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Persecuzioni

Anche la cattedrale turca di Ani diventa moschea, come Hagia Sophia e Chora

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

È l’allarme lanciato dal deputato cristiano del movimento curdo Dem George Aslan. In una interrogazione parlamentare si rivolge al ministro della Cultura sul futuro del secolare luogo di culto, in attesa di restauro. Costruita nel X secolo, è considerata uno degli esempi più significativi dell’architettura armena medievale.

 

Dopo Hagia Sophia e Chora, le due celebri ex basiliche cristiane di Istanbul trasformate prima in musei e ora in moschee dalla politica nazionalismo e islam impressa dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, un altro celebre luogo di culto cristiano rischia di subire la stessa sorte.

 

Il deputato George Aslan, del movimento filo-curdo Peoples’ Equality and Democracy (Dem) Party, ha presentato un’interrogazione parlamentare in riferimento a resoconti secondo cui la storica cattedrale armena di Ani, secolare chiesa di Kars, riaprirà come luogo di culto musulmano. A dare per primi la notizia i media di Stato, i quali hanno parlato della prossima apertura della «moschea» senza fare riferimento alle sue origini.

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Nel suo intervento, Aslan, anch’egli cristiano, ha riferito che la cattedrale di Ani, nota anche come Surp Asdvadzadzin, o Santa Madre di Dio, è una delle centinaia di chiese e monasteri storici della Turchia che si trovano in stato di abbandono. Sottolineando il valore storico, culturale e religioso della cattedrale, il parlamentare ha fatto riferimento a notizie circolate di recente su diversi organi di informazione in base ai quali emergerebbe l’intenzione di cambiare la destinazione di utilizzo dell’edificio stesso.

 

Rivolgendosi al ministro turco della Cultura e del turismo Nuri Ersoy, egli chiede se «è vero che dopo il restauro della cattedrale di Ani, questa sarà aperta come moschea? Se sì, qual è la motivazione di questa decisione?»

 

«La decisione di cambiare l’identità religiosa di questa struttura storica e di trasformarla in moschea – aggiunge – non sarebbe in contraddizione con il carattere multi-religioso e multiculturale della Turchia?».

 

«La decisione di trasformare la cattedrale di Ani in una moschea – prosegue nell’interrogazione – sarà riconsiderata rispetto alla sua identità religiosa e culturale originaria?»

 

Infine, George Aslan chiede anche «quali chiese o monasteri sono stati trasformati in moschee durante il suo mandato? Quante chiese e monasteri sono stati convertiti in moschee negli ultimi 20 anni?» oltre ai casi emblematici di Chora e Santa Sofia.

 

Il 3 luglio scorso l’agenzia statale Anadolu ha pubblicato un articolo intitolato «La “moschea della conquista” di Ani, dove si tenne la prima preghiera del venerdì in Anatolia, viene restaurata». Nel raccontare il luogo di culto e la sua storia, l’articolo lo chiama solo come «Moschea di Fethiye (della Conquista)», omettendo la sua identità cristiana originaria e il nome storico di cattedrale di Surp Asdvadzadzin. Viene inoltre presentata la conversione della cattedrale nel contesto della «tradizione della conquista turca», senza riconoscere la sua funzione religiosa originaria. E ancora, non si alcuna menzione specifica sul significato culturale della cattedrale per il popolo armeno o la sua importanza per le relazioni armeno-turche.

 

La cattedrale di Ani sorge all’interno delle rovine dell’omonima città antica, nella provincia nord-orientale turca di Kars, vicino al confine con l’Armenia. Costruita nel X secolo, è considerata uno degli esempi più significativi dell’architettura armena medievale. La sua costruzione ha preso il via nel 987 sotto il re armeno Smbat II ed è stata completata nel 1001 o nel 1010 dalla regina Katramide, moglie di Gagik I del regno Bagratide. L’architetto era Trdat, noto anche per aver restaurato nello stesso periodo la celebre cupola di Santa Sofia nell’antica Costantinopoli (l’odierna Istanbul).

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Il luogo di culto fungeva da centro religioso di Ani, che era la capitale del regno Bagratide Armeno. Oggi è parte del sito archeologico di Ani, classificato come patrimonio mondiale UNESCO. Secondo l’App mobile di Ani sviluppata da Anadolu Kültür, dopo la conquista dei Selgiuchidi nel 1064, la cattedrale è stata utilizzata per breve tempo come moschea col nome di «Fethiye».

 

Nel 1199, la dinastia georgiano-armena degli Zakaridi ha ripreso il controllo della città e restituito l’edificio all’uso cristiano. La struttura ha subito gravi danni durante il terremoto del 1319, che ne ha distrutto la cupola, mentre un altro terremoto nel 1988 ha provocato il crollo dell’angolo nord-ovest, lasciando in eredità profonde crepe nei muri.

 

In Turchia vi è libertà di culto, tuttavia negli ultimi 20 anni si sono registrate violazioni alla pratica religiosa, cambi d’uso di ex basiliche cristiane e fatti di sangue a sfondo confessionale come l’assassinio di don Andrea Santoro nel 2006 e mons. Luigi Padovese nel 2010.

 

In particolare, la conversione in moschee delle antiche basiliche cristiane – poi musei a inizio ‘900 sotto Ataturk – di Santa Sofia e Chora rientra nella politica nazionalista e islamica impressa da Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere.

 

A seguito del decreto che ne ha sancito la trasformazione, le autorità musulmane hanno coperto con una tenda bianca le immagini di Gesù, affreschi e icone che testimoniano la radice cristiana di Hagia Sophia, millenaria struttura dedicata alla sapienza di Dio e risalente al sesto secolo.

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Francesco Bini via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Persecuzioni

Gaza: la scuola parrocchiale cattolica riaprirà a settembre

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Nella Striscia di Gaza, la situazione rimane drammatica: edifici e strade sono distrutti e spostarsi all’interno del territorio è estremamente difficile. Le condizioni di vita sono particolarmente dure e i residenti sono costretti a vivere in un’area ridotta in macerie. Teoricamente protetta da un cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, la Striscia di Gaza è stata teatro di continui raid israeliani negli ultimi mesi.   Monsignor William Shomali, vicario generale e vicario patriarcale Latino per Gerusalemme e Palestina, descrive la vita quotidiana degli abitanti di Gaza: «gli abitanti di Gaza occupano ora il 47% dell’enclave palestinese, poiché gli israeliani hanno conquistato il 53% del territorio. La densità di popolazione è diventata molto elevata, soprattutto perché l’80% delle infrastrutture è stato distrutto, compresi edifici, acqua ed elettricità. Molte scuole e università non esistono più. Molte persone, migliaia, vivono in tende».   Negli ultimi mesi, il cibo che arriva a Gaza viene importato da Israele dai commercianti e poi venduto agli abitanti della Striscia. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa , che ha visitato la zona alla fine di giugno, ha trovato il mercato più fornito rispetto alla sua precedente visita di sei mesi prima, poco prima del Natale 2025.   Padre Gabriele Romanelli, parroco della Chiesa latina della Sacra Famiglia, ha parlato sui social media delle strade devastate dalla guerra, della crescente scarsità di mezzi di trasporto e del carburante dai prezzi proibitivi. Di conseguenza, anche i brevi spostamenti all’interno della Striscia di Gaza sono diventati difficili.

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Ogni giorno, padre Romanelli si trova ad affrontare la sfida di portare i bambini del quartiere in parrocchia per le attività della scuola estiva presso l’Oratorio di San Giuseppe, gestite da sacerdoti, suore e laici. Per questo motivo, la parrocchia ha deciso di sostenere finanziariamente i pochi autobus e minibus in servizio che trasportano bambini, ragazzi e famiglie dalla Striscia di Gaza.   Prima della guerra, la scuola parrocchiale della Sacra Famiglia poteva ospitare quasi 700 studenti. In un’intervista a Radio Vaticana del 17 luglio 2026, il vescovo Shomali ha annunciato la riapertura della scuola, ristrutturata per accogliere circa 1.000 bambini. Il vicario patriarcale ha sottolineato l’importanza di dare a questi giovani l’opportunità di riprendere gli studi, perché «senza istruzione non c’è futuro». Attualmente, la maggior parte dei bambini di Gaza trascorre le giornate tra le macerie, cercando materiali da costruzione da vendere nei mercati.   Il vescovo Shomali aggiunge che la scuola può aiutare i bambini a trovare il modo di superare i traumi della guerra e ad abbandonare lo spirito di vendetta. «ci vuole molto tempo perché imparino a dimenticare e perdonare; è molto difficile, ma dobbiamo riuscirci perché la vendetta non è la soluzione», sottolinea il Vicario patriarcale di Gerusalemme.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine © Patriarcato Latino di Gerusalemme via FSSPX.News  
 
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Israele chiude un villaggio cristiano terrorizzato da coloni ebrei

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Domenica scorsa l’esercito israeliano ha designato Taybeh, l’unico villaggio rimasto in Cisgiordania interamente abitato da cristiani, come «zona militare chiusa». La decisione è stata adottata nel contesto di un’escalation e di continui attacchi terroristici ebraici perpetrati dai «coloni» israeliani contro queste comunità. Lo riporta LifeSite.

 

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato che il provvedimento è stato introdotto in risposta ad «alcuni attacchi violenti compiuti da israeliani nella regione». Di conseguenza, agli israeliani e a tutti gli altri non residenti è vietato l’ingresso nel villaggio.

 

Sebbene la chiusura venga presentata come una misura di protezione, il sindaco di Taybeh, Suleiman Khouria, ha osservato che impone ulteriori restrizioni agli stessi residenti e fa ben poco per proteggerli dai «coloni» ebrei, le cui colonie («insediamenti» e «avamposti») su terre palestinesi rubate sono tutte considerate illegali dal diritto internazionale.

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Il sindaco ha descritto la chiusura come «un tentativo di stringere ulteriormente il cappio attorno agli abitanti del villaggio, piuttosto che una misura per proteggerli».
Le autorità israeliane cercano di attuare una «pulizia etnica» a Taybeh «in silenzio» e senza testimoni.

 

L’attivista palestinese cristiano Ihab Hassan ha sottolineato come il nuovo provvedimento proibisca l’ingresso nella città a israeliani, stranieri e giornalisti, il che significa, in pratica, che «attivisti internazionali, osservatori dei diritti umani e giornalisti non potranno più entrare nel villaggio per documentare o rispondere agli attacchi quotidiani dei terroristi coloni israeliani».

 

Lo ha definito «un altro passo» delle Forze di Difesa Israeliane «verso la pulizia etnica dell’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania. Vogliono farlo in silenzio, senza testimoni, senza giornalisti e senza che il mondo se ne accorga».

 

«Invece di arrestare i terroristi coloni responsabili di questi attacchi, le autorità stanno impedendo ai giornalisti e agli attivisti che li documentano di entrare nel villaggio», ha scritto su X.

 

In un post successivo, Hassan ha documentato come la polizia israeliana abbia impedito agli attivisti ebrei, che stavano cercando di proteggere i cittadini cristiani dai coloni israeliani, di entrare a Taybeh.

 

«L’isolamento di Taybeh… è iniziato», ha scritto. «Invece di fermare il terrorismo dei coloni, Israele sta escludendo le persone che lo documentano. Tutti gli occhi sono puntati su Taybeh. La campagna di pulizia etnica di questo villaggio cristiano non deve poter avvenire in silenzio»

 

A soli due giorni dalla chiusura, la presunta intenzione di proteggere gli abitanti della città è stata smentita da violenti attacchi sul territorio. L’11 agosto, coloni israeliani sono entrati nell’area di Jabas, alla periferia di Taybeh, hanno tentato di smantellare una recinzione che circondava un’abitazione, hanno provocato i residenti e hanno aizzato dei cani contro di loro.

 

È stato riferito che i terroristi coloni ebrei «hanno tentato di rimuovere e smantellare la recinzione che circondava la casa che avevano accerchiato e hanno poi provocato i residenti locali». I video di questo attacco sono circolati ampiamente sui social media.

 

Nel luglio 2025, dopo che terroristi israeliani hanno distrutto terreni agricoli, incendiato luoghi sacri e terrorizzarono famiglie cristiane a Tabyeh, i prelati della Terra Santa hanno accusato le forze dell’ordine locali di «facilitare e consentire» tali attacchi non applicando le leggi a tutela dei diritti umani fondamentali della popolazione palestinese che occupano illegalmente da oltre 59 anni.

 

Tali giudizi sono stati ripetutamente confermati da ministri israeliani, sia in carica che in pensione, i quali corroborano la complicità di funzionari del governo israeliano nel facilitare questi crimini in corso attraverso l’occultamento delle prove, l’incoraggiamento o assicurandosi che «i terroristi (ebrei) non vengano arrestati».

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Taybeh è abitata da cristiani apostolici da quando Gesù Cristo soggiornò con i suoi discepoli in questa città – chiamata «Efraim» nel Vangelo di Giovanni – poco prima della sua passione, morte e risurrezione.

 

Fawadleh ha inoltre rivolto un appello a Papa Leone XIV affinché «intervenga per quest’ultimo villaggio cristiano in Cisgiordania, in modo che cessino gli attacchi dei coloni e l’occupazione della nostra terra abbia fine. Vogliamo semplicemente vivere in pace, con giustizia e dignità».

 

Nel suo primo discorso annuale di rito al Corpo diplomatico della Santa Sede, lo scorso gennaio, Leone XIII ha ribadito il sostegno della Chiesa alla soluzione dei due Stati, ha condannato l’aumento della violenza dei coloni israeliani contro la popolazione civile in Cisgiordania e ha confermato il diritto dei palestinesi a vivere in pace rimanendo «sulla propria terra».

 

Come riportato da Renovatio 21, I coloni due mesi avevano hanno incendiatoTaybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano la Cisgiordania anche queste ultime comunità cristiane, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.

 

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 Immagine di Ralf Lotys via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 


 

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Persecuzioni

Israele, cristiani attaccati 83 volte in tre mesi

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Un’organizzazione ebraico-israeliana indipendente ha documentato 83 episodi di molestie, suddivisi in 76 casi, compiuti da ebrei religiosi ai danni di cristiani in Israele tra aprile e giugno di quest’anno. Lo riporta LifeSite.   Il Religious Freedom Data Center (RFDC) è un ente apolitico fondato nel giugno 2023 da cittadini ebrei israeliani e diretto da Yisca Harani, studiosa di cristianesimo ed educatrice interreligiosa.   I risultati confermano le ripetute proteste dei prelati cristiani della regione, come il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e documentano un aumento costante di tali casi, concentrati soprattutto nella Città Vecchia di Gerusalemme, che comprendono sia aggressioni fisiche sia forme aggressive di intimidazione.

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Secondo il rapporto trimestrale ufficiale della RFDC, gli sputamenti da parte di ebrei contro i cristiani sono rimasti la forma predominante di molestia, con 47 episodi, pari al 56% del totale. Altre categorie includono aggressioni verbali (8 episodi – 10%), comportamenti minacciosi (6 episodi – 7%), lancio di rifiuti in proprietà cristiane (5 episodi – 6%), danneggiamento di cartelli (6 episodi – 7%) e ulteriori aggressioni fisiche (4 episodi – 5%). Altri 7 atti sono descritti semplicemente come «altro», rappresentando il 9%.   A Gerusalemme sono stati registrati 68 incidenti, quasi l’89% del totale, di cui 46 all’interno della Città Vecchia. La Via del Patriarcato Armeno si è distinta come zona ad alto rischio con 18 incidenti. Sul Monte Sion si sono verificati 9 incidenti. Un numero inferiore di incidenti si è registrato a Gerusalemme Ovest e fuori dalla capitale, tra cui ad Haifa e in Galilea.   Uno dei casi più gravi si è verificato il 28 aprile, quando Yonah Schreiber, un colono ebreo di 36 anni, ha brutalmente aggredito una suora cattolica, correndole alle spalle e sbattendola a terra sul selciato, per poi tornare indietro e prenderla a calci. L’episodio è avvenuto sul Monte Sion, vicino al Cenacolo, dove Gesù Cristo celebrò l’Ultima Cena con i suoi apostoli e istituì la Santa Eucaristia.   Le immagini video hanno ripreso l’aggressione e la polizia ha sporto denuncia ufficiale.   Un altro episodio degno di nota, descritto come «violento» e «razzista» da diverse testate giornalistiche, si è verificato il 14 maggio, durante la Marcia delle Bandiere degli ebrei sionisti attraverso i quartieri musulmani e cristiani della Città Vecchia di Gerusalemme. I manifestanti hanno sputato in direzione della Chiesa del Pretorio e di una statua della Vergine Maria sulla Via Dolorosa e in Via San Francesco.   Quel giorno la RFDC ha documentato numerosi casi con prove video, evidenziando la natura pubblica e dimostrativa degli atti.   Il 23 maggio, presso la Chiesa del Redentore, alcuni agitatori ebrei hanno bussato con forza alla porta chiusa e gridato «Morte ai cristiani», costringendo l’organista a fuggire da una porta laterale. La RFDC ha classificato l’episodio come un atto di minaccia e ha fornito assistenza per la presentazione di una denuncia alla polizia . Sono in aumento gli atti aggressivi, commessi in pieno giorno. In un altro episodio, un uomo «ha urlato insulti contro Gesù e si è avvicinato in modo minaccioso a due suore cattoliche sulla metropolitana leggera di Gerusalemme», si legge nel rapporto. «Le molestie sono cessate in seguito a un intervento».   Anche l’incitamento all’odio online ha avuto un ruolo di primo piano nel rapporto. Il 16 giugno, una revisione di Google Maps ha interpretato erroneamente alcuni versetti biblici del Deuteronomio che incitavano alla distruzione di luoghi cristiani, tra cui l’abbazia della Dormizione. La RFDC ha segnalato il caso e ha trasmesso le prove alle autorità.

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I dati rivelano una chiara tendenza all’aumento di tali incidenti. Il RFDC ha registrato 107 incidenti nel 2024 e 181 nel 2025. Entro la metà del 2026 erano già stati registrati 120 incidenti, di cui 76 solo nel trimestre aprile-giugno. Ciò significa che il 2026 è sulla buona strada per superare il totale dell’anno precedente.   Il rapporto della RFDC osserva che «negli ultimi anni, questi atti si sono svolti sempre più apertamente, in pieno giorno e, a volte, in modo deliberatamente dimostrativo».   La copertura mediatica di Vatican News sul rapporto ha evidenziato che molti episodi si verificano in pieno giorno, «a volte con genitori che incoraggiano i figli a imitarli», mentre i responsabili agiscono «con crescente audacia e arroganza… senza timore di conseguenze».   Nell’aprile del 2023, quattro mesi dopo l’insediamento del nuovo governo sionista di Benjamin Netanyahu – che aveva nominato ministri suprematisti ebrei anticristiani come Itamar Ben-Gvir – il Patriarca latino Cardinale Pizzaballa avvertì che la nuova mancanza di applicazione della legge aveva incoraggiato gli estremisti ebrei ad attaccare i cristiani.   «La frequenza di questi attacchi, di queste aggressioni, è diventata qualcosa di nuovo», disse Pizzaballa all’epoca. «Queste persone si sentono protette… che l’attuale clima culturale e politico possa giustificare, o tollerare, azioni contro i cristiani».   Tra questi crimini d’odio anticristiani si annoverano il tentativo di ebrei religiosi di aggredire un vescovo e un sacerdote ortodossi durante la Divina Liturgia della domenica mattina, la distruzione di una statua di Gesù Cristo nella Chiesa della Flagellazione, bande che attaccano i pellegrini e commettono atti di vandalismo, la profanazione di cimiteri cristiani, ulteriori episodi di sputi sui cristiani e, in altre occasioni, l’incendio delle loro chiese.   Inoltre, i leader della Chiesa sottolineano continuamente che tali crimini rimangono per lo più impuniti dal sistema giudiziario penale israeliano locale, il che contribuisce a incoraggiarne l’escalation.   Tale impunità si estende agli attacchi terroristici ebraici contro cristiani e altri palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza occupate da Israele.   Nel luglio dello scorso anno, dopo che questi terroristi israeliani avevano distrutto terreni agricoli, incendiato luoghi sacri e terrorizzato famiglie cristiane nella città di Taybeh, in Cisgiordania, i prelati di Terra Santa hanno accusato le forze dell’ordine locali di «facilitare e consentire» tali attacchi non applicando le leggi a tutela dei diritti umani fondamentali della popolazione palestinese occupata.   Tali giudizi sono stati confermati da ministri israeliani, sia in carica che in pensione, i quali corroborano la complicità di funzionari del governo israeliano nel facilitare questi crimini in corso attraverso l’occultamento delle prove, l’incoraggiamento o assicurandosi che «i terroristi [ebrei] non vengano arrestati».

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Tre giorni dopo la dichiarazione dei prelati in merito ai crimini terroristici a Taybeh, un carro armato israeliano ha aperto il fuoco contro la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, uccidendo tre persone e ferendone nove, tra cui il parroco.   All’epoca Pizzaballa espresse dubbi sul fatto che l’attacco fosse stato un errore – come aveva affermato il governo israeliano – mentre altre fonti riportavano che le autorità ecclesiastiche sospettavano che l’attacco fosse «un atto deliberato di rappresaglia» per le dichiarazioni dei prelati cristiani contro gli attacchi terroristici ebraici a Taybeh avvenuti tre giorni prima.   In una dichiarazione in risposta a questo attacco terroristico israeliano contro i civili, il Patriarcato latino di Gerusalemme ha condannato «l’attacco a civili innocenti e a un luogo sacro», sottolineando al contempo che «questa tragedia non è più grande o più terribile delle tante altre che hanno colpito Gaza. Molti altri civili innocenti sono stati feriti, sfollati e uccisi. Morte, sofferenza e distruzione sono ovunque».   A questo proposito, dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso direttamente almeno 73.377 palestinesi, tra cui circa 22.000 bambini e 33.000 donne e ragazze. A questi si aggiungono almeno 1.254 uccisi dall’inizio del «cessate il fuoco» dell’11 ottobre 2025, a seguito delle oltre 4.000 violazioni di tale accordo da parte di Israele.   Le persecuzioni anticristiane in Israele sono diventate mainstream negli ultimi mesi grazie alla copertura mediatica di personaggi come Tucker Carlson, che l’ha denunciata in più occasioni recandosi fisicamente in Giordania.   Come riportato da Renovatio 21, continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa.

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L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.   A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».

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