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Stelle del cinema e tute alari. Renovatio 21 intervista il decano degli stuntmen italiani Claudio Pacifico

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Claudio Pacifico è uno stuntman professionista del nostro cinema, stimato e apprezzato anche dalle produzioni hollywoodiane. Figlio di Benito Pacifico – caratterista indimenticato del western all’italiana e del poliziottesco – ne ha raccolto l’eredità, sviluppandola e facendo crescere la propria professionalità in ambito sia italiano sia internazionale.

 

Atleta e appassionato di sport estremi, ci ha raccontato anche un’altra sua grande passione: il paracadutismo. La chiacchierata che ha concesso al nostro giornale si snoda tra voli in tuta alare e scene d’azione spettacolari nelle pellicole più famose degli ultimi trent’anni.

 

Prima di parlare di cinema, visto che siamo in una dropzone, parlerei di paracadutismo: una passione, ma anche una professione per te.

Ai tempi della naja scelsi di arruolarmi nei paracadutisti per unire l’utile al dilettevole: facendo lo stuntman, cercai infatti di ottimizzare l’anno di servizio militare. All’epoca non era facile entrare, ma venni preso. 

 

All’inizio fui assegnato a Pisa; desideravo andare nei reparti operativi, ma mi tennero come istruttore di paracadutismo poiché, nei vari corsi che frequentai, ottenni valutazioni sempre pari a 10, perché praticando sport a livello agonistico, ero fisicamente molto preparato. Una volta terminata la leva, ho continuato da civile. Andai a Sarzana, dove c’era un mio amico commilitone, e lì proseguii l’attività di paracadutismo senza più fermarmi.

 

Ti sei lanciato anche con la tuta alare, è un altro modo di intendere la caduta libera: di fatto non si cade perpendicolarmente, ma si vola.

Con la tuta alare sei come un aeroplano, perché puoi cabrare, puoi tirar fuori i «flap», puoi rallentare, puoi virare… voli! Siccome dimezzi la velocità di caduta libera verticale, chiaramente potenzi quella orizzontale. In avanti fai i 180-200 km all’ora, mentre in caduta fai i 70 km orari: ed ecco che diventi portante, un vero e proprio mezzo.

 

 

Adesso l’hanno perfezionata e non è più come ai tempi di de Gayardon. Mi ricordo che con Patrick saltavamo al Garda facendo base jump e lui già usava la tuta alare; aveva preso in mano questo progetto militare partito anni prima, ma non sviluppato. Patrick lo riprese e iniziò a sperimentare; all’inizio aveva questi quattro pezzi di stoffa, non come oggi con la camera d’aria dove l’aria entra, gonfia la tuta e ti fa diventare un’ala rigida mentre viaggi. È grazie a lui che è partito tutto quanto.

 

De Gayardon è stato un pioniere.

Certo, specialmente per la tuta alare. Il suo progetto è stato poi migliorato e sviluppato nel tempo.

 

Hai mai provato a fare base jump con la tuta alare?

Con la tuta mi sono buttato solo dall’aereo, ma ho fatto quasi 500 base jump. Ho saltato ovunque.

 

Ultimamente il wingsuit è uno sport che sta prendendo sempre più piede all’interno del mondo del paracadutismo. 

Hai detto bene. Quando una cosa diventa uno sport significa che molta gente pratica quella disciplina. Purtroppo anche troppa, nel senso che si approcciano persone che non sono veramente così esperte. Un conto è saltare da un aereo con la tuta alare, un altro è fare base jump, e un altro conto ancora è saltare da un ponte alto magari cinquecento metri: se c’è una piccola incertezza, se non sei più che esperto nella posizione, può essere molto rischioso.

 

Ti sono mai capitate situazioni difficile o particolarmente rischiose nei tanti lanci che hai effettuato?

Ci sono state, anche se sono sempre molto attento a tutto quello che faccio. Nella mia vita da paracadutista ho fatto una sola emergenza con il tandem. Ho rischiato nel fare base jump, perché ho saltato in posti veramente bassi dove non ho fatto in tempo neanche a prendere i comandi della vela. Una volta sono finito dentro un cespuglio di rovi e mi sono graffiato tutto, ho rotto la vela e ho fatto un casino! Il tutto perché un mio amico mi aveva detto che erano cento metri, e invece erano settantacinque: c’è una bella differenza quando fai dei base così bassi, venti o trenta metri in più cambiano davvero tutto. E comunque è andata [ride]!

 

Un’altra volta eravamo al Garda, ma non era la giornata adatta per lanciarsi perché c’era vento. Sono saltato ugualmente e ho aperto dopo pochi secondi di caduta libera, ma il vento che sbatteva addosso alla montagna mi ha riportato su. Sono ritornato nel punto di partenza con la vela che shakerava e ho pregato Dio dicendo: «Giuro che non lo faccio più!». E non so quanto tempo ci ho messo a scendere, perché il vento mi teneva lì. Si era creata una turbolenza incredibile che mi apriva e chiudeva la vela. Una bella situazione di stress!

 

Un’altra volta stavo facendo il film Double Team con Jean-Claude Van Damme, dove ero skydiver supervisor — colui che si occupava della gestione dei lanci dagli aeroplani — ed ero anche l’operatore video in aria. Facciamo un lancio dove io esco dall’elicottero e gli altri due dal Pilatus [velivolo spesso usato per queste attività, ndr] da una quota di circa tremila metri. Ci lanciamo, faccio tutte le riprese e poi, quando apriamo, vediamo che siamo lontanissimi dalla zona di atterraggio, in un’altra città. Lì vedi e ti rendi conto di quanto devi essere veramente esperto. Non basta fare paracadutismo la domenica, devi essere pronto e preparato a ogni evenienza.

 

Di fatto hanno sbagliato il punto di lancio.

Lo hanno sbagliato totalmente! Stavamo aspettando l’ok da terra che però tardava ad arrivare e, quando ce lo hanno dato, eravamo dieci chilometri più avanti, in un altro paese. Siamo atterrati in una piazzola in mezzo alla città. Ci siamo salvati [ride]! In quel film ci siamo impegnati molto e ho fatto da controfigura a Van Damme attaccato fuori dal C-130: una delle scene più stressanti della mia carriera. C’era questa scena dove il protagonista si trovava sopra un cargo che galleggiava in acqua; passava l’aereo e lo agganciava portandolo in quota. Piano piano il protagonista riesce a entrare nel velivolo e a combattere con due persone: le due persone che butta di sotto sono sempre io, e anche quello fuori dall’aereo sono io.

 

Dovevamo girare in aria e ci siamo messi a quota duemila metri col C-130, un grande aereo da trasporto militare, con il personale di bordo francese che supervisionava — molto bravi — e mi dovevano tirare dentro mentre stavo appeso al cargo a una quindicina di metri dal portellone posteriore. C’era una turbolenza che ti portava via e in quel momento ho cercato di mantenere il controllo, ma a un certo punto stavo svenendo.

 

Sentivo che stavo per andar via e non ho fatto altro che chiudere gli occhi, tenermi stretto, rilassarmi e aspettare che mi ritirassero dentro.

 

Il problema è che ci sono voluti sette minuti per completare questa operazione! Avevo un gancio che in caso di emergenza potevo staccare per lanciarmi, ma considera che stavamo sorvolando l’oceano, quindi sarei atterrato in acqua; c’erano delle barche che ci seguivano, ma non mi piaceva l’idea di ammarare, anche perché se fossi svenuto sarebbe stato davvero rischioso. Alla fine è andato tutto bene proprio grazie all’esperienza e al grado di professionalità, che ti permette di conoscere te stesso in maniera perfetta e capire quali azioni intraprendere anche sotto forte stress.

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Van Damme è famoso per essere un atleta, oltre che un attore.

Per quanto riguarda le arti marziali sono molto severo, in primis con me stesso. Van Damme è un buon atleta, fisicamente molto preparato. Se parliamo di tecniche di combattimento è molto sciolto, spettacolare per i suoi calci, ma nel combattimento vero si devono usare anche le braccia. Come attore si è costruito questo personaggio e gli è andata bene, perché ha fatto un sacco di film, ma se proprio dovessi valutarlo, non lo considererei un artista marziale vero e proprio.

 

 

C’è anche Dennis Rodman in quel film.

Anche Mickey Rourke. Bei personaggi. 

 

Torno un attimo al paracadutismo: tu sei anche istruttore. Come ti approcci ai tuoi allievi?

Avendo un’accademia di stuntmen istruisco su tantissime discipline, compreso il paracadutismo. Vedo, guardo e sto molto attento alla persona che ho davanti, perché non siamo tutti uguali, e mi adeguo a chi mi trovo di fronte: sia nel linguaggio, sia nel comportamento. Sono tecniche d’insegnamento e la vedo come una cosa molto seria. Il paracadutismo è goliardico e divertente — tu lo sai bene — ma ha i suoi rischi e, secondo me, non tutti sono portati per farlo.

 

Proprio per questo bisogna essere bravi, come istruttori, a capire chi si ha davanti, e l’insegnamento dev’essere veramente ad hoc, fatto bene e con professionalità. Si gioca, si ride e si scherza, ma quando spieghi una tecnica o una manovra che poi l’allievo dovrà fare in aria, la lezione dev’essere perfetta, precisa. E devi essere sicuro — questa è la cosa più importante — che lui l’abbia capita.

 

 

Perché tutte le persone che imparano tendono a dire subito: «Sì, ho capito». È un’attitudine automatica. In realtà, dai piccoli movimenti del corpo o dai test che gli fai, intuisci subito se non ha compreso. Dico sempre che il lancio si prepara a terra: è a terra che devi farmi tutto perfettamente, perché tanto so che in aria un trenta percento di scarto c’è sempre, se non di più. Perciò, se non sono sicuro e non vedo la tua sicurezza almeno nei movimenti a terra, è inutile andare su. Questa è una cosa basilare, ma fondamentale per un istruttore.

 

La prossima domanda sarebbe stata se il paracadutismo è uno sport per tutti, ma in parte già hai risposto.

Non è uno sport per tutti. Qualche mio collega mi criticherà, ma io la penso così. È come fare lo stunt: non è per tutti. I nuovi materiali e le nuove tecniche agevolano molto l’allievo, ma non è comunque una disciplina per chiunque. Aprire il portellone di un aereo a quattromila metri e buttarsi di sotto non è una cosa naturale, c’è gente che soffre di vertigini. Non tutto è per tutti. Poi, ripeto, con la tecnica e i mezzi che ci sono oggi si riesce a portare molta gente in aria; vedo però che la maggior parte degli allievi che cominciano finisce per smettere.

 

In tantissimi anni di esperienza ho visto il terrore sulla faccia delle persone mentre erano in aria e, una volta atterrati, capitava di dire loro educatamente: «Senti, questo sport non fa per te, perché lo stai facendo?». Gli davo dei consigli e non mi sbagliavo mai. L’allievo può avere le sue paure che si porta appresso: lo vuole fare per farsi bello con la fidanzata, per l’amico, per esibirsi o che ne so io.

 

Purtroppo l’essere umano è fatto così, siamo un po’ tutti così. Solo che lì devi fare i conti con te stesso e con una situazione abbastanza drastica, perché lanciarsi da un aereo non è naturale. Noto che alcuni, pur avendo centinaia di lanci alle spalle, ancora non sanno atterrare: e questo succede per la paura, non perché non abbiano appreso la tecnica.

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Come si può gestire la paura?

C’è un allenamento, ma per prima cosa dobbiamo partire da noi stessi ed essere consapevoli di quello che stiamo facendo, oltre che capire se sia o meno alla nostra portata. Un po’ di timore ci dev’essere sempre, perché ci aiuta a ragionare, a pensare e a stare attenti. La cosa fondamentale è capire se tu vuoi davvero fare questa attività, se sei portato e se hai le capacità psicofisiche per affrontarla. Dopodiché subentra l’insegnamento.

 

L’istruttore deve comprendere chi ha davanti, ma deve anche essere bravo ad avere non un’unica strada, bensì mille strade diverse per portare una persona a saltare. Ti faccio qualche esempio. Ho avuto allievi che stavano abbandonando il corso perché in difficoltà: erano magari al quinto tentativo del terzo livello e non riuscivano a superarlo. Io gli dicevo: «Scusa, permetti? Parliamo un attimo». Ci parlavo cercando di capire che persona avessi di fronte, poi l’ho portato in quota dicendogli che non stavamo facendo la lezione per tentare di superare quel maledetto terzo livello, ma che andavamo su semplicemente come due amici che saltano.

 

Infine gli ho detto: «L’unica cosa che ti chiedo è: sorridi! Fammi tu da istruttore dandomi i segnali in aria. Dobbiamo giocare e divertirci». Abbiamo fatto due lanci così e adesso è diventato quasi un professionista! Questo è uno dei tanti esempi che potrei farti: mi sono capitati decine di ragazzi in questa situazione.

 

Un’altra volta arrivano due istruttori da me e mi dicono: «Claudio, questo ragazzo non ce la può fare, perché in aria gira continuamente e non riusciamo a stabilizzarlo». Parlo con il ragazzo, lo metto a terra per simulare i movimenti in volo e noto che ha un problema a una spalla, ne teneva una più alta dell’altra. Senza simmetria tra le due braccia non sarà mai stabile in aria. Allora gli ho fatto abbassare l’altro braccio allo stesso livello. Continua tutt’oggi a saltare e ha migliaia di lanci all’attivo, eppure stava andando a casa scoraggiato pure lui.

 

Vedi come tattiche diverse possano portare comunque al risultato? Sostengo che il settanta per cento dipenda dall’istruzione che si dà all’allievo. È inutile che l’istruttore urli: «Più forte! Più concentrato!», se poi non spiega concretamente come fare. Mi devi spiegare come si fa a essere più concentrati, c’è una tecnica per tutto. Oggi continuo a vedere questa mancanza, perché assisto a dei briefing superficiali. Ho visto fare dei briefing persino mentre l’allievo era già in aereo, ma si può?

 

Se da un lato l’allievo deve essere consapevole che sta facendo un’attività sportiva impegnativa, dall’altro lato l’istruttore deve rappresentare un punto di riferimento saldo. Un istruttore non deve avere un’unica tecnica per mille persone, ma mille tecniche diverse per ciascuna persona: ecco come il lavoro viene bene. È il superamento della presunzione nell’insegnamento che crea davvero un allievo come si deve.

 

Ciò si riverbera anche in altre discipline.

Oggi se ne vedono di ogni. Ci sono alcuni che promettono corsi di pochi giorni per diventare istruttore. Io c’ho messo quarant’anni, ma adesso abbiamo questo sistema che è illusorio.

 

Io insegno alle scuole superiori e dico sempre che l’insegnamento è anche una missione.

Hai detto bene, insegnare è una missione ed è disonorevole farlo in maniera sbagliata. Una volta, durante una riunione con degli istruttori organizzata per migliorarci, dissi: «Intanto iniziamo dal decoro. Stamattina hai fumato una sigaretta prima di un lancio tandem: non va bene! Porti in volo, agganciata davanti a te, una persona che ha pagato quasi trecento euro, e tu puzzi di fumo, hai la barba incolta e indossi una tuta che fa schifo. Cominciate a lavorare su voi stessi».

 

È inutile fare pubblicità per incentivare le persone a lanciarsi con noi se poi siamo noi i primi a non accoglierle al meglio. Se un allievo mi illustra il lancio che dovrà fare di lì a poco e, mentre me lo spiega, io fumo una sigaretta e indosso abiti non consoni, secondo te può avere la stessa fiducia che avrebbe verso chi è rigoroso, attento, ordinato, e che non grida né bestemmia? Stai affidando la tua vita a una persona e il primo approccio è fondamentale. Sembrano stupidaggini, ma non lo sono per niente.

 

Ti racconto questa. Un mio amico voleva fare un lancio tandem, ma quel giorno io non c’ero per un impegno di lavoro. Arriva in dropzone, chiede di me e l’altro istruttore gli dice che può fare il lancio con lui dato che non ci sono. Be’, non l’ha fatto, perché voleva farlo solo con me! C’è gente che non si accontenta: conosce te, si fida di te e sa come ragioni, non gli va bene un istruttore qualunque.

 

Io creo professionisti e ho formato una nuova generazione di stuntmen qui in Italia. Se quando insegno non lo faccio in maniera adeguata e non do le nozioni giuste, quando sono a casa e so che un mio ragazzo deve saltare da venti metri per la scena di un film, secondo te come posso stare? Se fossi superficiale e inaffidabile non me ne fregherebbe nulla, ma per come sono fatto io starei in un’apprensione tremenda. Devo essere sicuro al cento per cento che sappia il fatto suo.

 

Quando mi chiama una produzione e mi chiede di mandare un ragazzo, domando: «Cosa deve fare?». «Deve cadere da cavallo». «Ok». Il ragazzo che gli mando sono certo che farà quanto richiesto, perché l’ho addestrato, l’ho valutato, l’ho testato e so come ragiona. Così le cose funzionano. Poi l’imprevisto può sempre succedere, ci mancherebbe, ma non è mai accaduto che non abbia fatto una scena perché non la sapeva fare. Questo no. E vale nel paracadutismo esattamente come sul lavoro.

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Sappiamo bene che ogni tanto, nel mondo del paracadutismo, possono accadere incidenti mortali. Qual è il tuo rapporto con la morte? Ci pensi ogni tanto quando svolgi questa attività o quando devi girare qualche scena particolarmente rischiosa da stuntman?

Parlo per me stesso: fa parte del rischio. Non la vedo come una cosa definitiva, ma illusoria, perché io sono un esperto del rischio e il mio compito è proprio calcolarlo. È il mio primo pensiero. So che potrebbe succedere qualcosa, ma non è un fatto che mi spaventa o mi sorprende. Se salto da questo tavolo devo sapere tutto quello che ho intorno: di che cosa è fatto, le misure, il terreno, le protezioni da indossare, come sto io, le persone che mi circondano, se c’è luce oppure no… Raccogliere ed elaborare tutte queste informazioni mi assorbe molta energia.

 

Da professionista del pericolo, la morte è lì, so che c’è, ma per me non è reale. Discorso chiuso, non mi interessa: il mio compito, per cui vengo pagato, è fare quella determinata cosa. Poi, se succede, pazienza, non mi preoccupa perché non la considero una fine assoluta. Per me è indefinita e naturale.

 

Devo solo preoccuparmi del rischio, perché so che esiste. Non devo invece pensare al pericolo, perché quando si parla di pericolo significa che non sai quello che stai facendo. Il mio approccio è lo stesso di tutti gli altri stunt di altissimo livello che frequento: abbiamo tutti questo tipo di mentalità. Noi siamo energia, e io ragiono con la mia energia.

 

Tuo padre, Benito Pacifico, è stato uno degli stuntmen più importanti e riconoscibili del nostro cinema, attraversando due generi cinematografici — e non solo — che hanno segnato la storia della settima arte in Italia: il western e il poliziottesco. Ci racconti qualcosa di lui? 

Posso definirlo un padre presente a casa, ma facendo lo stesso lavoro in realtà eravamo come due amici. Parlavamo di progetti futuri, di cosa volevo fare io e già da trentenne gli parlavo dell’idea di fondare un’accademia per stuntmen e mio babbo era entusiasta, mi incoraggiava molto. Potevo parlare di tutto con lui, non c’erano tabù e, cosa fondamentale, mi lasciava sempre libero di esprimermi. Quando gli chiesi di poter andare in America per specializzarmi, fu il primo a incentivarmi e sostenermi.

 

Ho preso davvero tanto da lui sul lavoro, anche perché è stato il mio primissimo allenatore. Fu lui a mettermi un fioretto in mano a cinque anni, quando ancora non riuscivo nemmeno a impugnarlo bene. Lo definirei un collega e un amico per la vita. I suoi consigli erano sempre costruttivi e, quando ho iniziato a fare i primi lavori nel cinema, era il primo a venirmi a correggere, anche se la scena l’avevo eseguita bene. Mi ha insegnato a curare ogni minimo dettaglio. Con me era un giudice severo ma attento, perché c’era il cuore di un genitore che vuole bene a un figlio: era il primo a farmi i complimenti ed era sempre in apprensione — in senso buono — quando lavoravo.

 

La generazione di stuntmen di tuo padre che scuola e che preparazione ha avuto? Penso ai vari Benito Stefanelli, Riccardo Petrazzi, Bruno Di Luia, Giancarlo Bastianoni… Loro non hanno avuto l’opportunità di frequentare un’accademia formativa come quella che hai tu oggi.

Loro venivano dalla strada. La mia accademia è unica al mondo, perché non è una semplice scuola: un’accademia significa che ti prendi cura di una persona per tutta la sua vita lavorativa, non è come fare un corso a termine per poi doverti trovare lavoro da solo. Da me funziona diversamente, ed è per questo che ci ho messo dieci anni di studio prima di aprirla. I miei ragazzi lavorano tutti, ho creato una nuova generazione di stunt — adesso ad esempio stiamo facendo una grossa produzione americana. Rimanendo in accademia continuano sempre a migliorare, ed è proprio questa la differenza tra una scuola e un’accademia.

 

La generazione di mio babbo non aveva tutto ciò. Mio babbo, quando aveva vent’anni, accompagnò un amico sul set di un film. Lui faceva già boxe e judo. Un tizio gli disse: «Mi serve uno che mi faccia questa cosa western. Tu hai una bella faccia, adatta». Mio babbo era comprensibilmente titubante, ma quello lo incalzò: «Non devi fare nulla di che, scendi le scale e dai una spinta a uno. Una cosa semplicissima». Lo convincono, fa questa scena e gli propongono di tornare anche il giorno dopo e così è cominciata. L’hanno visto sveglio e pronto a qualsiasi cosa gli proponessero. Questo modo di entrare nel cinema quasi per caso era una consuetudine per tanti suoi colleghi dell’epoca e molti hanno iniziato facendo la comparsa, per poi fare il passo successivo.

 

Consentimi di aggiungere che gli stuntmen come tuo babbo avevano volti davvero evocativi: erano caratteristi impeccabili per quel cinema. Esistono nel cinema di oggi caratteristi con volti del genere, capaci a modo loro di bucare lo schermo ed essere perfettamente contestualizzati?

Hai fatto una domanda intelligente, perché questa è una cosa su cui sto lavorando di nuovo.  è persa quella faccia da personaggio, mentre loro erano tutti personaggi. Oggi c’è un po’ di freddezza negli stunt; fanno la performance, ma mancano le facce… Io sto riportando questo aspetto nella mia accademia e infatti faccio fare anche corsi di recitazione e di reazione a una determinata situazione, in modo da dare più completezza allo stuntman.

 

In questa produzione americana a cui sto lavorando, mi hanno chiesto un sacco di caratteristi. Non vogliono lo stunt e basta, ma vogliono uno che sappia dire anche una battuta e che risulti credibile. Ora lo posso dire: è stato un successo! Più di centoquaranta stuntmen e tutti quelli a cui è stato richiesto di recitare una battuta o una scena hanno funzionato benissimo. Bisogna sempre ricordarsi che una scena d’azione è un acting. Se devo muovermi come un assassino, come un re o come qualsiasi altro personaggio, devo avere un acting adatto. Nel Settecento non si muovevano come ci muoviamo oggi, avevano movenze completamente diverse. Questo che mi hai sottolineato è davvero un punto fondamentale.

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Così facendo la figura dello stuntman diventa più ampia e più dinamica.

È sempre in evoluzione e in questo l’accademia gioca un ruolo fondamentale. A diciassette anni sono diventato professionista e ancora oggi continuo a studiare e a fare ricerca. C’è sempre qualcosa da scoprire. Il bagaglio di conoscenze dev’essere enorme e va alimentato per tutta la vita. Lo spettatore deve credere alla tua faccia quando ti vede in azione sul grande schermo.

 

Qui in Italia c’è un po’ la convinzione che gli attori debbano fare solo gli attori. Sono anni che mi sgolo con le scuole di recitazione dicendo che gli attori hanno bisogno anche di un addestramento fisico e tecnico, proprio per dare ancora più completezza al personaggio che interpretano. Gli attori sanno recitare, ma spesso e volentieri non sanno dare un pugno, un calcio o uno spintone… Se invece imparassero a farlo — come mi è capitato di insegnare in una scuola di recitazione — i risultati si vedrebbero subito e gli allievi stessi ne sarebbero entusiasti. Alla recitazione va sempre unito il movimento.

 

A proposito di cazzotti, tra i primissimi film a cui hai preso parte ci sono Bomber (1982) e Banana Joe (1982), con Bud Spencer protagonista.

All’epoca ero giovanissimo e cominciavo a muovere i primi passi in quel mondo. I film di Bud Spencer e Terence Hill avevano il loro giro fisso di stuntmen, erano sempre gli stessi. Mi chiamarono — io ero insieme a mio padre — e di fatto fui messo alla prova: prima che arrivassi a combattere in scena con Bud Spencer è passato del tempo, perché dovevano fidarsi di me. È stata un’esperienza davvero figa, anche perché ero cresciuto guardando i loro film.

 

Il tuo primo film è Il giorno del cobra di Enzo G. Castellari con Franco Nero.

Era il 1981 e poi ho fatto 1990 – I guerrieri del Bronx, sempre di Castellari. Lui è uno di quelli che mi ha sempre dato grande fiducia tant’è che con lui ho interpretato il mio primo personaggio recitato e serio. Quando ho fatto Il giorno del Cobra non ero ancora maggiorenne. C’era un bel rapporto con Enzo e mi chiamava spesso nei suoi film, anche perché a lui piaceva molto il combattimento e io all’epoca lo praticavo.

 

In quel film, dove recitava anche mio padre, facevo una scena di combattimento con Franco Nero. A un certo punto arriva l’operatore e mi fa: «Claudio, devi tirare i colpi più lentamente perché non li vedo, sei troppo veloce!». Facendo le gare ero abituato a ritmi molto alti, e mio babbo infatti mi rimproverava dicendomi: «Stai attento che se lo prendi gli fai male!» [ride]. Insomma, già nel mio primo film importante ho fatto subito una scena parecchio complicata: recitazione in inglese, combattimento, un personaggio…

 

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Un bell’esordio.

Sì! Finito il lavoro, mio padre mi disse: «Ma chi te le ha spiegate tutte ‘ste cose?». «Babbo, ma chi me le doveva spiegare? Mi hai fatto crescere sui set cinematografici…».

 

Faccio un salto temporale in avanti di diversi anni: tu lavori nelle serie Romanzo Criminale (2008)

Attori giovani e tutti bravi. Gli anni raccontati nella serie li ho vissuti realmente, e i personaggi di quella Roma di fine anni Settanta erano proprio in quel modo. Gli attori sono stati davvero in gamba nel portare in scena quelle atmosfere e gli atteggiamenti tipici dei criminali dell’epoca. Dal punto di vista storico è fatto molto bene.

 

Oltre che produzioni italiane, prendi parte a numerose e prestigiose produzioni internazionali.

Soprattutto internazionali.

 

Penso a Yado, uscito nel 1985, dove fai da controfigura alla bellissima Brigitte Nielsen.

È stata una bellissima storia e in quel film c’erano mio babbo e altri stunt. L’appuntamento era alla sede della De Laurentiis sulla Pontina, perché il produttore era proprio Dino De Laurentiis. Mi presento la mattina, mi fanno i provini, mi vestono come la Nielsen, mi mettono la parrucca, mi scattano le foto… tutto questo davanti al produttore e ai suoi collaboratori. Mi fanno persino camminare insieme a lei — perché c’era pure Brigitte — e decidono che dovevo essere io a farle da controfigura.

 

All’epoca non c’erano ancora donne che potessero fare quello che facevo io. Per me fu un’esperienza divertentissima, perché ero affamato di cose nuove, mosso da quel sano entusiasmo giovanile. È stato un bel trampolino di lancio per le produzioni internazionali: la mia collaborazione con i film esteri è partita proprio da lì.

 

Qualche anno dopo, nel 1990, arriva Il Padrino parte III di Francis Ford Coppola.

La scena clou l’abbiamo girata a Cinecittà, al Teatro 4 mi pare. Io facevo uno dei bodyguard di un boss mafioso durante un’importante riunione tra tutti i capi della mafia. Siamo stati una settimana intera — senza macchina da presa — a fare solo prove per quella scena: c’erano questi boss riuniti, poi entrava Al Pacino e iniziava l’incontro. Dopo una settimana di prove iniziamo a girare.

 

Tutta quella preparazione era stata talmente intensa che, al momento del ciak, ero immedesimato al cento per cento nel personaggio e nella scena, dove il mio compito era spostare la sedia per far sedere il mio boss.

 

Quando ho visto Pacino entrare, con tutti noi schierati in quella sala, l’ho guardato ed è come se mi avesse portato in un’altra dimensione: per me era diventato tutto reale! Che questo serva da lezione a chi vuole fare questo lavoro! In quella scena mi sono sentito veramente a New York, quelli per me erano veri capi mafia e lui era davvero il Padrino: una sensazione incredibile e indescrivibile. Pensa dove mi ha portato quell’attore e quanto ero concentrato per quella sola posa… Dopo pochi secondi mi sono risvegliato da quella trance e ho spostato la sedia al boss, ma per qualche istante ero totalmente immerso in quella realtà scenica. Per pochi attimi non era più cinema, era tutto vero.

 

Negli anni Ottanta, tornando a produzioni italiane, ci sono stati film popolari e di successo dove hai partecipato come Noi uomini duri con Renato Pozzetto ed Enrico Montesano. 

Ho fatto qualcosa anche lì.

 

In quegli anni uscì una serie televisiva tutta italiana che s’intitola Classe di ferro che racconta la naja di un gruppo di ragazzi simpatici e dispettosi. Un prodotto molto divertente per la regia di Bruno Corbucci.

Ho fatto da controfigura a diversi attori e ricordo che in una scena feci una brutta caduta e mi feci male. Evidentemente era arrivato il momento in cui dovevo cambiare prospettiva — diciamo così — perché mi sentivo invincibile, mentre invece, a causa di una banale disattenzione durante un salto di sette metri da una finestra, mi infortunai. Era giunto il momento di fare un salto di qualità: non fisico, ma mentale.

 

Quell’infortunio è come se ti avesse richiamato all’ordine in un certo qual modo.

Sono stato bloccato a casa per quattro mesi e ho riflettuto ogni singolo giorno su quella mia leggerezza: non ero immortale! Quello era un periodo di grande ascesa professionale per me, perché mi chiamavano tutti e io facevo qualsiasi cosa, anche la più pericolosa. Il mio nome iniziava a girare parecchio e devo dire che nell’ambiente ho percepito anche un po’ d’invidia, come del resto in molti ambiti lavorativi. Dopo quella lunga e forzata riflessione ho fatto un ulteriore salto di qualità in termini di attenzione. Da quel momento non ho mai più perso la concentrazione, nemmeno nei gesti più banali e ordinari per uno stunt.

 

Ultrà è un film del 1991 di Ricky Tognazzi sulle tifoserie calcistiche più estreme ed esagitate.

In quel film abbiamo fatto un sacco di risse! C’erano Claudio Amendola, Ricky Memphis, altri miei colleghi stunt… Sul set ci si divertiva ogni santo giorno. Poi Amendola me lo sono ritrovato in diverse altre occasioni, quando mi ha chiamato come coordinatore degli stuntmen. Per Ultrà fu tutto davvero divertente, c’erano tantissimi ragazzi giovani.

C’è un film di cui ho parlato anche con l’autore della colonna sonora, Pino Donaggio, che abbiamo intervistato per Renovatio 21: Così fan tutte di Tinto Brass.

In quel film abbiamo fatto una rissa dentro una discoteca, e fuori c’era una specie di rave con tutta gente mezza nuda: un macello! [ride]. Dopo un po’ non ci fai nemmeno più caso a tutta quella gente nuda che gira per il set.

 

Che mi dici di Tinto Brass?

È un’artista in quello che fa, ma non aggiungo altro.

 

Daylight – Trappola nel tunnel è un film con Sylvester Stallone uscito nelle sale nel dicembre 1996: una pellicola ricca di azione e scene spettacolari. Come hai lavorato con quella produzione?

Le scene all’interno del tunnel le abbiamo girate tutte a Cinecittà. Stallone non si vedeva molto sul set, ma un giorno arrivo e me lo trovo proprio davanti: ci siamo guardati e ci siamo salutati con un gran sorriso. In quel momento, stranamente, eravamo solo io e lui, mentre di solito quando si gira un film c’è sempre un sacco di gente. Be’, da quel momento in poi non l’ho più visto! [ride].

 

È stato un lavoro impegnativo?

Per gli inseguimenti e gli incidenti con le auto direi proprio di sì, perché era richiesta una guida di grande precisione ed è stato fatto un bel lavoro. Avevamo un parco macchine da distruggere infinito, mai viste tante auto così in vita mia. La controfigura di uno degli attori, uno stunt americano, doveva entrare nel tunnel in velocità, sfiorare il muro ma senza danneggiare la vettura, perché poco più avanti l’auto si sarebbe dovuta cappottare.

 

Prendono una Cadillac nuova di zecca — che all’epoca sarà costata cento milioni di lire —fanno una prova e questo driver arriva troppo veloce, sbatte contro il muro e distrugge la macchina. Ne prendono un’altra, sempre nuova, e ancora una volta va a sbattere. Per fartela breve, questo stunt ha distrutto tre macchine nuove senza riuscire a portare a termine la scena. Dopodiché hanno messo un altro driver alla guida che ha chiuso la scena al primo colpo.

 

Tutto questo per farti capire che una grande produzione americana può permettersi cose del genere, perché ha una potenza finanziaria davvero notevole.

 

Sotto l’aspetto del budget credo ci siano differenze tra le produzioni americane e quelle nostrane, mi confermi?

Ti posso raccontare quello che è successo a me nei film italiani. Arrivo sul set e trovo una bellissima BMW nuova di zecca.

 

Viene da me il direttore di produzione e mi dice: «Claudio, questa è la macchina che devi guidare per l’inseguimento dentro un paese con le vie strette». Appena monto in macchina, si raccomandano: «Claudio, non si deve rovinare. È l’auto del produttore».

 

«Scusami, ma devo correre in mezzo a un paese con le strade strette e mi date pure questa responsabilità?».

 

«Cla’, fai come ti pare, ma non dev’essere nemmeno graffiata».

 

Non ti parlo di fortuna o di bravura, ma Dio ha voluto che durante tutto quel folle e difficilissimo inseguimento non sia successo assolutamente nulla. La sera, terminate le mie ultime riprese, arriva il turno dell’attore, che doveva solo salire in macchina, guidare fino alla prima curva e fermarsi. Beh, come parte striscia tutta la fiancata dell’auto, distruggendo pure la macchina da presa! [ride].

 

Quello stunt americano ha spaccato tre macchine da centomila euro come se niente fosse, mentre noi dovevamo stare super attenti a non fare nemmeno un graffio alla BMW del produttore. Allora, chi è più bravo tra noi e gli americani? Non è una questione di bravura, perché a volte noi siamo molto più abili, perché con una cosa sola riusciamo a fare tutto, mentre loro ne hanno dieci a disposizione…

 

Inoltre loro hanno maestranze iper-specializzate per ogni singolo settore. A me è capitato di fare inseguimenti in un set in Sicilia con delle vecchie Fiat Uno tutte sfasciate. Un americano non l’avrebbe mai fatto, avrebbe preteso vetture nuove e ben elaborate per quella scena. Questa è solo una delle tante differenze che ci sono tra le produzioni americane e le nostre. Te ne potrei raccontare a centinaia.

 

Pacifico con l’attore e cineasta italo-tedesco Mario Girotti, detto Terence Hill (1939)

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Hai fatto due capitoli della saga di Mission: Impossible, il terzo e il settimo, Dead Reckoning. 

Mega produzione e mega organizzazione. Ero responsabile degli stunt e ho fatto pure qualche passaggio con la macchina.

 

Tom Cruise gira spesso scene pericolose da solo senza l’ausilio della controfigura. È tutto vero?

Alcune le fa lui, sì, ma non prima di averle fatte testare e riprovare allo stuntman. Quando tutto è sicuro al mille per mille, allora gira lui la scena.

 

In diverse scene con il paracadute è proprio lui che si lancia.

Lui ha fatto un corso e qualche scena dove si lancia da un aereo la fa lui. È divertente lavorare nei suoi film. 

 

Faccio un parallelismo cinematografico estremo e azzardato: visto che a Tom Cruise piace a volte girare le scene d’azione senza stuntman, non possiamo non ricordare il nostro Maurizio Merli — icona del commissario del poliziottesco — a cui piaceva fare molte scene pericolose senza essere controfigurato.

Quando poteva Merli guidava la macchina o faceva qualche scena apparentemente più pericolosa. Mio babbo, come ben ricordi, ci ha lavorato con Maurizio. Ti dico che forse a guidare la macchina il nostro Maurizio Merli era più bravo di Tom Cruise! [ride]

 

Quali sono le maggiori differenza tra una produzione hollywoodiana e una italiana?

Ho fatto film italiani importanti, con dieci milioni di euro di budget. Ora sto facendo un film americano che ha duecento milioni di dollari di budget, un altro ne ha trecento, un altro ancora quattrocento… Capisci la sproporzione?

 

Ti racconto questa. Un giorno mi telefona una produzione americana mentre ero in Tunisia a fare un altro film italiano ricco, da circa dieci miliardi delle vecchie lire. Mi chiama questo produttore americano per chiedermi di andare ad Almería a girare un film western, e ci tenne a specificare che si trattava di una produzione a basso budget: «Abbiamo solo settanta milioni di dollari!».

 

In Gangs of New York di Martin Scorsese sei stato la controfigura del protagonista Daniel Day-Lewis. Leggevo in una tua intervista che l’importanza nel fare da controfigura a un attore non sta solo nell’eseguire bene le scene d’azione, ma anche nel seguirne le movenze.

In quel film abbiamo avuto trecento stunt, più tutti gli attori e centinaia di comparse: più di cinquecento persone che si ammazzavano di botte in una sola scena. Un film epocale, che mi ha consacrato come stunt coordinator.

 

Un giorno arriva tutta la produzione con la regia, la commissione e l’altro stunt coordinator americano, dicendomi che si doveva trovare una controfigura per Daniel Day-Lewis: «Claudio, la vuole scegliere lui personalmente». Avevo sotto di me duecentosessanta stuntmen italiani, mi sono detto: «Uno ne troverò che faccia al caso suo». Mi metto in ufficio a cercare e a scartabellare.

 

Daniel Day-Lewis quando entra in un personaggio non ne esce finché non finiscono le riprese, è meticoloso in maniera maniacale. Continuo la mia ricerca confrontandomi con altri colleghi, ma non trovavo nessuno che mi convincesse al cento per cento. Alla fine decido che dovevo farlo io: vado dalla produzione a comunicare la decisione e Daniel ha dato subito il suo OK.

 

Quando giravamo le scene stava sempre lì a osservare ogni dettaglio, e un giorno viene da me e mi chiede: «Perché metti il piede in questo modo?». «Perché così sono più agevolato in quello che devo fare». E Daniel rispose: «Va bene, allora lo farò anch’io!». Lui è fatto così. E se poi fai un minimo errore è finita, ti caccia dal set.

Pacifico come Stuntmen di Bill il macellaio, personaggio interpretato da Daniel-Day Lewis in Gangs of New York

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Com’è il tuo rapporto con questi grandi attori?

È sempre un rapporto professionale, ma può nascere anche un’amicizia, perché comunque ci si relaziona sul set e si passa parecchio tempo insieme. Ci scambiamo opinioni e a volte mi chiedono di poter fare loro stessi qualche piccola scena d’azione e quando capita sono felicissimi. Con Geena Davis, ad esempio, mentre eravamo al trucco si scherzava amichevolmente… Raramente ho incontrato attori che preferissero stare in disparte.

 

Quali possono essere gli infortuni più frequenti nel vostro lavoro e quanto è cresciuta la sicurezza negli anni?

Oggi i set sono molto sicuri, perché ci sono tante persone che lavorano nello specifico proprio su quello: c’è un’intera squadra dedicata alla valutazione del rischio con cui mi devo interfacciare e, prima di ogni scena, devo firmare dei documenti sulla responsabilità dello stuntman in caso di incidente. Oggi non si scherza più. Tutto questo è ancora più marcato nelle produzioni straniere rispetto a quelle italiane.

 

 

Quali sono le scene più pericolose che hai girato? 

La maggior parte delle scene che ho girato erano pericolose e ad alto rischio. Quando lavori in acqua non fai una semplice nuotata, ma devi andare sott’acqua dentro una macchina cappottata con una bomboletta d’aria e aspettare che si inizi a girare. Basta che qualcosa non funzioni e affoghi. Una volta ero sotto una barca rovesciata facendo finta di essere rimasto incastrato e dovevo aspettare l’arrivo dei sub.

 

 

Un’altra volta mi sono messo all’esterno di un aeroplano in volo senza paracadute. Dovevamo girare questa scena con me che uscivo dall’aereo tenendomi a delle maniglie, come quando fai paracadutismo. L’avevo fatto tantissime volte, ma sempre con la sacca sulla schiena. Lì non potevo metterlo perché nel film si sarebbe visto, e allora sono uscito — a più di duemila metri di altezza — senza nulla. E se mi fosse scivolata una mano o un piede? Ero più giovane… Oggi non l’avrei mai fatta, e comunque per questioni di sicurezza non te la farebbero nemmeno più fare.

 

Anche con i cavalli abbiamo fatto cose davvero complesse. Oppure la caduta con i cavi — cavetti sottili di pochi millimetri — sulle navi corsare: un tuffo da più di cinquanta metri fino a dentro l’acqua, profonda appena un metro e mezzo. Se avessero sbagliato anche di poco la misura dei cavi, ci si faceva male sul serio.

 

Il problema in realtà non era tanto la caduta in sé, ma quando mi ritiravano su con l’argano: guardando quel cavetto così sottile, non ti nego che qualche pensiero mi è passato per la testa [ride]. Mi sono fidato di loro, che erano grandissimi tecnici, ed è andato tutto benissimo. Se mi fossi preoccupato sul serio avrei accumulato un’inutile tensione, e questo avrebbe inciso negativamente sul mio lavoro.

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In Nessuna Verità (2008) di Ridley Scott facevi da controfigura a Ali Suliman.

Eravamo in Marocco. Ho dovuto abbandonare il set dopo pochi giorni perché è mancato mio padre. Mi ricordo una sensazione strana: la mattina ero sul set, ma non mi sentivo per niente tranquillo. Avevo già girato le mie scene come controfigura. La sera rifiutai l’invito dei colleghi americani per andare a bere qualcosa insieme, proprio perché non mi sentivo in forma. Appena arrivato in albergo mi hanno chiamato per darmi la triste notizia della scomparsa di papà.

 

Ricordo anche Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli, un film singolare sulla strage di via Fani.

Sì! Vatti a ricordare tutto quello che ho fatto! [ride]

 

Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare, altra mega produzione con Johnny Depp protagonista.

Johnny Depp mi ha sorpreso, perché è uno di quegli attori che non vedi, non senti e non frequenta mai il set fuori dalle sue riprese. Quando serve c’è, altrimenti sparisce. Quando arrivava la mattina, detto in senso buono, sembrava una persona qualunque, vestito come uno che passa per strada… Irriconoscibile! Poi esce dalla sartoria vestito per girare ed ecco la magia.

 

Mi pare che per quel film l’abbiano pagato intorno ai sessanta milioni di dollari, e all’inizio mi son detto: «Se lo pagano così tanto, voglio proprio vedere se li merita». Se li è meritati tutti.

 

Quando entrava in scena c’erano più di cento persone che combattevano e si ammazzavano, ma tu guardavi solo lui. Tutto il resto sembrava non esistere più ed è lì che capisci perché lo pagano così tanto.

 

In Italia gli stuntmen sono una casta chiusa?

In un certo senso sì, perché come in tutti i gruppi un po’ particolari si crea una mentalità e non è facile farne entrare di nuovi. Oggi è un po’ meglio, ma ai tempi di mio padre era una casta molto chiusa, tanto che è stato difficile trovare un ricambio generazionale. Ecco perché ho aperto l’accademia.

 

Tra l’altro molti tuoi colleghi sono anch’essi figli d’arte: Borgese, Stefanelli, Petrazzi…

Certamente!

 

C’è un film di Giuseppe Ferrara, mai uscito nelle sale, che si intitola Roma nuda e vede il ritorno di Tomas Milian in Italia. So che hai preso parte a quella produzione.

C’ero anch’io, ma a un certo punto non hanno più pagato e ci sono stati dei problemi. Non ho saputo più nulla e il film non è mai uscito. 

 

Come sta il cinema italiano oggi?

Obsoleto, vecchio, ma non antico, perché il termine antico sarebbe un onore. Ci sono dei film del passato che prendiamo ancora in considerazione e che vengono studiati nelle scuole, financo in America. Quello di oggi, invece, lo definirei brutto e antipatico. Non si rinnova, ha perso totalmente l’arte, eccetto pochissimi che riescono ancora a fare del cinema con dell’arte dentro; ti cito Sorrentino, ad esempio, che rispetto molto come regista.

 

Tanta gente vuole raccontare storie, ma bisogna saper rispettare il tempo cinematografico, perché ogni scena ha un suo tempo, anche quelle più statiche. E questo vale a maggior ragione per le scene d’azione che giriamo noi stuntmen. La vedo così oggi, e per me è un grande dispiacere.

 

Non è che ci manchino gli artisti, ce li abbiamo eccome tanto che quando faccio film americani vedo tantissimi italiani che sono veri e propri artisti nel loro settore. Di professionisti ne abbiamo davvero tanti.

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Spero tanto che il cinema italiano torni a risplendere ancora di più, come nelle epoche passate, e che magari possa rinascere anche quel cinema di genere che ha segnato così profondamente la storia della settima arte nel nostro Paese.

Se oggi fanno un poliziesco, pensano che l’unica cosa importante sia l’attore e non mettono la giusta attenzione nelle sparatorie, negli inseguimenti, nelle risse e via dicendo. Si vedono troppi movimenti sbagliati nelle scene d’azione, ed ecco che automaticamente lo spettatore smette di credere al personaggio. Se interpreti un membro dei reparti speciali militari, ti devi muovere esattamente come si muovono loro, altrimenti non sei credibile.

 

Sogno sempre di vedere, prima o poi, in un poliziesco italiano un bell’inseguimento come nell’epoca d’oro del poliziottesco. 

Magari! Per risparmiare fanno sempre le stesse cose. 

 

In un nostro precedente incontro ricordo mi raccontasti di quando tuo babbo girò in Germania l’ultimo poliziottesco di Maurizio Merli: Poliziotto – solitudine e rabbia. Era il 1980. 

Bravo! Mio babbo fece un cappottamento incredibile con la macchina, non si fermava più perché le strade erano ghiacciate. Le auto che avevano a disposizione non erano mica come quelle di oggi. Oggi lo avremmo girato con molta più sicurezza, ma all’epoca erano veri. Aggiungo che quando si cerca di risparmiare troppo in un film di azione, poi diventa controproducente. Si perde l’arte e la caratterizzazione del prodotto. Attenzione: ciò avviene anche nei film americani. Ti dico un’ultima cosa: i nostri registi dovrebbero imparare a gestire meglio le scene d’azione, perché non sono un aspetto secondario del film, anzi. 

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Prima di concludere torno al nostro argomento iniziale e ti vorrei fare una domanda che ho rivolto anche alla paracadutista Barbara Brighetti — intervistata pure lei da Renovatio 21. Perché alcuni base jumper cercano sempre di alzare l’asticella del rischio, pur sapendo che così facendo possono seriamente rischiare la vita?

La tuta alare stimola i base jumper a spingersi sempre oltre. Il divertimento e il gusto si raddoppiano, perché non si tratta di un semplice salto in caduta libera per poi aprire la vela. In quella disciplina, come ti dicevo prima, diventi tu stesso un mezzo che si trasporta e si sposta nell’aria, perciò c’è un doppio piacere.

 

Vuoi sfiorare gli ostacoli, vuoi azzardare manovre… Ti dà persino la sensazione di avere tutto il tempo che desideri prima di aprire il paracadute. Di contro, devi essere uno che ci sa davvero fare e che ha un controllo assoluto.

 

Ragiono da paracadutista e da persona che ha fatto diversi sport estremi: lì provi sensazioni ancora diverse e molto più prolungate, sei come un aeroplano che vola e decidi tu dove andare e a quale distanza sfiorare gli alberi o le rocce.

 

Patrick de Gayardon, quando nei primi tempi si lanciava dal Garda, usava un paracadute normale, come quelli che usava per i lanci dall’aereo, non un paracadute specifico da base jumper.

 

Claudio Pacifico oggi a cosa sta lavorando?

Adesso stiamo facendo un nuovo film americano, molto importante, per Netflix.

 

Francesco Rondolini

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Immagini fornite da Claudio Pacifico

 

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Apu è tornato

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Il personaggio dei Simpson, Apu, il cui nome completo è Apu Nahasapeemapetilon jr., ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio in una sorta di limbo in cui era stato relegato dal politicamente corretto.   La cancel culture aveva giudicato il personaggio politicamente troppo scorretto per essere tollerato nel 2017, portando al suo esilio dalla serie. Sul caso era pure stato fatto un documentario, The Problem with Apu (2017), dove il comico di origini indiche Hari Kondabolu rifletteva sugli stereotipi e le «microaggressioni razziste» che la figura dei cartoni, secondo i detrattori, provocherebbe.   Nove anni dopo, Apu è finalmente tornato.   I fan dei Simpson hanno ricevuto una sorpresa questa settimana, quando Apu ha fatto la sua prima apparizione in un nuovo episodio dopo tanto tempo, tornando sullo schermo per continuare a gestire la sua attività locale, il Kwik-E-Mart. Questa volta a dare la voce ad Apu è un doppiatore indiano-americano, mentre prima era stata interpretata da un bianco, il mitico attore neoeboraceno (di origini ebraico-sefardite elleniche) Hank Zakaria.

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Lo Zakaria, alla fine, dovette cedere alla pressione woke, ammettere che qualcosa non andava, e «fare un passo a lato». Non solo: nella miglior tradizione maoista, dovetta fare autocritica, andando in un podcast nel 2021 e scusarsi per «razzismo, la mia partecipazione al razzismo, o almeno a una pratica razzista o al razzismo strutturale, in quanto correlato al mondo dello spettacolo o… tutto quanto sopra».   Viene ora comunicato che la fortunata serie, arrivata all’invidiabile numero di 38 stagioni, non si affida più a doppiatori bianchi per i personaggi non bianchi.   Molti sud-asiatici hanno a lungo apprezzato Apu nonostante la sua «cancellazione». Il produttore dei Simpson, Amar Shah, ad esempio, ha affermato che Apu gli ricorda suo padre. Nel 2022, il comico e intrattenitore Akaash Singh ha realizzato uno speciale di stand-up comedy intitolato «Bring Back Apu» («Ridateci Apu»), in cui afferma che il personaggio «non è razzista» e rappresentava il sogno americano. Le origini del personaggio sono cinefile: il suo nome gli fu dato in onore del protagonista della Trilogia di Apu di Satyajit Ray, cineasta indiano conosciuto nei circuiti d’essai di tutto il mondo, apprezzato particolarmente in Unione Sovietica, e paragrafo ineludibile dei manuali di storia del cinema mondiale.   L’epurazione di Apu fu parodiata in un famoso episodio dell’altra grande serie di cartoni satirici statunitensi, South Park. Nell’ottobre del 2018, nell’episodio di South Park intitolato «The Problem with a Poo» («il problema con una pupù»), il personaggio di Mr. Hankey – di fatto una cacca parlante, che ricorre in varie storie della serie – viene espulso e mandato in una terra dove «alla gente non importano il bigottismo e l’odio»: Springfield, città omonima di quella dei Simpsons. L’episodio si concludeva con una schermata con la scritta #cancelthesimpsons, simile al promo di South Park che chiedeva la cancellazione della serie stessa.   Il ritorno di Apu coincide in realtà con un enorme ondata di indiani o sudasiatici che investe la scena politica America.   La Kamala Harris era in realtà mezza Tamil, Usha Vance, moglie del vicepresidente JD Vance, è indiana; è di origine indiana il miliardario ex candidato presidente, ora candidato a governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswami, così come è di origini asiatiche, benché nato in Uganda, il neosindaco neoeboraceno Zoran Mamdami, figlio della premiata regista indiana Mira Nair; è parimenti indiano di famiglia immigrata dall’Uganda il direttore dell’FBI Kash Patel.

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Immagine di Dave Woodward via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
 
 
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Arte

Dalí del valore di milioni di dollari rubate in un museo francese

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Un’opera multimilionaria, con un’imponente copertura in bronzo disegnata da Salvador Dalí, è stata rubata da un museo nella Francia centrale. È l’ultimo di una serie di furti di alto profilo ai danni delle istituzioni culturali del Paese.

 

I ladri l’hanno sottratta dal Centro di Arte Contemporanea di Issoire nella notte tra domenica e lunedì. I procuratori l’hanno descritta come un’opera «eccezionale e unica» di «grande valore» e hanno aperto un’indagine penale.

 

L’opera è il «Libro dell’Apocalisse» di Joseph Foret, un volume monumentale di 210 kg realizzato tra il 1958 e il 1961 con contributi di figure di spicco dell’arte e della letteratura del XX secolo, tra cui Dalí, Jean Cocteau, Bernard Buffet e Jean Giono.

 

La custodia in bronzo, di circa 150 kg e progettata da Dalí, è decorata con oro, pietre preziose e conchiglie. Il libro, unico nel suo genere, è stato descritto come uno dei più pesanti e costosi al mondo, con un valore stimato di diversi milioni di euro.

 

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I furti di opere di Dalí riguardano più spesso incisioni e disegni che grandi tele, perché sono più facili da portare via. A San Francisco, nella galleria Dennis Rae Fine Art di Union Square, un uomo ha sottratto in meno di un minuto «Giraffa in fiamme», una rara incisione a colori del 1967 del valore di circa 20 mila dollari. La telecamera della galleria era spenta e il ladro è stato ripreso da quella di un hotel vicino.

 

In Ispagna, invece, alcune case di Barcellona erano state svaligiate nel 2022. Nel febbraio 2023 la polizia catalana ha trovato in un nascondiglio due disegni a carboncino che Dalí aveva realizzato nel 1922, ancora adolescente, per un libro di Pere Coromine. Le opere, autenticate dalla Fondazione Gala-Salvador Dalí, valgono circa 300 mila dollari.

 

Gli stessi agenti hanno chiuso a Badalona un laboratorio che produceva litografie false attribuite a Dalí e Picasso, a dimostrazione che attorno all’artista il mercato illecito riguarda tanto i furti quanto le contraffazioni.

 

Il furto di Issoire si aggiunge a una sequenza di rapine nei musei francesi. A settembre i ladri si sono introdotti nel Museo Renoir di Cagnes-sur-Mer, nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, e hanno staccato quattro dipinti dalle pareti. Due sono stati abbandonati nel giardino durante la fuga; gli altri due risultano ancora dispersi. Il valore iniziale dei quattro era stimato in 9 milioni di euro, mentre per i due mancanti la valutazione è stata poi fissata a 4,2 milioni di euro.

 

A luglio tre ladri mascherati hanno fatto irruzione nel Museo Lalique, a Wingen-sur-Moder, nel Nord-Est del Paese (dipartimento Basso Reno, regione del Grand Est, e in 11 minuti sono fuggiti con 27 opere per un totale di 4,5 milioni di euro. Nonostante il museo avesse ricevuto «particolare attenzione» dopo la rapina al Louvre, la società di sicurezza non avrebbe allertato i gendarmi allo scattare dell’allarme, lasciando a un addetto alle pulizie il compito di chiamare la polizia.

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L’ondata segue la spettacolare rapina al Louvre dell’ottobre 2025, quando i ladri rubarono in pieno giorno otto gioielli della corona francese per circa 88 milioni di euro. Poche ore dopo, quasi 2.000 monete preziose sarebbero state sottratte dalla Casa dell’Illuminismo di Denis Diderot, nel nord-est. Un mese prima, al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, i ladri avevano portato via 6 kg di rare pepite d’oro, con una perdita stimata in seguito intorno a 1,5 milioni di euro.

 

La serie di furti ha aperto uno scandalo nazionale sulla sicurezza dei musei. Un’inchiesta parlamentare pubblicata a maggio ha rilevato carenze diffuse: infrastrutture obsolete, carenza di personale e sorveglianza inadeguata. Secondo il rapporto, nel 2024 solo il 23% dei musei francesi disponeva di un piano di emergenza e di prevenzione dei rischi, e appena il 54% era dotato di videosorveglianza.

 

Dopo la rapina al Louvre, il Museo Lalique è stato designato «sito sensibile» e posto sotto «attenzione speciale». Una fonte vicina all’inchiesta ha però affermato che le misure aggiuntive «non sono sufficienti». A luglio il governo ha presentato un piano di sicurezza per i musei in 33 punti, senza specificare come sarebbero state finanziate.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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Da Brian De Palma a Tinto Brass, da Sanremo a Hollywood. Renovatio 21 intervista il compositore di colonne sonore Pino Donaggio

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Pino Donaggio è uno dei più longevi e prolifici artisti della musica italiana. Compositore, cantante e musicista, ha attraversato oltre sessant’anni di storia dello spettacolo, passando dalla canzone d’autore alla musica per il cinema e la televisione.    Violinista per passione, debutta come cantante all’inizio degli anni Sessanta inanellando una serie di successi importanti; tra tutti Io che non vivo (senza te), che ha venduto oltre ottanta milioni di copie in tutto il mondo ed è stata reinterpretata da più di trecento artisti. Su tutte la versione di Elvis Presley rimane tra le più iconiche. 

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Donaggio ha poi trovato nel cinema una seconda dimensione artistica di altrettanto successo. Il suo incontro con il regista Brian De Palma ha dato vita a una collaborazione fondamentale, culminata nelle colonne sonore di film come Carrie (1976), Vestito per uccidere (1980), Blow Out (1981) e Omicidio a luci rosse (1984). Nel corso della sua carriera ha inoltre lavorato con numerosi registi italiani e internazionali, costruendo una filmografia musicale ricchissima e riconoscibile.    La sua scrittura, capace di unire melodia, tensione e carattere orchestrale, ha contribuito a definire l’atmosfera di decine di film e a lasciare un segno significativo nella storia del cinema.    In questa intervista ripercorriamo la sua lunga carriera, dagli inizi nella musica leggera al rapporto con il cinema, dalle collaborazioni più importanti ai ricordi legati alle colonne sonore che hanno reso il suo nome conosciuto in tutto il mondo.   Lei è un veneziano doc, ha passato la sua infanzia in questa meravigliosa città dove tuttora risiede. È nato nel 1941, ha qualche ricordo della guerra quando era bambino? Sentivo le bombe ma non vedevo tante cose. Ho salvato la vita a me e a mia madre perché insistevo tanto per prendere le scale e uscire, tanto che pochi istanti dopo che uscimmo dalla cucina crollò tutto. Ci siamo salvati la vita. Sentivo mio padre che parlava della guerra, ma ero troppo piccolo.    La Venezia che ha vissuto da ragazzino e da adolescente, che realtà era e che rapporto ha con la sua città? Il rapporto è grande. Volevano che io mi fermassi a Hollywood a scrivere la mia musica, ma non mi trovavo bene e dicevo sempre: «Beata la mia Venezia», e dopo qualche mese son tornato. Sono stato pochissimo lontano dalla mia città. Ho scritto quasi tutti i miei film a Venezia. Trovo sempre ispirazione stando qua e anche se un giorno non ce l’ho – e suonando il piano lo avverto subito se viene o non viene qualcosa – esco e vado a fare un giro per i musei che abbiamo. Osservando l’arte altrui trovo ispirazione per le mie composizioni.    Venezia è una delle città più belle al mondo.  Da ragazzino ero sempre in mezzo alla musica, perché mio padre aveva un’orchestrina, mio nonno suonava, mio zio suonava e tutta la famiglia dei Donaggio son musicisti.  

Pino Donaggio nella sua Venezia

  È una questione ereditaria. Ho sentito suonare musica sin da quando sono nato. Da parte di mia mamma erano tutti pescatori, tanto che poi qualcuno mi ha anche apostrofato come «un pescatore di note», mettendo assieme le due attività della mia famiglia. Da giovane vivevo una vita tranquilla e come tutti i ragazzini giocavamo per le calli. Andavamo a tuffarci nel Canal Grande, ma essendo proibito, i vigili ci correvano dietro, però riuscivamo sempre a farla franca [ride].   D’estate andavo in colonia perché mio babbo era impiegato alla SADE, prima dell’ENEL si chiamava così. In una di queste estati passate in colonia iniziai a cantare e cantavo «Mamma son tanto felice…». Siccome ero intonato, verso gli undici anni mio babbo mi chiese se avessi voluto fare musica e mi ha messo su un disco con una sinfonia di Beethoven per vedere come dirigevo. Lì con noi c’era un professore di musica diplomato in viola e hanno visto che sentivo bene la musica e andavo a tempo: «Vorresti suonare uno strumento?», mi chiesero. «Sì, il violino!».     Ho cominciato al Conservatorio di Venezia fino ai sedici anni. Ero proprio bravo a suonare il violino. Ho suonato con I Solisti Veneti che avevo sedici anni e mezzo e poi sono andato a Milano per proseguire gli studi. Un giorno mi ha sentito Claudio Abbado – grande direttore d’orchestra – e mi ha chiesto se volessi entrare nel suo gruppo dei Solisti di Milano. Erano tutti diplomati e io ero ancora all’ottavo anno, tanto per farti capire il mio livello col violino.   Era quella la mia strada, perché ho sempre sognato di fare il solista di violino e andare in giro per il mondo a fare grandi concerti. Durante il mio soggiorno milanese ho cominciato a scrivere qualche canzone; d’estate andavo sulle Dolomiti e lì una volta feci una gara di rock ‘n’ roll perché ero magro e ballavo molto bene. Alla fine di questa gara dovevo cantare una canzone ed ebbi un notevole successo, e così chiesi a mio babbo: «Mi fai provare a cantare nelle sale dove suoni tu?». Cantai Diana di Paul Anka e ricevetti tanti applausi, ma mio padre mi disse: «Ti applaudono perché sei mio figlio…», perché lui voleva che continuassi a studiare.   Un giorno che non avevo lezioni sono andato al Conservatorio, ho scritto una canzone e l’ho proposta alle Edizioni musicali Curci, perché sapevo che Modugno era della Curci e di conseguenza famoso, e pensavo fosse forte l’editore. Entro, ma mi mandano via perché era tardi. Prendo l’ascensore per scendere, si ferma al piano sotto dove c’era la sede delle Messaggerie Musicali e sono entrato, tanto per me un editore valeva l’altro: «Io scrivo canzoni e vorrei un giudizio su quanto composto».   C’era Bruno Pallesi, cantante e paroliere, che sentì i miei brani e mi disse: «vieni con me che ti porto io su alla Curci». Anche se era fuori orario, si riunirono per ascoltarmi. Sono piaciuto e Giovanni D’Anzi disse: «questo canta come un selvaggio, però conosce la musica, scrive le canzoni e questo è importante. Poi è intonato…».   Il capo della Curci mi disse: «Vieni con tuo padre che ti faccio un contratto». E lì è cominciata l’avventura.   Suo padre ha suonato con Sergio Endrigo. No, Endrigo ha cantato con mio padre! È un po’ diverso [ride]. Era il cantante della sua orchestra.    Lei immagino lo abbia conosciuto. Certamente! Quando dovevo fare il primo disco sono andato a trovarlo quando lui suonava con Riccardo Rauchi e gli dissi di questa mia prima incisione e lui esclamò: «Ma come?! Fai il tuo primo disco e io devo ancora cominciare?». Ho inciso prima di lui nonostante fossi più giovane di quasi dieci anni. Ci siamo visti spesso e ci frequentavamo a volte. Il mio primo disco ottenne un buon successo qua a Venezia suonando in molti jukebox della città. Ho fatto un altro disco mentre proseguivo gli studi e il canto ancora non era una priorità, finché un’estate ho scritto Come sinfonia e la portati a Milano a farla sentire.

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Era il 1961 quando la presentò al Festival di Sanremo. La scrissi l’anno prima. Mi sono dimenticato di dirti che in quel periodo era venuta a sentirmi Mina, portata da Tony De Vita, e scelse una mia canzone, la prima che ho scritto, che s’intitola Ho paura e l’ha incise. Quando scrissi Come sinfonia il provino lo facemmo fare a Mina, ma aveva già fatto di Io amo tu ami e Le mille bolle blu e tre canzoni non si potevano cantare a Sanremo. Mina disse che Come sinfonia non potendola cantare lei, l’avrei dovuta cantare io. L’ho incisa e ho partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo. All’epoca non c’era la categoria giovani e quell’anno parteciparono tutti cantautori.    In quegli anni il Festival di Sanremo si svolgeva al Teatro del Casinò. Io non ho mai cantato al Teatro Ariston.   La partecipazione al Festival, invece, come funzionava? Si mandava la canzone e una commissione le ascoltava; ne arrivavano centinaia. Molti anni dopo mi son trovato anch’io a selezionare i brani per il Festival e lo feci per due edizioni insieme a Giorgio Moroder. C’erano diversi step di selezioni per poi scremare e arrivare a quelle che poi avrebbero effettivamente partecipato.    Qual è il suo giudizio su queste ultime edizioni del Festival di Sanremo? La cosa che man mano si è persa è la melodia, perché se guardiamo i successi italiani all’estero ci sono Volare, Quando quando quando, Io che non vivo e poche altre. È vero che hanno avuto successo molti artisti italiani all’estero come Laura Pausini e Andrea Bocelli, ma nessun loro brano è stato coverizzato. Tanto per darti un’idea, la mia Io che non vivo ha quasi quattrocento cover ufficiali. Manca quello. Il rap in America ce l’hanno già, è nato là, e non hanno certo bisogno del nostro.   In anni relativamente recenti – era il 1992 – il brano sanremese Non amarmi cantato da Aleandro Baldi e Francesca Alotta fu inciso da Jennifer Lopez con un notevole riscontro di vendite oltreoceano.  Me ne ero dimenticato, hai ragione. Lo incise la Lopez, ma poi non lo fece più nessuno.    So che le sue tante partecipazioni a Sanremo le ha vissute sempre con una sana tensione. Perché ogni volta speravo di vincere [ride]! Mi piazzavo bene, ma non ho mai vinto, anche se poi andavo sempre primo in classifica. Forse era destino che dovesse andare così. La stessa Io che non vivo credo sia arrivata terza o sesta, non mi ricordo più, perché al tempo c’era solo il primo e non una classifica dettagliata delle varie posizioni.

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Rileggendo la sua storia sanremese, lei ha una decina di partecipazioni. Le dispiace non aver vinto, anche se poi, come ha giustamente sottolineato lei pocanzi, il vero successo lo ha decretato il pubblico con la vendita dei dischi.  A vincere il Festival di Sanremo ci tenevo, perché si rimaneva nella storia della kermesse, sebbene ci sia rimasto lo stesso; però, se vincevi, tutta Italia lo sapeva e accrescevi la tua fama.   Io che non vivo (senza te) è un successo senza tempo con oltre ottanta milioni di dischi venduti. Come nasce quella canzone?  Quel giorno ero a casa con la mia ragazza di allora – poi diventata mia moglie – aspettando che mi consegnassero un pianoforte nuovo. Una volta sistemato, metto le mani sul piano e mi viene il tema di Io che non vivo. Le parole sono di Vito Pallavicini, ma io metto sempre un testo quando scrivo; la dedicavo alla mia ragazza e pensai: «Non me la scrivo e se domani me la ricordo, allora vuol dire che è valida». Il giorno dopo me la ricordavo perfettamente, nota per nota. Sono andato a Milano a farla sentire e l’abbiamo portata a Sanremo.   La canzone l’avete incisa negli studi di registrazione milanesi? Incidevo quasi sempre a Milano. Ho fatto solo Giovane giovane a Roma, perché c’era l’occasione di usare una sala della RCA. 

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I musicisti, che oggi chiameremmo session men, al tempo li trovava già in studio? C’era il gruppo già nello studio. Anche quando ho fatto le prime musiche da film, a Roma, c’era l’Unione musicisti, chiamavi il capo e lui formava l’orchestra.    Oggi è tutto cambiato. Non c’è più l’Unione musicisti e gli elementi li prendono uno di qua e uno di là, gente che magari non ha mai suonato assieme. Io preferisco andare a Sofia o a Praga a registrare – eccezion fatta per le colonne sonore fatte in America – perché, a parte che l’editore è contento perché spende meno, lì trovo un’orchestra sinfonica che suona sempre insieme e, quando affronta un pezzo, è corale.   Delle tante versioni di Io che non vivo, qual è secondo lei la migliore o semplicemente quella che le piace di più? Ce ne sono tante. La prima cover che ha fatto Dusty Springfield è bellissima, poi l’ha sentita Elvis Presley e l’ha rifatta a suo modo. Molto bella anche quella di Elvis. Quando si entra nello storico museo dedicato a Elvis si viene accolti con quella cover in sottofondo.  Quando andai a Graceland parlai con un responsabile e gli chiesi se avesse quel brano. L’ha messa subito e poi gli dissi che ero l’autore; lui lo ha detto a tutto il pubblico presente, che ne è rimasto stupito.   Una bella soddisfazione. Si, ma anche quando vado in piazza San Marco sento Io che non vivo, sulle gondole anche…   Ci sono artisti italiani che hanno fatto belle versioni del suo brano. Penso a quella cantata da Francesco Renga con un bellissimo arrangiamento del Maestro Celso Valli, tanto per citarne una.  Renga, la Nannini, Morgan… sono tutte interpretazioni valide che mi piacciono. Tra l’altro ero amico di Celso Valli.     Che rapporto aveva con Mina? Al tempo avevo un rapporto di amicizia. Quando ho fatto Una casa in cima al mondo ho chiamato lei di nuovo per presentarla a Sanremo. Le ho fatto sentire la canzone, e tanti non sanno questo, e lei subito dopo l’ha ricantata con una facilità incredibile, con una musicalità che ha solo lei. È fantastica!   Aveva giurato che non sarebbe più andata a Sanremo dopo Le mille bolle blu tant’è che una settimana prima del Festival mi disse: «Pino, non me la sento di andare in gara a Sanremo, però la settimana successiva vado allo show televisivo di Caterina Valente e te la canto». Per quel Sanremo [1966, ndr] mi hanno dato Claudio Villa che era libero, anche se io e Villa siamo agli opposti, sebbene ero amico con lui. Ero uno di quelli che non parlavano male di lui e allora lui mi amava [ride]!  

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Lei ha cantato tante volte all’estero. Che sensazioni le dava esportare le sue canzoni e, al contempo, la nostra tradizione musicale tipicamente italiana? Verso la fine della mia carriera ero sempre in Spagna dove avevo un grande successo ed ero accolto come una vera star. L’ultimo romantico, era tornato in classifica dopo che lo presentai al Festival [1971, ndr] in coppia con Peppino Di Capri; mi aiutò ad arrivare in finale, perché era un po’ che non andavo bene. Ho comunque preferito sfruttare sempre la Spagna, perché in Italia anche se andavo in classifica non ero sicuro di un certo riscontro, mentre là ero certo del successo e feci tre anni pieni in terra iberica. Sono stato in Messico, in tutto il Sud America, sono stato anche a New York, ma lì era per gli italoamericani e andare a New York in quel modo non vuol dire andare in America.    Ancora oggi va all’estero, ma non per cantare, bensì per promuovere i film per cui compone le musiche.  Vado per qualche festival cinematografico. Al momento ho tre film in promozione: quello danese di Nicolas Winding Refn [Her Private Hell, ndr], Ferine del giovane regista Andrea Corsini – per cui ho vinto a Montreal il premio per la miglior colonna sonora – e l’ultimo film di Claudio Fragasso  

Pino Donaggio a Nuova York

  Lei ha lavorato numerose volte con Fragasso. Non potevo dirgli di no per quest’ultima sua fatica vista la nostra lunga collaborazione.    Che importanza ha avuto la sua famiglia nella sua lunga carriera? La famiglia è scontato dire che è importantissima. Mio padre mi seguiva sempre e ascoltava quello che scrivevo e mi dava dei giudizi. Una volta Come sinfonia l’ho cantata con lui e la sua orchestra prima che arrivasse il pubblico, perché sennò non avrei potuto partecipare a Sanremo.   Il mio babbo mi ha sempre sostenuto; è venuto anche a Milano quando registravo e i miei non hanno mancato un solo Festival di Sanremo, eccezion fatta per la mia ultima partecipazione perché mia mamma non stava tanto bene. Mi sono stati sempre vicini.   Sono cresciuto con l’idea della famiglia, ed è importante. Stesso discorso dopo che mi sono sposato e poi se mia moglie mi ispira a scrivere canzoni come Io che non vivo, ho fatto bene a sposarla [ride]! I miei figli invece non hanno voluto studiare musica e hanno preso le loro strade.    Il suo testimone di nozze era un parente stretto di Caproni proprietario dell’omonima azienda di aeroplani. Nel mio periodo milanese ero sempre assieme a lui. Quando mi trasferii a Milano avevo diciassette anni, mia madre venne con me e scelse lei l’appartamento dove stare. Anche se avevo una mia base, gran parte del mio tempo lo condividevo con Achille Caproni a casa sua. Con Achille ho conosciuto Tony Renis, Little Tony – del quale ero molto amico e a cui scrivevo anche qualche canzone, e che mi cantava sempre Io che non vivo – Giorgio Gaber, Ombretta Colli… Eravamo un bel gruppo in quel periodo.   Ho visto una foto del suo matrimonio con Little Tony. Si, è venuto anche lui.    Nel 1973 la sua carriera ha una svolta e si dirige verso le colonne sonore. Il primo film che musica è A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg con Donald Sutherland. Film bellissimo! Bruttissimo titolo italiano, meglio quello originale: Don’t look now.

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Un film particolare e inquietante. Ci racconta come approda in quel mondo e come nascono le musiche di quel film? Tornavo da una serata ed erano le sei del mattino. Avevo caldo e mi sono messo sulla parte scoperta del vaporetto. Ero da solo. Passa tale Ugo Mariotti, giovane produttore del film, o meglio, uno che partecipava alla produzione in maniera minore. Mi vede – forse era fumato, perché cosa fai fuori a quell’ora? – e pensa che quell’immagine che gli passa davanti fosse mandatagli dall’aldilà, perché il film ha la parapsicologia come tema centrale. Questo me lo ha detto dopo.   Verso le undici di mattina, io non sapevo che lui mi avesse visto, mi chiama al telefono: «Sono Ugo Mariotti. Stiamo girando un film con Donald Sutherland e Julie Christie». Mi colse di sorpresa e rimasi stupito di questa chiamata: «Guarda che io non parlo inglese». «Ti presento io al regista, non ti preoccupare». Ci teneva tanto che io facessi le musiche per questo film e dopo mi disse anche che scelsero l’attore Massimo Serato per la parte del prete con lo stesso procedimento: lo vide passeggiare col cane alle sei di mattina in piazza Navona a Roma.   Mi hanno presentato al regista, il quale mi ha spiegato che tipo di musiche volesse: un pianoforte come se fosse suonato da una bambina che non suona bene; la bambina muore e quindi il tema deve essere drammatico. Poi c’era il tema d’amore. Dopo una settimana ho scritto queste musiche, le ho registrate e cantate dentro il Conservatorio di Venezia, in quanto lì ci giravano delle scene del film. Hanno sentito la colonna sonora e il regista è impazzito, in ispecie per il tema d’amore che fa da sfondo ai due protagonisti che sono marito e moglie. La scena con loro due in camera da letto l’ha montata sulla mia musica, con il provino che gli avevo dato dove cantavo delle note che emulavano il suono di un flauto.   Tornano in Inghilterra e parlano col produttore Peter Katz – che era un musicista –, ma lui non mi voleva in quanto non avevo mai scritto musica per il cinema. Sono andato su e son tornato immediatamente a Venezia perché c’erano dei problemi. Il vero produttore, quello che ha messo i soldi, Anthony B. Unger, guarda il film e dice: «Il film è bellissimo, ma quella musica sotto cos’era?». Gli dissero che l’aveva incisa un musicista di Venezia al suo esordio sulle colonne sonore. «Ma se scrive così, che problemi abbiamo?!». Mi telefonano e mi dicono: «Pino, guarda che il film lo fai tu, è sicuro!». «Bene, ma se è sicuro mandatemi un telegramma con tutto scritto nero su bianco, così vengo su». Sono stato a Londra per alcuni giorni e poi la registrazione definitiva l’abbiamo fatta alla Ricordi di Milano.   Il tema principale con i due protagonisti che fanno l’amore, l’arrangiatore lo aveva arrangiato con l’orchestra e il regista, sentendolo in quel modo, esclamò: «Pino, no, no! Lo voglio come lo hai cantato tu nel provino, senza l’orchestra». Mi metto di nuovo al piano e, invece della mia voce, mettiamo un flauto suonato da Gianni Bedori – che al tempo faceva i dischi con lo pseudonimo Johnny Sax –, un basso acustico e un violoncello. Perfetto! Anche nel tema della bambina sono sempre io che suono. Uscì il film in Inghilterra e vinse la miglior colonna sonora dell’anno. Mi chiamarono di sera tardi: «Hai vinto, Pino!». Mi chiamano sempre di notte, anche quando ho vinto quest’ultimo premio a Montreal.   Vincere un premio importante al mio esordio cinematografico mi ha fatto riflettere sul fatto che potevo virare in questo ambito, anche perché ero stanco di cantare, soprattutto perché dovevo viaggiare troppo. Una volta si andava a cantare nei dancing e si viaggiava su e giù per l’Italia senza sosta: era un disastro e molto stancante. Inoltre ho rischiato di morire un paio di volte con la macchina: una volta sono uscito di strada e un’altra volta ho sbandato in una curva e mi sono fermato sul ciglio del burrone! Tutto ciò mi ha dato da pensare: cambiando potevo sfruttare tutto il mio bagaglio di studi.   Ho ricominciato a studiare composizione con un insegnante di Venezia. La decisione vera e propria di scegliere di non cantare più avvenne dopo l’uscita di Don’t look now; mi cercarono da Londra per il film Il tocco della medusa [di Jack Gold, 1978, ndr] con Richard Burton, un film importante, ma mia moglie non riuscì a trovarmi perché ero in tournée. Quando rincasai provai a richiamare, ma mi dissero che avevano scelto un altro compositore per la colonna sonora.   Questo episodio mi ha posto dinanzi a un bivio: o canto o scrivo per il cinema. Decisi per la seconda opzione.   Vedendo la sua carriera, è stata una scelta azzeccata. Nel primo anno è arrivato un film minore dall’America, poi un terzo film e dopo è arrivato Brian De Palma!   Il suo primo film con Brian De Palma esce nel 1976: Carrie – Lo sguardo di Satana. Come nasce la vostra collaborazione? Ho avuto fortuna, come sempre nella mia vita. In quel periodo morì Bernard Herrmann che aveva fatto con De Palma Obsession – Complesso di colpa e Le due sorelle e doveva fare Carrie, ma è morto mentre stava terminando le musiche di Taxi Driver [di Martin Scorsese, 1976, ndr].   De Palma era disperato e parlando con un suo amico gli disse: «Non vorrei i soliti compositori di Hollywood, ma vorrei un musicista giovane con le idee giuste». L’amico gli risponde: «Vieni a cena da me, perché a Londra ho comprato un disco e ti vorrei far sentire quella musica». Era la musica di Don’t look now. Uno dei pochi dischi pubblicati da quella casa discografica, perché poi fallì. Vedi il destino… sentì questa musica e trova che avevo delle affinità con gli archi un po’ come Herrmann, anche lui violinista.   De Palma guardò Don’t look now due volte; la seconda volta con gli occhi chiusi per sentire bene la musica e poi mi ha fatto chiamare. Mi ha chiamato il montatore Paul Hirsch – Oscar poi con Star Wars – perché parlava italiano. Il mio inglese non è così fluido, quindi ho sempre bisogno di un traduttore. Con De Palma lavoro sempre in un certo modo, mi fa vedere il film finito senza tagli successivi.   I tempi sono ben precisi, parliamo di cosa vuole, che atmosfera desidera e poi tornavo a Venezia a comporre. Quando ero pronto volavo negli States e gli chiedevo un’orchestra; lui l’ascoltava direttamente suonata dall’orchestra, non come oggi tramite i demo. I suoi film sono stati musicati tutti così tranne Passion [2012, ndr] e Domino [2019, ndr] perché avevamo i computer e sentire le musiche era diventato più facile e pratico.

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Le registrazioni delle musiche per De Palma le ha registrate tutte in America, giusto? Si!   Che rapporto ha con Brian De Palma? Lui è un po’ burbero, non è molto espansivo. Quando ho sentito la musica di Vestito per uccidere [1980, ndr], che l’aveva messa per farmi sentire l’atmosfera cupa io gli ho detto: «questa è brutta, Brian». Mi ha guardato e mi ha detto: «Va beh, fai te». Quando ha sentito in sala, vedendo il film, la mia musica, mi è venuto vicino, mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha abbracciato amorevolmente dicendomi: «Pino, very good!» Anche su Carrie – Lo sguardo di Satana grandi appalusi in sala e vedere le scene, per lui che è il regista che le ha girate, con la musica gli ha fatto, hanno tutto un altro effetto. Ricordo che De Palma provò una grande emozione nel vedere il film finito con le mie musiche.      Un altro grande film di De Palma che lei ha musicato è Blow out [1981, ndr] con John Travolta.  Il metodo di lavoro era sempre il medesimo.   

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Con gli attori protagonisti di questi film, penso a Donald Sutherland, lo stesso Travolta e molti altri, lei ha avuto rapporti? Con Donald Sutherland no, perché lo vidi solo una volta sul set. A Londra incontrai Julie Christie per strada e la fermai dicendole che ero il compositore di Don’t look now e lei molto contenta! Quando andavo sul set di quel film, parlavo solo col regista, anche perché, come ti ho detto, non parlavo inglese. Invece John Travolta è venuto a casa mia quando presentarono Blow Out qui al Festival del cinema di Venezia.   Lei ha frequentato anche i famosi party hollywoodiani: che ambiente si respirava a quelle feste?  Quando Brian stava girando Body Double [Omicidio a luci rosse, 1984, ndr] fece una festa di compleanno e c’erano Steven Spielberg e Quincy Jones con cui parlai tanto di musica. Sai cosa era che non mi piaceva di quelle feste? La droga, perché ne girava veramente tanta. Io andavo in America solo per fare il film e non frequentavo molto certi ambienti. Frequentavo George Litto che era il produttore di Blow Out, perché eravamo molto amici. Con lui ho fatto dei film che qua in Italia neanche sono arrivati: Kansas [1988, ndr] con Matt Dillon, Night Game [1989, ndr] e anche altri film.    Nel 1978 esce il film Piranha di Joe Dante, famoso per il film Gremlins. Piranha ebbe già un grande successo. Quando il produttore Roger Corman vide il film, che aveva già una sua musica di un giovane autore di cui non ho saputo il nome, a fine proiezione disse: «Se questo film avesse una musica che gli dà più forza, potrebbe fare successo». Gli chiesero: «Chi vorresti?». Lui aveva visto Carrie e disse: «Pino Donaggio». Andai da loro una volta per parlare di dettagli tecnici.   Della produzione non venne nessuno in Italia, perché non volevano spendere soldi [ride]. Era una pellicola low budget e feci la musica a Milano con Natale Massara, mio collaboratore e facemmo tutto noi. Mandammo i nastri e il regista, una volta ascoltati, mi chiamò al telefono super entusiasta! La stessa cosa con L’ululato [1981, ndr].     L’ululato è un buon film. Si, forse lo preferisco a Piranha perché è più di nicchia e mi sembra fatto meglio. L’altro è un film popolare che venne dopo Lo Squalo di Spielberg. Joe Dante era bravo.    Nel 1981 esce Black Cat di Lucio Fulci. Che rapporto ha avuto con Fulci? Sono stato poco con lui. Lui, prima di vedermi, aveva avuto un festival dei suoi film in Francia e aveva annunciato l’imminente uscita di questo nuovo lavoro e i giornalisti gli chiedevano insistentemente di me e al ritorno mi disse: «Cazzo, tutti mi chiedevano di te in Francia! Allora sei bravo. Il film è questo, arrangiati». Non mi ha dato nessun punto musica, né cosa volesse, niente di niente. Ho fatto tutto di testa mia, senza alcuna indicazione da parte di nessuno. È l’unico film che ho fatto così. Questo è il rapporto che ho avuto con Fulci. Quelle musiche non esistono più, perché i nastri originali sono andati perduti.   Molte colonne sonore uscivano in vinile e altre no. Col tempo c’è stata un’operazione di recupero, ma purtroppo in rari casi può capitare che i nastri siano andati perduti, come ha appena ricordato lei.  Dressed to Kill è uscito subito su disco. In America c’era una differenza rispetto all’Italia: pagavano meno i musicisti per le musiche da film, mentre pagavano di più quando c’erano le canzoni. È vero che venivano pagati meno, ma se usciva il disco della tal colonna sonora venivano riconosciuti i diritti. Di tanti film che non sono andati molto bene al botteghino non stampavano il disco; lo stampavano dopo diversi anni, quando scadeva il contratto con i musicisti. È successo anche con Blow Out: fu stampato tardi. Altri li ho fatti stampare io direttamente.   C’è un film che al tempo non fu accolto benissimo dalla critica, ma che oggi è considerato un cult: Hercules di Luigi Cozzi, uscito nel 1983. Ho saputo che è in ristampa in un’edizione speciale celebrativa in uscita a breve.  Sotto il vestito niente diretto da Carlo Vanzina è un thriller ambientato della cosiddetta Milano da bere degli anni Ottanta.  Carlo vide i film miei con De Palma e mi ha fatto fare un qualcosa di simile a quello che avevo su un film di De Palma cambiando qualche nota. Il film mi piacque ed ebbe un notevole successo.   Come si è trovato a lavorare con i fratelli Vanzina? Enrico ogni tanto passa a Venezia e ci salutiamo. Carlo era molto preciso e quando gli ho detto: «ma non mi chiami mai per fare qualche film allegro dei tuoi?». «No, perché considero che sono film minori per voi. Tanto Morricone, quanto te, vi chiamo solo se faccio un film serio».   Le avrebbe fatto piacere musicare una commedia dei Vanzina o un loro cinepanettone? Sì, e non solo da un punto di vista musicale, ma perché s’incassano un sacco di soldi [ride]! Qua in Italia non è come in America; in America ti pagano per comporre la colonna sonora e qua invece ti danno «una pipa di tabacco», come si suol dire. Qua hai i diritti d’autore e se il film va bene puoi guadagnare cifre importanti.

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Visto che lo abbiamo accennato prima, per i film che ha fatto negli Stati Uniti come funziona il discorso dei diritti d’autore invece? I diritti d’autore non ci sono per le proiezioni al cinema, perché lì fanno incassi enormi e non si pagano i diritti sul biglietto cinematografico. Se però il film passa in televisione o viene esportato in altri Paesi, allora arrivano i diritti d’autore.   A proposito di film comici, tra la sua lunga filmografia c’è anche Sette chili in sette giorni con Renato Pozzetto e Carlo Verdone.  Fu l’anno dopo che feci Non ci resta che piangere [1984, ndr].   Come si approcciava musicalmente ai film più leggeri rispetto ai thriller? In America ero etichettato come un maestro dell’horror e il primo film fuori da questo genere – e l’ho cercato io – fu un film con Marcello Mastroianni e Julie Andrews che s’intitola Cin cin [1991, ndr], una commedia teatrale trasposta al cinema. Ho cercato altri film su quella falsariga e poi ho fatto tanta televisione: Don Matteo, Provaci ancora prof! e molti altri. Mi piaceva fare queste musiche, perché io vengo dalla canzone e anche dal rock. Prima che uscisse Come sinfonia cantavo rock. Erano musiche divertenti e i ritmi mi erano familiari e non avevo nessuna difficoltà a fare musiche per film più «leggeri», chiamiamoli così.   La sigla di Don Matteo – come la serie del resto – ha avuto grande successo. Su Don Matteo risco a fare musica di leggera suspence e la sigla è diventata molto riconoscibile.   Il caso Moro [1986, ndr] di Giuseppe Ferrara è un film che, quando lo vidi da piccolo, mi inquietò, perché la vicenda di Aldo Moro rappresenta ancora oggi una ferita aperta e controversa.  Con Ferrara ho fatto cinque film politici e ci trovavamo bene a lavorare assieme. Feci anche I banchieri di Dio – Il caso Calvi [2002, ndr], che sarebbe la storia di Roberto Calvi. Di quel genere ho fatto Un eroe borghese [di Michele Placido, 1995, ndr] dove ho avuto la nomination al David di Donatello.   Che persona era Giuseppe Ferrara? Era un amore, perché mi lasciava fare molto. Mi dava delle indicazioni e io mi son creato uno stile musicale per i film politici; ho messo un canto siciliano in alcune scene particolari, che ci sta molto bene. Cercavo sempre delle cose interessanti. Ferrara arrivava quando avevo concluso le composizioni, non veniva mai a sentire mentre stavo componendo.    Gli consegnava le musiche già pronte. Non dico che fosse come Fulci, ma molto simile. Con lui ho fatto anche un film che non è mai uscito; una storia strana di aerei durante la guerra. Lui non era ben visto da tante produzioni. Per il film Giovanni Falcone [1993] di Ferrara ho avuto una causa durata ventotto anni, perché un ministro che fu citato nel film fece causa per un miliardo e mezzo di lire al film. Siccome avendo scritto le musiche risulto tra gli autori, ho dovuto affrontare questa scomoda vicenda legale che non riuscivo a togliermela di dosso.   La musica non c’entra nulla e per di più quando viene fatto quel nome, la musica nemmeno c’è. La cosa è andata avanti finché Ferrara è morto, il produttore è morto, uno dei co-autori risultava nullatenente e io ero l’unico da cui poteva riavere quei soldi. Ho trovato l’avvocato giusto e mi hanno assolto. Ventotto anni! Hai capito come funziona la giustizia in questo Paese? Va beh…

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Parliamo di cinema che è meglio. Il film del 1987 di Ruggero Deodato, The Barbarians, vede due gemelli culturisti protagonisti.  Un film che è andato bene e ha una musica moderna: ho usato dei synth e solo una parte con l’orchestra, perché non volevano spendere molti soldi. Mi sono divertito a comporre quella musica. Con la Cannon Films [casa di produzione e distribuzione, ndr] ho fatto nove lungometraggi tra cui Interno berlinese [di Liliana Cavani, 1985, ndr] e un altro che non ricordo il titolo che doveva musicarlo Ennio Morricone, ma lo feci io. Altri sono usciti esclusivamente per il mercato americano.  C’è un regista che apprezzo molto come cineasta che è Tinto Brass. Lei ha fatto tre film con lui. Ah, Tinto! Quest’anno lo hanno rivalutato al festival di Venezia con i suoi film prima di quelli erotici. Ci incontravamo ogni tanto e mi diceva: «Quand’è che fazemo un film?». Lui lavorava con Morricone e ha sempre voluto dei musicisti di un certo livello, perché nobilitavano il film. Anche Riz Ortolani ha lavorato con Tinto. Ho fatto Così fan tutte [1992, ndr] perché mi divertiva l’idea di fare una musica, un’ironia su Rossini; ho messo la batteria, la chitarra e altri strumenti contemporanei.    In quel film c’è una splendida Claudia Koll. Bellissima! Ogni finale di film andavamo nel suo ristorante, gestito da sua moglie che era una Cipriani, e si faceva festa. Per Tra(sgre)dire [2000, ndr] mi chiama e mi dice: «Mi fai una musica raggae, perché c’è una scena con un massaggio particolare», «Va bene, non c’è problema», gli dico io. Quando vidi quel film vidi questa scena piuttosto spinta di questo che le massaggiava il sedere [ride]! Lui si spingeva sempre più avanti e sull’ultimo film ho dovuto togliere il mio nome.   Un altro film che ha fatto con Brass è Monella con Anna Ammirati. Non era male, ma poi come ti ho detto si è spinto troppo in alcune scene tracimando quasi in un film pornografico. Quando mi chiamò per Senso ’45 [2002, ndr] rifiutai, ma ci sono le musiche di Morricone. Secondo me Morricone non ha neanche visto il film [ride]! Dove le ha incise le colonne sonore dei film di Tinto Brass? Non mi ricordo, ma credo a Milano.   Tinto che personaggio è? Tinto è un amore, fa molto ridere! Un giorno mi chiama e mi dice di andare da lui perché stava facendo dei provini. I provini venivano svolti in questa maniera: lui buttava a terra una moneta da cento lire e diceva all’attrice di raccoglierle per vedere com’era il culo! E poi gli faceva fare anche un bidet. Hai capito che provini faceva Tinto Brass [ride]?! Sempre con la moglie lì presente e con la segretaria di produzione.   Abbiamo intervistato recentemente su Renovatio 21 l’attore Luca Lionello. Lui ha lavorato con Brass nel film Paprika [1991, ndr]. Lavorai insieme a Lionello in una fiction di Claudio Fragasso.   Brass è da molti considerato un ottimo regista, a prescindere dal genere di film che girava. Lui aspirava a prendere un premio come montatore, perché ci teneva particolarmente al montaggio. Era proprio bravo. Quando andavo a Roma passavo spesso da casa sua e mangiavamo insieme. Sua moglie che era una cuoca eccezionale.   Lei nel 1993 fa un horror con Dario Argento che s’intitola Trauma. Mi chiamò anche per il film Due occhi diabolici [1990, ndr] mentre ero a Sofia a registrare. Quel film è diretto dallo stesso Argento e da George A. Romero. Le direttive le ebbi solo da Dario Argento. Trauma era un film interessante; conoscendo bene i film di Brian De Palma, mi chiamava anche per quello. Dario aveva fatto qualcosa prima con Morricone, però so che poi non ci si trovava più, forse anche per un discorso di generi musicali: infatti ho dentro le mie musiche anche il pop, e molti pezzi, persino in Trauma, sono molto ritmati. Con me Argento trovava una via di mezzo musicale tra i Goblin e Morricone, perché potevo creare sonorità che si accostassero sia all’uno che all’altro. Ti piace Hitchcock? [2005, ndr] è un altro lavoro – in questo caso televisivo – che ho fatto con Dario. È molto carino, se hai occasione guardalo. Nelle musiche ho fatto un omaggio a Hitchcock.

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Nel 1994 esce l’ultimo film della coppia Bud Spencer/Terence Hill, Botte di Natale. Tra l’altro Terence Hill è veneziano come lei. Ho iniziato con Terence facendo Don Camillo [1983, ndr], dove era anche regista. Ci conoscemmo proprio in quell’occasione lavorativa. Col tempo siamo diventati molto amici. A lui piace molto la mia musica; una volta ascoltando un tema che scrissi di recente gli scese una lacrima dall’emozione.    La fiction Don Matteo è prodotto dalla nota casa di produzione Lux Vide. Si! con loro ho cominciato con Augusto – Il primo imperatore, una miniserie televisiva del 2003 con Peter O’Toole e altri film storici. Iniziai con quel film perché il regista americano non era soddisfatto del compositore che gli avevano affiancato: non sapeva fare bene questo tipo di musiche, da un punto di vista tecnico, mettendo in difficoltà la produzione. Scrivere musica per il cinema prevede una procedura precisa e allora chiamarono me. Da allora ho fatto diversi lavori con la Lux Vide. Poi abbiamo avuto un diverbio, perché sono un po’ troppo rompipalle, passami il termine.    In Amore piombo e furore con Fabio Testi – uscito nel 1978 – c’è una tua bella musica. Un western che ebbe un suo successo.  La ballata di quella colonna sonora l’ha cantata l’attrice. È stata un’esperienza carina quella; uno dei produttori era Gianni Bozzacchi con il quale avremmo dovuto fare grandi cose, addirittura un lavoro su Ferrari, ma il tutto si è arenato. Tra l’altro Bozzacchi è stato il fotografo di Liz Taylor. Mi ricordo in quel film che andai sul set mentre stavano girando e con la chitarra ho fatto sentire il tema della ballata. L’attrice venne a cantarla negli studi della Cinevox, dove mi trovavo molto bene con Carlo Bixio. Adesso c’è il fratello Franco, perché lui è mancato qualche anno fa. Eravamo quasi amici fraterni con Carlo.    Renovatio 21 ha da poco incontrato Vince Tempera, Fabio Frizzi e Franco Bixio per il cinquantesimo anniversario del Secondo tragico Fantozzi.  Quel trio ha fatto molti film, anche western. Non ho mai capito come scrivessero quei tre! A proposito, prima abbiamo parlato di Sanremo e hai visto che ultimamente gli autori delle canzoni sono sei o sette? Ma come fanno?   Non saprei risponderle. Non riesco a comprenderlo, dovrei farmelo spiegare. Oltretutto sono canzoni che si perdono dopo un anno e ci vogliono sette autori? Non è possibile scrivere una canzone in sette, te lo dico io.   Che rapporta aveva con i suoi colleghi?  Con Morricone ci siamo visti poco.   Con quelli stranieri? Ho conosciuto Hans Zimmer a Los Angeles e Quincy Jones come ti ho detto al compleanno di Brian [De Palma. ndr].    Con gli altri italiani quali Stelvio Cipriani, Franco Micalizzi… Micalizzi mi ha diretto una volta a Sanremo con L’ultimo romantico [1971, ndr] e si è incazzato quando ho fatto il primo film, perché non ho chiamato lui per fare gli arrangiamenti. Io non ho molta stima di tanti miei colleghi italiani; si danno delle arie, sembrano degli dei…  Partiamo da Vivaldi in avanti e allora che cavolo vuoi che sia fare colonne sonore?! È relativo. È sempre un lavoro importante, ma non fai una musica che rimarrà nella storia come quella dei nostri compositori classici. Rimarrà nel film, quello sì. Morricone fa eccezione in questo, perché è il più bravo di tutti.   Lavorativamente parlando è un circolo chiuso quello delle colonne sonore? Io penso di sì, perché i giovani che vogliono entrare hanno difficoltà. Io sono riuscito a entrare in questo circuito in Italia soprattutto grazie alla collaborazione con De Palma. Per tanti ero sempre e comunque un cantante e non mi chiamavano per comporre musica da film. È vero che ho cantato vent’anni, ma sono quarantacinque che faccio colonne sonore. Per strada molto spesso mi riconoscono per Io che non vivo, e la cosa non è che mi dispiaccia sia chiaro, ma ho fatto anche tanto altro!   Quando ero a Sanremo a fare le selezioni, venne un ragazzino tredicenne a chiedermi un autografo: «Ma come mai mi chiedi un autografo?». «Ho visto da poco un suo film. Bellissimo!».    A tal proposito, visto che era insieme a Giorgio Moroder a fare queste selezioni, che rapporto avevate? Moroder ha vinto tre Oscar, non è l’ultimo arrivato! Pensa che lui non sa la musica, fa tutto a orecchio.    Moroder ha un bel management. Lui è abituato ad avere i manager, invece io non ne ho. Sono andato avanti tutta la vita senza manager.   Una cosa alquanto inusuale per un artista del suo calibro. Oggi pare che senza non si possa fare. Si fa benissimo, perché se scrivi della bella musica e gli altri l’ascoltano, poi ti chiamano. Per me è stato sempre così. 

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Lei ha collaborato anche con Pupi Avati; le cito L’arcano incantatore, un film del 1996. Adesso lo stanno rieditando per il mercato americano, perché Benicio Del Toro quest’estate, nel suo festival, ha proiettato un film di Fellini e un film di Pupi Avati. Sono sicuro che abbia scento L’arcano incantatore perché c’è la mia musica, in quanto lui è un mio estimatore avendolo dichiarato pubblicamente più volte.   Un film curioso per l’epoca, uscito nelle sale nel 1998 e che vidi al cinema, è Il mio West con Leonardo Pieraccioni, Harvey Keitel e David Bowie. Come ha lavorato per creare quelle atmosfere musicali?  Siccome Pieraccioni veniva da dei grandi successi, pure quel film di Veronesi ebbe successo, ma non tanto e quindi è passato come un film minore. Una volta sono andato sul set, che era in Toscana, Bowie non c’era ma ho incontrato gli altri. Ho ritrovato Harvey Keitel che c’era nel film di Argento [Due occhi diabolici, ndr].     Nel 1981 è in un volo di ritorno da Nuova York e accadde un imprevisto che l’ha scossa particolarmente. Ce lo può raccontare? Facemmo un atterraggio d’emergenza perché si era incendiato un motore. Io stavo dormendo e una di fianco a me mi prese il braccio, scuotendomi, urlò: «Fuego, fuego!». Apro gli occhi e vedo le fiamme e mi rassegno al peggio. Il fuoco si spense perché all’interno dei motori ci sono degli estintori automatici e siamo tornati indietro. Il comandante disse che avremmo impiegato solo un’ora di volo per atterrare all’aeroporto di partenza, mentre invece ce ne mettemmo due e mezza! In quell’ora e mezza in più io sudavo, parlavo con mia madre in cielo pensando che l’avrei incontrata a breve perché sembrava il momento giusto [ride]. Appena atterrati sani e salvi, ho preso subito un altro aereo. Se fossi rimasto troppo a terra poi non so se ne avrei ripreso un altro; sarei rimasto perennemente in America [ride]!    Ha esorcizzato subito la paura. Mi è venuto un esaurimento nervoso che mi è durato dieci anni. Quando dovetti tornare negli States per fare Blow Out, presi il Concorde e solo dopo ho saputo che era ancora più pericoloso [ride]! Lo preferivo perché essendo più veloce e si facevano meno ore di volo. 

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Oggi Pino Donaggio a cosa sta lavorando? Ho fatto da poco un film bellissimo di Nicolas Winding Refn, Her Private Hell, uscito il 30 settembre. Lui ha fatto sempre i film con i sintetizzatori, ma in quest’ultimo voleva musiche con l’orchestra; ti cito solo Drive [2011, ndr] con Ryan Gosling che ha una colonna sonora marcatamente synth. Quest’ultimo suo lavoro lo ha inteso come un’opera, dove voleva una musica operistica. Lui conosceva Manlio Gomarasca che ha fatto da tramite per metterci in contatto. Ho parlato con il regista, ci siamo visti a Milano e mi ha spiegato ulteriormente il suo progetto.   È stato il film dove ho impiegato più tempo per comporre le musiche, perché ho iniziato che era Natale e ho finito a febbraio. È stato un lavoro veramente corale, perché mi sono interfacciato con più persone della troupe. Al regista piace lavorare così. Le registrazioni definitive – dopo che il regista aveva sentito tutte le demo – le abbiamo fatte a Sofia. Aveva un montatore molto bravo con cui interagivo.   Un gran bel lavoro! Sono andato al Festival di Cannes su insistenza del regista stesso: «La musica è la protagonista del film!». La critica è stata ondivaga nei confronti di questa pellicola, ma per la musica ho ricevuto critiche positive mai ricevute prima. Qualcuno ha detto che è un capolavoro. Sarà che sono vecchio, chi lo sa [ride]! Ti segnalo che anche Ferine del giovane Andrea Corsini che sarà nelle sale tra fine ottobre e novembre.     Andremo volentieri a vederli. Un’ultima domanda: secondo lei, oggi è ancora possibile per un giovane ripetere una carriera come la sua, visti i tempi e la situazione attuale? Non credo. A volte è il destino che ti fa imboccare determinata strade. A me sono capitate una serie di casualità fortunate che non so se siano tutte replicabili.   Francesco Rondolini

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Immagine: Pino Donaggio con Brian De Palma, inviataci da Pino Donaggio  
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