Spirito
«Satana gode nel vedere umiliata la Chiesa dai suoi stessi ministri». Mons. Viganò parla del Conclave
Renovatio 21 pubblica l’intervista all’arcivescovo Carlo Maria Viganò fatta dal giornalista Francesco Borgonovo, epperò non uscita in nessuna testata ma solo sui canali di monsignore. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Eccellenza, la prima domanda forse è la più difficile. Lei si ritiene ancora appartenente alla Chiesa cattolica?
Mi considero a pieno titolo membro della Chiesa Cattolica, come Vescovo e Successore degli Apostoli. È scismatico chi non riconosce l’Autorità del Romano Pontefice: io non sono mai venuto meno alla mia Professione di Fede Cattolica, men che meno per quanto attiene al Primato Petrino.
Sono stato condannato e dichiarato colpevole del delitto canonico di scisma e colpito dalla scomunica per un non-crimine da un tribunale illegittimo, su mandato di un papa illegittimo.
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Ciò che io condanno del Concilio Vaticano II, lo hanno già condannato i papi precedenti alla rivoluzione conciliare. L’usurpazione del Soglio da parte di Bergoglio che io ho denunciato, sarebbe considerata allo stesso modo da tutti loro. È la chiesa conciliare, oggi ribattezzata sinodale e bergogliana, che rifiuta il Magistero perenne dei Pontefici e si pone al di fuori della Chiesa Cattolica.
Abbiamo assistito a un regime change, preparato sin dal Vaticano II, mediante il quale colpire al cuore il Papato e quindi la costituzione divina della Chiesa che Cristo ha fondato su Pietro. È la Rivoluzione 2.0: dopo aver eliminato la figura del re cattolico, la massoneria doveva colpire la figura del papa, vicario di Cristo in terra. In entrambi i casi, il vero bersaglio di quest’odio satanico è sempre Nostro Signore, nella Sua duplice veste di re delle nazioni e pontefice della Chiesa.
Con uno sguardo soprannaturale, possiamo comprendere quanto Satana goda nel vedere umiliata la Chiesa dai suoi stessi ministri, nel far condannare i buoni Pastori per la colpa di non rinnegare la Fede Cattolica. Questa prova tremenda è preannunciata nelle Scritture: la Chiesa, Corpo Mistico, deve seguire il Suo Capo anche nella Passione, per poi come Lui trionfare sulla morte.
La passio Ecclesiæ consiste nell’affrontare come corpo ecclesiale le ingiustizie, le calunnie, i processi-farsa, i tormenti e una condanna ignominiosa, da parte di un nuovo Sinedrio altrettanto corrotto, infedele e illegittimo di quello che condannò Nostro Signore. Ma la Croce è la via regale per la gloria della Resurrezione, e questa è una realtà ontologica che nessuna ideologia può minimamente scalfire.
Che cosa si aspetta da questo conclave?
La Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis che regola il Conclave, confermata dal Motu Proprio di Benedetto XVI Normas nonnullas, stabilisce in modo perentorio che il numero dei cardinali elettori non deve superare le 120 unità, mentre i cardinali elettori che compongono l’imminente Conclave sono 136: siamo quindi di fronte ad una gravissima violazione che da sola basterebbe ad inficiare la legittimità del Conclave.
Inoltre, un collegio cardinalizio composto da 108 «cardinali» creati da un Gesuita che ha usurpato il papato per dodici anni non può eleggere validamente un Papa legittimo. Potrà al massimo designare un proprio rappresentante, che rinnovi l’usurpazione del predecessore appena defunto, e vedere ratificata la frode da un episcopato complice o pavido.
L’esperimento bergogliano ha reso però evidente la spaccatura che separa i fedeli e tanti buoni sacerdoti dalla gerarchia, una spaccatura speculare a quella esistente in ambito civile tra i cittadini e i loro governanti. In entrambi i casi, l’autorità si è mostrata nella sua vera indole autoreferenziale e tirannica, e questo porterà forse ad un rallentamento della corsa verso il baratro, con l’elezione di un papa moderatamente conservatore.
Si tratterà quindi di somministrare una cura palliativa per contenere gli effetti devastanti della malattia che colpisce la Chiesa Cattolica, più che di una terapia radicale che ne rimuova le cause.
Qual è il profilo del suo Pontefice ideale, se possiamo fare questo esercizio di immaginazione?
Quello di Pio XII, il papa della mia infanzia. Quello di un Papa che sappia risollevare e dare uno slancio soprannaturale ad un popolo prostrato non più dalle distruzioni materiali della Seconda Guerra Mondiale, ma da quelle morali dell’ideologia woke e del nichilismo edonista, dalle rovine della cultura infernale del globalismo.
Un papa nelle cui parole le pecore riconoscano la voce del divino Pastore, nei cui gesti vedano Cristo Pontefice, dalla cui dignità e sacralità siano edificati. Un papa che restituisca alla Chiesa Cattolica l’onore cui essa ha diritto, e che Bergoglio ha sistematicamente umiliato e deliberatamente screditato.
Vorrei un Papa che unisca l’integrale proclamazione delle Verità cattoliche con lo zelo per la salvezza delle anime.
Un Papa che parli da papa, che agisca da papa, che si vesta da papa. Un papa che sia papa, senza invenzioni, senza innovazioni, senza demagogismi e false umiltà. Un Papa che si lasci guidare dallo Spirito Santo e torni alla Tradizione, e non un fantoccio del World Economic Forum in cerca dell’approvazione del mondo.
L’ex Cardinale McCarrick contro cui Lei si era molto battuto è morto. Ci sono tuttavia altri cardinali appartenenti a «correnti» che Lei ha attaccato. Lei considera persa la sua battaglia dentro la Chiesa?
La mia battaglia contro la corruzione dilagante in Vaticano è iniziata ben prima del 2018. Fin dalla mia nomina nel 1998 come delegato per le Rappresentanze Pontificie in Segreteria di Stato, ho lottato strenuamente per impedire nomine e promozioni all’episcopato di canditati corrotti e indegni. Questo mi valse il trasferimento al Governatorato, dove fronteggiai gravissime disfunzioni finanziarie: ancora una volta fui rimosso e traferito a Washington.
Le mie denunce, compresa quella dei crimini e degli orribili vizi del cardinale Mc Carrick – che avevo anticipato ai Superiori della Segreteria di Stato sin dal 2006 e successivamente, di persona, allo stesso Bergoglio nel giugno del 2013 – non sono mai stata smentite. Tutto ciò che ho denunciato si è rivelato vero.
Ma cos’è che ha scatenato la loro furia? È il fatto di aver portato alla luce il legame tra corruzione morale e deviazione dottrinale; di aver mostrato come la propaganda di Bergoglio in favore della frode psicopandemica e del green deal rispondesse ad un unico copione sotto un’unica regia. Sono stato tra i primi a denunciare il Great Reset e a smascherare le complicità tra deep state e deep church nel golpe globalista cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, e nel quale la responsabilità di Bergoglio è immane.
Insieme agli scandali che denunciavo, ho mostrato la rete di ricatti e di complicità di questa «chiesa parallela» che chiamo appunto deep church, basati sugli stessi turpi vizi che permettono al deep state di ricattare politici, funzionari governativi, personaggi istituzionali, personalità pubbliche, giornalisti, medici, attori…
Ne è seguita una persecuzione nei miei riguardi, fino alla scomunica, pronunciata da un eretico pornografo, Tucho Fernández, nominato da Bergoglio per demolire l’ex Sant’Uffizio.
La filiera McCarrick – con i cardinali Farrell, Cupich, McElroy, Wuerl, Gregory, Tobin e tanti altri – è stata promossa a posti chiave in Vaticano e ai vertici della Chiesa cattolica americana, che mantiene rapporti strettissimi con il Partito Democratico, del quale sostengono le politiche woke e immigrazioniste che il Presidente Trump cerca di contrastare. I miliardi di dollari dei contribuenti americani con cui USAID ha finanziato la costellazione di enti no-profit «cattolici» per alimentare il business dell’immigrazione illegale, sono la prova della dipendenza finanziaria della Chiesa americana al deep state.
(…)
C’è chi sostiene che Bergoglio in realtà, al di là delle dichiarazioni sui media, non abbia cambiato in profondità la dottrina. Che ne pensa?
La sovraesposizione mediatica di Bergoglio ha reso sin troppo esplicita la duplicità del Gesuita Argentino, direi la sua strategia dell’inganno. Nessuno sapeva mai cosa passasse per la sua testa, né se quello che diceva corrispondesse a ciò che realmente pensava.
Bergoglio si è sempre servito delle persone, senza alcuno scrupolo morale, promuovendo i corrotti e togliendo di mezzo quelli che lo intralciavano nei suoi intenti, infierendo con inaudita cattiveria contro coloro che non erano di suo gradimento (penso qui ad un eccellente dipendente del governatorato, Eugenio Hasler, figlio dell’ex Maggiore della Guardia Svizzera, distrutto da Bergoglio nel 2017).
Bergoglio non aveva bisogno cambiare la dottrina: è riuscito a renderla irrilevante e trascurabile, rispetto ad una inclusività liquida senza dogmi e senza ideali. Non ha mai voluto agire da Papa, ma ha fatto sì che dopo di lui nessun Papa potesse ottenere dai Cattolici quell’obbedienza che egli ha reso odiosa, perché estorta per assecondare eresie e deviazioni morali.
Ha fatto il possibile perché nessun Papa che uscirà dal prossimo Conclave possa mettere in discussione il suo papato, che egli ha voluto connotare come intrinsecamente suo, di sua proprietà, di sua invenzione, con suoi riti, sue cerimonie, sue vesti, suoi dignitari. Ma questo dimostra che il «papato» assunto da Bergoglio nel 2013 non era il papato romano, e che quindi non fu vero papa.
Da quando lei è stato scomunicato ha avuto contatti con altri cardinali o alti esponenti delle gerarchie vaticane? Pensa che le sue posizioni siano più condivise di quanto non sembri?
Ho potuto apprezzare la vicinanza spirituale e l’appoggio morale di moltissimi fedeli da tutto il mondo e di molti sacerdoti, di nessun cardinale e solo la simpatia di qualche vescovo.
Non credo che tra i miei confratelli nell’Episcopato vi sia nessuno che abbia il coraggio di affermare chiaramente che il Concilio Vaticano II è stato un atto eversivo compiuto da emissari della massoneria infiltrati nella Chiesa, allo scopo di distruggerla dall’interno e asservirla ai piani del Nuovo Ordine Mondiale.
Non credo neppure che quanti sono al corrente della frode di Bergoglio vogliano compromettere la propria posizione mettendo in discussione la sua legittimità come Papa.
Esiste una possibilità di qualche tipo di riavvicinamento al Vaticano da parte Sua?
Non me ne sono mai allontanato, così come non mi sono mai separato dalla Chiesa Cattolica. Il giorno stesso del compimento del mio settantacinquesimo anno, ancora a Washington come Nunzio Apostolico, Bergoglio ordinò la mia cacciata dall’appartamento in Vaticano, che Giovanni Paolo II aveva disposto che ne beneficiassi vita natural durante, come pure la mia esclusione dalla «Casa San Benedetto» in Roma destinata all’accoglienza dei Nunzi in pensione.
Non pago di avermi inflitto la scomunica, Bergoglio mi ha revocato la cittadinanza e il passaporto vaticano, la patente di guida e con essa la possibilità di muovermi autonomamente. Non me ne sono andato mea sponte, ma riconosco che questo ostracismo forzato mi ha permesso di parlare e agire liberamente, cosa che non a tutti è possibile.
Punendomi in questo modo, Bergoglio ha inoltre dato un segnale agli altri funzionari di Curia, sulla sorte che attende chi osa criticare il Lìder Maximo. In più occasioni ho potuto raccogliere attestazioni di apprezzamento e rispetto dai miei ex-collaboratori laici; e lo stesso Segretario di Stato Pietro Parolin non ha potuto fare a meno di elogiarmi per la mia esemplarità nel servizio alla Santa Sede. Pur aggiungendo di «non comprendere che cosa mi sia poi successo»…
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
29 Aprile 2025
Petri Martyris
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Immagine da Exsurge Domine.
Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Spirito
«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
Christo confixus sum cruci:
vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.
Gal 2, 19-20
Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,
quam tibi Dominus præparavit in æternum.
Ant. Profess.
Sia lodato Gesù Cristo
+
Cari fratelli nel sacerdozio
e fedeli tutti nel Signore,
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La dottrina della Regina Crucis
La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue
Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione. Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.Aiuta Renovatio 21
L’eredità della Croce e la speranza della gloria
Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 11 Ottobre MMXXVI Maternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris
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Spirito
Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni
Una nota romana volta a escludere il titolo di Correndentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.
L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.
Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.
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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto
In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.
Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato Il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.
Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».
Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.
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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»
Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».
Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.
La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.
Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.
Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.
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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario
Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.
Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.
Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.
Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.
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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis
L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.
La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.
Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.
Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.
Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.
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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese
Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.
La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.
Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.
Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.
Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.
Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?
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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato
Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.
Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.
Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.
Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.
Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.
Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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