Civiltà
Elisabetta Frezza: Gioventù terminali, generazioni telecomandate, artificializzate, geneticamente modificate. Formare il ritorno degli uomini liberi
Renovatio 21 pubblica l’intervento di Elisabetta Frezza al convegno «Sapiens^3. Superare un’antropologia disumana», Centro Ad Gentes, Nemi (Roma), 4 luglio 2021
Gli antichi chiamavano specchio di Diana questo piccolo lago di Nemi in cui storia e mito si incontrano. Diana era la dea della caccia e dei giovani che si affacciavano all’età adulta.
Anche oggi, come allora, a suggellare questo passaggio ci sono dei riti di iniziazione. Dei quali è mutata la forma, perché si sono smaterializzati, e si risolvono nella apposizione di un marchio di Stato; ed è mutato lo stesso significato, per il fatto che l’età adulta non è altro che un prolungamento caricaturale dell’infanzia, in una società liquida e ormai svirilizzata.
C’è di mezzo qualche millennio tra l’ora presente e il tempo di Diana Nemorensis. C’erano, allora, altri eroi, altre armi e altre battaglie. A cui sbaglieremmo se smettessimo di guardare.
Dei riti di iniziazione è stata mutata la forma, perché si sono smaterializzati, e si risolvono nella apposizione di un marchio di Stato; ed è mutato lo stesso significato, per il fatto che l’età adulta non è altro che un prolungamento caricaturale dell’infanzia, in una società liquida e ormai svirilizzata
Se partiamo dal fondo, dall’ultimo anno e mezzo – dal «via» della nuova era post-COVID – salta all’occhio come le istituzioni, quelle centrali e a cascata quelle periferiche, si siano disvelate come braccio armato del Potere, ossia come sua emanazione diretta, non più mediata (nemmeno per finta) dal diritto; quel diritto che, figlio della Civiltà più che millenaria sbocciata in questa terra – fatalità è proprio il Rex Nemorensis la prima magistratura della storia di Roma – ha sviluppato nei secoli una funzione duplice e interdipendente: da un lato svolge una funzione essenzialmente ordinatrice per la società, secondo un ordine che deve rispondere a criteri oggettivi ispirati al bene comune e in primis a un’esigenza di conservazione; dall’altro incorpora una funzione di garanzia per il singolo cittadino e per le formazioni sociali (naturali, che significa pregiuridiche, in primo luogo la famiglia) in cui l’individuo nasce, cresce e forma la propria personalità: serve cioè, in questo senso, a fare da argine alle degenerazioni del potere, per porre il cittadino al riparo dall’arbitrio sia del legislatore sia del giudice.
Il diritto oggi è stato inghiottito dalla cosiddetta pandemia.
E il Potere, oggi, si presenta al pubblico sottoforma di auctoritas autoaccreditata dal mito scientista: infatti è decentrato dalla sua sede naturale e (almeno nominalmente) «democratica», e trasferito in capo a organismi tecnici (comitati tecnico-scientifici, task force, cabine di regia) che emettono gli ipse dixit soggetti, poi, a mera ratifica da parte degli organi della politica. Con il risultato che il sindacato di legittimità sopra gli atti, cui viene data la forma di provvedimenti legislativi o amministrativi, diventa pressoché impraticabile.
Perché questi atti sono blindati dentro un guscio tecnocratico che rende spuntata ogni forma di controllo giuridico. Ma pure, paradossalmente, ogni forma di controllo scientifico, sempre per l’ipse dixit di cui sopra.
Salta all’occhio come le istituzioni, quelle centrali e a cascata quelle periferiche, si siano disvelate come braccio armato del Potere, ossia come sua emanazione diretta, non più mediata (nemmeno per finta) dal diritto; quel diritto che, figlio della Civiltà più che millenaria sbocciata in questa terra
Dunque, il presidio rappresentato dall’ordinamento giuridico in uno Stato di diritto ne esce di fatto neutralizzato (resta, e solo in parte, come puro involucro onomastico), grazie anche alla acquiescenza, tacita ma eloquentissima, delle istituzioni che sarebbero incaricate di esserne custodi, specialmente in frangenti di crisi o di emergenza.
La politica, dal canto suo, relegata dal pretesto emergenziale in una posizione ancillare, sconta almeno altri due limiti propri:
1) sconta la annosa tara di essere, nella cosiddetta democrazia rappresentativa, ostaggio dell’arbitrio delle maggioranze, dove le maggioranze sono le masse psicomediaticamente pilotate. Sappiamo bene come la propaganda sia in grado di generare superstizioni inscalfibili, e come su queste si fondi la logica del consenso, che viene guadagnato soprattutto attraverso la manipolazione dei linguaggi e delle idee;
2) sconta un limite empirico, di cui non possiamo non prendere atto: sugli scranni parlamentari e governativi sono approdate schiere di abusivi della politica, cioè personaggi privi del senso stesso, e alto, del mestiere che fanno, e perciò capaci solo di screditarlo e di affossarlo.
Il diritto oggi è stato inghiottito dalla cosiddetta pandemia. E il Potere, oggi, si presenta al pubblico sottoforma di auctoritas autoaccreditata dal mito scientista: infatti è decentrato dalla sua sede naturale e (almeno nominalmente) «democratica», e trasferito in capo a organismi tecnici (comitati tecnico-scientifici, task force, cabine di regia) che emettono gli ipse dixit soggetti, poi, a mera ratifica da parte degli organi della politica. Con il risultato che il sindacato di legittimità sopra gli atti, cui viene data la forma di provvedimenti legislativi o amministrativi, diventa pressoché impraticabile
Al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli che ne sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità, questi personaggi ottusi o ottusamente conniventi, poiché condizionano le maggioranze parlamentari, stanno producendo la distruzione di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati.
Nemmeno percepiscono, gli abusivi della politica, la gravità di quanto sfornano a getto continuo e nei più vari ambiti tematici. Giocano con il Lego, tolgono e spostano mattoncini – che si chiamano obblighi, diritti, libertà – senza rendersi conto, per una specie di incapacità metafisica, che, magari, qualcuno di questi mattoncini è la chiave di volta di una costruzione complessa, eretta con fatica, scrupolo, sacrifici, per reggere e proteggere la convivenza civile.
Pare del tutto estranea, a costoro, l’idea di avere per le mani un oggetto da maneggiare con cura e sapienza, la cui gestione implica una immensa responsabilità. L’ordinamento infatti è un sistema organico e strutturato di norme che risponde a principi generali fondamentali; si sostanzia di categorie tecniche – il diritto è una disciplina tecnica e parla un linguaggio proprio, non fungibile con parole in libertà – e, se si toccano quei principi, viene giù tutto, e ci si mette nulla a precipitare nella barbarie.
Un esempio eclatante della barbarie incipiente è l’obbligo inflitto al personale sanitario di sottoporsi alla somministrazione di un farmaco del tutto nuovo e tuttora in fase di sperimentazione, come dichiarano espressamente le stesse case produttrici: un obbligo assistito da sanzioni che incidono sul diritto del lavoro e al lavoro, fino a travolgerlo.
Col DL 44 si è materializzato un monstrum giuridico che disintegra con nonchalance, in un colpo solo, una serie di cardini dell’ordinamento costituzionale a partire nientemeno che dall’art. 1; ma, ancor prima, aggredisce quel nucleo inscalfibile di principi portanti inviolabili e inderogabili che nemmeno una legge di rango sopraordinato, come è la Costituzione, può intaccare, perché non può far altro che riconoscerli e garantirli. Altrimenti si spezza quel nesso tra nomos e dike che si radica nella consuetudine morale profonda e che, a partire da Antigone, tiene in piedi, puntella, non tanto e non solo un ordinamento positivo, ma una Civiltà.
Al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli che ne sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità, questi personaggi ottusi o ottusamente conniventi, poiché condizionano le maggioranze parlamentari, stanno producendo la distruzione di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati
C’era una volta l’habeas corpus. E ci voleva un manipolo di individui eletti da nessuno per pensare di eliminarlo, dall’oggi al domani, con decretazione d’urgenza. D’altra parte, il progressismo scientista e positivista, percorso dal sacro fuoco ecologista, è tranquillamente disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara, ma non si fa alcuno scrupolo a profanare con disinvoltura la bandiera della dignità umana che pure sventola da decenni, ad pompam, in tutte le carte, interne e sovranazionali, dei diritti.
E però, ridurre un qualunque essere umano ad oggetto di sperimentazione, travalicando la sua volontà che deve essere libera, attuale e informata, vuol dire reificarlo. E questo fatto impone a tutti noi, indistintamente, di ricordare cosa abbia potuto significare la sperimentazione sull’uomo nel tempo in cui era praticata – con il consenso politico – da un certo dottor Mengele, di cui ultimamente si sente parlare sempre meno.
A margine, vale la pena di sottolineare lo strabismo delle stesse maggioranze illuminate che, del tutto incuranti della contradditorietà delle proprie emissioni tossiche, avevano già stravolto in senso inverso (ma ideologicamente convergente) la ratio dell’art. 32 Cost. quando, a partire dal caso Englaro, hanno preteso che persino la somministrazione di cibo e di acqua necessari per assicurare la sopravvivenza di una persona disabile sia da considerare trattamento sanitario e, come tale, debba essere condizionato al consenso del paziente, consenso vero o (come è stato per Eluana) semplicemente presunto. Stravolgendo così, con una orchestrazione farisaica, il senso di una norma nata per salvare le vite da trattamenti invasivi arbitrari, e non certo per garantire la soppressione di un congiunto magari diventato scomodo. Eppure in questo modo è stato tirato fuori dal cilindro del legislatore il cosiddetto «testamento biologico».
Ora d’improvviso quel consenso, ritenuto imprescindibile persino per essere nutriti e idratati, diventa tranquillamente trascurabile se si tratta di imporre una pozione di magia genetica (fàrmakon nella etimologia greca significa medicina e anche veleno) preparata dagli apprendisti stregoni di stanza nelle multinazionali farmaceutiche per i loro esperimenti faustiani.
C’era una volta l’habeas corpus. E ci voleva un manipolo di individui eletti da nessuno per pensare di eliminarlo, dall’oggi al domani, con decretazione d’urgenza. D’altra parte, il progressismo scientista e positivista, percorso dal sacro fuoco ecologista, è tranquillamente disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara, ma non si fa alcuno scrupolo a profanare con disinvoltura la bandiera della dignità umana che pure sventola da decenni, ad pompam, in tutte le carte, interne e sovranazionali, dei diritti
Fatto sta che, insomma, siamo scivolati rovinosamente nella giungla del sopruso istituzionalizzato in cui non vi è più alcun argine alla demenza fatta precetto, in un vortice di spregiudicatezza e di irresponsabilità dove il confine tra l’impostura, la malafede e la tragicomicità è diventato davvero difficile da identificare.
In questa giungla può trovare sfogo incontrastato la libidine di comando e di prevaricazione di quanti, privi di scrupoli e al servizio di interessi personali e contingenti, si trovino a vestire pro tempore la divisa della autorità, nei più diversi ordini di grandezza: dai dicasteri fino agli istituti scolastici, dagli enti territoriali ai condomini.
Dilaga ovunque la sindrome del kapò – di cui ciascuno di noi nei mesi trascorsi ha di sicuro fatto una qualche personale esperienza – che colpisce in misura direttamente proporzionale alla pusillanimità e alla frustrazione repressa di chi sia esposto al contagio per la posizione che riveste.
In questo virtuosismo di dissennatezza e prepotenza, la massa a trazione mediatica, acquisito definitivamente l’habitus del suddito mentalmente depresso e assuefatto, peraltro intimidita dal piglio autoritario del despota diffuso, è disposta a mettere da parte ogni reazione che il semplice buon senso – questo sconosciuto – dovrebbe suggerirle.
Ad alimentare la propensione alla obbedienza cieca e automatica – si può dire cadaverica – se in origine era effettivamente, e comprensibilmente, la paura di un virus sconosciuto, ora è per lo più un’altra paura primordiale, che se possibile lascia ancora meno spazio all’esercizio del pensiero: la paura della morte civile, ossia la paura di essere emarginati dal consesso sociale, altrimenti detto società civile, perché fatta di bravi cives, cioè – nella accezione aggiornata del termine – ominidi educati dalla culla alla tomba a conformarsi ai dogmi del nuovo evangelo civico (arricchito recentemente del corposo capitolo sanitario).
Siamo scivolati rovinosamente nella giungla del sopruso istituzionalizzato in cui non vi è più alcun argine alla demenza fatta precetto, in un vortice di spregiudicatezza e di irresponsabilità dove il confine tra l’impostura, la malafede e la tragicomicità è diventato davvero difficile da identificare
Quell’evangelo che è diventato nel frattempo persino una nuova supermateria obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, a partire dall’asilo (supermateria perché trasversale a tutte le altre e che quindi si comporta come una sorta di asso pigliatutto) e che va sotto l’etichetta rassicurante di «nuova educazione civica» – pareva brutto chiamarla direttamente Agenda 2030, ma di fatto quello è: i libri di testo, infatti, si intitolano proprio così – introdotta con l. 92/2019 ed entrata in vigore giusto giusto a partire dall’ultimo anno scolastico 2020/21. Guarda un po’ le combinazioni.
Questa materia è un grande carro dentro cui vengono trasportati i macromotivi delle ideologie in voga, per addomesticare il suddito globale. In contemporanea il Vaticano, per non sfigurare, si è inventato una cosa che ha chiamato Global Compact on Education (c’era una volta il latino), con cui ha messo a tema anche lui la necessità di «ricostituire il patto educativo globale per costruire il futuro del pianeta», come da decalogo mondialista, quale risulta dal combinato disposto della Agenda ONU 2030 e della enciclica Laudato sì, che non sono altro che le due facce della stessa medaglia.
Così la teologia globalista, che si presenta al mondo in veste egualitaria, pacifista, ecologista (nel senso di Greta), scientista, genderista, omosessualista e ora terapeutica, diventa un programma congiunto contro-culturale (a-culturale) da imporre alle masse a uso e consumo del Potere; di qui discende la sua implacabile vocazione fondamentalista, nel senso che quanti non vi si convertano sono ipso facto rigettati dal consesso civile. Candidati alla nuova apartheid.
Ad alimentare la propensione alla obbedienza cieca e automatica – si può dire cadaverica – se in origine era effettivamente, e comprensibilmente, la paura di un virus sconosciuto, ora è per lo più un’altra paura primordiale, che se possibile lascia ancora meno spazio all’esercizio del pensiero: la paura della morte civile, ossia la paura di essere emarginati dal consesso sociale, altrimenti detto società civile, perché fatta di bravi cives, cioè – nella accezione aggiornata del termine – ominidi educati dalla culla alla tomba a conformarsi ai dogmi del nuovo evangelo civico (arricchito recentemente del corposo capitolo sanitario).
Questo pacchetto di dogmi è stato imbellettato con un cerone mistico e si è tramutato in un vero e proprio credo, elaborato nei templi delle tecnocrazie sovranazionali, sposato dalla chiesa postcattolica, e propagato in filodiffusione a reti unificate. Una religione con le sue formule, i suoi riti, i suoi sacramenti, i suoi ministri del culto.
L’apporto del cristianesimo – un cristianesimo evidentemente contraffatto, orizzontale, rivisto e corretto in salsa filantropica e umanitaria – è oltremodo utile a fornire alla manovra il respiro universale cui ambisce.
Nelle catechesi di massa, come è questa con cui abbiamo a che fare, torna comoda la struttura gerarchica del cattolicesimo romano, che incorpora in sé il germe dell’obbedienza, sfruttando l’equivoco madornale insito nella domanda che pochi si fanno, ma che è cruciale: obbedienza a chi? Alla verità rivelata, o alla istituzione pro tempore? A Cristo, o al suo vicario? Alla legge di Dio, o ai suoi interpreti estemporanei? Questa ambiguità sul senso dell’obbedienza lascia tutto lo spazio all’indottrinamento massivo, che fa leva su un duplice atavico bisogno delle persone: di avere una guida morale da seguire, e di sentirsi in pace con la coscienza.
A questo serve, e non è cosa da poco, la santa alleanza tra le tecnocrazie e la neochiesa, impegnate oggi nella stessa identica opera di proselitismo.
Da notare che chi aderisce a questa nuova religione ha il terrore di sottoporne i dogmi al vaglio della ragione, perché sa che questo vaglio potrebbe far crollare miseramente una impalcatura farlocca a cui ha finito per affidare tutto, per puro atto di fede, a partire dalla propria salute, la propria vita, la salute e la vita dei propri figli.
Ecco perché il devoto si aggrappa disperatamente ai mantra che i media di regime diramano per soffocare i fatti – che hanno il vizio di accadere nonostante la narrazione costruita a tavolino che tenta di soffocarli – e li ripete ipnoticamente, questi mantra, in cattedra, al bar, dal salumiere, nel sonno.
Ecco perché il devoto odia coloro che non si lasciano trascinare nel gorgo del conformismo ed esercitano ancora un discernimento critico (peraltro nemmeno troppo sofisticato, anzi piuttosto elementare). Questo nuovo uomo pio odia gli empi che disertano i rituali di massa, le orge scientificamente corrette, perché in qualche modo mettono in luce tutta la debolezza, l’abulia, l’apatia, di chi si lascia stregare dai suoni disarticolati della propaganda, per quanto siano palesemente stonati, grossolanamente contraddittori, ma non importa.
Ecco perché il devoto odia coloro che non si lasciano trascinare nel gorgo del conformismo ed esercitano ancora un discernimento critico (peraltro nemmeno troppo sofisticato, anzi piuttosto elementare).
Questo nuovo uomo pio odia gli empi che disertano i rituali di massa, le orge scientificamente corrette, perché in qualche modo mettono in luce tutta la debolezza, l’abulia, l’apatia, di chi si lascia stregare dai suoni disarticolati della propaganda, per quanto siano palesemente stonati, grossolanamente contraddittori, ma non importa.
La massa ovina non si pone troppi problemi: obbedisce in cambio di una brucata qua e là. E comunque, a rinsaldare e nobilitare questa modalità gregaria (cioè propria di chi è parte integrante del gregge) soccorre l’autoidentificazione con la figura del missionario, che incarna la più alta forma di altruismo caritatevole. Così che, appunto, anche la coscienza ne esce non solo pacificata, appagata, ma addirittura gonfiata con generoso autocompiacimento.
Alla luce di tutto questo, è evidente come da un anno e mezzo a questa parte noi non siamo di fronte a una operazione di carattere sanitario, ma semmai psicosociale e psicopolitico. L’adesione al piano terapeutico calato dall’alto è un referendum, una richiesta di consenso (non informato, perché fondato su un puro atto di fede).
Ebbene, il popolo eterodiretto ha votato: la maggioranza ha detto sì. Un voto estorto con l’inganno, in cambio del miraggio della restituzione di una finta libertà, come se la mia libertà fosse l’oggetto di una graziosa concessione altrui.
Particolarmente esposte a restare catturate nelle geometrie perverse e pervertite di questo potere ab-soluto (sciolto da ogni vincolo superiore) e nei suoi tentacoli mediatici, e soprattutto prone a subirne massimamente i danni, sono le nuove generazioni. Plasmabili per definizione e obbedienti per formazione.
Alla luce di tutto questo, è evidente come da un anno e mezzo a questa parte noi non siamo di fronte a una operazione di carattere sanitario, ma semmai psicosociale e psicopolitico. L’adesione al piano terapeutico calato dall’alto è un referendum, una richiesta di consenso (non informato, perché fondato su un puro atto di fede)
Il loro indottrinamento, già a buon punto grazie a un programma che parte da molto lontano, ha subito nell’ultimo anno e mezzo una accelerazione furibonda e un cambio di passo verso l’addestramento precoce della vita in schiavitù.
È stato inflitto loro un violento condizionamento psicofisico, fortemente potenziato dalla privazione protratta di tutti quegli spazi naturali, tempi naturali, modalità spontanee, legati indissolubilmente ai bisogni vitali di individui in crescita: la scuola, l’aggregazione, il movimento, l’aria aperta. Addirittura sono stati cancellati i volti, le espressioni; è stato inibito il contatto, il respiro, il sorriso e l’abbraccio. La vita.
Nelle parentesi elargite in presenza, momentaneamente scarcerati dalla famigerata DAD, gli scolari sono stati costretti a inscenare in modo continuato, come tante scimmiette ammaestrate, una serie di rituali di massa (distanziamenti, igienizzazioni, controlli, monitoraggi, sensi unici alternati, e chi più ne ha più ne metta): un incrocio tra un lager e un presidio sanitario, insomma. Queste azioni ritmate e ripetute, intimamente condizionanti, finiscono per cementare demenziali automatismi, per inculcare ipocondria, diffidenza verso i propri simili, subordinazione cieca agli ordini della sedicente autorità. L’obbedienza a ogni genere di imposizione, cui la massa è stata educata per tempo a scuola con mezzi subdoli quanto suggestivi, si radica così definitivamente legandosi pure al voto in pagella.
Ebbene, il deserto sensoriale e l’annientamento psicofisico sono stati la premessa ideale per completare un piano di conquista e di sottomissione di una generazione già pesantemente minata nel proprio sistema immunitario dalla dipendenza telematica (con tutti i suoi effetti degradanti sullo sviluppo delle facoltà superiori), oltre che da una scuola divenuta, da tempo, palestra di omologazione coatta: è stato fatto un lavoro implacabile e certosino nella scuola dei test a crocette, del mercato e delle soft skills, del successo formativo, dei crediti e dei debiti. Dell’alternanza con il lavoro, dei corsi alla sessualità e alla non violenza, all’inclusione, alla alimentazione e al codice della strada. Di tutto, insomma, fuorché della conoscenza, della cultura, della teoresi: ovvero dei fondamentali. La scuola è di fatto una fabbrica di invertebrati analfabeti, che devono essere svuotati di tutto e rimpinzati di contenuti ad alta carica ideologica.
Com’è intuitivo, ha un ruolo chiave nel processo di destrutturazione, liquefazione e riprogrammazione dell’essere umano, perché è lì che transitano tutti e che tutti si possono plasmare, come il pongo.
Particolarmente esposte a restare catturate nelle geometrie perverse e pervertite di questo potere ab-soluto (sciolto da ogni vincolo superiore) e nei suoi tentacoli mediatici, e soprattutto prone a subirne massimamente i danni, sono le nuove generazioni. Plasmabili per definizione e obbedienti per formazione.
La cattività protratta, e tutta la sofferenza che ne è scaturita, è stata il trampolino di lancio per l’ultimo ricatto e la soluzione finale che, attraverso i noti raggiri mediatici, ha indotto i nostri ragazzi ad assumere di slancio il ruolo di cavie inconsapevoli in una surreale, agghiacciante, transumanza. Messi in carcere per un anno e mezzo-due, sono diventati delle molle, hanno perso la capacità di guardare a un orizzonte che vada oltre la prospettiva asfittica della vacanzina estiva o della serata in discoteca. Hanno perso il senso del limite e il senso stesso della vita e, pur di riconquistarne una fettina, un pallido simulacro peraltro a scadenza, sono pronti a tutto.
Non bisogna dimenticare che la scuola dell’emergenza – un grottesco surrogato di scuola – era stato definito dall’UNESCO (propaggine ONU per l’educazione, la scienza e la cultura), come «l’esperimento di più vasta scala nella storia dell’istruzione». Siamo, appunto, nell’era degli esperimenti di massa. Ce lo dicono a chiare lettere, ormai non c’è più nulla di nascosto, la fase carsica dell’esecuzione del piano egemonico è superata, ora è tutto alla luce del sole. Pornograficamente.
La cavia predestinata di questo esperimento era appunto l’alunno, ridotto a paziente, a terminale, a materiale di laboratorio, ostaggio fisso della macchina che gli è fornita in dotazione e che deve prendere il sopravvento su di lui, profilandolo e, poi, telepilotandolo. Nel fantastico mondo dei finti diritti e della finta democrazia, nella ubriacatura delle finte libertà, il controllo si fa sempre più penetrante e pervasivo e serve alla manipolazione, alla standardizzazione, alla robotizzazione sistematica. D’altra parte, il potere che ci sovrasta (e che si presenta oggi sotto la forma insidiosa del biopotere) è ossessionato dal controllo. Talmente ossessionato da fare irruzione fin dentro lo spazio sacro della sovranità famigliare e persino della sovranità biologica, genetica, molecolare. E di quella spirituale.
Ebbene, il deserto sensoriale e l’annientamento psicofisico sono stati la premessa ideale per completare un piano di conquista e di sottomissione di una generazione già pesantemente minata nel proprio sistema immunitario dalla dipendenza telematica (con tutti i suoi effetti degradanti sullo sviluppo delle facoltà superiori), oltre che da una scuola divenuta, da tempo, palestra di omologazione coatta. La scuola è di fatto una fabbrica di invertebrati analfabeti, che devono essere svuotati di tutto e rimpinzati di contenuti ad alta carica ideologica
Bene. Abbiamo il risultato (parziale) di questo bell’esperimento scolastico. Ce lo hanno fornito i dati, rilanciati pure senza vergogna dai giornaletti mainstream, che titolano: «I ragazzi come reduci di guerra». I primi sono stati i neuropsichiatri del Bambin Gesù, poi l’equipe del Gaslini, da ultimo l’istituto neurologico Mondino di Pavia, e molte altre sirene qualificate che hanno fatto suonare l’allarme rosso: il 79 per cento degli adolescenti manifesta sintomi riconducibili a un disturbo post traumatico da stress. Proprio come i reduci del Vietnam. Si impennano i suicidi, tentati e consumati.
È criminale che, dopo questa strage dichiarata, gli stessi cosiddetti “esperti” lascino che passi liscio liscio il messaggio becero che la vita, rapinata e insultata fino a quel punto, si ripari e si riconquisti attraverso un green pass, che sta diventando il patentino da esibire in società per farle credere (alla società) che sei un tipo emancipato. Quando invece è la plastica manifestazione del più beota asservimento.
Stiamo truffando e annientando una generazione intera. Ora lo stiamo facendo proprio fisicamente. Ma spiritualmente, moralmente, culturalmente il grosso del lavoro era già stato fatto e il terreno era ampiamente dissodato.
Lo Stato, appropriandosi manu militari dei suoi sudditi in erba, li vuole crescere ligi, uguali e obbedienti. L’arma vincente, per ottenere la piena uniformità di vedute e comportamenti, ed evitare disertori, è la minaccia dell’esclusione dei non conformi dal gruppo dei pari.
In questo delirio collettivo, è sbocciata addirittura una nuova virtù civica, la delazione (che si è aggiunta alla lista dei comandamenti del bravo cittadino globale, allevato in batteria col becchime della Agenda ONU 2030). Il sicofante, prototipo del personaggio spregevole nella letteratura classica, è diventato un eroe nella nuova catechesi scolastica.
La scuola dell’emergenza – un grottesco surrogato di scuola – era stato definito dall’UNESCO (propaggine ONU per l’educazione, la scienza e la cultura), come «l’esperimento di più vasta scala nella storia dell’istruzione». Siamo, appunto, nell’era degli esperimenti di massa. Ce lo dicono a chiare lettere, ormai non c’è più nulla di nascosto, la fase carsica dell’esecuzione del piano egemonico è superata, ora è tutto alla luce del sole. Pornograficamente
Si sa bene quanto la pressione del gruppo abbia il potere di conformare fino a intimamente persuadere, soprattutto chi fisiologicamente ha bisogno del gruppo per identificarsi e via via identificare se stesso, e per sbalzare fuori così la propria personalità. Sapevano di affondare il coltello nel burro. Li avevano già programmati per rispondere a un determinato segnale.
Ma di questo trattamento crudele e zootecnico in cui sono rimaste invischiate le nuove generazioni, e non da oggi, i primi responsabili ovviamente siamo noi, i loro ascendenti. Abbiamo assistito in questi mesi al film impietoso e grottesco di genitori storditi, e nonni teledipendenti, ripiegati tutti sul proprio travolgente egotismo, che non hanno fatto altro che avallare una narrazione drogata e rincarare ab intra le vessazioni inflitte a quei figli che, invece, avrebbero dovuto proteggere dagli abusi e armare con le armi della ragione, dell’autonomia, del coraggio.
Senza colpo ferire li hanno consegnati al leviatano, come vittime sacrificali. Nel senso letterale, perché in questi rituali si praticano anche sacrifici umani.
L’idea estrema che deve passare è che bisogna mettere nel conto anche i sacrifici umani, la gente deve imparare ad accettarli in nome del calcolo utilitarista: alcuni muoiono, magari tu stesso muori, ma siccome secondo la vulgata altri da queste morti trarrebbero beneficio, nel bilancio demenziale inculcato alle masse rintronate va bene così. In un clamoroso quanto devastante ribaltamento dei principi morali più elementari, della logica e, ancor prima, del primordiale istinto di conservazione.
Paradossalmente, la leva che ci ha portato fino a dover subire la schiavitù più feroce che sta umiliando le nostre vite è stata proprio l’ubriacatura della finta libertà.
L’uomo si è persuaso di potersi autodeterminare senza limiti nel suo brodo individualistico ed edonistico, fino al punto di sbarazzarsi persino della realtà, della natura e della stessa fisiologia. Ma l’uomo-misura di tutte le cose, quello che si dà le proprie leggi senza alcun parametro superiore, non può che approdare al proprio suicidio. Un po’ come la barca che perde il timoniere o gli strumenti di bordo e non vede più le stelle sopra di sé a darle l’orientamento. Ci siamo schiacciati rasoterra e ci siamo chiusi il cielo sopra di noi.
L’immanentizzazione della religione, completamente addomesticata alle logiche adulterate del mondo, è stata, in questo processo, decisiva.
Stiamo truffando e annientando una generazione intera. Ora lo stiamo facendo proprio fisicamente. Ma spiritualmente, moralmente, culturalmente
Non è un’iperbole paragonare i connotati dell’ora presente a quelli dell’universo concentrazionario, di cui la letteratura ci offre descrizioni mirabili, ma dalle quali non abbiamo tratto l’insegnamento che avremmo dovuto. Del resto, c’è un motivo per cui la storia non si insegna e non si impara più.
In Arcipelago Gulag, Solženicyn racconta la vita nelle centinaia di lager in cui, fra il 1930 e il 1953, sono transitati circa venti milioni di cittadini sovietici. Ogni lager era un’isola dell’Arcipelago.
A un certo punto della sua opera, l’autore elenca i veleni che, dal vasto mare dei lager, si propagarono in tutta la Russia, fino a deformare anche la cosiddetta «vita libera» di coloro che stavano oltre i reticolati. Questi veleni, diffusi come un gas tossico, dappertutto, erano: «costante paura, marchiatura, circospezione e diffidenza, generale ignoranza, delazione, corruzione, tradimento e menzogna come forma di esistenza, crudeltà, psicologia da schiavi».
Meno di un secolo dopo, ciascuna di queste componenti, nessuna esclusa, si ripropone e stende sulla società lo stesso reticolato invisibile. Anzi, l’insieme di questi elementi esce amplificato dalla potenza di fuoco, e dalla estensione senza confini territoriali, del progresso tecnologico, soprattutto biotecnologico. Il nostro è un lager planetario.
L’idea estrema che deve passare è che bisogna mettere nel conto anche i sacrifici umani, la gente deve imparare ad accettarli in nome del calcolo utilitarista: alcuni muoiono, magari tu stesso muori, ma siccome secondo la vulgata altri da queste morti trarrebbero beneficio, nel bilancio demenziale inculcato alle masse rintronate va bene così. In un clamoroso quanto devastante ribaltamento dei principi morali più elementari, della logica e, ancor prima, del primordiale istinto di conservazione
Ciò che davvero interessa i suoi tenutari non è l’egemonia economica o l’espansione geopolitica, ma è il dominio sull’uomo, nel corpo e nel pensiero: la sua umiliazione, la sua riduzione, secondo un piano antico, esplicito e ordinatissimo, che operativamente possiamo ricondurre al Club di Roma alla fine degli anni Sessanta, ma le cui radici teoriche risalgono al Malthus di qualche secolo prima. Era stato messo in fila da tempo tutto ciò che serve all’avvento del postumano e del transumano. Cioè, dell’anti-umano.
Ecco allora i piani di riduzione della popolazione, detti graziosamente di «pianificazione famigliare» (Planned Parenthood). Ecco la sterilizzazione generalizzata, chiamata con la formula più carina di «sviluppo sostenibile» (che è poi il titolo della Agenda 2030), ecco la decrescita più o meno felice. Ovvero la contrazione terminale del sistema tutto: delle libertà, della procreazione, del lavoro. In una parola, della Civiltà.
L’uomo, l’Imago Dei, va annientato.
Alla depopolazione, secondo il programma neomalthusiano che sta alla radice delle agende sovranazionali da qualche decennio a questa parte, si procede attraverso due direttrici interdipendenti: la sterilizzazione e l’eugenetica.
Il mondo nuovo è un mondo sterilizzato, in ogni senso possibile. Sia nel senso che l’umanità va resa sterile, cioè va messa in condizione di non riprodursi naturalmente, e va educata a essere sterile. Sia nel senso che deve nascere, vivere e morire in ambiente sterile: la fecondazione avviene in provetta e l’utero artificiale – si dice in ambienti sedicenti scientifici – sarebbe preferibile all’utero materno perché a differenza di questo è un ambiente sterile; allo scemare della qualità della vita – qualità misurata secondo il metro arbitrario di chi comanda – c’è l’eutanasia a garantire una dipartita pulita, anch’essa in ambiente sterile e sanificato; infine, la cremazione assicura l’igiene post mortem.
Ciò che davvero interessa i suoi tenutari non è l’egemonia economica o l’espansione geopolitica, ma è il dominio sull’uomo, nel corpo e nel pensiero: la sua umiliazione, la sua riduzione, secondo un piano antico, esplicito e ordinatissimo, che operativamente possiamo ricondurre al Club di Roma alla fine degli anni Sessanta, ma le cui radici teoriche risalgono al Malthus di qualche secolo prima. Era stato messo in fila da tempo tutto ciò che serve all’avvento del postumano e del transumano. Cioè, dell’anti-umano.
Tutto risponde a un disegno contronaturale, contro il logos (contro il bio-logos) che sovrintende al creato. Contro la carne e lo spirito.
L’uomo deve essere pian piano sostituito dal prodotto fabbricato in laboratorio, all’ultimo grido dell’ingegneria eugenetica. L’ultimo grido si chiama CRISPR. Il CRISPR è il procedimento biotecnologico di editing genetico, cioè di taglia e cuci molecolare, con cui nel DNA vengono sostituiti dei geni, i cosiddetti geni bersaglio, e poi viene ricucita la catena genetica.
Le tecniche connesse con la fecondazione in vitro (il grande affare della provetta) servono a programmare i connotati dell’essere umano nella fase che precede l’impianto dell’embrione. Ancora una volta, su modello zootecnico. Li abbiamo già, i bambini geneticamente modificati, tipo le famose gemelline cinesi, nate nel 2019 AIDS-free (immuni all’HIV) con la tecnica CRISPR.
Un co-scopritore del CRISPR ha detto a chiare lettere che «fare il bambino con il CRISPR sarà come vaccinarlo». La provetta cioè, di fatto, come cantiere prenatale della vita diventa una sorta di vaccino preventivo incorporato nel procedimento di fabbricazione del manufatto umano, in modo che il prodotto sottoforma di bambino possa essere consegnato all’aspirante genitore insieme al relativo certificato di garanzia: immune all’HIV, o un domani immune al Covid, ma anche, per esempio, dotato di ossa indistruttibili, o di orecchio assoluto, di intelligenza matematica.
Il genetista sir Richard Dawkins nel 2006 diceva che è lecito chiedersi, essendo ormai passati sessant’anni dalla morte di Hitler, quale sia la differenza morale tra la riproduzione di esseri con abilità musicali, e il costringere un bambino a prendere lezioni di musica. O tra l’allenare corridori veloci o saltatori in alto, e riprodurli.
L’uomo deve essere pian piano sostituito dal prodotto fabbricato in laboratorio, all’ultimo grido dell’ingegneria eugenetica. L’ultimo grido si chiama CRISPR. Il CRISPR è il procedimento biotecnologico di editing genetico, cioè di taglia e cuci molecolare, con cui nel DNA vengono sostituiti dei geni, i cosiddetti geni bersaglio, e poi viene ricucita la catena genetica
Cosa significa questo? Significa che, sotto la suggestione del miglioramento della progenie (il che dovrebbe ricordare qualcosa, ma di nuovo il non studiare più la storia serve anche a dimenticare gli orrori del passato), stiamo allegramente consegnando ai signori delle farmaceutiche il controllo di qualità e di quantità sulle nostre vite.
In cambio dell’illusione di ottenere il figlio perfetto, munito dei connotati scelti da catalogo, liberato a priori da una lista di malattie e affrancato dai rischi connessi alla lotteria della natura (una roulette russa, in fondo), in cambio di questa illusione, siamo disposti a cedere il rubinetto della vita alle multinazionali del farmaco e ai filantropi che le controllano, che potranno accenderlo o spegnerlo a piacimento, e possono condurre impuniti i loro esperimenti eugenetici.
Non ci vuole molto a capire come l’agenda segnata voglia che la procreazione, da naturale, debba diventare sintetica. Cioè de-sessualizzarsi (il sesso viene relegato a funzione ricreativa, ma sterile) e spostarsi verso il paradigma della “fertilizzazione”, come nella zootecnia (con relative selezioni e manipolazioni tecnologiche).
Il «padre» della prima bambina concepita in provetta nel 1978 – il prototipo Louise Brown – per la sua impresa conquistò nel 2010 il Nobel per la medicina. Nella motivazione del premio, si legge che, grazie a lui, «la fecondazione in vitro passa da visione a realtà, e comincia una nuova era della medicina». E lui, sir Robert Edwards, dichiarò, papale papale, di essere riuscito a dimostrare con successo di sapersi mettere al posto di Dio. E preconizzava compiaciuto che «presto sarà colpa dei genitori avere un bambino portatore di disordini genetici». Vale a dire che, nella sua testa, la normalizzazione della provetta doveva gradualmente portare verso la demonizzazione della generazione naturale.
Le tecniche connesse con la fecondazione in vitro (il grande affare della provetta) servono a programmare i connotati dell’essere umano nella fase che precede l’impianto dell’embrione. Ancora una volta, su modello zootecnico. Li abbiamo già, i bambini geneticamente modificati, tipo le famose gemelline cinesi, nate nel 2019 AIDS-free (immuni all’HIV) con la tecnica CRISPR
Ha fatto proseliti costui, perché il nostro ministero della salute qualche anno fa, in occasione del lancio dei cosiddetti Fertility Day (una bella trovata della Lorenzin acclamata dalla galassia cattolica), diceva che la FIVET, «nata come risposta terapeutica a condizioni di patologia specifiche e molto selezionate, sta forse assumendo il significato di un’alternativa fisiologica». Cioè, alla procreazione come madre natura l’ha pensata. Alternativa fisiologica è il passaggio che precede la «scelta obbligata» perché, in questo ordine di idee, la procreazione naturale, quella appunto affidata alla roulette russa della natura, deve diventare un rischio assurdo e correrlo una scelta irresponsabile, da persone civicamente ineducate e anche un po’ egoiste: oggi infatti il progresso offre la possibilità di eliminare gli imprevisti attraverso la riprogenetica, sterilizzata e selettiva, quella che produce e consegna designer babies su ordinazione, chiavi in mano e in garanzia.
Il punto è che la fecondazione artificiale, cioè la fabbricazione dell’uomo in laboratorio, è intimamente e inscindibilmente interconnessa alla eugenetica. Per una questione di logica invincibile. Se io ordino un bambino e, dopo tutta la filiera, mi viene consegnata una creatura con qualche patologia o senza gli optional richiesti è, tecnicamente, un aliud pro alio.
Lo stesso Edwards non ha mai fatto mistero né del proprio brutale orizzonte utilitarista, né del proprio credo eugenetico. «Quando la gente dice che la diagnosi preimpianto è costosa, rispondo sempre: qual è il prezzo di un bambino disabile che nasce? Qual è il costo che ognuno deve sopportare? È un prezzo terribile per tutti, e il costo economico è immenso. Per una diagnosi preimpianto, a confronto, servono davvero pochi soldi». L’eroe della scienza, vincitore del premio Nobel, portatore per definizione di un’alta vocazione umanitaria, colui che ha inaugurato una nuova era della medicina, può permettersi impunemente di parlare come un Mengele. Il grande innominato che ci ha lasciato in eredità un sacco di cloni in incognita.
Cosa significa questo? Significa che, sotto la suggestione del miglioramento della progenie (il che dovrebbe ricordare qualcosa, ma di nuovo il non studiare più la storia serve anche a dimenticare gli orrori del passato), stiamo allegramente consegnando ai signori delle farmaceutiche il controllo di qualità e di quantità sulle nostre vite
Quindi, alla base della legge 40/2004 («norme in materia di procreazione medicalmente assistita)» – per inciso legge voluta e scritta dal mondo cattolico e prolife – e poi alla base dell’ingresso della fecondazione artificiale nei LEA di Stato non vi è di certo la preoccupazione di incentivare le nascite, come qualcuno voleva farci credere, a partire appunto dai cattolici. Peraltro e per inciso, se c’era bisogno di una riprova di come tutti rispondano a un unico richiamo e a interessi convergenti, basti dire che oggi i cosiddetti prolife italiani sono tutti presi a promuovere la bontà dei cosiddetti «vaccini» OGM: e con questo è detto tutto.
La FIVET è subdola perché si presenta al pubblico sotto la maschera della vita (dietro il paravento caritatevole di fornire un bimbo in braccio a chi lo desideri e che, siccome ogni volontà desiderante oggi si tramuta magicamente in diritto, sarebbe titolare del cosiddetto «diritto alla genitorialità»). Ma il suo obiettivo, per chi vede la luna e non si ostina a guardare il dito, è tutt’altro e prevale su tutto: è appunto la desessualizzazione della procreazione, la sua artificializzazione, connessa con la selezione eugenetica della specie, in costanza di libera orgia, purché sterile.
La FIVET in quanto tale – omologa, eterologa, la sostanza non cambia – porta con sé la reificazione e la mercificazione dell’uomo. Esattamente a questo mirano i ministeri che si chiamano della salute, mira la neochiesa, mirano soprattutto le multinazionali del farmaco, i loro scagnozzi e i loro padroni.
E intanto l’uomo, nel silenzio generalizzato, si derubrica a manufatto di precisione, a prodotto industriale come un altro, soggetto alle regole del mercato e alla logica del profitto, diventa un codice a barre. Una monade senza identità, privata persino delle radici di un padre e di una madre, di un grembo e di una famiglia, al di fuori di quella catena che, da che mondo è mondo, lega insieme le generazioni. E che a tutti i costi si vuole spezzare, con conseguenze che nemmeno gli scienziati-stregoni sono in grado di prevedere. Fanno esperimenti, loro.
In cambio dell’illusione di ottenere il figlio perfetto, munito dei connotati scelti da catalogo, liberato a priori da una lista di malattie e affrancato dai rischi connessi alla lotteria della natura (una roulette russa, in fondo), in cambio di questa illusione, siamo disposti a cedere il rubinetto della vita alle multinazionali del farmaco e ai filantropi che le controllano, che potranno accenderlo o spegnerlo a piacimento, e possono condurre impuniti i loro esperimenti eugenetici
Ora la Francia, come sempre all’avanguardia, ha in dirittura di arrivo una legge che consentirà la ricerca senza limiti sulle cellule staminali embrionali umane, la creazione di gameti artificiali, copie di embrioni umani, embrioni chimerici ed embrioni transgenici. Cioè permetterà, di fatto, la trasformazione dell’uomo in un organismo geneticamente modificato, e l’attraversamento della barriera delle specie. Ovviamente, tutto dietro il paravento del progresso medico-scientifico e biotecnologico, per il bene dell’umanità. L’Italia, come sempre, seguirà a ruota.
Secondo una nota genetista francese, Henrion-Caude, c’è un rapporto diretto tra i trattamenti genici sperimentali di massa a mRNA, diffusi a seguito della pandemia da COVID-19, e gli orizzonti spalancati dalla nuova legge francese che liberalizza la manipolazione del DNA degli embrioni. Entrambe sono manovre di chiara matrice transumanista. Dove il transumanesimo diventa una operazione di massa.
Evidentemente, l’obiettivo è controllare il seme della stirpe dell’uomo, il suo codice genetico, il codice della vita.
Quello che stiamo vedendo e vivendo ora non è altro che l’esito cibernetico della hybris antica e il precipitato finale del non serviam, il binomio suicida con cui la creatura, disconoscendo il proprio statuto, addenta il frutto dell’albero della vita.
Il 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto cui seguì l’espulsione dalla Russia, fu pubblicata la celebre esortazione di Solženicyn ai suoi compatrioti, intitolata Vivere senza menzogna.
La FIVET è subdola perché si presenta al pubblico sotto la maschera della vita (dietro il paravento caritatevole di fornire un bimbo in braccio a chi lo desideri e che, siccome ogni volontà desiderante oggi si tramuta magicamente in diritto, sarebbe titolare del cosiddetto «diritto alla genitorialità»). Ma il suo obiettivo, per chi vede la luna e non si ostina a guardare il dito, è tutt’altro e prevale su tutto: è appunto la desessualizzazione della procreazione, la sua artificializzazione, connessa con la selezione eugenetica della specie, in costanza di libera orgia, purché sterile.
«Stiamo ormai per toccare il fondo, su tutti noi incombe la più completa rovina spirituale, sta per divampare la morte fisica che incenerirà noi e i nostri figli, e, noi continuiamo a farfugliare con un pavido sorriso: Come potremmo impedirlo? Non ne abbiamo la forza. Siamo a tal punto disumanizzati, che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, pur di non disturbare la nostra grama esistenza. Non abbiamo più nessun orgoglio, nessuna fermezza, nessun ardore nel cuore. (…) Davvero non c’è alcuna via d’uscita? E non ci resta se non attendere inerti che qualcosa accada da sé? Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé, se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia! (…) Per i giovani che vorranno vivere secondo la verità, all’inizio l’esistenza si farà alquanto complicata: persino le lezioni che si apprendono a scuola sono infatti zeppe di menzogne… Ma per chi voglia essere onesto non c’è scappatoia…: mai, neanche nelle più innocue materie tecniche, si può evitare l’uno o l’altro dei passi che si son descritti, dalla parte della verità o dalla parte della menzogna: dalla parte dell’indipendenza spirituale o dalla parte della servitù dell’anima. E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia, non si vanti d’essere un accademico o un «artista del popolo» o un generale: si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena. Ma se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lascerebbe respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo. Pieghiamo la schiena ancora di più, aspettiamo dell’altro, e i nostri fratelli biologi faranno maturare i tempi in cui si potranno leggere i nostri pensieri e mutare i nostri geni. Se ancora una volta saremo codardi, vorrà dire che siamo delle nullità, che per noi non c’è speranza, e che a noi si addice il disprezzo di Puskin: A che servono alle mandrie i doni della libertà?».
Solženicyn ha fatto conoscere al mondo i meandri maligni dell’Arcipelago Gulag; ma, insieme a questi, ha fatto conoscere anche i tanti ricoveri spirituali di cui l’arcipelago, nonostante tutto, era disseminato. Perché, proprio là dentro, gli uomini che intendevano mantenere integro il loro cuore potevano trovare la via della salvezza.
La FIVET in quanto tale – omologa, eterologa, la sostanza non cambia – porta con sé la reificazione e la mercificazione dell’uomo. Esattamente a questo mirano i ministeri che si chiamano della salute, mira la neochiesa, mirano soprattutto le multinazionali del farmaco, i loro scagnozzi e i loro padroni.
Non a caso egli titola L’anima e il reticolato la parte della sua opera dedicata alla rinascita spirituale sua e di tanti suoi compagni di prigionia.
Senza volerlo, i reticolati erano divenuti riparo di una terra benedetta, fecondata dai martiri, e fiorita di quel cristianesimo di cui la rivoluzione aveva cancellato sì le tracce, ma senza distruggere la semente.
Oggi i renitenti alla leva della menzogna sono chiamati, ancora una volta, ad uno sforzo che sembra sovrumano.
Ma la pillola rossa una volta inghiottita produce effetti irreversibili e dirompenti: fa saltare fuori dalla società anestetizzata. La cosa ostica e insieme tremenda da digerire è che lo Stato ti vuole male, che lo Stato, al quale tu peraltro versi le tasse, in realtà lavora per il tuo danno. Che la forza di gravità delle istituzioni non tende al bene comune, ma al male comune. Questa prospettiva genera una dissonanza cognitiva insostenibile, che i più rifiutano a priori, perché, per lo meno in prima battuta, getta nella sensazione terribile dell’abbandono.
La cosa ostica e insieme tremenda da digerire è che lo Stato ti vuole male, che lo Stato, al quale tu peraltro versi le tasse, in realtà lavora per il tuo danno. Che la forza di gravità delle istituzioni non tende al bene comune, ma al male comune. Questa prospettiva genera una dissonanza cognitiva insostenibile, che i più rifiutano a priori, perché, per lo meno in prima battuta, getta nella sensazione terribile dell’abbandono
Invece questa prova va affrontata con determinazione.
Innanzitutto con la consapevolezza che abbiamo a che fare con un’Idra dalle molte teste ma da un unico corpo, cioè tanti filoni in apparenza a se stanti fanno capo a un mostro ideologicamente compatto.
Poi con la certezza che la Verità non è quella creata da chi in un dato momento si è conquistato una posizione di supremazia, ma è qualcosa che ci precede e ci resiste, e non si definisce a colpi di maggioranze: la menzogna rimane menzogna anche se la maggioranza la professa e pretende di imporla a tutti come regola di vita.
A noi tocca ogni sforzo per far uscire i nostri figli da questo folle involucro di conformismo e pseudo sicurezza in cui li vogliono ingabbiare per disinnescare la loro vitalità, addestrandoli alla passività cadaverica, smerciando loro in cambio una libertà falsa, del tutto illusoria. In questa sterile sbornia libertaria va risvegliata l’esigenza della trasgressione, che dovrebbe essere peraltro una attitudine congeniale a chi si affaccia alla vita. Va stimolato l’esercizio dello spirito critico sopra ogni regola di cui è preteso il rispetto acritico attraverso un martellamento ossessivo di messaggi di morte e di terrore, e di ricatti e intimidazioni che creano un cupo rumore di fondo.
Dobbiamo fare ogni sforzo per tenere viva nelle nuove generazioni la capacità di elaborare e manifestare un pensiero libero, il che implica la capacità di reggere il dissenso, anche in condizioni di solitudine o di minoranza. Per far questo servono le energie culturali e serve la forza spirituale, interiore, per poter dire: non in mio nome.
Alla dittatura biosecuritaria e ai suoi farmaci transumanisti abbiamo qualcosa di grande da opporre: abbiamo il patrimonio spirituale e la forza del logos di una straordinaria Civiltà, germogliata e sedimentata in questa nostra terra, luogo dell’innesto del cristianesimo nella cultura e nel pensiero dei classici.
Alla dittatura biosecuritaria e ai suoi farmaci transumanisti abbiamo qualcosa di grande da opporre: abbiamo il patrimonio spirituale e la forza del logos di una straordinaria Civiltà, germogliata e sedimentata in questa nostra terra, luogo dell’innesto del cristianesimo nella cultura e nel pensiero dei classici.
Abbiamo l’orgoglio delle nostre radici e della nostra identità, un vincolo materiale, fatto di terra e di sangue, in cui riconoscerci. Abbiamo anche il legame fondato sull’idem sentire, un legame che si stringe nel momento della verità, ed è in grado di generare nuove e feconde alleanze. Abbiamo la nostra coscienza, un bene che nessuno potrà mai imprigionare tra i reticolati, e che dobbiamo tenacemente continuare a nutrire di vera libertà.
Per tutto questo insieme, e soprattutto per la responsabilità che non possiamo non sentire, enorme, verso chi ci succede, ci sarà dato infine anche il coraggio, un’arma grande e benedetta che rende sempre onore a chi la prende con sé.
Elisabetta Frezza
Articolo previamente pubblicato sul sito dell’autrice.
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Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.
È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.
Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.
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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.
Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.
Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.
Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.
Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.
In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.
In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.
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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?
Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.
Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.
Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.
Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.
Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.
Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.
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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.
Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.
Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.
Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.
E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).
Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.
Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»
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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?
Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.
C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.
La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.
E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.
Roberto Dal Bosco
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Legge e civiltà
1.1. Ogni società ha delle leggi, ma non le stesse leggi.
Il diritto esiste, con diversi gradi di perfezionamento, in tutte le società: «ubi societas ibi ius». Alcune civiltà hanno dedicato maggiore sviluppo al diritto rispetto ad altre. Il diritto è un prodotto della civiltà. Certamente, come altri prodotti di una civiltà, può sopravvivere alla civiltà che lo ha creato, ma questa sopravvivenza non può più essere la stessa che ha avuto all’interno della struttura della civiltà che lo ha visto crescere, perché né coloro che lo ricreano né coloro che ne usufruiscono partecipano all’etica fondante proprio perché quest’etica viene vissuta veramente solo nella civiltà che ne è animata. In altre civiltà, quell’etica può essere studiata… ma non vissuta. Il diritto romano è sopravvissuto alla caduta della civiltà greco-romana in Occidente, ma la sua esistenza come prodotto sopravvissuto non è stata, e non poteva essere, la stessa di quando la civiltà romana era ancora in vita. Allo stesso modo, il diritto romano è stato studiato negli ultimi due secoli come probabilmente non era mai stato studiato prima, ma è chiaro che questo diritto non viene più vissuto. Si può osservare che le civiltà che si sono sviluppate maggiormente hanno distinto, in vari modi, i diversi rami del diritto, che sono fondamentalmente due: il diritto pubblico e il diritto privato.1.2. La fine della civiltà dell’Europa occidentale
Il XX secolo è stato testimone di un duplice processo: da un lato, il declino dell’Europa, manifestatosi in molteplici aspetti (etico, estetico, politico, economico, etc.); dall’altro, a complemento del primo, il progressivo sviluppo del continente scoperto e plasmato dall’Europa: l’America. Ma in America, questo sviluppo ha seguito, e continua a seguire, due percorsi che non sempre sono confluiti: uno nell’America settentrionale anglosassone e un altro nell’America settentrionale, centrale e meridionale ispanica. Tuttavia, l’enorme potere politico ed economico dell’America settentrionale anglosassone prevale oggi non solo sui suoi vicini meridionali, ma anche sull’Europa da cui hanno avuto origine le idee che ha rielaborato. Alcuni arrivano persino a parlare di una «civiltà americana». Se questa cultura americana, frutto di uno sviluppo unico di idee originariamente europee, si configurerà infine come una nuova «civiltà» – sì, erede, ma distinta, dalla civiltà cristiana nata in Europa – è qualcosa che prima o poi diventerà evidente. Non si tratterebbe di un fenomeno nuovo, poiché lo stesso fenomeno si è verificato in Europa, dove la civiltà occidentale si è sviluppata sulle coste settentrionali del Mediterraneo, erede, ma distinta, dalla civiltà greco-romana che aveva prosperato nella stessa regione. Non sembra ragionevole pensare che il diritto possa rimanere distaccato dagli eventi che si susseguono nella nostra civiltà, la civiltà cristiano-occidentale nata in Europa. Credo sia evidente che il diritto stia attraversando dei cambiamenti che, a seconda della prospettiva, potrebbero essere descritti come «trasformazione», «evoluzione» o «mutazione». A mio avviso, il diritto, sia privato che pubblico, sta vivendo qualcosa di più di una semplice «trasformazione» o «evoluzione». Sta subendo una vera e propria mutazione, cambiamenti così profondi da poter affermare che viviamo in una civiltà che non è più la civiltà cristiano-occidentale teorizzata da Spengler o Toynbee.1.3. La legge come baluardo difensivo della polis
Il frammento numero 44 di Eraclito di Efeso, secondo il testo raccolto da Diogene Laerzio, afferma che «il popolo deve lottare per la legge come se fosse il proprio muro». Generalmente, le versioni spagnole del frammento traducono la parola «nomos» (νόμος) con «legge», ma questa traduzione non è del tutto corretta. «Nomos» indica l’ordinamento giuridico della comunità, che è più di una semplice «legge». E questo «ordinamento giuridico» dovrebbe essere inteso come la legge che non solo governa, ma dovrebbe governare, una società ben ordinata. Raúl Caballero dà questa interpretazione al frammento: «Ciò che Eraclito chiede agli abitanti di Efeso è che, pur introducendo inevitabili cambiamenti in particolari aspetti dello stile di vita cittadino, dettati dai tempi e dalle esigenze che mutano, il demos, in quanto forza sociale emergente all’interno della polis, rimanga fedele alle forme e ai costumi tradizionali (nomos) nella loro essenza, ovvero in tutto ciò che favorisce il mantenimento dell’unità e della coesione della comunità. Solo in questo modo, secondo Eraclito, Efeso potrà preservare il suo status di comunità politica (polis), al sicuro dalle forze distruttive che minacciano l’integrità della sua coesistenza, proprio come i nemici minacciano un muro comune» (1)Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Mutazione del diritto privato
2.1. Modifica della legge sulla persona e sulla famiglia.
2.1.1. Vita e morte della persona.
In ambito giuridico, ciò che definisce una persona sono la nascita e la morte. Uno dei cambiamenti che il cristianesimo introdusse nel diritto romano (in gran parte a causa della contemplazione del mistero fondativo della civiltà cristiana occidentale, il concepimento verginale di Maria) fu la protezione della vita umana prima della nascita. È quindi di grande importanza notare che il permesso di aborto in ambito legislativo è stato uno degli arieti contro la legge emersi nel fervore della civiltà cristiana occidentale. A questo proposito, viene spesso definito «diritto alla vita», sebbene tale espressione sia forse imprecisa, poiché è evidente che non è possibile attribuire a un essere inanimato il «diritto» ad «avere la vita», e quando si parla di «diritto alla vita» ci si riferisce a un’entità che già possiede la vita. In realtà, si tratta del diritto della persona a «preservare» la vita esistente e, in questo senso, appare come il diritto di un essere umano vivente, anche se non ancora nato, a «preservare» la propria vita e a nascere secondo il corso biologico naturale. Tuttavia, l’evoluzione di questo diritto ha portato a considerare che esso non costituisce un ostacolo all’impedire a un essere umano di «preservare» la propria vita e di impedire la propria nascita. Si contrappone addirittura al «diritto della donna all’autodeterminazione in merito all’interruzione di gravidanza» (Sentenza della Corte Costituzionale n. 44/2023). Tra l’altro, nessuno ha spiegato come questa «autodeterminazione» possa far riprendere quella gravidanza che è stata «interrotta». Allo stesso modo, viene abbandonata l’idea che la vita nelle sue fasi finali debba essere oggetto di massima cura e attenzione. Da parte sua, anche l’idea di morte ha subito una brutale mutazione, considerando che l’individuo non solo ha la libertà di togliersi la vita ma anche la libertà di chiedere che lo Stato lo faccia, il cosiddetto «diritto di chiedere e ricevere l’assistenza necessaria per morire» (eutanasia) che, guarda caso, corrisponde ai cittadini spagnoli, ma non agli stranieri clandestini (articolo 5.1.a della Legge organica 3/2021).2.1.2. Nominalismo contro realismo
Uno dei fattori chiave di quello che è stato considerato un punto di svolta nella civiltà cristiana occidentale è stata la predominanza del nominalismo sul realismo alla fine del cosiddetto «Medioevo». Questo processo «nominalista» ha avuto conseguenze nel corso dei secoli e ora, nel XXI secolo, ha raggiunto il suo apice con la Legge 4/2023, del 28 febbraio, per la reale ed effettiva uguaglianza delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone LGBTI. Naturalmente, una persona nasce con un sesso. Ma la legge stabilisce che «nel caso in cui il referto medico indichi una condizione intersessuale del neonato i genitori, di comune accordo, possono richiedere che l’indicazione del sesso rimanga in bianco per un periodo massimo di un anno. Trascorso tale periodo, l’indicazione del sesso sarà obbligatoria e la relativa registrazione dovrà essere richiesta dai genitori» (articolo 49.1 della legge sull’anagrafe civile introdotta dalla legge 4/2023). Nel caso non fosse chiaro, il nominalismo prevale sul realismo e la legge stabilisce che per stabilire il nome proprio di una persona, «qualora l’identificazione risulti ambigua, non verrà data alcuna rilevanza alla corrispondenza del nome con il sesso o l’identità sessuale della persona» (Articolo 51.2 della Legge sull’Anagrafe Civile introdotta dalla Legge 4/2023). Questo nominalismo si verifica anche in relazione alla designazione del sesso precedentemente registrata, poiché la legge consente la «rettifica del sesso» nel Registro Civile (articolo 83.1.d della Legge 20/2011 sul Registro Civile). Queste informazioni sono classificate come «specialmente protette» e non accessibili al pubblico. Ciò significa che un uomo può credere di poter sposare una donna perché così risulta registrata nel Registro Civile, senza sapere che la persona potrebbe essere nata maschio, o viceversa. Il nominalismo è evidente anche nel cambiamento dei termini «padre» e «madre». La figura del padre è stata legalmente sostituita da quella di «padre o genitore non gestazionale». Quanto alla figura della madre, è stata sostituita da quella di «madre o genitore in gravidanza». Ma accade che «nelle coppie dello stesso sesso registrate, i riferimenti alla madre si intendono riferiti alla madre o al genitore biologico, e i riferimenti al padre si intendono riferiti al padre o al genitore non biologico» (Decima disposizione aggiuntiva della legge sull’anagrafe introdotta dalla legge 4/2023), che significa che in una coppia in cui entrambi hanno il sesso registrato «donna», una donna sarà «padre o genitore non gestazionale» e l’altra donna «madre o genitore gestazionale». A complicare ulteriormente la situazione, la Legge 4/2023 ha introdotto la categoria di «madre o persona incinta transgender» (articolo 44.6 della Legge sull’Anagrafe introdotta dalla Legge 4/2023).Aiuta Renovatio 21
2.2. Mutazione dei diritti reali: scomparsa della proprietà.
Un altro elemento del diritto romano classico è il diritto alle cose, e in particolare il diritto per eccellenza su una cosa: il diritto di proprietà. Questo diritto era configurato come il diritto esclusivo e perpetuo su una cosa corporea (de re corporali), da utilizzare (jus utendi), godere (jus fruendi) e organizzare (jus abutendi) di lei, nella misura in cui le leggi non lo proibiscono (nisi lege prohibeatur). Questo intero concetto si è dissolto in diversi modi. In primo luogo, il termine «proprietà» è stato utilizzato per riferirsi a cose «intangibili», dai «diritti» alla cosiddetta proprietà «industriale» o «intellettuale». In secondo luogo, la natura «perpetua» della proprietà è stata erosa e le proprietà un tempo riconosciute come tali hanno perso questo status a causa di successive normative. In particolare, la «perpetuità» è diventata fortemente subordinata al pagamento continuativo delle tasse (soprattutto per gli immobili urbani e rurali), trasformando così la proprietà in una sorta di contratto di locazione con lo Stato. In terzo luogo, il diritto di «uso» della proprietà è stato limitato oltre ogni limite ragionevole, poiché le leggi hanno introdotto divieti d’uso chiaramente arbitrari. Un esempio è la restrizione sull’uso del suolo, che è ormai chiaramente il risultato di decisioni amministrative o politiche, spesso derivanti da pratiche corruttive. Si può affermare, a questo punto, che il diritto di proprietà sugli immobili non esiste più se non come finzione. Il diritto che le persone hanno sugli immobili non è più un diritto di proprietà. Per quanto riguarda i beni mobili, l’erosione è progressiva. È inoltre evidente che la proprietà dei beni mobili non esiste più in relazione alle automobili, che non possono essere «utilizzate» senza pagare tasse continue. Ci sono alcuni oggetti personali sui quali possiamo ancora parlare di proprietà: libri o dischi. Anche per quanto riguarda i gioielli, si registrano intrusioni sempre più problematiche.2.3. Modifica del diritto contrattuale.
Per quanto riguarda i contratti, il fenomeno che si osserva dal XX secolo è che nelle transazioni commerciali private riguardanti le questioni più importanti della vita quotidiana, il fondamento concettuale di cosa sia un contratto, ovvero un accordo libero tra due parti, è venuto meno. Per ottenere beni e servizi, individui e famiglie si trovano sempre più spesso a dover interagire con grandi aziende, spesso transnazionali. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, i termini dell’accordo tra l’individuo e una grande azienda, anche se presentati come un «contratto», sono essenzialmente «documenti di adesione» (la dottrina del diritto civile li definisce ancora «contratti di adesione», il che, a mio avviso, è un’assurdità concettuale). In secondo luogo, in caso di inadempimento contrattuale da parte di una di queste grandi aziende (si pensi ad esempio a banche, compagnie di telecomunicazioni, aziende di trasporto, etc.), da una parte c’è l’individuo o la famiglia, dall’altra una grande azienda con un esercito di avvocati al proprio soldo, il che rende praticamente impossibile intraprendere un’azione legale contro l’azienda in caso di violazione del contratto.Sostieni Renovatio 21
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Mutazione del diritto pubblico
3.1. La crisi della sovranità esterna
Il diritto internazionale europeo si fondava sull’idea che i suoi soggetti fossero gli «Stati» riconosciuti come dotati di «sovranità». Per impedire che gli Stati potenti dominassero quelli più deboli, le guerre intraprese contro uno Stato che si limitava a esercitare la propria sovranità senza attaccare un altro Stato erano considerate «ingiuste». Ma si è spinta oltre, erodendo la sovranità degli Stati in due modi: uno materiale e l’altro procedurale. Da un punto di vista materiale, si è radicata l’idea che il rispetto dei «diritti umani» costituisca un limite alla sovranità degli Stati. Pertanto, gli Stati, nell’esercizio della loro sovranità, vengono privati del potere sovrano di determinare lo status dei propri cittadini e degli stranieri. Inoltre, da un punto di vista giurisdizionale, sono stati istituiti tribunali internazionali, perlopiù in materia di «diritti umani», che mirano proprio a far rispettare la limitazione della sovranità statale. Ciò ha persino portato alla creazione di un diritto penale internazionale, accompagnato da una giurisdizione penale internazionale. Tuttavia, è importante notare che gli Stati sovrani sono esclusi da questo processo. Si pensi, in primo luogo, agli Stati potenti che costituiscono il nucleo delle economie «su larga scala». Né gli Stati Uniti, né la Russia, né la Cina accettano limitazioni alla propria sovranità basate su trattati sui «diritti umani», tanto meno tribunali internazionali che potrebbero supervisionare le loro decisioni.3.2. La crisi della sovranità interna: l’indifesa del potere costituente
La distruzione della sovranità assume caratteristiche tragiche in alcuni casi in cui determinate forze cercano di distruggere uno Stato dall’interno annientandone la sovranità. La sovranità, concepita da una prospettiva razionalista, si traduce nell’idea che lo Stato possa pianificare la propria configurazione politica attraverso una «Costituzione». Pertanto, nel pensiero razionalista, la sovranità è intesa come «potere costituente». La distruzione della sovranità statale all’interno di uno Stato costituzionale viene quindi presentata come la distruzione del potere costituente. Negli Stati più degradati, si afferma che tutto nell’ordinamento costituzionale è riformabile, senza che vi siano fondamenti inattaccabili (Sentenza della Corte Costituzionale n. 48/2003). In risposta agli attacchi alla «Costituzione» (ovvero al potere costituente), le costituzioni prevedono meccanismi politici e giurisdizionali. Il meccanismo politico per eccellenza è l’impiego dell’esercito, ma questa possibilità è paralizzata dalla richiesta di rispetto dei «diritti umani». Pertanto, rimane un altro meccanismo, «indolore»: il ricorso ai tribunali per difendere il potere costituente. E qui, ancora una volta, vediamo come la sovranità interna sia stata erosa. Certe ideologie, in nome della «democrazia», ammettono la distruzione della sovranità statale o dell’integrità territoriale se tale decisione viene presa tramite votazione. Il presupposto è che il requisito della «democrazia» sia che non vi siano limiti a ciò che il «popolo» può decidere, consentendo così lo smembramento o la distruzione di una nazione. Tuttavia, è opportuno esaminare anche le diverse reazioni in difesa della sovranità e del potere costituente: timide negli stati deboli o in declino (la Spagna del XXI secolo) e vigorose negli stati che mantengono la propria sovranità (dagli Stati Uniti del XIX secolo alla Russia e alla Cina del XXI secolo).Aiuta Renovatio 21
3.3. Lo scioglimento della cittadinanza
Prima dell’approvazione della Costituzione spagnola del 1978, il regime di immigrazione si basava sul Decreto 522/1974, del 14 febbraio, del Ministero dell’Interno. Il Decreto si fondava sul presupposto che il diritto di circolare liberamente e di risiedere in Spagna appartenesse agli spagnoli e, di conseguenza, consentiva l’espulsione degli stranieri che non erano entrati con documenti o che, già residenti in Spagna, «quando, a causa del loro stile di vita, delle attività che svolgono, della condotta che osservano, dei precedenti penali o di polizia, delle relazioni che intrattengono o di altre cause simili, si ritiene opportuno». Un’eco di ciò si ritrova ancora nella Costituzione del 1978, che all’articolo 19 concede solo ai cittadini spagnoli il diritto di spostarsi e risiedere in Spagna. Questa situazione iniziò a incrinarsi con la Legge organica 7/1985, del 1° luglio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna, che consentiva il ricorso in appello contro le decisioni di espulsione, le quali cessarono così di essere considerate atti politici extragiudiziali, rendendo possibile la sospensione delle espulsioni. La situazione è stata ulteriormente aggravata dalla Legge organica 4/2000, dell’11 gennaio, sui diritti e le libertà degli stranieri in Spagna e sulla loro integrazione sociale, che all’articolo 58.2 ha smantellato l’intero sistema. Secondo tale articolo, «La detenzione sarà mantenuta per il tempo necessario agli scopi del fascicolo, ma in nessun caso potrà superare i quaranta giorni, né potrà essere disposta una nuova detenzione per alcuna delle cause previste nello stesso fascicolo». Ciò significava, in parole povere, che uno straniero con un ordine di espulsione non eseguito entro 40 giorni era libero di circolare sul territorio spagnolo. Da allora, la libertà di movimento e di residenza sul territorio spagnolo ha cessato di essere un diritto riservato esclusivamente agli spagnoli, dissolvendo un elemento fondamentale della cittadinanza: il legame tra il popolo e il territorio.3.4. Modifica dei diritti fondamentali
I diritti fondamentali nascono dal riconoscimento di uno status che mira a proteggere gli individui, e in particolare i cittadini, dalle azioni dello Stato. Questa premessa si scontra inevitabilmente con il paradosso di come lo Stato possa proteggere se stesso dalle azioni dello Stato. Questa contraddizione apparentemente insolubile è stata risolta dalla finzione della «separazione dei poteri», che consente a un «ramo dello Stato» di proteggere l’individuo dalle azioni di un altro «ramo dello Stato», ignorando il fatto che entrambi siano rami dello stesso Stato. A prescindere da questo punto, resta il fatto che i diritti fondamentali sono creati principalmente per proteggere i diritti delle persone fisiche. Certamente, molti diritti sono attribuibili a persone giuridiche, ma sulla base del riconoscimento dei diritti delle persone fisiche. Tuttavia, stiamo assistendo a una progressiva «oggettivazione» e «desoggettivizzazione» dei diritti fondamentali, particolarmente evidente nelle procedure per la loro tutela. Ciò è diventato particolarmente evidente nella riforma del 2007 del processo di ricorso costituzionale in Spagna. Si verifica anche nell’ambito del diritto dell’Unione europea, dove non esiste una procedura specifica per la tutela dei diritti fondamentali. Lo stesso vale per i regolamenti vigenti che disciplinano la Corte penale internazionale, dove la presunta difesa dei diritti umani più fondamentali è una procedura del tutto oggettiva, come dimostra il fatto che le vittime non hanno la legittimazione ad agire.3.5. Cambiamento nel rapporto tra i poteri e le funzioni dello Stato
Il diritto pubblico europeo, nel suo sviluppo, ha stabilito una distinzione (piuttosto che una «separazione») di poteri e funzioni. Queste distinzioni vengono cancellate, distorcendo completamente il sistema. Il primo cambiamento, evidente, era già stato notato da Carl Schmitt un secolo fa (3). Il fatto è che il Parlamento, uno di quegli organi fondamentali dello Stato preposti al potere legislativo, dato che opera attraverso il dibattito pubblico, non dibatte più né legifera, limitandosi a una funzione teatrale in cui i parlamentari recitano una parte e convalidano come leggi testi precedentemente elaborati dal Governo. E se il Parlamento non discute né legifera, i tribunali, anziché giudicare l’applicazione delle leggi, cercano sempre più spesso di sostituirle con le proprie interpretazioni o addirittura di imporle nel caso in cui il legislatore non abbia approvato una legge. Da un lato, sostituendo i metodi classici di interpretazione con la tecnica della «ponderazione degli interessi», più tipica dei processi di equità, i tribunali ignorano la soluzione offerta dalle norme applicabili e impongono invece quella che ritengono giusta. La distinzione tra «legge» ed «equità» si fa sfumata e, nei processi in cui i tribunali sono chiamati ad applicare la «legge», attraverso la «ponderazione degli interessi», finiscono per decidere sulla base di una presunta «equità». D’altro canto, nell’ambito costituzionale è emersa una mostruosità concettuale chiamata «incostituzionalità per omissione». Nei suoi sviluppi più significativi, ha trasformato le corti costituzionali da «legislatori negativi», limitati a dichiarare se una legge esistente sia costituzionale o meno, in «legislatori positivi» che stabiliscono se il legislatore abbia mancato al suo dovere di emanare la legge omessa e necessaria. La costruzione dell’«incostituzionalità per omissione» erode i fondamenti concettuali della giurisdizione costituzionale, risultando quasi sempre in una pronuncia puramente dichiarativa senza conseguenze pratiche e, in alcuni casi, inducendo la corte stessa ad osare emanare la legge che, a suo dire, era stata omessa.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Le mura sono crollate
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Civiltà
Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio
Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.
Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.
Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.
Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.
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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.
Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.
Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.
Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.
Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.
In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.
In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.
In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)
Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.
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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.
La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.
Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.
Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.
Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.
Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.
In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.
Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)
Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.
Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.
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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).
L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.
Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.
Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.
Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.
Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?
Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).
Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.
Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.
Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.
Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.
Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?
La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da Twitter
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