Terrorismo
Il Camerun nuovamente colpito dai jihadisti
Nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2025, i jihadisti di Boko Haram hanno lanciato un attacco mortale contro i villaggi cristiani di Ouzal, Mandoussa e Modoko, situati nell’estremo Nord del Camerun. Secondo un rapporto preliminare, almeno quattro persone sono state uccise e diverse altre sono rimaste ferite durante il raid.
Si è trattato di una coincidenza o di un’azione pianificata per scuotere il Paese? L’attacco è avvenuto poche ore prima dell’inizio dell’anno scolastico e poche settimane prima di un’intensa campagna elettorale in Camerun, come già riportato da FSSPX.News.
Gli aggressori hanno preso di mira diverse strutture, tra cui la parrocchia di Saint-Jean-Baptiste d’Ouzal , che è stata parzialmente incendiata. L’ufficio parrocchiale e il veicolo del parroco sono stati distrutti, mentre il negozio di alimentari adiacente è stato devastato.
L’ attacco è iniziato il 6 settembre intorno alle 23:00 con un’offensiva contro un vicino accampamento militare, ed è continuato fino alle 2:00 del 7 settembre. Il sacerdote e molti residenti sono riusciti a fuggire in tempo, evitando un bilancio delle vittime più elevato. Anche il centro sanitario di Ouzal è stato danneggiato.
Gli aggressori hanno anche saccheggiato case e aziende, rubando motociclette, bestiame e altri beni, distruggendo al contempo i raccolti. Circolano voci di rapimenti di bambini, ma queste non sono ancora state confermate dalle autorità. Questa regione, al confine con lo Stato di Borno in Nigeria, è regolarmente bersaglio degli attacchi di Boko Haram, nonostante gli sforzi delle forze di sicurezza per contrastare il gruppo jihadista.
Parallelamente a questo attacco, un altro attentato terroristico più mortale è stato perpetrato il 5 settembre nel villaggio nigeriano di Darul Jama, vicino al confine con il Camerun, provocando circa sessanta morti, secondo un bilancio ancora preliminare. Le vittime erano principalmente sfollati provenienti da un campo profughi chiuso dalle autorità nigeriane, che avevano assicurato loro che l’area era sicura.
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Sebbene il legame tra questi due attacchi – che hanno ricevuto pochissima copertura dai media occidentali – non sia stato formalmente stabilito, la loro prossimità temporale e geografica suggerisce un probabile coordinamento o una strategia comune volta a destabilizzare la regione di confine. Gli assalitori dell’attacco nigeriano sono identificati come appartenenti all’organizzazione Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWAP) , nata da una scissione di Boko Haram, mentre quest’ultima è responsabile dell’attacco in Camerun.
Boko Haram è un gruppo jihadista fondato nel 2002 a Maiduguri, nello Stato di Borno , nel nord-est della Nigeria. Il suo nome significa «l’educazione occidentale è un peccato» nel dialetto hausa, riflettendo il suo rifiuto dell’educazione e dei valori occidentali, in particolare del cristianesimo.
Il gruppo è stato fondato da Mohammed Yusuf, un predicatore salafita, in un contesto di povertà, corruzione ed emarginazione socioeconomica nel nord della Nigeria, dove la popolazione a maggioranza musulmana si sentiva trascurata dal governo centrale.
Inizialmente, Boko Haram si presentava come un movimento religioso volto a promuovere un’interpretazione rigorosa dell’Islam e a stabilire la Sharia nella regione, prima di evolversi in un regime di terrore. Nel 2015, una parte significativa di Boko Haram ha giurato fedeltà all’organizzazione dello Stato Islamico , diventando così ISWAP.
Questa divisione ha creato tensioni interne, con l’ISWAP che ha adottato una strategia più strutturata, mentre Boko Haram è noto per i suoi attacchi spesso indiscriminati, che prendono di mira sia musulmani che cristiani.
Boko Haram ha un triste primato: oltre 35.000 persone uccise e milioni di sfollati.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Terrorismo
Autobombe in Colombia pochi giorni prima che il leader sostenuto da Trump «el Tigre» prenda il potere
Desde otros puntos de Cúcuta también fueron captadas las explosiones en contra del comando de la Policía de Norte de Santander.
El atentado estaría dirigido contra la Unidad de Operaciones Especiales Jungla. Video: cortesía 99.9FM📻 pic.twitter.com/aLmuGXOfAt — Caracol Radio Cúcuta (@CaracolCucuta) August 1, 2026
#EnDesarrollo | Al menos una decena de personas heridas, entre uniformados y civiles, deja un violento ataque con exposivos contra el comando de la Policía Norte de Santander, en Cúcuta.
Los hechos ocurrieron en la madrugada de este sábado cuando fueron activadas varias cargas… pic.twitter.com/CjpANSGbVc — Metropolitano Noticias (@metropolitano_X) August 1, 2026
🔴Un atentado con explosivos se registró en la madrugada de este sábado 1 de agosto en inmediaciones del comando del Departamento de Policía de Norte de Santander, en Cúcuta.
Imágenes en el video 📹 Más detalles aquí ⬇️https://t.co/cJSBEPpC25 pic.twitter.com/E46Y09q18x — EL TIEMPO (@ELTIEMPO) August 1, 2026
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Terrorismo
Scontro tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda sul piano di disarmo dei ribelli
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Ruanda si sono scambiati accuse reciproche in merito a un piano proposto per disarmare un gruppo militante attivo sul lato congolese del confine condiviso, mettendo in luce nuove tensioni sull’accordo di pace mediato dal presidente statunitense Donald Trump.
Martedì Kinshasa ha annunciato che le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) hanno firmato un protocollo che disciplina il disarmo, la smobilitazione e il trasferimento in aree di accampamento designate.
Il ministro congolese per l’integrazione regionale, Floribert Anzuluni, ha dichiarato che i membri delle FDLR non saranno rimpatriati forzatamente in Ruanda, e che i combattenti e i loro familiari potranno trasferirsi in un paese terzo qualora non vengano soddisfatte le condizioni per il rimpatrio volontario. Ha aggiunto che non esiste una stima concordata del numero di persone coinvolte e che i siti di accampamento e il calendario di attuazione sono ancora in fase di definizione.
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Le FDLR, formate da combattenti di etnia Hutu, alcuni dei quali legati al genocidio ruandese del 1994, operano nella Repubblica Democratica del Congo orientale da decenni. Kigali ha accusato le forze congolesi di collaborare con il gruppo, che considera una minaccia per il Ruanda.
Il portavoce del governo congolese, Patrick Muyaya, ha descritto il protocollo come una «svolta fondamentale» nella gestione della questione delle FDLR, affermando che è conforme agli Accordi di Washington e dimostra i progressi compiuti da Kinshasa nel rispetto dei propri impegni e accusando il Ruanda di aver usato la presenza delle FDLR come pretesto per giustificare l’aggressione contro la Repubblica Democratica del Congo per 30 anni.
Il ministro degli Esteri ruandese Olivier Nduhungirehe ha respinto il protocollo definendolo una «manovra dilatoria» di Kinshasa, sostenendo che le FDLR non sono parte degli Accordi di Washington, bensì il gruppo armato preso di mira dalle relative disposizioni in materia di sicurezza.
«I responsabili del genocidio delle FDLR non sono parte di questi accordi; ne sono invece soggetti», ha scritto su X, aggiungendo che il principale obbligo di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo avrebbe dovuto essere adempiuto entro 90 giorni.
Nduhungirehe ha inoltre accusato Kinshasa di aver intensificato il sostegno militare alle FDLR e di aver integrato molti dei suoi combattenti nell’esercito congolese da quando gli accordi sono stati firmati il 4 dicembre 2025. La Repubblica Democratica del Congo ha precedentemente negato di sostenere il gruppo armato.
Lo scorso dicembre, nella capitale statunitense, i leader della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda hanno formalizzato gli Accordi di Washington per la Pace e la Prosperità. L’accordo impegna entrambe le parti a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altra, a cessare le ostilità, a sostenere il disimpegno delle forze armate, a facilitare il ritorno dei rifugiati e a promuovere la cooperazione economica regionale. Prevede inoltre che Kinshasa neutralizzi le FDLR e che il Ruanda revochi le sue «misure difensive», che secondo la Repubblica Democratica del Congo equivalgono al ritiro delle truppe ruandesi dal suo territorio.
Le relazioni tra i due stati africani sono tese da decenni a causa della guerra civile nel Congo orientale. Kinshasa ha ripetutamente accusato Kigali di sostenere il gruppo ribelle M23, accuse che il governo ruandese ha sempre respinto.
Migliaia di persone sono state uccise e centinaia di migliaia sfollate da quando gli scontri tra l’M23 e le forze congolesi si sono intensificati nel gennaio 2025, con i ribelli che hanno conquistato Goma, capitale del Nord Kivu, e Bukavu, capitale del Sud Kivu.
Come riportato da Renovatio 21, quest’anno le autorità della RDC orientale hanno rinvenuto fosse comuni contenenti almeno 172 corpi nei dintorni della città di Uvira, dopo il ritiro del gruppo ribelle M23, formato precipuamente da vatussi, che aveva occupato temporaneamente la zona alla fine del 2025. La scoperta è avvenuta pochi giorni dopo l’uccisione del portavoce militare dell’M23, Willy Ngoma, in un attacco con droni attribuito presumibilmente all’esercito congolese nel vicino Nord Kivu.
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A settembre 2025 un eccidio si era verificato nel villaggio di Ntoyo, nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC). I membri delle Forze Democratiche Alleate (ADF), affiliate allo Stato Islamico, si sono presentati travestiti da civili per mescolarsi tra la popolazione, per poi scatenare all’improvviso una strage aprendo il fuoco e aggredendo i cristiani con asce e machete.
Il Movimento 23 marzo (M23) è un gruppo ribelle armato attivo nell’est della Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle province del Nord e Sud Kivu. È composto principalmente da tutsi (cioè vatussi) congolesi e prende il nome dall’accordo di pace del 23 marzo 2009 tra il governo congolese e il CNDP (Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo), accordo che il M23 accusò di essere stato violato.
L’ideologia ufficiale del M23 si basa sulla difesa dei diritti dei tutsi congolesi (Banyamulenge e altri gruppi), trattati come «stranieri» e minacciati da milizie hutu (FDLR, eredi dei genocidari ruandesi del 1994). Denuncia corruzione governativa, discriminazione etnica e mancata integrazione. In pratica, è considerato da molti un proxy ruandese, ora retto dai vatussi di Paul Kagame), sia per motivi di sicurezza (contro il FDLR) e pure economici (controllo dell’estrazione del coltan, dell’oro e altre miniere). Vari accusano M23 di etnonazionalismo tutsi e di alimentare un ciclo di violenza etnica legato al genocidio ruandese del 1994.
Come riportato da Renovatio 21, alcune voci hanno accusato il Ruanda di essere dietro l’assassinio nel 2021 dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Bioetica
Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba
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