Sport e Marzialistica
La pallavolo, la Jugoslavia, l’Italia, Djokovic, i vaccini, le Olimpiadi: Renovatio 21 intervista la leggenda del Volley Nikola Grbic
Nikola Grbić è una leggenda della pallavolo serba e mondiale. Palleggiatore olimpionico, ha conquistato l’oro a Sydney 2000 e numerosi titoli internazionali con la nazionale jugoslava/serba. Il suo palmarès comprende anche un ricco bottino di trofei con i club, tra cui due scudetti e due Champions League.
Il suo percorso sportivo, durato quasi vent’anni in Italia, è stato continuo e di altissimo profilo. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Grbić si è affermato come allenatore di grande prestigio, apprezzato per leadership, competenza tecnica e mentalità vincente.
Oggi è commissario tecnico della Polonia, con cui ha conquistato la medaglia d’argento agli ultimi Giochi Olimpici di Parigi. Serbo – jugoslavo… – di nascita, italiano d’adozione e cittadino del mondo, Nikola Grbić si racconta in questa intervista a Renovatio 21, parlando di pallavolo, famiglia e valori sportivi, e offrendo uno sguardo su una disciplina che oggi gode di grande visibilità e partecipazione di pubblico, soprattutto in Italia, sede di uno dei campionati più prestigiosi al mondo.
La pallavolo è una questione di famiglia per te, perché tuo padre è stato un giocatore di pallavolo. Hai eredito questa passione che poi è diventata una professione.
Sono cresciuto in un paesino di 2.500 abitanti. Ho vissuto un’infanzia belli ssima, perché eravamo sempre fuori a giocare a pallacanestro, a calcetto e a pallavolo. L’attività fisica era sempre presente, nonostante non avessimo una palestra. Avevamo a disposizione una vecchia casa tedesca – ereditata dalla seconda guerra mondiale – dove in un soggiorno enorme avevano messo due attrezzi per fare una sorta di ginnastica in inverno.
Non abbiamo avuto la possibilità di fare educazione fisica in una palestra vera e propria. Solo negli anni Novanta, quando già ero andato via, l’hanno finita di costruire. A me piaceva molto giocare a calcetto e calcio, ed ero molto bravo, almeno penso [ride]. Quando però è arrivato il momento di scegliere, papà mi ha detto: «Tu giochi a pallavolo». A me piaceva, sia chiaro, però il suo è stato più che un suggerimento, diciamo così. Devo dire che ha fatto molto bene, perché conoscendo il mio carattere e conoscendo il mondo del calcio, soprattutto in Serbia, è stata una scelta e una decisione più che giusta.
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Tra le righe leggo comunque un ottimo rapporto tra te e tuo padre.
Sono quello che sono grazie a lui, perché ha avuto una grande influenza su di me, anche se non è mai stato un padre troppo affettuoso. La sua vita è stata caratterizzata da molte difficoltà. I suoi genitori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, furono portati con i treni in Voivodina dalle zone rurali dell’Erzegovina, della Bosnia e del Montenegro. Quelle zone un tempo appartenevano all’Impero Austro-Ungarico e poi alla Germania. Una volta terminato il conflitto bellico hanno cercato di cancellare ogni traccia residuale di quel brutto periodo e c’era bisogno di popolare zone semi disabitate. Per incentivare ciò veniva dato un pezzo di terra e una casa a molte famiglie.
Tutto ciò avvenne quando mio padre era adolescente e di conseguenza è cresciuto in povertà. Non avevano niente. Mio babbo mi ha cresciuto con una disciplina rigida, ma giusta. Diceva sempre: «Se vuoi fare una cosa, falla e falla bene, sennò lascia perdere». Mi ha trasmesso questa mentalità. Non sarei quello che sono, non avrei vinto quello che ho vinto, se non fosse per questo tipo di educazione che mi ha impartito. Un approccio mentale e una disciplina ferrea e decisa.
Il tuo primo contatto col professionismo avviene proprio in Serbia.
Era il 1991. C’era una doppia licenza al tempo: alcuni giocatori giovani ingaggiati da una società di serie A, avevano la possibilità di giocare in un campionato di tre divisioni più basso. Se io mi allenavo con la squadra, essendo molto giovane, avrei avuto zero possibilità di giocare le partite. Usando questa metodologia hanno dato la possibilità ai ragazzi che si allenavano con la prima squadra, di giocare in categorie minori.
Giocavo nella squadra del paese dove andavo a scuola, in quarta divisione, e ogni tanto mi aggregavo con la prima squadra. Quando ho compiuto i diciotto anni ho firmato un contratto professionistico di due anni più due. Ho giocato lì due anni, ho fatto un anno di militare e poi son venuto in Italia.
A ventun anni vieni ingaggiato dalla squadra di Montichiari, la Gabeca Pallavolo. Squadra nuova e nazione straniera: che impatto hai avuto, vista anche la tua giovane età?
È stato un sogno che si è avverato, perché in quel periodo il campionato italiano era il più forte in assoluto. Tutti i giocatori di altissimo livello di tutte le nazionali quali Russia, Brasile, Olanda, giocavano in Italia. La cosa complicata è che al tempo c’era la possibilità di avere solo due stranieri per squadra e non quattro come adesso. Sono stato fortunato, perché quella squadra e quella dirigenza hanno scommesso su di me.
Considera che non avevo nemmeno esperienze di nazionale. Quella squadra aveva tutte le premesse per fare qualcosa di importante, quantomeno di entrare tra le prime quattro in campionato. Fu una possibilità clamorosa che mi si prospettò e ho cercato di impegnarmi al massimo. All’inizio fu difficile, perché non parlavo una parola di italiano e il mio inglese non era fluente.
In televisione tutti parlavano in italiano, andavo al supermercato e tutti parlavano italiano e non c’era Google Translate [ride]! Ho impiegato quattro mesi per imparare la lingua e iniziare a capire. Non ho preso nemmeno una lezione d’italiano in tutta la mia vita. Tutto quello che so l’ho imparato vivendo, ascoltando e conversando con la gente. È stato un impatto non facile, sotto tutti i punti di vista: emotivo, di maturità e di solitudine, perché ero lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra.
Pensa che nell’appartamento dove alloggiavo, essendo nuovo, non avevano ancora istallato il telefono fisso e per chiamare i miei familiari andavo in una cabina telefonica lungo la strada e con una scheda da cinquemila lire parlavo qualche minuto con casa mia.
Immagino che la tua famiglia ti abbia appoggiato in questa tua scelta professionale.
Assolutamente! Ho avuto sempre il massimo supporto.
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La tua carriera da giocatore è prevalentemente in Italia, ma il tuo ultimo anno – stagione 2013/2014 – lo giochi in Russia. Che ambiente hai trovato rispetto al campionato italiano?
Ero un giocatore maturo, avevo quarant’anni e padre di due figli. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di giocare nel Volejbol’nyj klub Zenit-Kazan’ che è a tutt’oggi una delle squadre più forti al mondo. È una società con grandi ambizioni che investe molti danari. Ha giocatori di livello altissimo, allenatore e staff tecnico non ti dico. Tutti al top.
Non è un club come tanti, e se non fosse arrivata una richiesta da un club così importante forse sarei rimasto a Cuneo e finito la mia carriera lì. Successe che si fece male un titolare che doveva stare fermo per sei mesi e mi contattarono all’improvviso. Una città bellissima, un allenatore con cui ancora oggi sono in buoni rapporti, il suo secondo era Tom Totolo che chiamai quando allenai la Serbia nel mio ultimo anno. È stata un’esperienza bellissima sotto tanti punti di vista, al di là dell’aspetto economico.
La tua carriera pare non conoscere pause. Nella primavera del 2014 ti ritiri da giocatore e inizi subito ad allenare.
Ho avuto cinque giorni di pausa!
Come è avvenuto questo cambio di ruolo? È stata una scelta meditata quella di intraprendere la carriera di allenatore?
Mi chiama Slobodan Kovač, che aveva firmato come CT dell’Iran, e mi dice che la nazionale non gli permetteva il doppio incarico e lui era costretto a lasciare la Sir Safety Perugia. Nel frattempo Gino Sirci [presidente della Sir Safety Perugia, ndr] aveva preso informazioni su di te tramite Kovač. La domenica gioco la mia ultima palla e il lunedì mi chiama Gino. Gli ho chiesto due giorni per pensarci e nel frattempo mi sono confrontato col mio procuratore per chiedergli se potesse trovarmi un altro ingaggio [ride]!
Avevo appena vinto il campionato in Russia, ed è vero che avevo quarant’anni, però vista la vittoria potevo ambire ad un altro anno di contratto. In realtà ci fu concretamente questa possibilità, perché la squadra di Cuneo sembrava che dovesse spostarsi a Torino con un nuovo sponsor molto importante, ma la piazza di Cuneo protestò e non permise questo cambio di location. Il presidente mi voleva in quella squadra e ambivo a due anni di contratto. Sarebbe stata una chiusura perfetta per la mia carriera per poi decidere con calma sul futuro.
Non se ne fece nulla e così richiamai Sirci e accettai il mio primo incarico da allenatore. È stato difficile perché io in quel momento, appena finito di giocare, pensavo di sapere tutto con la mia lunga esperienza da giocatore costellata di tante vittorie. Invece non sapevo nulla! Conoscevo benissimo la pallavolo, questo è chiaro, ma non avevo contezza di quelle cose legate all’organizzazione, alla preparazione, ai video, alla comunicazione, ad organizzare lo staff e alla gestione di quattordici giocatori. È un altro mondo.
Quell’anno mi ha subito maturato. Dopo ho firmato per la Serbia. Se ti chiama la tua nazionale e non ci vai? A tutt’oggi a Gino ancora non piace condividere l’allenatore e decise di non prolungarmi il contratto in quanto mi ero impegnato con la Serbia. Da lì in poi è stata una progressione in crescendo; ogni anno imparavo qualcosa di più e tutto quel percorso mi ha aiutato a diventare quello che sono oggi.
Immagino che la giornata tipo del giocatore e quella dell’allenatore siano sostanzialmente diverse.
Certo che sono diverse. Da giocatore pensi solo a te stesso, hai il tuo tempo libero e non ti preoccupi di nulla, quando arrivi all’allenamento c’è qualcuno che ti dice quello che devi fare e come ti devi allenare. Un allenatore invece si preoccupa di preparare e fare di tutto perché tutti i giocatori siano al loro massimo per affrontare al meglio la gara: tecnicamente, tatticamente, fisicamente e mentalmente. Da giocatore avevo la possibilità di cambiare il risultato, di cambiare qualcosa con il mio gioco, con una mia azione, che sia un muro, una battuta, una schiacciata.
Ero coinvolto nel match da protagonista. Da allenatore guardo diciotto partite, preparo la tattica, preparo la squadra in base anche agli avversari, come giocano, quello che fanno e di conseguenza hai un approccio diverso alla partita. Faccio degli schemi che dovranno eseguire e se tutto va per il verso giusto e vincono, quanto siamo bravi. Se si perde, quanto sono scarso come allenatore perché non li ho guidati bene. Se la squadra non va il primo che si sostituisce è l’allenatore. Se le cose non vanno è chiaro che l’allenatore ha le sue colpe e le sue responsabilità, ci mancherebbe, ma essendo stato giocatore lo so come funzionano certi meccanismi.
Gli ultimi anni della mia carriera da giocatore, oramai riuscivo ad avere una visione a tutto tondo della situazione e se avessi voluto far cambiare l’allenatore, lo potevo fare tranquillamente. Fare l’allenatore, rispetto al giocatore, è una posizione più a rischio: in caso di troppe sconfitte viene esonerato il coach e difficilmente vengono sostituiti i giocatori. È prassi infatti che gli allenatori firmino contratti della durata media di due anni.
Questa è stata ed è una sfida ulteriore che ti si pone nella tua vita sportiva e professionale.
Da allenatore sono stato licenziato tre volte, e tutte e tre le volte, a posteriori, le società si sono pentite di quella scelta, ma fa parte del gioco. Oramai ho gli anticorpi, so che è parte del nostro lavoro e io sono tranquillo, perché prima di iniziare un’avventura con chiunque, io dico: «Queste sono le condizioni per cui io possa lavorare bene. Ho bisogno di queste cose…».
E non è mai una questione di soldi, anzi, i soldi non sono in cima alla scala delle mie priorità. Se una società riesce a darmi ciò di cui necessito, allora instauriamo un rapporto professione. Se invece, ad esempio, vi è una dirigenza, un presidente che pretende di fare la formazione, decidere chi gioca e chi no, allora non se ne fa nulla.
Altri miei colleghi, pur di allenare un top team farebbero di tutto, io no. Ho le mie regole e una mia etica di lavoro. Se devo prendermi una responsabilità deve essere come dico io, non perché io penso di essere più importante del presidente o il più bravo del mondo, ma semplicemente vorrei delle condizioni in cui possa svolgere bene il mio lavoro. Se ci sono le condizioni bene, altrimenti non se ne fa nulla e va bene così. A volte i risultati arrivano, altre volte meno. Le variabili sono molteplici: gli infortuni, la sfortuna, lo scarso rendimento di qualche giocatore…
Può succedere che un tuo giocatore di punta possa attraversare un momento personale difficoltoso e riversarlo nel suo modo di giocare andando a inficiare le sue performance e di conseguenza quelle della squadra?
Ti potrei parlare di tanti di quei momenti che incidono nel risultato finale che sono al di fuori dal mio controllo. Nell’ultimo anno che ho allenato a Perugia [2022, ndr] abbiamo giocato quasi tutta la stagione senza Roberto Russo che è il miglior centrale italiano da anni. Abbiamo giocato con Stefano Mingozzi e Fabio Ricci, che con tutto il dovuto rispetto non sono dei top player come Russo. Wilfredo León scoprì una calcificazione al ginocchio che poi ha dovuto operare e con la testa non era al cento per cento.
Oleh Plotnyc’kyj ha avuto una stagione stupenda, ma a fine febbraio scoppia la guerra in Ucraina [2022, ndr] e lui essendo ucraino, era fortemente preoccupato per la situazione e stava sempre al telefono con i suoi cari e di fatto in quel periodo era inutilizzabile. Ce ne sono tante di situazioni così di cui io, come allenatore, non posso avere il controllo. La mancata vittoria in quell’anno e la firma per la nazionale polacca hanno sancito il mio addio alla Sir Safety Perugia.
Nel ruolo di allenatore, quanto sono importanti le tecniche e le tattiche e quanto gli aspetti psicologici nei rapporti con gli atleti?
È tutto molto importante. Io ti posso preparare mentalmente e tu fai tutto quello che c’è da fare, ma se non ce la fai tecnicamente è del tutto inutile. Se tu tecnicamente e fisicamente sei pronto, ma hai paura nei momenti importanti, non raggiungi comunque il risultato. Io preferisco che uno abbia carattere. Un carattere forte – ovviamente parliamo di giocatori che possono giocare in un top club come Perugia ad esempio – può superare ogni ostacolo, anche con qualche carenza tecnica. Al come devo scegliere un giocatore per la mia squadra mi sono ispirato a Željko Obradović, ex allenatore di basket che ha vinto nove Coppa dei Campioni – Eurolega con cinque squadre diverse.
Lui chiama cinque persone di cui si fida e che hanno lavorato col giocatore in questione; se una di queste cinque persone gli dice una cosa negativa, non lo prende. Io cerco di usare il medesimo sistema, preoccupandomi soprattutto del carattere del giocatore, senza seguire in maniera rigida le statistiche sportive. Mi interessa sapere se è disciplinato e se sa stare nel gruppo. Se hai una testa calda nel gruppo che non riesce a capire l’importanza della squadra, ti crea più problemi che altro.
C’è un allenatore che ti ha particolarmente ispirato?
Tanti! Ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori di altissimo livello quali Julio Velasco, Gian Paolo Montali, Daniele Bagnoli, Vladimir Alekno… Ognuno mi ha insegnato qualcosa, perché sono diversi tra loro. Uno è più management della squadra e dei giocatori, un altro ha un approccio psicologico maggiore, da un altro ho appreso la disciplina, da un altro la tattica. Altri allenatori mi hanno insegnato come non bisogna fare assolutamente, ed è importante anche quell’aspetto. per cui, nel bene e nel male, ho appreso da diversi coach. Apprendere come una cosa non la si deve fare, è un grande aiuto comunque.
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Come gestisci e come hai gestito, nel corso del tempo, la famiglia e la professione?
È una grande difficoltà. Mi è capitato nel corso della mia carriera di dovere essere staccato dalla famiglia, come quando andai a giocare in Russia. Mia moglie è rimasta con i nostri due figli piccoli a Cuneo. Eravamo divisi e non riuscivamo a vederci spesso, perché la Russia non è proprio dietro l’angolo e anche con l’aereo ci vuole il suo tempo. Due giorni liberi non bastavano, perché le distanze sono enormi. Stesso discorso quando giocavo in Polonia. Abbiamo cercato sempre di stare insieme a prescindere e alcune scelte della mia carriera sono dovute alla situazione di famiglia. Magari sarei potuto andare non so dove, perché sarebbe stato importante per la mia carriera, ma avrei avuto notevoli difficoltà con i miei cari.
A volte i soldi non sono tutto. La ragione per cui io adesso non prendo un club da allenare è perché ho voluto stare di più con i miei figli. Fare il commissario tecnico di una nazionale mi concede più tempo libero. Negli ultimi quattro anni sto di più a casa e faccio il babbo. Li porto i ragazzi agli allenamenti… gli faccio da tassista [ride]! Se allenassi un club sarei impegnato quasi tutto l’anno e tutti i giorni della settimana. È un momento della nostra vita che sto abbracciando con grande calore perché mi permette di passare del tempo con i miei figli che vivono un momento – che è l’adolescenza – dove hanno bisogno del padre. Vivo un tempo qualitativo che non ho mai avuto fino ad ora. È una cosa importante questa, perché so quanto sia difficile per i giocatori che hanno la famiglia spostarsi, scegliere i contratti sulla base di come è la città in cui si trova il club, capire se la moglie vuole o meno trasferirsi. Sono tante le variabili.
Nel 2019, per due anni, alleni i polacchi dello Zaksa. Grandi vittorie e grandi soddisfazioni con la conquista della Champions League. Ci racconti quell’esperienza?
Ero al mio secondo anno quando abbiamo vinto la coppa. Il primo anno sono arrivato e il giocatore più forte che avevano, Sam Deroo, andò alla Dinamo Mosca, ma quando firmai il contratto ancora era presente in rosa. Ciò comportò che alla scadenza del mercato dovemmo cercare, in fretta e furia, un sostituto alla sua altezza, ma invano. È venuto Simone Parodi, con cui ho giocato quando aveva ventitré anni, vincendo tanto insieme.
È un ragazzo che adoro, però al tempo arrivò che aveva trentasei anni e di fatto era a fine carriera. Quella prima stagione fu interrotta a marzo a causa della pandemia COVID, però nel corso di quei mesi ho potuto scegliere i giocatori per l’anno successivo. Con quella squadra abbiamo vinto quando era più difficile di quanto lo sia ora, perché una volta scoppiata la guerra in Ucraina le squadre russe sono state estromesse dalle competizioni europee.
Lo Zaksa ha vinto tre Champions League: la prima contro Kazan, la seconda sarebbero dovuti andare a giocare la semifinale contro la Dinamo Mosca, che era fortissima, proprio nella capitale, ma il match fu annullato causa conflitto bellico. Poi hanno vinto la coppa, ma quella semifinale sarebbe stata veramente dura da superare sul campo. Non voglio assolutamente sminuire nulla, anche perché hanno vinto tre coppe consecutive con tre allenatori diversi. Evidentemente la squadra c’era. Mi ricordo che al sorteggio di quella Champions speravo di non beccare né Civitanova, né Kazan.
Quarti di finale Lube Civitanova e semifinale Kazan [ride]! La prima partita con Kazan perdevamo 2 a 0 a casa loro, ma abbiamo vinto. Fu un cammino tutto in salita e in finale incontrammo Trento. Abbiamo vinto una Champions League quarantasei anni dopo l’ultima vittoria di una coppa da parte di una squadra polacca. È stato un successo imparagonabile! Il mio primo trofeo internazionale da allenatore.
Tu e la tua famiglia vivete da tempo a Perugia. È stata una scelta di cuore?
È stata una scelta di mia moglie [ride]! A me piace, abbiamo tanti amici qua, ma per quanto mi riguarda è lontana dall’aeroporto di Roma e per me che viaggio spesso, non è una grande comodità. È una città dove si vive bene, è tranquilla. Mia moglie ci sta bene. Aggiungo un’altra cosa: prima della vittoria di Champions con lo Zaksa avevo firmato un prolungamento del contratto con loro.
Abitavamo con la mia famiglia a Katowice e per raggiungere la sede degli allenamenti mi facevo un’ora di macchina tutti i giorni. Vista la logistica non troppo comoda un po’ per tutti, ci eravamo promessi che io sarei rimasto lì e i miei familiari sarebbero tornati in Serbia. Mi richiamano da Perugia e io per forza ho preso in considerazione la proposta, cosa che non avrei fatto per nessun’altro club. E così prendemmo la decisione di tornare a Perugia che è una scelta di vita. Ovviamente a livello professionale era un grande stimolo, perché Perugia ha una squadra molto forte.
Però allo Zaksa stavo benissimo con tutti: con il presidente, con lo staff e con i giocatori. Quando mi arrivò l’offerta da Perugia – significativamente più alta rispetto a quella dello Zaksa – Sebastian Świderski fece carte false pur di trattenermi. Lo ringrazio sentitamente perché fece di tutto per tenermi, ma la scelta di Perugia è stata una scelta per la famiglia, per stare finalmente insieme. Lui ha capito la situazione.
Ti piacerebbe tornare a vivere in Serbia in futuro?
A vivere no, perlomeno ancora no.
Come vedi dall’esterno la situazione politica nel tuo paese?
Adesso è difficilissimo dal punto di vista politico e dal punto di vista della vita. La gente è polarizzata: o sei pro o sei contro. Non c’è una via di mezzo. Purtroppo non è un ambiente dove io vorrei crescere i miei figli. Per quanto mi riguarda io potrei tornare a casa mia, nella mia cittadina dove ci sono duemila cinquecento abitanti, sto bene lo stesso.
Ne abbiamo parlato in famiglia, ma al momento non ci sono i presupposti. Se ne parla spesso, perché è il nostro paese, perché anche mia moglie è serba. Abbiamo una bella casa a Belgrado. Volendo potremmo, però al momento va bene così. Mai dire mai in futuro.
La Serbia ha tanti campioni importanti nel mondo dello sport. Su tutti il campionissimo di tennis Novak Djokovic che pochi anni fa fu al centro di una polemica – in piena era pandemica – quando tenne il punto e non retrocedendo di un millimetro riguardo la sua legittima scelta di non sottostare all’imposizione vaccinale dimostrando un carattere molto determinato. Questa determinazione caratteriale è una caratteristica del vostro popolo?
Adesso è un eroe, mentre ai tempi fu crocifisso. Credo che noi serbi abbiamo questa prerogativa, che non è un capriccio, non è semplice orgoglio di per sé, ma un misto di sensazioni. Quando ci troviamo in una situazione dove il mondo è contro di noi, o quando l’avversario è più forte di noi, noi abbiamo una forza interiore che non riesco a spiegare.
Gli americani si stupiscono per i vari colpi che abbiamo in campo quando affrontiamo un match, e pensano che facciamo degli esercizi particolari per crearli. In realtà non è così, noi giochiamo sin da piccoli e sin dall’infanzia abbiamo questa sana competizione: fare di tutto per battere l’avversario, non importa se ci giochiamo il gelato o uno scudetto. È uguale, io voglio batterti. Quanto una competizione è difficile, tanto più sale la motivazione di superare le difficoltà.
Novak in questo è stato incredibile. Non credo ci sia un altro esempio nella storia di questo tipo. Lui è rimasto stoico quando tutto il mondo gli andava contro. Lo deridevano chiamandolo anziché col suo nome, Novak, lo apostrofavano chiamandolo «NoVax», per prenderlo in giro. Tutte le forze massmediatiche erano contro di lui. Arrivarono a segregarlo in quell’albergo squallido, non so se ti ricordi, quando andò in Australia. Delle cose mai viste.
Oggi quando si scopre cosa fa questo vaccino – una truffa mai vista – per molti è diventato un eroe. Mi ricordo quei momenti. Non era semplice prendere una decisione. Ricordo alcuni amici che decisero di non vaccinarsi e tutti quanti gli andavano addosso che non ti dico. È stato un periodo che spero non si ripeta mai più.
In quel periodo una personalità così forte come Djokovic ha saputo rimanere con la schiena diritta nonostante tutto il mondo lo criticasse. Per molti credo sia stato da esempio, non pensi?
Assolutamente sì!
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Un passo indietro. Olimpiadi di Sidney 2000. Con la nazionale jugoslava vincete l’oro olimpico dopo il bronzo conquistato ad Atlanta ’96. In semifinale giocate contro l’Italia e in finale contro la Russia. L’oro olimpico è la vittoria più ambita da ogni sportivo.
Per la pallavolo si, mentre per il calcio non è così ad esempio. Noi progressivamente stavamo crescendo dopo il bronzo alle Olimpiadi. Quando siamo partiti per Sidney c’era la possibilità per noi di vincere una medaglia, non si diceva, però eravamo tra i papabili. Purtroppo la persona che ha organizzato il nostro rientro da Sidney non pensava andasse così e ci prenotò il volo la sera del giorno della finale. Andammo a giocare la finale olimpica portandoci appresso tutti i nostri bagagli e una volta terminata la partita il responsabile ci disse: «Va bene ragazzi, abbiamo vinto l’oro, ma dobbiamo sbrigarci sennò perdiamo l’aereo!». Non abbiamo avuto neanche un momento per celebrare o andare in giro a festeggiare.
Il nostro sponsor tecnico ci aveva organizzato una nave tutta per noi per fare festa, ma non se ne fece nulla. Tornati in Serbia troviamo Belgrado sotto le barricate per i tumulti politici che c’erano al tempo e ci sconsigliarono di andare in centro città a festeggiare. È stato un periodo complicato per il mio popolo, ma a me egoisticamente dispiacque, perché dopo aver vinto la medaglia più prestigiosa, non potemmo neanche celebrare questa vittoria per il timore che qualcuno potesse approfittare di quella festa per scopi politici.
Andammo così a Novi Sad, dove anche lì c’era un meeting di protesta, ma quando arrivammo tolsero tutti gli striscioni e le bandiere politiche e ci accolsero con grande calore. Fu una celebrazione sincera, almeno per quella mezz’ora! Dopo le olimpiadi di Atlanta, quattro anni prima, dove conquistammo il bronzo, tornammo in patria in agosto e c’erano trecentocinquanta mila persone in centro città ad applaudirci. Fu meraviglioso! Per l’oro anche il clima ci fu avverso, perché era ottobre, pioveva e faceva freddo.
A Sidney fu più difficile per voi la semifinale contro l’Italia o la finale con la Russia?
I quarti di finale contro l’Olanda che vincemmo 3 a 2. Quello fu uno spartiacque per noi. Gli incontri successivi li giocammo contro le due squadre con le quali perdemmo nel girone! Perdemmo nel primo match 3 a 1 contro la Russia e 3 a 2 contro l’Italia, ma in semifinale e in finale fu tutta un’altra storia. Pensa che ancora non ho rivisto le partite. La prima volta che ho visto quella finale in televisione fu quindici anni dopo.
Ero allenatore della nazionale serba e alle tre di un pomeriggio la federazione organizzò una festa per i quindici anni dalla vittoria olimpica. Dopo la festa salimmo sul bus per andare in Bulgaria a giocare delle amichevoli. Nel pullman apro il portale delle news e vedo un articolo riguardo la nostra vittoria con un link video. Pensavo fosse un reportage, invece c’era la partita per intero! Un’ora e sette minuti. Me la sono guardata tutta e non sapevo che fosse finita in così poco tempo. Pensavo fosse durata di più. Il resto delle altre partite non le ho mai riviste. Mi piacerebbe prima o poi riguardarle.
I ricordi più veri e più nitidi li hai dentro di te.
Eh sì!
Gli anni della guerra in Jugoslavia, te come li hai vissuti?
Ero in Italia per fortuna. La guerra nella ex Jugoslavia era partita in Slovenia e piano piano stavano cercando di buttare fuori le forze del regime e le armate della Jugoslavia per sostituirli con i militari sloveni o croati. In questa ritirata, chiamiamola così per intenderci, la guerra si è trattenuta più a lungo in Bosnia e in alcuni luoghi della Croazia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Tito aveva incoraggiato la gente a coabitare, a fare dei matrimoni misti tra musulmani e croati, tra serbi e croati e così via. Si sceglievano le donne di un’altra etnia per rinforzare la coesione tra i popoli slavi.
Specie in Bosnia potevi trovare un paesino che era musulmano e pochi chilometri più in là trovare tutti serbi e più in là ancora tutti croati. Era poi difficile rivendicare le proprie terre a quel punto. Fortunatamente il conflitto vero e proprio non è mai arrivato in Serbia. I miei genitori vivevano sotto embargo. C’era la benzina che era pesantemente razionata: avevano un buono di trenta litri al mese e aspettavi in fila al distributore per giorni interi. Momenti difficilissimi.
Tornando allo sport, prima hai fatto un accenno al bronzo di Atlanta ’96. Che emozione fu per te quella prima importante medaglia? Eri molto giovane.
Avevo ventitré anni. mi ricordo che per quell’olimpiade ci furono diverse polemiche perché erano i cento anni dalla prima edizione e tutti pensavano che fosse naturale assegnare la sede ad Atene, ma probabilmente alcuni fecero forti pressioni affinché si assegnassero agli Stati Uniti. Mio padre è stato capitano della nazionale e il massimo che aveva vinto fu un bronzo agli Europei.
Quando ci siamo qualificati per le olimpiadi posso dire di averlo superato, perché lui non riuscì in questa impresa. Aver vinto poi nei quarti di finale contro il Brasile, che erano i campioni olimpici in carica, fu un risultato clamoroso ed eravamo in zona medaglia. Dall’eccitazione agonista non riuscii a dormire, te lo giuro!
Quando abbiamo battuto la Russia per la seconda volta – 3 a 1 nella finale terzo e quarto posto – faccio fatica a spiegarti l’emozione che avevo. Ero ad inizio carriera e capisci che quelle emozioni sono state veramente intense. Potevo anche smettere di giocare a pallavolo dopo questo incredibile inizio di carriera! Fu un flash questa sensazione, ma racchiude l’intensità di quello che provavo per la conquista di un bronzo olimpico.
Faccio un salto temporale di molti anni. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 tu sei il commissario tecnico della Polonia. Vincete la medaglia d’argento. Un’altra medaglia, ma stavolta in un ruolo diverso. Che ricordi hai?
È diverso. Io sono diverso.
Vivendo le Olimpiadi da sportivo, hai visto dei cambiamenti nel corso delle varie edizioni in cui hai preso parte?
Tante cose sono sempre uguali e alcune cose sono cambiate, di solito in meglio. Noi arrivammo al villaggio olimpico di Parigi nel pomeriggio e per cena siamo scesi alla mensa più vicina a noi e abbiamo aspettato quaranta minuti come tutti gli altri, perché era il giorno antecedente alla festa di apertura. In Francia fu la prima volta che non partecipai alla cerimonia di apertura, perché giocavamo il giorno dopo e dovevamo rimanere concentrati in vista dell’esordio. Va bene che la prima era contro l’Egitto, ma è sempre un incontro che non deve essere preso alla leggera.
Ogni Olimpiadi si porta appresso uno strascico di polemiche e Parigi non fece di certo eccezione.
Le polemiche ci sono sempre. Quello che a me non è piaciuto è stata la cerimonia di apertura. C’era quella parte della celebrazione dell’amore o che ne so – non ho niente contro – però vedendola dalla tv non mi piacque per niente. Qualche cosa che non va c’è sempre, dall’alloggio, ai pasti… però ricordo una sala pesi molto ben attrezzata e a disposizione della nostra squadra e di quella femminile.
Mi ricordo che dissi ai ragazzi: «Come è per noi è per tutti quanti, quindi concentrati, perché i futuri campioni mangiano dove mangiate voi e dormono negli alloggi come i vostri. È così per tutti». Quando sei giocatore è diverso come esperienza, perché come ti ho detto anche prima, sei protagonista vero in campo. Come allenatore ho un ruolo senz’altro importante, però sto fuori dal campo di gioco.
Ti viene la voglia, ogni tanto, di varcare quella linea e tornare a giocare?
All’inizio si! Adesso no.
Nel 2001 vinci l’oro ai Campionati Europei con la Jugoslavia battendo l’Italia in finale. In quell’edizione sei stato nominato anche miglior palleggiatore. Una doppia soddisfazione.
Credo di avere vinto diverse volte il premio di miglior palleggiatore, ma non ho mai badato a questo tipo di riconoscimento. Abbiamo vinto gli Europei ed è quello che conta veramente.
Fu complicata quella finale contro i ragazzi italiani?
Finimmo in un’ora. 3 a 0. Non c’è stata partita. La Russia fu un avversario più difficile, però anche a loro rifilammo un 3 a 0. Abbiamo dominato quell’Europeo, soprattutto verso la fine, perché eravamo ancora più forti dell’anno prima a Sidney. Eravamo più maturi e avevamo una grande forza agonistica.
Passando alle squadre di club, con il Treviso vinci la Coppa dei Campioni nella stagione 1999/2000.
A Treviso è stata la più difficile esperienza della mia carriera professionale. Sono stato malissimo, anche se è stato l’anno in cui ho vinto di più con un club. Vincemmo la Coppa Italia che non vincevano da sette anni, poi partecipammo alla Supercoppa Europea che se la giocavano ai tempi le finaliste della Coppa Campioni, della CEV e della Coppa delle Coppe. Un torneo importante.
Purtroppo perdemmo Lorenzo Bernardi per infortunio e conseguente operazione – infatti saltò le Olimpiadi di Sidney – e Samuele Papi che si infortunò prima del primo match. Vista la situazione emergenziale giocammo in recezione con Alberto Cisolla, che generalmente giocava come secondo opposto, e Marcos Milinković che giocava in nazionale come opposto e a Treviso come centrale.
C’era Daniele Bagnoli come allenatore, una figura carismatica e io come giocatore ero più debole caratterialmente. Avevo quattro anni di contratto, ma mi hanno mandato via senza pagare una lira. Milano, con cui ho poi firmato, ha dovuto pagare una penale di qualche migliaio di euro. È stata un’esperienza difficile, per non dire altro.
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Hai giocato con tanti campioni talentuosi come te. Visto che lo hai citato, Lorenzo Bernardi a detta di tutti è un campione senza tempo. Me lo confermi?
Non è facile amarlo, perché non si fa amare, però credo abbia una forza agonistica senza pari e tutti, io compreso, se dovessimo giocare una finale lo vorremmo in squadra.
Nel 2007 passi al Trentino Volley e vinci il tuo primo scudetto contro Piacenza. L’anno dopo arrivi secondo sempre contro Piacenza in un match tiratissimo al quinto set e all’ultimo punto.
Non ci ho dormito per sei mesi! Abbiamo avuto tre contrattacchi, 13 a 11 per noi, ma alla fine perdiamo.
Nonostante fossi un giocatore esperto e maturo, una sconfitta così lascia il segno. Alla fine anche le sconfitte fanno parte della vita.
È vero! Quando vinco, non ti dico come se fosse normale, però la grande emozione e l’euforia durano poco, perché già mi proietto alla prossima gara. Invece quando subisco una sconfitta, come quest’ultima in semifinale al Mondiale, nonostante abbiamo vinto il bronzo, faccio molta fatica a metabolizzare le sconfitte anche se ho la tranquillità di aver fatto tutto il possibile per vincere.
Le sconfitte sedimentano in noi in maniera diversa rispetto alle vittorie.
Se tu pensi quante volte ho perso in semifinale e quante finali ho perso tra club e Nazionale, sono tante le sconfitte. Ho due ori e ho giocato sedici anni in Nazionale. Ho venti medaglie, ma solo due d’oro. Vedi quante volte sono arrivato vicino al traguardo finale. Spessissimo l’ultimo ostacolo era la Nazionale italiana! Quando tu vinci, crei delle aspettative per te stesso e nella gente intorno a te, e più vinci e meno si parla della vittoria, mentre se perdi si amplifica il clamore dopo la sconfitta. Quando una squadra non ha vinto niente e si consacra con una vittoria importante, al primo successo si crea una gioia incredibile, ma se avessi perso all’ultimo, visto che non era abituata a vincere, la sconfitta sarebbe stata compresa e ben metabolizzata.
Con le vittorie anche i giocatori acquisiscono consapevolezza di essere forti, ma al contempo le aspettative si alzano notevolmente. La gente comune e i tifosi non hanno contezza di quello che c’è dietro a ogni partita. Magari vedono una squadra a cui manca un titolare importante, ci giochi contro e vinci 3 a 0 per loro è scontato, ma non è sempre così, specie se di fronte hai un avversario forte come lo è l’Italia. Ogni partita fa storia a sé. Se il primo match vinci 3 a 0, dopo due giorni, con gli stessi giocatori, è molto difficile che riesci a ribadire quel risultato. È completamente un’altra partita.
Scorrendo il tuo nutrito palmarès vedo che ti manca solo una vittoria ai Mondiali.
La vittoria al Mondiale è l’unica che mi manca in carriera.
Ma arriverà prima o poi.
Spero di vincerlo con la Polonia nella prossima edizione.
Hai vissuto tante partite al tie-break. È un equilibrio molto sottile, una questione a volte di centimetri per un pallone che cade di qua o di là dalla riga. Come gestisci, da allenatore, queste situazioni che si giocano sul filo di lana?
Come gestisci una situazione dove fino al 22 pari del primo set Kamil Semeniuk ha avuto il 100 per cento di attacco efficiente in parallela in tutto il torneo? Contro l’Italia ha tirato una parallela fuori di un niente. Io quello che gli insegno è di pensare alla palla successiva, quella oramai è andata. Una volta finita la partita puoi ripensarci quanto vuoi, ma in quel momento non c’è il tempo per ripensare al punto sbagliato. I ragazzi devono subito concentrarsi sulla prossima azione. Se ti lasci influenzare dall’errore che hai fatto, poi non sarà solo uno, ma saranno due, tre o di più, finché non ritrovi l’equilibrio e continui a giocare, ma poi è tardi.
L’aspetto mentale è importante.
Moltissimo! C’è da dire anche questo: molte squadre hanno ottimi allenatori, ottimi giocatori, ottimo staff, ottime condizioni di lavoro. E lì non è che c’è un vantaggio per qualcuno, tutti sono allo stesso livello. Il vantaggio è solo come i giocatori interpreteranno il finale dei set e che rapporto avranno con un eventuale errore e con la pressione.
Nel tuo mestiere di commissario tecnico, quanto è importante la disciplina e la meticolosità nei dettagli per preparare una gara? La pretendi la disciplina dai tuoi giocatori?
Si parla spesso di disciplina e di motivazione. Sono due cose diverse, perché la motivazione è una cosa che dura molto poco. Se ti motivo ora sei carico, ma l’effetto non è duraturo. La disciplina invece ti mantiene a un certo livello nel lungo termine. Se tu non hai disciplina, non riesci a superare le difficoltà. Quando sei motivato puoi fare delle cose straordinarie, ma se il giorno dopo non hai la stessa carica agonistica o motivazione, non arriverai neanche vicino all’obiettivo. Invece la disciplina ti mantiene sempre lì. E non ti parlo della disciplina di ripetere le cose sempre alla stessa maniera tecnicamente, ma di una disciplina mentale. Dimenticare quello che c’è stato e concentrarti su quello che devi fare in quel momento lì.
Io sto cercando in tutte le maniere possibili di preparare i miei giocatori a fare queste cose qua, ad avere questo approccio, ma quando arrivi al finale dei set quello che devi fare è essere in grado di adattarti. Ai quarti di finale, in semifinale e in finale le squadre che incontri sono tutte molto forti, il meglio del meglio, con dei campioni che sono in grado di cambiare le carte in tavola istantaneamente. Tu prepari una cosa e loro iniziano con una cosa completamente diversa. L’avversario ci studia allo stesso modo e cercherà strategie alternative. Noi dobbiamo essere adattabili, adattarsi a quello che stanno facendo gli avversari.
L’allenamento alla disciplina mentale che insegni oggi ai tuoi atleti ha avuto una sua evoluzione rispetto a trent’anni fa?
Prima era un po’ diverso e oltretutto il nostro sport è cambiato. Se guardi le regole, è cambiato più di tutti gli altri sport messi insieme. Ti faccio un esempio delle cose che sono cambiate da quando io ho cominciato. Ai tempi si giocava con il cambio palla e quindi si poteva giocare all’eternità, perché se c’era un cambio palla continuo il punteggio rimaneva invariato. Alla lunga la preparazione fisica era determinante.
La tecnica aveva una sua importanza, perché se tu mantieni un certo livello di gioco per un lungo periodo di tempo, le squadre che non sono abituate o tecnicamente non eccelse, prima o poi sbagliano. Il 90% delle volte vinceva la squadra favorita. Era molto importante la pazienza. Adesso ci sono squadre che non sono tra le prime quindici al mondo che con una palla buona, se tu non batti bene, hanno un attacco straordinario. Loro attaccano, noi attacchiamo e in un attimo si arriva sul 23 pari e poi è un attimo perdere la partita. Questo adattamento oggi è diventato molto più importante, perché in un attimo può cambiare l’andamento del match.
È meglio come oggi oppure torneresti alle vecchie regole?
Oggi è molto più stressante, molto più complicato. I valori si sono avvicinati.
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Tu hai giocato quasi tutta la tua carriera nel campionato italiano. C’è un giocatore italiano con cui hai giocato che ti ha impressionato con il suo talento?
Ci sono dei giocatori che mi hanno impressionato. Ho giocato due anni con Samuele Papi, un anno con Gardini, un anno con Gravina, con Lorenzo Bernardi, con Pippi, con Giretto, con Simone Rosalba, con Bovolenta… Ho giocato con Andrea Gardini quando era a fine carriera e aveva già trentotto anni. Se proprio devo sceglierne uno ti direi Lorenzo. Anche Papi un fenomeno, però Lorenzo con la sua mentalità è stato uno dei più forti con cui ho giocato.
Il «divismo», peraltro vacuo, che c’è nel calcio, nella pallavolo non c’è. Oggi con i social e con la sovraesposizione mediatica il calcio gode di un overbooking di popolarità che sfocia nel gossip, nel pettegolezzo e a volte nel ridicolo. Nel vostro sport mi pare si avverta una purezza, un’integrità e una semplicità genuina.
In Polonia la pallavolo è sport nazionale ed è seguita più del calcio, ma rimane un mondo più sano. Non c’è paragone. Tu porti i figli a una gara di pallavolo ed è una festa. Sono rimasto sorpreso dalle tifoserie polacche: a fine partita si scambiano le sciarpe e c’è un momento di comunione. A memoria mia in Italia ricordo solo due brutti episodi con degli incidenti. Non c’è una minima preoccupazione nel portare i figli piccoli a una partita. Ci si insulta tra tifoserie, certo, ma finisce tutto lì. È quel tifo che potrei definire una sana terapia [ride]!
Visto che hai allenato la Sir di Perugia, oggi come la vedi?
Credo che adesso sia la squadra più forte al mondo, senza dubbio. È coperta in tutti i ruoli. Angelo Lorenzetti è un allenatore che ha vinto tutto, ha autorità, è preparato e la squadra lo segue, che ti devo dire di più? Ha dei grandissimi giocatori che oramai potrebbero giocare ad occhi chiusi. Vedremo Trento come arriverà alla fine della stagione o la Lube se torna a giocare come ha giocato fino a qualche mese fa, ma per ora Perugia è la squadra più solida.
Che consiglio daresti ai ragazzi che vorrebbero affacciarsi a questo sport?
Prima viene il divertimento. Se non ti diverti non va bene. Non puoi obbligare un ragazzino a fare un’attività fisica. Mi dici la percentuale dei ragazzini che amano andare a scuola? Molto bassa, anzi, io non ne conosco neanche uno.
Perché? Perché la scuola non è divertente, è un obbligo. Alcuni genitori vivono la loro ambizione tramite i figli. Se tu fai diventare l’attività fisica del figlio un obbligo, come alcuni genitori fanno magari per vantarsi con gli altri perché il proprio figlio fa quello sport in quella squadra, non va bene. I figli così si sentono soffocati, non gli piace, non si divertono.
Prima il divertimento, però è chiaro che a un certo punto questo viene trasformato, perché se vuoi continuare a livelli alti, c’è molto meno da divertirsi e molto più sacrificio. C’è la possibilità del trasferimento in un’altra città, lontano dalla famiglia e dagli amici oppure andare direttamente in un altro paese e avere difficoltà con la lingua. Più cresci e più questo divertimento si trasforma in lavoro – passami il termine – però pensa che bellissimo lavoro è. Giochi e ti diverti, perché questo sport, come altri del resto, è un gioco e ti pagano anche bene per farlo.
Facciamo un esempio: tu guadagni ottantamila euro l’anno, che per la pallavolo è un contratto normale. Dimmi che tipo di lavoro devi fare nella vita normale per guadagnare questa cifra. Forse un direttore di banca.
Se sei parsimonioso in dieci o quindici anni di carriera puoi accumulare un discreto tesoretto.
La problematica di questo mestiere è che non ti dà la pensione. Oggi forse qualche regola è cambiata, ma prima non avevi nulla dopo il termine della tua carriera. Devi essere bravo e indipendente nel saper investire i tuoi guadagni per il tuo futuro. Inoltre c’è da aggiungere che non tutti i giocatori diventano allenatori o manager e possono proseguire la loro carriera in questo sport. Lo sport è bellissimo.
Le sfide non finiscono in campo, ma proseguono anche dopo.
La vita è sempre in salita, prima accetti questo fatto e prima riesci a vivere meglio. Ma la vita è bella anche per questo. Noi siamo qua dove siamo ora, perché abbiamo dovuto combattere nella nostra quotidianità. Questo combattimento ci ha reso più forti. Se non avessi avuto tutte queste sfide nella vita – private e professionali – non sarei la persona che sono adesso. Le ho abbracciate e le ho accolte con grande soddisfazione. Si va sempre avanti, perché tutti i giorni puoi incontrare delle difficoltà e delle battaglie da combattere che sono tue e sono personali.
Grazie, Nikola!
Grazie a te!
Francesco Rondolini
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Politica
Trump si inserisce nella cerimonia di premiazione dei Mondiali. Poi subisce pre lui la maleducazione degli argentini
🚨🇺🇸 WATCH: The moment Gianni Infantino moves President Trump out of the way as Spain lift the World Cup trophy pic.twitter.com/I5Ha0mUwfV
— Politics Global (@PolitlcsGlobal) July 19, 2026
🟥 As expected… Trump refused to get out of the frame when Spain did the traditional World Cup Trophy lift.
FIFA President Gianni Infantino had to literally run over and attempt to physically drag him away, so that the Spanish Champions could have their special moment. What… pic.twitter.com/nbG0NH4I2D — Fun Tom 🇨🇦 💂 (@funtomvids) July 19, 2026
I am in tears. After President Trump PERSONALLY gives the World Cup Trophy to Spain, the Captain and team want Trump to Celebrate with them 🙏
Liberals do NOT want you to see this ❤️ pic.twitter.com/5MENeQPEzM — MAGA Voice (@MAGAVoice) July 19, 2026
Spain players doing the Trump Dance as he presents the FIFA World Cup trophy.
The world loves our president. We are blessed. pic.twitter.com/00trz6Q9fY — Robert Burns (@RobertBurns82) July 19, 2026
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VIDEO | Two Argentine players, Lisandro Martínez and Cristian Romero, refused to shake hands with US President Donald Trump during the silver medal ceremony after Argentina’s 1-0 defeat to Spain in the World Cup final.
Martínez avoided shaking hands with both Trump and FIFA… pic.twitter.com/yrv1cDg0o4 — The Cradle (@TheCradleMedia) July 20, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, a Buenos Aires vi sono stati scontri tra tifosi e forze dell’ordine: nemmeno i supporter riescono, come adulti, ad accettare la sconfitta. In un Paese serio le proteste della popolazione dovrebbero essere contro il comportamento indegno dei suoi giocatori.Messi barely acknowledged Trump. pic.twitter.com/mQi6KFv1S8
— Don Van Natta Jr. (@DVNJr) July 19, 2026
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Sport e Marzialistica
Il disonore nella sconfitta: il comportamento indegno ed infantile dell’Argentina dopo la finale persa
Sapevamo che era favorita dal presidente USA, e soprattutto dai vertici di un altro Stato con la bandiere biancoceleste, lo Stato di Israele – per una serie di ragioni che avevamo descritto.
Era noto pure come in moltissimi hanno accusato – tra il commento da bar e la teoria della cospirazione – la FIFA e i suoi capi, in particolare Gianni Infantino, di aver facilitato l’avanzata dell’Argentina al Mondiale.
La squadra che arrivava a questa Coppa da campione del mondo, aveva certo un gioco affatto sgradevole, ma quanto a fair play le lamentele, e non solo degli inglesi – canzonati alla fine persino con la storia delle Falkland – erano state moltissime.
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Ora in rete rimbalzano impietose le immagini del campo della finale subito dopo il fischio che ha decretato la vittoria della Spagna. Si tratta di un comportamento a tal punto disonorevole che molti chiedono per tutta la squadra argentina una lunga squalifica: forse il momento più antisportivo mai veduto, dove con evidenza la squadra perdente vuole rovinare la festa a quella vincente – dinanzi agli occhi di tutta la popolazione terrestre.
Al triplice fischio che ha decretato , è scoppiata una violenta rissa in campo scatenata dal centrocampista argentino Leandro Paredes, che (forse per una provocazione, dice qualcuno) ha aggredito con rabbia Eric Garcia colpendolo e afferrandolo per il collo.
Argentina not only lost the final.
First time ever I see a team ruining the winners celebration.
Shame on Argentina pic.twitter.com/z33oSAA8V3
— Tancredi Palmeri (@tancredipalmeri) July 19, 2026
Argentina should hang their heads in shame.
Insufferable in victory against England and pathetic in defeat against Spain.
Billions are watching and you chose to start a fight and disgrace your nation. Do better. #ArgentinaVsEspaña #ESPARG pic.twitter.com/VDAPixw5cv
— Lewis Mackenzie (@Lewismac101) July 19, 2026
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Non basta: quando il centrocampista Gavi è intervenuto per difendere il compagno di squadra, Paredes si è scagliato anche contro di lui, spingendolo violentemente a terra. I commentatori in rete notano come il campionissimo Lionello Messi ha assistito alla scena indegna senza alzare un dito. Il capitano, ancora sul prato del MetLife Stadium, ha poi pianto ad abundantiam.
Paredes estava simplesmente DESCONTROLADO após Espanha 1×0 Argentina.
🎥 @MickyJnr__ pic.twitter.com/7CYLXaQPhF
— Planeta do Futebol 🌎 (@futebol_info) July 20, 2026
Bang Messi di ujung belakang, “bocah udah kalah ngapain ribut ribut kocak” 😹 pic.twitter.com/YmIEiLpQ1d
— Extra Time Indonesia (@idextratime) July 20, 2026
🚨GRAVE – Jogador da Argentina deu um soco do estômago do jogador da Espanha após o final da partida, sem motivo nenhum pic.twitter.com/lM6kBY4y68
— SPACE LIBERDADE (@NewsLiberdade) July 20, 2026
Messi is CRYING after losing the world for the second time.
Cry more 😂 pic.twitter.com/Um1YUCGibv
— Born Madridista (@bornmadridista0) July 19, 2026
La rissa è quindi dilagata, coinvolgendo in pochi secondi le panchine e i membri dello staff. Per placare la furia di Paredes è stato necessario il contenimento fisico da parte del suo stesso compagno Thiago Almada. Una volta ristabilita la calma, l’arbitro ha mostrato a Paredes un cartellino rosso diretto a partita ormai finita
🚨🚨 Argentina’s captain and their leader the ‘humble’ Lionel Messi stands and watches on as his disgraceful teammates attack Spain players for losing the final.
If Ronaldo did something like this we would never hear the end of it.pic.twitter.com/iYPH31ul6A
— The CR7 Timeline. (@TimelineCR7) July 20, 2026
This angle of the Argentina-Spain fight after the game 😳 pic.twitter.com/EQZHSwwuMU
— BrickCenter (@BrickCenter_) July 20, 2026
Leandro Paredes, a pathetic thug & just an encapsulation of why the world has come to despise Argentina & their footballing arrogance & entitlement.
This is nothing less than the behaviour of losers. Deserves a lengthy ban, won’t get one though. pic.twitter.com/QvTN21mj8f
— Adam (@AdamJoseph) July 19, 2026
Il clima teso è proseguito anche durante le cerimonie, con la squadra argentina che ha inizialmente ignorato il pasillo d’honor (la passerella d’onore tributata dagli spagnoli) e ha successivamente disertato la conferenza stampa ufficiale, lasciando parlare solo il commissario tecnico Lionel Scaloni, che epperò si è messo a piangere a dirotto ed è andato via.
🚨ARGENTINA PLAYERS DISGRACED THE WORLD CUP CELEBRATIONS
DURING SPAIN’S TROPHY CEREMONY ALL THR PLAYERS OF ARGENTINA TURNED THEIR BACK TO THE THE SPANISH FLAG AND THEIR CELEBRATION
ARGENTINA REALLY ARE SOREST LOSERS OF ALL TIME 😤 pic.twitter.com/ED1GaZdPLp
— Preeti (@MadridPreeti) July 20, 2026
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Non sono solo gli spagnoli ad essere stati oggetto della maleducazione argentina. Le testimonianze sono molteplici.
Un video mostra un tifoso messicano, allo stadio per tifare Spagna, reagire simpaticamente con un cartellino rosso agli attacchi verbali di supporter in maglia albiceleste.
Argentina fans were insulting a Mexican fan for supporting Spain in the 2026 World Cup final.
He responded by showing them a red card and dancing in front of them. 😂👋🏼 pic.twitter.com/Nw9ehB6hQl
— All Fútbol MX 🇲🇽 (@AllFutbolMX) July 20, 2026
Circolano inoltre immagini della premiazione che sembrano suggerire che i giocatori argentini abbiano ignorato Claudia Sheinbaum, il presidente del Messico, che era Paese co-organizzatore.
ARGENTINA PERDIÓ LA FINAL Y LAS FORMAS.
Una cosa es la frustración por perder y otra muy distinta es mostrar desdén hacia una jefa de Estado como nuestra presidenta @Claudiashein Representar una selección exige honrar a tu país… pic.twitter.com/v3lp2xVBUL
— José Ramón Fernández (@joserra_espn) July 20, 2026
Giornalisti hanno testimoniato la scontrosità pure manesca dei tifosi sudamericani.
Apoyé desde siempre a argentina y quería que salgan campeones de vuelta, pero por favor sepan perder. Yo solo hago mi trabajo y no hacia falta la violencia pic.twitter.com/GvouFhhnk7
— nath (@nathmaldonado_) July 19, 2026
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Immancabili scontri tra polizia e tifosi pure a Buenos Aires, sotto l’obelisco.
🚨 #ALERTA | La policía dispersa a las personas en medio de disturbios en el Obelisco de Buenos Aires, Argentina. Hay 12 detenidos. pic.twitter.com/3eCjSziLae
— Mundo en Conflicto 🌎 (@MundoEConflicto) July 20, 2026
Argentina fans clashed with police in Buenos Aires after the team’s World Cup final loss to Spain, leading to road closures pic.twitter.com/Ato5UDEmpv
— Reuters (@Reuters) July 20, 2026
La polizia reprime i tifosi argentini pure a Copacabana, Rio de Janeiro, in Brasile.
🇧🇷🇦🇷 La policía de Rio De Janeiro le tiró gas pimienta y le pegó a los hinchas Argentinos que estaban en Copacabana.
Esto ocurrió después del partido. pic.twitter.com/AdeIZMLUUN
— 🥊𝕳 BARRAS DEL MUNDO ⚽🍺 (@Barras_LATAM) July 20, 2026
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Nel frattempo, girano tante immagini di falli clamorosi argentini rimasti impuniti: il cartellino rosso, abbiamo visto, arriva incredibilmente solo a partita finita.
no card https://t.co/UAyjeO4QGF pic.twitter.com/VDfv0vviNB
— amadí (@amadoit__) July 19, 2026
That Enzo red card was probably the most satisfying way the match could’ve ended yesterday 😭pic.twitter.com/pe18hhBuOi https://t.co/1JabLLbxPA
— AB⚕ (@AbsoluteBruno) July 20, 2026
mais um lance normal pic.twitter.com/84LkqdKtGz
— luscas (@luscas) July 19, 2026
a audácia doido pra levar uma cotovelada no meio da cara #ESPxARG pic.twitter.com/K9MyJPpkZB
— Central Reality (@centralreality) July 19, 2026
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Come per la partita con l’Inghilterra, è stata confezionata una compilation delle scorrettezze argentine lasciate correre, anche qui, per qualche ragione, con una colonna sonora klezmer, la musica dell’ebraismo yiddish.
They made a 13 min short movie on Argentina’s failed robbery attempt vs Spain
😭😭😭😭😭😭 pic.twitter.com/rqh427sNoa
— fan (@NoodleHairCR7) July 20, 2026
Vi è pure il filmato in cui il giocatore argentino Otamendi, furioso, se ne esce per rimproverare gli spagnuoli Rodri e Laporte per aver «pianto» prima della partita a proposito dell’arbitraggio. A piangere vere lagrime, di rabbia, di amarezza e di capriccio, come abbiamo visto, non sono stati i sudditi del Regno dei Borbone.
🇦🇷👉🏻Otamendi, totalmente ardido, salió a reclamarle a Rodri y a Laporte por “llorar” antes del partido hablando del arbitraje.
¿Pues qué esperaba? Desde Qatar, millones de aficionados alrededor del mundo consideran que Argentina ha sido favorecida por decisiones arbitrales. Era… pic.twitter.com/KEXuyMQRUQ
— Arturo Villegas (@ArturoVill7) July 20, 2026
A proposito di pianti, il dulcis in fundo è la conferenza stampa, disertata dai giocatori argentini. Ci mandano Lionel Scaloni, l’allenatore, che scoppia a piangere come un pupo e se ne va singhiozzando assai.
Following their World Cup final defeat to Spain, Argentina manager Lionel Scaloni walked out of his post-match press conference after becoming too emotional to carry on. pic.twitter.com/c7NQjN2MG8
— BBC Sport (@BBCSport) July 20, 2026
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Il tutto – la rabbia, le lagrime – contribuisce a dipingere un quadro di immaturità, di infantilismo vero e proprio, che si stende su tutta la squadra: ci mancava solo che qualcuno prima della fine della partita bucasse il pallone e andasse via. Diciamo pure che questo senso di puerilità meschina era quello che talvolta emanava da Diego Armando Maradona, il quale però poi era capace di compensare con un genio calcistico assoluto (come durante la partita con l’Inghilterra nel 1986, prima segna di mano, poi scarta mezza nazionale inglese per segnare il più bel gol di sempre).
Non abbiamo intenzione di estendere dal calcio al Paese stesso – gravato da un secolo di malgoverno, magari con qualche bella ditatona massonica, che da potenza emergente lo ha reso una catastrofe inflattiva e sociale – questa immagine negativa. Renovatio 21 ribadisce che con probabilità uno dei più grandi drammi di questi ultimi secoli, per l’Argentina e per l’Italia, sia stato il mancato uso della lingua di Dante nel Paese sudamericano.
Ad ogni modo, segnaliamo l’ultimo figurone del Milei, il cocco di Trump e Netanyahu, i cui social media manager sembrano aver dimenticato di cancellare la programmazione di un post di celebrazione della vittoria.
FESTEJO MUNDIAL
Dada la inquietud sobre los festejos por el logro alcanzado por la Selección Argentina, comunico a la población que, en función de lo que decidan los Jugadores y el Cuerpo Técnico respecto al día para celebrar, el mismo será declararado feriado nacional.— Javier Milei (@JMilei) July 20, 2026
«CELEBRAZIONE MONDIALE Considerata la preoccupazione per le celebrazioni del traguardo raggiunto dalla Nazionale argentina, informo la popolazione che, a seconda di ciò che i giocatori e lo staff tecnico decideranno in merito al giorno da festeggiare, questo verrà dichiarato festa nazionale» scrive il post presidenziale. Grande, grandissimo Saverione, anarcocapitalista clonatore spiritista dei suoi cani, maestro di sesso tantrico con tanta passione per l’ebraismo e lo Stato Ebraico.
Avanti così: approssimazione e infantilismo. Per una terra, un popolo, che merita molto, molto di più.
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Immagine screenshot da Twitter
Geopolitica
Perché Israele tifa Argentina?
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Prime Minister Benjamin Netanyahu met in his office with the Ambassador of Argentina to Israel, Rabbi Shimon Axel Wahnish, and wished great success to the Argentine national team in the World Cup final taking place tomorrow.
Ambassador Wahnish presented the Prime Minister with… pic.twitter.com/2x3pYAxA9b — Prime Minister of Israel (@IsraeliPM) July 18, 2026
Non diverso il caso del controverso ministro delle Finanze, l’ultrasionista religioso Bezalel Smotrich, anche lui sorridentissimo in maglia futbolista argentina a favore di social.Netanyahu to Argentina’s Milei:
We support Argentina in so many ways, including tomorrow. I don’t hide that I’m rooting for Argentina. I think most Israeli citizens are rooting for Argentina. Good luck! Vamos Argentina!pic.twitter.com/NigTSDQAr8 — Clash Report (@clashreport) July 18, 2026
🇮🇱 — VID: Finance Minister Betzalel Smotrich cheers on Argentina today in World Cup. pic.twitter.com/zTocN5KUoE
— Belaaz News (@TheBelaaz) July 19, 2026
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#ULTIMAHORA | 🇦🇷 | MILEI DESATA CRÍTICAS EN EL DÍA DE LA BANDERA
⚠️ Javier Milei vuelve a estar en el centro de la controversia tras aparecer en Rosario exhibiendo la bandera de Israel durante un acto por el Día de la Bandera, provocando una ola de críticas de quienes consideran… pic.twitter.com/VcUEgP20vb — Quesdilla de Verdades Youtube (@QuesaVerdades) June 24, 2026
Patagonia burned & @JMilei opened his borders to 300k Israelis, to claim the burned land.
Milei is replacing Argentines with Israelis & creating Israel 2.0 in the western hemisphere. Milei cares more about Zionist Jews than he does his own people. pic.twitter.com/WsMml26ACc — Bryce M. Lipscomb (@BryceMLipscomb) July 15, 2026
🚨 EL SIONISMO AVANZA 🚨 Continuando con su plan de convertirnos en colonia de Israel, Milei mandó a poner la bandera sionista en el monumento a la bandera en Rosario.
Sigan diciendo que es todo conspiranoia. Sigan nomás… pic.twitter.com/8C3bnFXavu — M (@MConurbasic) April 22, 2026
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Argentine President Javier Milei, still in Israel, literally dancing and signing for Netanyahu’s amusement:pic.twitter.com/Lt60T0dbAO
— Glenn Greenwald (@ggreenwald) April 22, 2026
Argentina’s president, Javier Milei, is still in Israel, hugging the Western Wall. pic.twitter.com/T3VRQKb3Xu
— Clash Report (@clashreport) April 22, 2026
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Israeli tourists were arrested for starting a fire in Los Glaciares National Park, a resource-rich forested area in Argentina’s Patagonia. Additionally, M26 IM grenades connected to the IDF were found near Lake Epuyén in the Chubut region.
Follow: https://t.co/7Dg3b41PJ5 pic.twitter.com/t16wGD6onk — PressTV Extra (@PresstvExtra) January 13, 2026
🚨 The Milei government approved a law allowing protected lands in environmental reserves to be sold to FOREIGN companies if they suffer a fire.
The Argentine Patagonia was set on fire by Israeli TOURISTS. Connect the dots!!!! pic.twitter.com/sjnSs4kpVx — China pulse 🇨🇳 (@Eng_china5) January 12, 2026
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Renovatio 21 quattro anni fa aveva parlato del tifo esoterico, a suon di malefizi, portato avanti da una vera armata organizzata di streghe argentine – con il risultato della vittoria ai Mondiali del Qatar . Quest’anno è evidente il supporto, neanche tanto occulto, di un’intero Stato religioso messianico, e tutte le sue ramificazioni planetarie. Vediamo come andrà a finire. Roberto Dal Bosco🚨 ÚLTIMA HORA: Acaban de filtrar un vídeo de 5 minutos sobre todos los robos de Argentina a Inglaterra.
Esto es un escándalo Mundial. pic.twitter.com/1W56lBqhVT — LaVozGalactica (@Lavozgalactica) July 16, 2026
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