Civiltà
Ddl Scalfarotto Zan: un attacco al sistema giuridico
Il ddl Scalfarotto Zan si avvia a realizzare un capolavoro di diabolica astuzia politica e giuridica. Dove nulla è stato affidato al caso, ma anzi, tutto dimostra la ammirevole acribia impiegata nello studio della teoria, insieme alla consumata conoscenza del meccanismo politico e dei fenomeni mediatici. Mentre anche i tempi di realizzazione sono stati studiati con precisione cronometrica.
Possiamo affermare, senza pericolo di smentite, che questa coppia di fatto legislativa abbia realizzato un’arma perfetta, capace di minare un intero ordinamento giuridico e scardinarne senza troppo clamore tutte le colonne portanti in vista della sua distruzione definitiva, mentre la gravità della cosa per certi versi arriva ad essere sottovalutata persino da chi si oppone con forza a questo ultimo parto abortivo della sedicente democrazia rappresentativa.
Possiamo affermare, senza pericolo di smentite, che questa coppia di fatto legislativa abbia realizzato un’arma perfetta, capace di minare un intero ordinamento giuridico e scardinarne senza troppo clamore tutte le colonne portanti in vista della sua distruzione definitiva
Infatti si stanno levando le ultime voci non rassegnate alla introduzione nell’ordinamento di questo monstrum giuridico che è destinato a produrre enormi sconquassi etici e sociali e una degenerazione ulteriore degli assetti culturali e dei rapporti di potere. Tuttavia ormai ci si concentra soprattutto sull’annichilimento del diritto alla libera manifestazione del pensiero garantito dalla Costituzione, e sull’attacco obliquamente portato alla famiglia e al diritto naturale che la sostiene.
Ma il ddl Scalfarotto Zan va combattuto con tutte le forze anche da un diverso punto di vista e per ragioni che vanno addirittura più in profondità, perché riguardano lo stravolgimento di principi basilari su cui si regge l’ordinamento giuridico, e in particolare quello penale. Un ordinamento che, pur varato in tempi di dittatura, ha un impianto garantista e nella sua intelaiatura concettuale riflette una statura culturale, propria dei giuristi che l’hanno elaborato, imparagonabile a quella che affligge l’attuale cosiddetto legislatore.
La legge penale, come è noto, presidia le condizioni essenziali etico sociali di coesistenza degli individui all’interno di una comunità organizzata. Dunque si prefigge di difendere questa, sanzionando i comportamenti che vanno a ledere i beni sentiti come fondamentali per una ordinata vita comunitaria e per la sua naturale sopravvivenza.
Il ddl Scalfarotto Zan va combattuto con tutte le forze anche da un diverso punto di vista e per ragioni che vanno addirittura più in profondità, perché riguardano lo stravolgimento di principi basilari su cui si regge l’ordinamento giuridico, e in particolare quello penale
Il reato tutela la vita, come la proprietà, l’onore come la libertà personale, la famiglia come la incolumità pubblica etc., ovvero quelli che sono considerati come «beni giuridici», cioè valori e interessi comuni meritevoli di una tutela giuridica, appunto, che risponde ad esigenze profonde della collettività.
D’altra parte, poiché il potere statuale di applicare la pena può trasformarsi anche in uno strumento di arbitrio tirannico, il cittadino delle società cosiddette democratiche è tutelato contro il suo abuso dal principio per cui possono essere puniti come reato soltanto i comportamenti materiali, cioè i fatti che possano essere oggettivamente accertati. Principio che pone al riparo sia dall’arbitrio del legislatore come da quello del giudice. Non per nulla tutti i regimi cosiddetti totalitari, quelli che il Novecento ha conosciuto in modo esemplare, hanno previsto la punizione anche dell’atteggiamento interiore, delle intenzioni ostili al partito, all’ideologia del regime, alla persona del comandante supremo etc.
Il cittadino delle società cosiddette democratiche è tutelato contro il suo abuso dal principio per cui possono essere puniti come reato soltanto i comportamenti materiali, cioè i fatti che possano essere oggettivamente accertato.
Il reato deve avere quale elemento costitutivo un «fatto», mentre gli elementi psicologici, i motivi che corredano l’azione lesiva, possono soltanto aumentarne o attenuarne la gravità e vanno a incidere solo sulla quantità della pena da infliggere in concreto.
Dunque un disegno di legge come quello della accoppiata in questione istituisce figure di reato che contraddicono principi giuridici fondamentali di civiltà, e a rigore, non avrebbe dovuto neppure arrivare alla discussione parlamentare, pur nel degrado che colpisce attualmente tutte le istituzioni repubblicane.
Ma i suoi estensori non sono sprovveduti, non sono dediti all’improvvisazione incosciente. Hanno cercato l’ariete per penetrare nella cittadella del sistema. E l’hanno trovato bell’e fatto nella legge Mancino, che un parlamento già minato ideologicamente e culturalmente aveva approvato in anni passati senza porsi il problema della sua anomalia e della sua pericolosità. Infatti quella legge ha introdotto il reato determinato da motivi razziali, trasformando appunto il «motivo» nell’elemento costitutivo del «fatto» che deve essere punito, sicché il fatto ricava la propria specifica identità proprio dal motivo che ha mosso l’autore.
Non per nulla tutti i regimi cosiddetti totalitari, quelli che il Novecento ha conosciuto in modo esemplare, hanno previsto la punizione anche dell’atteggiamento interiore, delle intenzioni ostili al partito, all’ideologia del regime, alla persona del comandante supremo etc.
In altre parole, è stata creata una figura autonoma di reato, caratterizzata dal motivo, accanto a quella ordinaria, cioè al reato comune, che di norma viene punito indipendentemente dai motivi che l’hanno determinato: accanto all’omicidio commesso per qualunque motivo, viene previsto l’omicidio commesso per determinati motivi qualificanti. Ed è evidente che, così, il contenuto dei motivi individua il bene giuridico violato.
Così, ad esempio, l’omicidio commesso per un motivo qualunque si configura diversamente rispetto a quello commesso per quel motivo «qualificato», con una conseguenza paradossale: anche la vita umana offesa, che dovrebbe rimanere l’unico valore in gioco, acquista un peso diverso a seconda dei motivi che hanno mosso chi l’ha distrutta.
La legge Mancino ha introdotto anche la surreale figura del reato di atti di discriminazione compiuta sempre per certi motivi qualificati.
Il reato deve avere quale elemento costitutivo un «fatto», mentre gli elementi psicologici, i motivi che corredano l’azione lesiva, possono soltanto aumentarne o attenuarne la gravità e vanno a incidere solo sulla quantità della pena da infliggere in concreto
E qui la distorsione giuridica diventa surreale, quasi metafisica.
Infatti discriminare vuol dire scegliere, esercitare la facoltà di giudizio, applicare criteri di valutazione a una qualunque scelta naturalmente libera.
Infatti ogni scelta operata nella vita quotidiana implica una discriminazione, che si tratti del bar sotto casa, della scuola dei propri figli, del voto politico, di uno spettacolo, di una squadra del cuore. Appartiene alle facoltà degli esseri viventi non ridotti in schiavitù, quella di scegliere tra possibilità diverse, con le conseguenze che ogni scelta comporta. Ogni diritto di libertà è esso stesso un diritto di scelta.
Invece il principio di non discriminazione riguarda e può riguardare soltanto la legge, come prescrive articolo dall’articolo 3 della Costituzione che, proclamando appunto l’uguaglianza di fronte alla legge, impone a questa di non riservare ai cittadini trattamenti disuguali a parità di condizioni, e pur sempre secondo un criterio di ragionevolezza.
Appartiene alle facoltà degli esseri viventi non ridotti in schiavitù, quella di scegliere tra possibilità diverse, con le conseguenze che ogni scelta comporta. Ogni diritto di libertà è esso stesso un diritto di scelta
Il privato invece è naturalmente libero di operare le proprie scelte lecite indipendentemente dai motivi da cui sono indotte. Confondere i due piani significa non soltanto alimentare un errore grossolano, significa mettere in piedi una truffa inaudita ai danni di chi non vede il pericolosissimo equivoco.
Infine sono previste come reato quelle manifestazioni di pensiero in cui si riflettono sentimenti che nessuno deve osare coltivare in se stesso. Anche se per tanto tempo si è ritenuto che solo l’occhio di Dio fosse abilitato a guardare dentro ai pensieri umani.
La legge Mancino nasce fra l’altro quale distorta applicazione di pregressi impegni internazionali, mal interpretati e mal digerirti. E diventa come un corpo estraneo inserito nell’ordinamento vigente. Ma sopravvive curiosamente, sia perché non viene abrogata, sia perché, non avendo mai trovato applicazione, nessun giudice ha potuto sollevare la relativa questione di legittimità costituzionale.
Ecco allora l’idea folgorante che ha illuminato la mente di Scalfarotto e compagni, guidati dalla lobby omosessualista ben radicata nei palazzi delle istituzioni nazionali e internazionali. L’idea di sfruttare la ancora vigente legge Mancino per innestarvi il piano di imposizione manu militari della ideologia omosessualista e genderista. È bastato estendere i motivi «omofobici» a quelli già previsti, che avevano a che fare con l’odio razziale, e creare una nuova serie di reati capaci di incidere sulla tenuta etica dell’intera società.
L’idea di sfruttare la ancora vigente legge Mancino per innestarvi il piano di imposizione manu militari della ideologia omosessualista e genderista. È bastato estendere i motivi «omofobici» a quelli già previsti, che avevano a che fare con l’odio razziale, e creare una nuova serie di reati capaci di incidere sulla tenuta etica dell’intera società
Con la differenza che, se la legge Mancino non ha mai trovato applicazione perché riguardava un problema di fatto inesistente, oggi la macchina dell’omosessualismo ha creato il problema, imponendo in via mediatica e istituzionale il modello omoerotico e genderista con la invasione inarrestabile nel terreno della educazione e della scuola, con la perversione dei criteri valutativi, con la penetrazione in ogni ganglio vitale della società.
Il tutto, dopo che i mezzi di comunicazione hanno creato giorno dopo giorno, attraverso una propaganda martellante, la normalizzazione di ciò che normale non è. Dopo che la manipolazione del linguaggio ha introdotto concetti fasulli, parole vuote di senso come quella di discriminazione o quella di diritto che, usate a vanvera, creano però suggestioni e inducono convinzioni senza contenuto di senso, al pari di realtà inesistenti come una presunta minoranza oppressa, ancorché gaia.
Ma nonostante questa ben riuscita eversione culturale, occorre ora annichilire sul nascere ogni forma di opposizione soprattutto per portare a termine il progetto di indottrinamento alla religione omosessualista e genderista nelle scuole, specie della prima infanzia, dato che dopo è più difficile deviare le tendenze naturali.
Ecco dunque la minaccia della pena per chi osi intralciare la marcia trionfale di un canone etico rovesciato che l’opportunismo politico, laico o chierico, senza scrupoli e senza cervello, non esita ad avallare. Ecco il ddl Scalfarotto Zan.
Occorre ora annichilire sul nascere ogni forma di opposizione soprattutto per portare a termine il progetto di indottrinamento alla religione omosessualista e genderista nelle scuole, specie della prima infanzia, dato che dopo è più difficile deviare le tendenze naturali
Un’operazione che, da spericolata qual era, ha guadagnato astutamente terreno secondo un piano orchestrato ad ampio raggio. Che ha battuto il passo soltanto quando motivi di tattica politica suggerivano di non dare troppo nell’occhio e ha una portata addirittura più devastante di quanto non vedano anche i suoi valorosi e accorati oppositori.
Come dicevamo, qui non è in gioco soltanto la libertà di manifestazione del pensiero e l’attacco aperto al valore etico della famiglia e della legge naturale che la regola.
Da una simile novità normativa deriva tecnicamente che l’omosessualità e la famosa libertà di genere entrano di diritto nella rosa dei «beni giuridici» tutelati dalla legge penale, con quel che ne segue sul piano interpretativo e quindi sui futuri, anzi, già presenti, orientamenti giurisprudenziali.
Ecco dunque la minaccia della pena per chi osi intralciare la marcia trionfale di un canone etico rovesciato che l’opportunismo politico, laico o chierico, senza scrupoli e senza cervello, non esita ad avallare
Ne deriva che non viene più punito il fatto, ma l’intenzione.
Che tutti dovremmo censurare pensieri parole e omissioni.
Che dovremmo condizionare la scelta di uomini e cose solo dopo avere cancellato dalla nostra mente ogni pregiudizio «omofobico».
Sicché in virtù del divieto di discriminazione, un genitore si vedrà punito per avere licenziato il maestro di musica che riservava all’allievo attenzioni troppo particolari.
Qui non è in gioco soltanto la libertà di manifestazione del pensiero e l’attacco aperto al valore etico della famiglia e della legge naturale che la regola
Dunque la carica distruttiva che verrà attivata riguarda l’intero sistema penalistico di cui si vanno ad erodere principi inderogabili e in cui si aprono falle destinate a prepararne il crollo totale.
Un sistema penale è il barometro che misura l’evoluzione di una civiltà giuridica, e di un’etica comunitaria, come può diventare la spia di ogni degenerazione del potere verso l’arbitrio.
In esso confluiscono correnti di pensiero, si rispecchiano contingenze storiche, si determinano le condizioni per un affinamento della sensibilità sociale o del suo ottundimento.
Un sistema penale è il barometro che misura l’evoluzione di una civiltà giuridica, e di un’etica comunitaria, come può diventare la spia di ogni degenerazione del potere verso l’arbitrio
Non si identifica con la morale, ma può condizionarne gli andamenti nel bene e nel male, a seconda che i valori difesi dalla legge siano quelli su cui si costruisce una società sana e vitale, o siano meri interessi di parte mossi da un pensiero distruttivo. Cesare Beccaria non è passato invano e oggi guardiamo con orrore a strumenti giudiziari che sono stati cancellati anche grazie a quel pensiero.
Ma la pena rimane sempre l’arma insidiosa di cui può impadronirsi il potere. Se la legge penale non assolve il compito di incoraggiare un’etica costruttiva e di garantire l’individuo dalle insidie del potere, essa si trasforma in una forza irresistibile che precipita la società verso il caos.
L’omosessualità e la famosa libertà di genere entrano di diritto nella rosa dei «beni giuridici» tutelati dalla legge penale
Qui la posta in gioco è lo scardinamento di un sistema giuridico e l’apertura verso l’arbitrio di forze ormai dominanti quanto deviate.
Intanto, contro il diritto positivo e il diritto naturale hanno puntato le proprie degenerate batterie anche gli agonici e miserabili lacerti di quella che è stata per duemila anni la Chiesa di Cristo, e che ha finito per chiamare un magniloquente esecutore fallimentare ad avviare la relativa procedura. Senza che il popolo di Dio, annichilito, sembri avere il coraggio di liberarsi di usurpatori e collaborazionisti.
Se la legge penale non assolve il compito di incoraggiare un’etica costruttiva e di garantire l’individuo dalle insidie del potere, essa si trasforma in una forza irresistibile che precipita la società verso il caos
Sorvoliamo sulle festività che si intendono istituire per celebrare questi nuovi valori collettivi, come sul programma di pene rieducative. La democrazia del nuovo millennio è troppo nostalgica per non essere anche commovente, oltre che commossa.
La pericolosità di questo astuto marchingegno legislativo forse non poteva non sfuggire agli ottusi rappresentanti di una democrazia in dissoluzione e a quella chiesa che le fa vergognosamente da spalla. Ma non deve sfuggire a chiunque senta il dovere di difendere l’oggi e il domani delle nuove inermi generazioni.
Patrizia Fermani
Articolo precedentemente apparso su Ricognizioni
Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Civiltà
George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.
Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.
1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.
2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it.
1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.
4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.
5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.
6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.
7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.
Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.
La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.
La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.
Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.
Krzysztof Szczawinski
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