello, contro il quale stiamo combattendo oggi, è impossibile da vincere senza l’aiuto di Dio. Senza affermare questa dimensione dell’essere verticale, spirituale, celeste, cristiana, profonda, angelica, senza di essa non si può vincere. Ci sembra di opporre la normalità alla patologia – ma non vinceremo mai, se non sosteniamo la Verità, la pienezza dell’insegnamento cristiano, gli insegnamenti religiosi di altre religioni tradizionali, se non sosteniamo la verticale Divina. Questa è la cosa più importante.
Di conseguenza, scienza, politica, costituzione e ideologia devono basarsi su questa verticale.
La scienza, se non si basa su Cristo, sulla Verità, sulla morale, diventa diabolica. Non esiste nulla di neutro.
C’è una battaglia tra il paradiso e l’inferno. E noi siamo la Santa Russia, come dice Sua Santità il Patriarca nella sua epistola, con belle parole, nella preghiera che diciamo. Siamo la Santa Russia. Ma noi siamo dei santi? Guardiamo noi stessi, noi.
Se non siamo per la Santa Russia e se non ci muoviamo verso la Santità, non ci riusciremo.
Aleksandr Dugin
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine screenshot da YouTube
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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