Connettiti con Renovato 21

Politica

La provincia canadese più ricca di petrolio potrebbe votare per la secessione

Pubblicato

il

Gli attivisti del movimento «Stay Free Alberta» hanno consegnato quasi 302.000 firme alle autorità elettorali per tentare di indire un referendum sulla possibile secessione della provincia occidentale canadese, ricca di petrolio, dal Canada.

 

Lunedì un convoglio di camion ha portato le firme alla sede di Elections Alberta a Edmonton, mentre oltre 300 sostenitori si sono radunati all’esterno, sventolando bandiere provinciali e scandendo lo slogan «Alberta forte».

 

Il numero raccolto supera ampiamente le 177.732 firme necessarie secondo le norme dell’Alberta per le iniziative popolari, pari al 10% dei voti espressi nelle precedenti elezioni provinciali.

 

Le autorità devono ancora verificare le firme della petizione – intitolata «Un referendum sull’indipendenza dell’Alberta» – affinché possa procedere. L’iniziativa è sostenuta dall’Alberta Prosperity Project, un’organizzazione no-profit favorevole alla sovranità.

Sostieni Renovatio 21

La domanda proposta è: «Siete d’accordo sul fatto che la provincia dell’Alberta debba cessare di far parte del Canada e diventare uno stato indipendente?». Gli attivisti sperano che venga inserita nella scheda elettorale del referendum provinciale di ottobre.

 

La premier dell’Alberta, Danielle Smith, aveva in precedenza segnalato che, se la petizione fosse stata validata, il governo provinciale avrebbe sottoposto la questione a referendum. Smith ha tuttavia precisato di non appoggiare l’iniziativa.

 

Sondaggi recenti indicano che l’indipendenza resta una posizione minoritaria in Alberta: un’indagine dell’Angus Reid Institute di febbraio ha rilevato che il 65% degli intervistati voterebbe per rimanere in Canada, mentre il 29% si esprimerebbe per l’uscita.

 

Questa iniziativa si colloca in un contesto di tensioni di lunga data tra l’Alberta e Ottawa riguardo alla politica energetica, alla tassazione, alle normative ambientali e all’accesso ai mercati di esportazione per il petrolio e il gas della provincia. L’Alberta è la principale regione produttrice di energia del Canada, con oltre l’80% della produzione nazionale di petrolio greggio e il 60% di quella di gas naturale, e vanta il PIL pro capite più alto tra le province canadesi.

 

Un referendum provinciale di successo non renderebbe automaticamente l’Alberta indipendente. In base al Clarity Act canadese, la Camera dei Comuni dovrebbe stabilire se il quesito referendario e i relativi risultati rappresentino una chiara espressione di sostegno alla secessione prima che possano iniziare i negoziati.

 

La spinta indipendentista si scontra inoltre con una contestazione legale da parte della Sturgeon Lake Cree Nation, la quale sostiene che la potenziale secessione dell’Alberta violerebbe i diritti sanciti dai trattati con i popoli indigeni. La First Nation (come in Canada chiamano gli indigeni) ha chiesto a un tribunale di bloccare il processo, affermando che la provincia non ha il diritto di lasciare il Canada né di portare con sé territori sanciti dai trattati.

 

L’attuale premier dell’Alberta Danielle Smith è nota per essere nemica degli obblighi COVID e per essersi espressa contro il WEF di Davos, che era riuscito ad insinuare le sue politiche nella provincia canadese.

 

L’indipendentismo delle province canadesi è un fenomeno storico e attuale, dominato dal nazionalismo quebecchese ora riemerso con forza nella questione dell’Alberta. La Costituzione canadese e la Clarity Act rendono la secessione estremamente complessa, richiedendo negoziati nazionali e maggioranza chiara.

 

Il Quebecco rappresenta il caso più longevo: il movimento sovranista, guidato dal Parti Québécois (PQ), ha tenuto due referendum (1980 e 1995), quest’ultimo perso per un soffio (50,6% No). Radicato in identità linguistica, culturale e storica francofona, oggi gode di un sostegno intorno al 30%, con il PQ in testa ai sondaggi provinciali in vista delle elezioni autunnali 2026. Un terzo referendum resta possibile, ma la Clarity Act federale impone regole stringenti.

 

Il movimento per l’indipendenza del Québec ha avuto una fase violenta con il Front de libération du Québec (FLQ), gruppo marxista-nazionalista fondato nel 1963. Tra il 1963 e il 1970 il FLQ compì oltre 200 attentati dinamitardi, rapine e azioni che causarono almeno 6 morti, colpendo simboli federali, banche e istituzioni.

Iscriviti al canale Telegram

La crisi culminò nell’ottobre 1970: il 5 ottobre il FLQ rapì il diplomatico britannico James Cross; il 10 ottobre sequestrò il ministro del Lavoro Pierre Laporte, poi assassinato. Il premier Pierre Trudeau – padre di Justin Trudeau, almeno anagraficamente: la leggenda metropolitana vuole che sia figlio biologico di Fidel Castro – invocò per la prima (e unica) volta in tempo di pace il War Measures Act, sospendendo le libertà civili: arresti senza mandato, detenzioni preventive, censura.

 

Furono fermate 497 persone, molte innocenti; l’esercito occupò Montréal. Cross fu liberato in dicembre in cambio dell’esilio a Cuba per cinque rapitori. Fidel Castro accettò di accoglierli. Furono trasportati da un aereo delle Forze Armate Canadesi. I rapitori di Pierre Laporte (che fu assassinato) non ottennero asilo; furono arrestati e processati in Canada. I cinque esuli cubani tornarono in Canada tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, furono processati e scontarono condanne relativamente brevi (perlopiù per sequestro di persona). Cuba, all’epoca, offrì rifugio a vari militanti di sinistra radicali da tutto il mondo come gesto di solidarietà rivoluzionaria.

 

La repressione segnò la fine del terrorismo felquiste ma delegittimò l’ala violenta, favorendo la via democratica del PQ. I referendum del 1980 e 1995 furono pacifici (il secondo perso per 50,6%-49,4%).

 

Oggi il sostegno all’indipendenza oscilla intorno al 25-35% (sondaggi 2026), con il PQ in crescita ma senza maggioranza chiara per un terzo referendum. L’eredità della crisi resta controversa: per alcuni Trudeau salvò la democrazia, per altri usò misure eccessive contro un movimento identitario.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Joli Rumi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Continua a leggere

Politica

Fine dell’era Trump

Pubblicato

il

Da

Il partito del presidente americano è stato travolto dalle elezioni di medio termine. Per le midterm ci si aspettava una blue wave, un’ondata di vittorie del Partito Democratico. È stato un blue tsunami.   I repubblicani hanno subito una disfatta storica, perdendo entrambe le camere del Congresso e terreno a livello statale in tutto il Oaese, in quella che viene definita la peggiore performance del Partito Repubblicano dalle elezioni post-Watergate del 1974.   Allo stato attuale i Democratici entreranno in carica il prossimo anno con almeno 54 seggi al Senato degli Stati Uniti e una maggioranza di 241 seggi alla Camera dei Rappresentanti. A livello statale i Democratici hanno ottenuto un guadagno netto di cinque governatorati, tra cui il sorprendente rovesciamento del repubblicano Greg Abbott in Texas (era stato governatore per tre mandati), in quello che era uno Stato roccaforte repubblicano, conquistando pure sette assemblee legislative statali.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La vittoria schiacciante dei Democratici in Texas è stata probabilmente la sorpresa più grande della serata, con la conquista anche delle cariche di vicegovernatore, procuratore generale, Commissario per l’Agricoltura, comptroller (cioè direttore finanziario), commissario delle ferrovie e commissario dell’ufficio generale del Territorio, oltre alla vittoria dell’ex seminarista di estrema sinistra James Talarico (che crede che i generi sessuali siano almeno sei) sul candidato repubblicano Ken Paxton, coinvolto in scandali, per il seggio al Senato degli Stati Uniti lasciato libero dal repubblicano uscente John Cornyn.   Tra le altre vittorie di rilievo ottenute dai Democratici si segnalano quella dell’epidemiologo musulmano di estrema sinistra Abdul El-Sayed – che è stato pure accusato di essere legato ai Fratelli Musulmani – che ha sconfitto il repubblicano Mike Rogers per il seggio al Senato degli Stati Uniti in Michigan, e quella della democratica Annie Andrews, che ha battuto Darline Graham, nominata a luglio per occupare il seggio al Senato, precedentemente considerato sicuro, lasciato vacante dall’improvvisa morte del fratello, il controverso falco filoisraeliano ed antirusso Lindsey Graham, nonostante la sua inesperienza politica.   Una notevole eccezione allo tsunami blu è stata la Florida, in gran parte grazie al lavoro del governatore conservatore Ron DeSantis, che nei suoi due mandati ha trasformato lo stato, un tempo in bilico tra i due partiti, in uno stato profondamente repubblicano. I repubblicani Byron Donalds e Ashley Moody hanno vinto rispettivamente le elezioni per governatore e senatore, sebbene con margini molto più ristretti (1% e 3% rispettivamente) rispetto ai 19 punti percentuali con cui DeSantis è stato rieletto nel 2022. Anche il procuratore generale repubblicano James Uthmeier, il direttore finanziario Blaise Ingoglia e il commissario per l’agricoltura Wilton Simpson sono stati rieletti.   Batosta solenne anche per l’indiano Vivek Ramaswamy, ex candidato presidente repubblicano celebrato per il suo acume: ha perso clamorosamente la corsa per il governatorato dell’Ohio, lo Stato del vicepresidente suo amico, il quale ha pure chiamato uno dei figli Vivek, si dice, in onore suo. La sua avversaria democratica, Amy Acton, era stata oggetto della campagna politica più oscena da parte delle forze dell’induista, che era arrivato a scavare nel torbido della sua infanzia, facendo comparire pure la madre biologica (con cui la ora eletta governatrice non aveva rapporti da mezzo secolo) per accusare la donna di essere una «bugiarda» specie riguardo agli abusi sessuali subiti dal patrigno.   La catastrofe è senza precedenti. L’episodio forse più grottesco arriva dall’Alabama, il profondo Sud dei redneck e dei neri-neri, insomma non esattamente Manhattan: nel Distretto 25 è stato appena eletto alla Camera statale un transessuale: Allison Montgomery, ingegnere informatico che dice di essere una donna, è il primo parlamentare alabamiano transgenderro della storia. L’ironia è che il suo distretto è proprio nell’area di Huntsville, cittadina dove vennero sistemati tutti gli scienziati balistici nazisti autori prima dei missili tedeschi V2 poi del programma spaziale americano Apollo.

Sostieni Renovatio 21

Subito dopo le elezioni Trump ha avanzato diverse spiegazioni alternative. Pur riconoscendo ai Democratici di aver lottato duramente e di aver fatto un «buon lavoro», ha insistito sul fatto che «io non ero candidato e se lo fossi stato, avremmo vinto a valanga», ha accusato Fox News di aver mandato in onda ospiti democratici e ha suggerito che i candidati repubblicani che «non mi apprezzavano» e «mi hanno combattuto» non sono riusciti a «motivare» la base MAGA.   In pratica, è partito il giuoco dello scaricabarile. C’è da aspettarsi che ora la cosiddetta «guerre civile MAGA», tra chi si sente tradito dal presidente (per la guerra, per Epstein, per tante cose) e i lealisti autistici si acuirà.   Questo non cambia il senso storico di quanto accaduto: l’era Trump è finita.   Trump era tornato alla Casa Bianca con un vento in poppa mai visto. Aveva la coalizione politica maggiore della storia americana. L’elettorato lo adorava come mai nessuno prima, il clima di ottimismo era esplosivo.   Aveva idee strepitose (la pace in Ucraina in 24 ore, il muro contro gli immigrati, il DOGE per sistemare gl sprechi e i conti pubblici, la dottrina emisferica «Donroe»).   Aveva uomini incredibili, e di tutte le razze politiche (da Robert Kennedy jr. a Tulsi Gabbard, a Elon Musk, uomo più ricco del pianeta).   Aveva, sostanza rarissima, la fiducia del suo popolo, che dopo averlo visto salvato di qualche millimetro dalla misteriosa pallottola dell’attentato di Butler credeva che anche Dio avesse dato in chiarezza un’indicazione di voto.   Quando parlo di nuova età dell’oro («Golden Age») degli Stati Uniti era difficile non credergli.   Tutto ciò è stato dilapidato, probabilmente per sempre. E nel frattempo, la famiglia Trump si è arricchita, con criptovalute e altre trovate.

Aiuta Renovatio 21

La novità è che, nell’America piombata nella crisi energetica causa Ormuzzo, la Finestra di Overton si è mossa facendo uno scatto inaspettato: sono in tanti, ora, a dare la colpa direttamente ad Israele. Fino a poco fa erano pochi reietti a poterselo permettere, pagando in genere con la propria carriera: immensi, finanziatissimi, storici organismi di psicopolizia (come l’Anti Defamation League) esistono per sorvegliare il discorso, con pronta l’arma-fine-di-mondo, cioè l’accusa di antisemitismo.   Ora invece tantissimi, a partire da Tucker Carlson, lo dicono: Trump ha sprecato tutto per colpa di Israele. La guerra idiota contro Teheran, fatta su comando di Netanyahu, ha distrutto l’economia, e quindi la sua base di voto. La cosa più significativa, ha detto il Carlson nella sua analisi di ieri sera, è che oramai lo hanno capito anche i suoi elettori, che sono arrivati a votare all’estremo opposto (bianchi repubblicani che votano per… neri democratici) semplicemente per punire Trump e la sua hybris.   È stato detto: Trump in privato mostra di sapere tutto, anche quando fa le scelte sbagliate. Quindi probabilmente è ricattato…? Cosa possono avere su di lui? È per quello che, di colpo, ha voluto chiudere la pubblicazione dei faldoni di Epstein? O c’è dell’altro ancora? Sappiamo che Netanyahu non si fa tanti problemi: a Bill Clinton, 30 anni fa, sussurrò che aveva a disposizione le intercettazioni di lui e Monica Lewinsky, e chissà che cose interessanti si dicevano.   A questo punto, tuttavia, non ha importanza. L’unica cosa che conta è capire che l’era Trump è archiviata, probabilmente per sempre. Non è un dato piccolo: la carica populista, di fatto eversiva per lo Stato profondo americano e mondiale, incarnata da The Donald è ora un’attrezzo spuntato, una formulazione politica che la storia vuole dimenticare.   È il boccone più amaro: ora vi sarà un «ritorno all’ordine», e una resistenza al mondialismo ultraneoliberale, al mondo moderno e alla sua decadenza pluridimensionale, adesso deve essere ripensata radicalmente, comprendendo che quest’occasione è oramai andata.   Peccato. Ci avevamo creduto anche noi. Davvero.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico CC0 via Flickr
 
Continua a leggere

Militaria

Trump annuncia la sospensione di 4 miliardi aiuti ad Israele nel giorno delle elezioni: è per lasciare che attacchi l’Iran?

Pubblicato

il

Da

Gli Stati Uniti interromperanno dal prossimo anno gli aiuti militari annuali di 4 miliardi di dollari a Israele, ha annunciato il presidente Donald Trump. Il Paese non necessita di queste risorse e la questione viene strumentalizzata dalla sinistra per danneggiare l’immagine del governo americano all’interno, ha dichiarato martedì a Fox & Friends, mentre gli elettori si recavano alle urne per le elezioni di medio termine.

 

Trump ha affermato di aver raggiunto un’intesa sulla questione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e che l’iniziativa sarebbe partita dallo stesso premier.

 

«Diamo loro più di chiunque altro, e non ne hanno più bisogno. Lo facciamo da anni. Io lo faccio, ma Israele è un Paese molto prospero. Non ne hanno bisogno», ha detto Trump in un’intervista telefonica a Fox. «Abbiamo fatto un accordo mesi fa per interrompere gli aiuti», ha aggiunto, precisando che Washington «li manterrà» se Gerusalemme Ovest dovesse ancora averne necessità.

Il riferimento era alla somma prevista dal Memorandum d’intesa del 2016 tra Israele e l’amministrazione dell’allora presidente Barack Obama. La Casa Bianca aveva definito quell’accordo, che impegnava Washington a versare complessivamente 38 miliardi di dollari all’esercito israeliano in dieci anni, «il più grande impegno di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti». L’intesa sarebbe scaduta nel 2028. Al momento dell’annuncio di Trump, le rate annuali erano destinate interamente all’acquisto di armamenti di produzione statunitense.

 

Il presidente ha riconosciuto che la decisione ha anche una valenza politica. «La sinistra usa il pagamento di 4 miliardi di dollari, di cui tutti sono a conoscenza… come segnale di ingiustizia, e non possiamo permetterlo», ha affermato. «Perché dovremmo subire le angherie di pazzi come El-Sayed quando non ne hanno bisogno? È un pessimo argomento di discussione».

 

Trump alludeva ad Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato del Michigan, che durante la campagna ha criticato duramente gli aiuti militari americani a Israele.

 

Diversi sondaggi pubblicati quest’anno hanno inoltre evidenziato un calo del sostegno pubblico statunitense agli aiuti di Washington a Israele. Secondo un’indagine del Chicago Council on Global Affairs dello scorso mese, il 56% degli americani ritiene che l’assistenza militare a Israele debba essere ridotta o abolita, contro il 38% del 2012. Lo stesso numero di intervistati ha dichiarato che Washington non dovrebbe schierarsi nel conflitto israelo-palestinese.

 

Un sondaggio di luglio di AP-NORC ha indicato che il 40% degli americani considera gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, rispetto al 37% di inizio 2024. Anche l’opinione generale su Israele e sul suo governo tra gli americani è in costante declino, secondo un rapporto del Pew Research Center dello stesso mese: il 62% degli americani aveva un’opinione sfavorevole del governo israeliano nel 2026, contro il 43% del 2022, mentre la quota di chi lo valutava positivamente è scesa dal 47% al 32%.

 

Gli aiuti militari statunitensi a Israele non si limitano all’accordo dell’era Obama. Uno studio del 2025 di William Hartung, ricercatore senior presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha rilevato che le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump hanno speso complessivamente 21,7 miliardi di dollari in assistenza militare a Gerusalemme Ovest nei due anni successivi all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.

 

A dare una spiegazione politica della manovra di Trump è stato Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo USA dimessosi in polemica con la guerra in Iran.

 

«Con la sua dichiarazione pubblica di voler interrompere gli aiuti a Israele, il presidente Trump sta cercando di imporre una narrazione: qualsiasi azione intrapresa da Israele contro l’Iran non riguarda gli Stati Uniti. Questo gli offre una “via d’uscita” politica nel caso in cui Israele colpisca infrastrutture civili o utilizzi un’arma nucleare contro l’Iran» scrive Kent.

«Purtroppo, l’Iran non la vedrà in questo modo. Proprio come ci ha colpito in passato quando Israele ha sferrato attacchi, l’Iran reagirà contro di noi e i nostri partner del Golfo se Israele si renderà protagonista di ulteriori atti di aggressione. La realtà è che ci vorrà ben più di una dichiarazione pubblica per frenare significativamente Israele, soprattutto considerando la forte influenza che Netanyahu esercita ancora su queste decisioni» continua l’ex soldato delle forze speciali, che ha perso la moglie in un attentato ad una base USA in Siria.

 

«Bibi, i funzionari israeliani e i loro rappresentanti americani sanno da tempo che i giorni del sostegno incondizionato degli Stati Uniti stanno per finire e hanno quindi fatto ricorso a una strategia diversiva: concentrare l’attenzione di tutti sulla decisione di Trump di porre fine ai finanziamenti in denaro e agli aiuti per gli armamenti, mentre dietro le quinte si spostano i propri sforzi per promuovere la ben più redditizia – ma più difficile da individuare – “partnership” che sta per essere formalizzata per legge nell’ambito dell’NDAA (National Defense Authorization Act)».

 

Qui il Kent si riferisce all’incredibile progetto di fusione militare tra Stati Uniti e Stato Ebraico, un piano ritenuto essere un parto del progetto di Netanyahu, che ha già iniziato il suo iter al Congresso USA.

 

«Se il Presidente degli Stati Uniti è davvero intenzionato a interrompere gli aiuti a Israele, deve esigere che il Congresso elimini tutti i programmi proposti che consentirebbero agli apparati di difesa e Intelligence israeliani di accedere senza restrizioni alla nostra ricerca e sviluppo in materia di difesa e Intelligence» scrive l’ex vertice dell’antiterrorismo.

 

«Proteggere gli interessi americani, mettere gli americani al primo posto» conclude Kent.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

Continua a leggere

Politica

Il blocco israeliano del «cambiamento» progetta un «governo di emergenza nazionale» per destituire Netanyahu

Pubblicato

il

Da

Il presidente israeliano Isacco Herzog dovrebbe iniziare mercoledì i colloqui con le fazioni della Knesset per stabilire quale gruppo abbia le migliori possibilità di formare un governo.   Il presidente di Yashar, Gadi Eisenkot, ha convocato il primo incontro post-elettorale con gli altri quattro leader del cosiddetto blocco Cambiamento (Gush HaShinui): il presidente di Yachad, Naftali Bennett; il vicepresidente di Yachad, Yair Lapid; il leader dei Democratici, Yair Golan; e il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Lieberman.   Nella loro dichiarazione hanno ribadito il sostegno a Eisenkot per ottenere da Herzog il primo mandato per la formazione di un governo e hanno concordato che i rispettivi team negoziali inizino immediatamente a redigere gli accordi di coalizione e le linee guida politiche. Nella dichiarazione hanno inoltre condannato la «pericolosa e sconsiderata campagna» di Netanyahu e del suo partito Likud per delegittimare sia i risultati elettorali che la Commissione elettorale centrale.   Si sono impegnati ad agire rapidamente per sostituire il governo di Netanyahu, fondando la loro azione sui quattro principi delineati da Eisenkot: riconoscimento di Israele come Stato Ebraico e democratico; impegno verso i valori della Dichiarazione d’Indipendenza di Israele; servizio militare obbligatorio per tutti; e riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e obbligo di smantellarne le capacità militari e porre fine al suo dominio nella Striscia di Gaza. Inoltre hanno concordato un piano per avviare immediatamente i negoziati di coalizione e coordinare la loro strategia parlamentare in vista del giuramento della nuova Knesset la prossima settimana. In particolare la formulazione della dichiarazione recita: «I leader dei partiti sono uniti e agiranno immediatamente per sostituire il governo del 7 ottobre con un governo di emergenza nazionale e mettere al lavoro la chiara maggioranza parlamentare della Knesset».   Questa formulazione, «mettere al lavoro la chiara maggioranza parlamentare della Knesset», implica la loro cooperazione organizzata con i partiti arabi, poiché senza di essi non esiste una maggioranza parlamentare. Sebbene finora Lieberman abbia esplicitamente e pubblicamente respinto anche questa limitata collaborazione con i partiti arabi, il linguaggio utilizzato potrebbe essere un modo per offrire a Lieberman una copertura. E il riferimento a un «governo di emergenza nazionale» potrebbe indicare la tesi che intendono presentare a Herzog: che Netanyahu è pericolosamente fuori controllo.   «Dobbiamo impedire nuove elezioni. Nell’attuale situazione politica, c’è sufficiente margine di manovra e, con la giusta strategia, si può rapidamente formare un governo stabile e funzionante senza Ra’am e la Lista Unita» ha scritto il Lieberman su X. Non ha fornito alcuna spiegazione, ma i partiti arabi hanno già dichiarato che agevoleranno le cose per Eisenkot e non richiederanno alcun incarico ministeriale in cambio della loro collaborazione. Pertanto sembra che il blocco di Eisenkot stia pianificando un governo di minoranza, operando attraverso una cooperazione organizzata dietro le quinte con i partiti arabi, in un accordo in base al quale si asterrebbero su alcune votazioni e voterebbero con il blocco di Eisenkot su altre.   I primi due test previsti saranno la rimozione del presidente della Knesset del Likud e l’avvio di un’indagine sul fallimento della sicurezza del 7 ottobre 2023. In questo scenario Lieberman potrebbe continuare ad affermare che né Ra’am né la Lista Unita fanno ufficialmente parte del governo.   Inoltre questa mattina Yair Golan ha tenuto un incontro congiunto con i leader della Lista Unita, Yousef Jabareen e Ahmad Tibi. Il suo partito ha riferito che i tre hanno discusso del «coordinamento tra le fazioni e dei passi necessari per utilizzare la maggioranza parlamentare e sostituire» il governo di Netanyahu, nonché delle «questioni chiave che interessano la popolazione araba e della necessità di promuovere soluzioni concrete.   Le parti hanno concordato di continuare a coordinarsi in vista delle prossime mosse politiche, con l’obiettivo di formare un “governo di cambiamento”».   Come riportato da Renovatio 21, la coalizione di Netanyahu ha contestato il voto dicendo che il voto degli arabi israeliani è stato «truccato», spingendo alcuni, tra cui anche i giornalisti statunitensi ebrei che di fatto agiscono come portavoce del governo netanyahuiano, a chiedere la sospensione dei partiti arabi o persino del diritto di voto dei non-ebrei con cittadinanza israeliana.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Chairman of the Joint Chiefs of Staff from Washington D.C, United States via Wikimedia pubblicata su licenza , CC BY 2.0
 
Continua a leggere

Più popolari