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Trump «deluso» da Zelens’kyj: «non ha letto la mia ultima proposta di pace»
Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso «deluso» per il fatto che il capo dello Stato ucraino Volodymyr Zelensky non abbia esaminato la sua ultima bozza di accordo di pace tra Russia e Ucraina.
«Devo dire che sono un po’ deluso dal fatto che il presidente Zelens’kyj non abbia ancora letto la proposta, lo ha fatto solo poche ore fa», ha dichiarato Trump ai cronisti a Washington, DC, domenica, omettendo di entrare nei particolari.
Il presidente statunitense ha proseguito osservando che Mosca ha dato il proprio assenso al progetto, ma non Kiev. «Non sono sicuro che Zelensky sia d’accordo. Il suo popolo lo apprezza, ma lui non è pronto», ha aggiunto Trump.
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Sabato Zelens’kyj ha intrattenuto una conversazione telefonica con gli emissari USA Steve Witkoff e Jared Kushner, durante la quale le delegazioni non hanno trovato un’intesa sul potenziale trasferimento di taluni territori ucraini alla Russia. In un messaggio video diffuso domenica sera, il presidente ucraino ha ribadito che il suo Paese «merita una pace dignitosa» e ha annunciato colloqui imminenti con i partner europei di Kiev.
Trump aveva già ventilato in precedenza l’ipotesi che l’Ucraina dovesse sganciarsi dal Donbass in linea con le clausole del cessate il fuoco caldeggiato da Mosca. Zelensky, tuttavia, ha categoricamente escluso qualsivoglia cessione di suolo nazionale.
La scorsa settimana, il presidente russo Vladimiro Putin ha avvertito che le forze armate di Mosca avrebbero conquistato l’intero Donbass con le armi se le truppe ucraine avessero opposto resistenza al ritiro. Il Cremlino ha preteso da Kiev il riconoscimento dei confini rivisti della Federazione Russa – inclusa la Crimea e le due repubbliche del Donbass –, la rinuncia all’aspirazione all’adesione alla NATO e un tetto alle dimensioni del suo apparato militare.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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