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«Quella Messa è intrinsecamente divina»: messaggio di Monsignor Viganò sulla Messa antica

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Renovatio 21 pubblica questo messaggio di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

 

DILECTA MEA

 

Voi che vi permettete di proibire la Santa Messa apostolica, l’avete mai celebrata?

 

Voi che dall’alto delle vostre cattedre di liturgia sentenziate piccati sulla «vecchia Messa», avete mai meditato le sue preghiere, i suoi riti, i suoi gesti antichi e sacri?

 

Me lo sono chiesto più volte, in questi ultimi anni: perché io stesso, che pure questa Messa ho conosciuto sin da piccolo; che quando ancora portavo i calzoni corti avevo imparato a servirla e a rispondere al celebrante, l’avevo quasi dimenticata e perduta. Introibo ad altare Dei. In ginocchio sui gelidi gradini dell’altare, prima di andare a scuola, in inverno. A sudare sotto la veste di chierichetto, nella canicola di certe giornate estive.

 

Voi che vi permettete di proibire la Santa Messa apostolica, l’avete mai celebrata?

L’avevo dimenticata, quella Messa, che pure fu quella della mia Ordinazione, il 24 Marzo 1968: un’epoca in cui si percepivano già le avvisaglie di quella rivoluzione che di lì a breve avrebbe privato la Chiesa del suo tesoro più prezioso per imporre un rito contraffatto. 

 

Ebbene, quella Messa che la riforma conciliare ha cancellato e proibito nei miei primi anni di Sacerdozio, rimaneva come un remoto ricordo, come il sorriso di una persona cara lontana, lo sguardo di un parente scomparso, il suono di una domenica con le sue campane, le sue voci amiche. Ma era qualcosa che riguardava la nostalgia, la giovinezza, l’entusiasmo di un’epoca in cui gli impegni ecclesiastici erano ancora di là da venire, in cui tutti volevamo credere che il mondo potesse risollevarsi dal dopoguerra e dalla minaccia del Comunismo con un rinnovato slancio spirituale.

 

Volevamo pensare che il benessere economico potesse in qualche modo accompagnarsi ad una rinascita morale e religiosa del Paese. Nonostante il Sessantotto, le occupazioni, il terrorismo, le Brigate Rosse, la crisi del Medioriente. Così, tra i mille impegni ecclesiastici e diplomatici, si era cristallizzato nella mia memoria il ricordo di qualcosa che in realtà rimaneva irrisolto, messo «momentaneamente» da parte per decenni. Qualcosa che pazientemente attendeva, con l’indulgenza che solo Dio usa nei nostri riguardi.

 

 

La mia decisione di denunciare gli scandali dei Prelati americani e della Curia Romana fu l’occasione che mi riportò a considerare, sotto un’altra luce, non solo il mio ruolo di Arcivescovo e di Nunzio Apostolico, ma anche l’anima di quel Sacerdozio che il servizio in Vaticano prima e da ultimo negli Stati Uniti, avevano in qualche modo lasciato incompleto: più per il mio essere sacerdote che non per il Ministero.

 

E quello che sino ad allora non avevo ancora compreso, mi fu chiaro per una circostanza apparentemente inaspettata, quando la mia sicurezza personale sembrò in pericolo e mi trovai, mio malgrado, a dover vivere quasi nella clandestinità, lontano dai palazzi della Curia. Fu allora che quella benedetta segregazione, che oggi considero come una sorta di scelta monastica, mi portò a riscoprire la Santa Messa tridentina.

Voi che dall’alto delle vostre cattedre di liturgia sentenziate piccati sulla «vecchia Messa», avete mai meditato le sue preghiere, i suoi riti, i suoi gesti antichi e sacri?

 

Ricordo bene il giorno in cui al posto della casula indossai i paramenti tradizionali, con il cappino ambrosiano e il manipolo: ricordo il timore che provai nel pronunciare, dopo quasi cinquant’anni, quelle preghiere del Messale che riaffiorarono alla bocca come se le avessi recitate fino a poco prima. Confitemini Domino, quoniam bonus, al posto del Salmo Judica me, Deus del rito romano. Munda cor meum ac labia mea. Quelle parole non erano più quelle del chierichetto o del giovane seminarista, ma le parole del celebrante, di me che nuovamente, oserei dire per la prima volta, celebravo dinanzi alla Santissima Trinità.

 

Perché è pur vero che il Sacerdote è una persona che vive essenzialmente per gli altri – per Dio e per il prossimo – ma è altrettanto vero che se egli non ha la consapevolezza della propria identità e non coltiva la propria santità, il suo apostolato è sterile come il cembalo che tintinna. 

 

So bene che queste riflessioni possono lasciare impassibile, se non addirittura suscitare compatimento, in chi non ha mai avuto la grazia di celebrare la Messa di sempre. Ma accade la stessa cosa, immagino, per chi non si è mai innamorato e non comprende l’entusiasmo e il casto trasporto dell’amato verso l’amata, per chi non conosce la gioia del perdersi nei suoi occhi.

 

Il grigio liturgista romano, il Prelato con il suo clergyman sartoriale e la croce pettorale nel taschino, il consultore di Congregazione con l’ultima copia di Concilium o di Civiltà Cattolica in bella vista, guardano la Messa di San Pio V con gli occhi dell’entomologo (la scienza che studia gli insetti), scrutando quella pericope come un naturalista osserva le venature di una foglia o le ali di una farfalla. Anzi, talvolta mi chiedo se non lo facciano con l’asetticità del patologo che incide col bisturi un corpo vivente. Ma se un sacerdote con un minimo di vita interiore si accosta alla Messa antica, a prescindere dal fatto di averla mai conosciuta o di scoprirla per la prima volta, rimane profondamente scosso dalla composta maestà del rito, come se uscisse dal tempo ed entrasse nell’eternità di Dio. 

Quella Messa è intrinsecamente divina, perché vi si percepisce il sacro in un modo viscerale: si è letteralmente rapiti in cielo, al cospetto della Santissima Trinità e della Corte celeste, lontano dallo strepito del mondo

 

Quello che vorrei far comprendere ai miei Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio è che quella Messa è intrinsecamente divina, perché vi si percepisce il sacro in un modo viscerale: si è letteralmente rapiti in cielo, al cospetto della Santissima Trinità e della Corte celeste, lontano dallo strepito del mondo.

 

È un canto d’amore, in cui la ripetizione dei segni, delle riverenze, delle parole sacre non ha nulla di inutile, proprio come la madre non si stanca mai di baciare il suo figlio, la sposa di ripetere «Ti amo» allo sposo.

 

Vi si dimentica tutto, perché tutto ciò che in essa si dice e si canta è eterno, tutti i gesti che vi si compiono sono perenni, al di fuori della storia, eppure immersi in un continuum che unisce il Cenacolo, il Calvario e l’altare sul quale si celebra.

 

Il celebrante non si rivolge all’assemblea, con la preoccupazione di essere comprensibile o di rendersi simpatico o di apparire à la page, ma a Dio: e dinanzi a Dio vi è solo il senso di infinita gratitudine per il privilegio di poter portare con sé le preghiere del popolo cristiano

Il celebrante non si rivolge all’assemblea, con la preoccupazione di essere comprensibile o di rendersi simpatico o di apparire à la page, ma a Dio: e dinanzi a Dio vi è solo il senso di infinita gratitudine per il privilegio di poter portare con sé le preghiere del popolo cristiano, le gioie e i dolori di tante anime, i peccati e le mancanze di chi implora perdono e misericordia, la riconoscenza per le grazie ricevute, i suffragi per i nostri cari defunti.

 

Si è soli, e allo stesso tempo ci si sente intimamente uniti ad una sterminata schiera di anime che attraversa il tempo e lo spazio. 

 

Quando celebro la Messa apostolica, penso che su quel medesimo altare, consacrato con le reliquie dei Martiri, hanno celebrato tanti Santi e migliaia di sacerdoti, usando le mie stesse parole, ripetendo gli stessi gesti, compiendo gli stessi inchini e le medesime genuflessioni, indossando gli stessi paramenti. Ma soprattutto, comunicandosi allo stesso Corpo e Sangue di Nostro Signore, al Quale tutti siamo stati assimilati nell’offerta del Santo Sacrificio.

 

Quando celebro la Messa di sempre, mi rendo conto nel modo più sublime e completo del vero significato di ciò che la dottrina ci insegna.

 

L’agire in persona Christi non è una ripetizione meccanica di una formula, ma la consapevolezza che la mia bocca profferisce le stesse parole che il Salvatore ha pronunciato sul pane e sul vino nel Cenacolo; che mentre elevo al Padre l’Ostia e il Calice ripeto l’immolazione che Cristo fece di Sé sulla Croce; che nel comunicarmi consumo la Vittima sacrificale e mi nutro di Dio, e non sto partecipando a un festino.

 

E con me c’è tutta la Chiesa: quella trionfante che si degna di unirsi alla mia preghiera implorante, quella sofferente che la attende per abbreviare il soggiorno delle anime in Purgatorio, quella militante che se ne rafforza nella quotidiana battaglia spirituale. Ma se davvero, come professiamo con fede, la nostra bocca è la bocca di Cristo, se davvero le nostre parole nella Consacrazione sono quelle di Cristo, se le mani con cui tocchiamo l’Ostia santa e il Calice sono le mani di Cristo, quale rispetto dovremo avere per il nostro corpo, conservandolo puro e incontaminato?

 

Quale migliore sprone per rimanere nella Grazia di Dio?

 

Mundamini, qui fertis vasa Domini. E con le parole del Messale: Aufer a nobis, quæsumus, Domine, iniquitates nostras: ut ad sancta sanctorum puris mereamur mentibus introire

 

Mentre la celebrazione della Messa tridentina è un costante richiamo ad una continuità ininterrotta dell’opera della Redenzione costellata di Santi e Beati, altrettanto non mi pare avvenga con il rito riformato

Il teologo mi dirà che questa è dottrina comune, e che la Messa è esattamente questo, a prescindere dal rito. Non lo nego, razionalmente. Ma mentre la celebrazione della Messa tridentina è un costante richiamo ad una continuità ininterrotta dell’opera della Redenzione costellata di Santi e Beati, altrettanto non mi pare avvenga con il rito riformato.

 

Se guardo alla tavola versus populum, vi vedo l’altare luterano o la mensa protestante; se leggo le parole dell’Istituzione in forma di narrazione dell’Ultima Cena, vi sento le modifiche del Common Book of Prayer di Cranmer, e il servizio di Calvino; se scorro il calendario riformato vi trovo espunti gli stessi Santi che cancellarono gli eretici della Pseudoriforma.

 

E così per i canti, che farebbero inorridire un Cattolico inglese o tedesco: sentire sotto le volte di una chiesa i corali di chi martirizzava i nostri sacerdoti e calpestava il Santissimo Sacramento in spregio alla «superstizione papista» dovrebbe far comprendere l’abisso tra la Messa cattolica e la sua contraffazione conciliare. Senza parlare della lingua: i primi ad abolire il latino furono proprio gli eretici, in nome di una maggior comprensione dei riti per il popolo; un popolo che essi ingannavano, impugnando la Verità rivelata e propagando l’errore.

 

Tutto è profano, nel Novus Ordo. Tutto è momentaneo, tutto accidentale, tutto contingente, variabile, mutevole. Non c’è nulla di eterno, perché l’eternità è immutabile, come immutabile la Fede. Come immutabile è Dio

Tutto è profano, nel Novus Ordo. Tutto è momentaneo, tutto accidentale, tutto contingente, variabile, mutevole. Non c’è nulla di eterno, perché l’eternità è immutabile, come immutabile la Fede. Come immutabile è Dio.

 

Vi è un altro aspetto della Santa Messa tradizionale che mi preme sottolineare, e che ci unisce ai Santi e ai Martiri del passato.

 

Sin dai tempi delle catacombe e fino alle ultime persecuzioni, ovunque un sacerdote celebri il Santo Sacrificio, fosse anche in una soffitta o in una cantina, nella boscaglia, in un granaio o persino in un furgone, egli è misticamente in comunione con quella schiera di eroici testimoni della Fede, e su quell’altare improvvisato si posa lo sguardo della Santissima Trinità, dinanzi ad esso genuflettono adoranti tutte le schiere angeliche, ad esso guardano le anime purganti.

 

Ognuno di noi comprende come la Tradizione crei un legame indissolubile attraverso i secoli non solo nella gelosa custodia di quel tesoro, ma nell’affrontare le prove che essa comporta, fosse anche la morte. Dinanzi a questo pensiero, l’arroganza del tiranno presente, con i suoi deliranti decreti, ci deve rafforzare nella fedeltà a Cristo e farci sentire parte integrante della Chiesa di tutti i tempi

Anche in questo, soprattutto in questo, ognuno di noi comprende come la Tradizione crei un legame indissolubile attraverso i secoli non solo nella gelosa custodia di quel tesoro, ma nell’affrontare le prove che essa comporta, fosse anche la morte. Dinanzi a questo pensiero, l’arroganza del tiranno presente, con i suoi deliranti decreti, ci deve rafforzare nella fedeltà a Cristo e farci sentire parte integrante della Chiesa di tutti i tempi, perché non si conquista la palma della vittoria se non si è pronti a combattere il bonum certamen.

 

Vorrei che i miei Confratelli osassero l’inosabile: vorrei che si accostassero alla Santa Messa tridentina non per compiacersi del pizzo di un camice o del ricamo di una pianeta, o per una mera convinzione razionale sulla sua legittimità canonica o sul fatto che essa non sia mai stata abolita; ma con il timore reverenziale con cui Mosè si avvicinò al roveto ardente: sapendo che ciascuno di noi, al ridiscendere dall’altare dopo l’ultimo Vangelo, in qualche modo è interiormente trasfigurato perché vi ha incontrato il Santo dei Santi.

 

È solo lì, su quel mistico Sinai, che possiamo comprendere l’essenza stessa del nostro Sacerdozio, che è donazione di sé a Dio, anzitutto; oblazione di tutto se stesso assieme a Cristo Vittima, per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime; sacrificio spirituale che dalla Messa trae forza e vigore; rinuncia di sé, per lasciar posto al Sommo Sacerdote; segno di vera umiltà, nell’annichilimento della propria volontà e nell’abbandono alla volontà del Padre, sull’esempio del Signore; gesto di autentica «comunione» con i Santi, nella condivisione della medesima professione di Fede e dello stesso rito.

 

E vorrei che questa «esperienza» la facessero non solo quanti da decenni celebrano il Novus Ordo, ma soprattutto i giovani sacerdoti e quanti svolgono il proprio Ministero in prima linea: la Messa di San Pio V è per spiriti indomiti, per anime generose ed eroiche, per cuori ardenti di Carità per Dio e per il prossimo. 

 

Lo so bene: la vita dei sacerdoti di oggi è fatta di mille prove, di stress, di sensazione di essere soli a combattere contro il mondo, nel disinteresse e nell’ostracismo dei Superiori, di un lento logorio che distrae dal raccoglimento, dalla vita interiore, dalla crescita spirituale. E so benissimo che questa sensazione di assedio, di trovarsi come un marinaio solo a dover governare una nave in tempesta, non è appannaggio dei tradizionalisti né dei progressisti, ma è destino comune di tutti coloro che hanno offerto la propria vita al Signore e alla Chiesa, ognuno con le proprie miserie, con i problemi economici, le incomprensioni con il Vescovo, le critiche dei confratelli, le richieste dei fedeli.

 

E quelle ore di solitudine, in cui la presenza di Dio e la compagnia della Vergine sembrano svanire, come nella notte oscura di San Giovanni della Croce. Quare me repulisti? Et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?

 

Quando il demonio serpeggia maligno tra internet e la televisione, quærens quem devoret, approfittando a tradimento della nostra stanchezza. In quei casi, che tutti noi affrontiamo come Nostro Signore nel Getsemani, è il nostro Sacerdozio che Satana vuole colpire, presentandosi suadente come Salomé dinanzi a Erode, chiedendoci in dono la testa del Battista. Ab homine iniquo, et doloso erue me. Nella prova, siamo tutti uguali: perché la vittoria che il Nemico vuole riportare non è solo sulla nostra povera anima di battezzati, ma su Cristo Sacerdote, del quale portiamo l’Unzione. 

 

Oggi più che mai, la Santa Messa tridentina è l’unica ancora di salvezza del Sacerdozio cattolico, perché in essa il sacerdote rinasce, tutti i giorni, in quel tempo privilegiato di intima unione con la Trinità beata

Per questo, oggi più che mai, la Santa Messa tridentina è l’unica ancora di salvezza del Sacerdozio cattolico, perché in essa il sacerdote rinasce, tutti i giorni, in quel tempo privilegiato di intima unione con la Trinità beata, e da essa trae le grazie indispensabili per non cadere nel peccato, per progredire sulla via della santità, per ritrovare il sano equilibrio con il quale affrontare il Ministero.

 

Credere che tutto ciò possa liquidarsi come una mera questione cerimoniale o estetica, significa non aver capito nulla della propria Vocazione. Perché la Santa Messa «di sempre» – e lo è davvero, come da sempre è avversata dall’Avversario – non è un’amante compiacente che si offre a chiunque, ma una sposa gelosa e casta, come geloso è il Signore. 

 

Volete piacere a Dio o a chi vi tiene lontani da Lui? La domanda, in fondo, è sempre questa: la scelta tra il soave giogo di Cristo e le catene della schiavitù dell’avversario. La risposta vi apparirà chiara e limpida nel momento in cui anche voi, stupendovi di questo incommensurabile tesoro che vi è stato tenuto nascosto, scoprirete cosa significhi celebrare il Santo Sacrificio non come patetici «presidenti dell’assemblea», ma come «ministri di Cristo e dispensatori dei Misteri di Dio» (ICor 4, 1). 

 

Prendete in mano il Messale, chiedete aiuto a un sacerdote amico, e salite sul monte della Trasfigurazione: Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt, et adduxerunt in montem sanctum tuum, et in tabernacula tua. Come Pietro, Giacomo e Giovanni esclamerete: Domine, bonum est nos hic esse, «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4). O, con le parole del Salmista che il celebrante ripete all’Offertorio: Domine, dilexi decorem domus tuæ, et locum habitationis gloriæ tuæ.

 

Quando l’avrete scoperto, nessuno potrà più togliervi ciò per cui il Signore non vi chiama più servi, ma amici (Gv 15, 15).

 

Nessuno potrà mai convincervi a rinunziarvi, costringendovi ad accontentarvi della sua adulterazione partorita da menti ribelli.

 

Eratis enim aliquando tenebræ: nunc enim lux in Domino. Ut filii lucis ambulate. «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5, 8).

 

Propter quod dicit: Surge qui dormis, et exsurge a mortuis, et illuminabit te Christus. «Perciò sta scritto: Risvegliati, o tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo risplenderà su di te» (Ef 5, 14).

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

2 Gennaio 2022

Sanctissimi Nominis JESU

 

 

 

 

 

Immagine di Jim The Photographer via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0); immagine modificata nel colore

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Papa Leone era alla manifestazione del 1983 contro i missili Pershing II in Italia

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Nel 1983 un milione di italiani prese parte alla più grande manifestazione per la pace nella storia d’Italia

 

La protesta era diretta contro lo stazionamento dei missili americani Pershing II nella base aerea di Comiso, in Sicilia.

 

La foto della partecipazione del futuro pontefice, proveniente dall’archivio del fondatore del CIPAX (Centro interconfessionale per la pace) Gianni Novelli (1936-2023), già apparsa nei mesi scorsi, ha ripreso ora a circolare ed è apparsa in un articolo de quotidiano germanico Berliner Zeitung del 16 agosto.

 

Nella foto si riconosce nettamente il sacerdote agostiniano chicagoano Robert Prevost, salito al Soglio nel 2025 col nome di Leone XIV. All’epoca il Prevost studiava Diritto Canonico.

 

Un altro sacerdote presente nella foto è l’agostiniano Giuseppe Pagano, oggi Priore di Santo Spirito a Firenze. Un cartello nella foto recava lo slogan «Agostiniani per la pace».

 

I missili Pershing II, detti dal gergo giornalistico nazionale dell’epoca «euromissili», potevano raggiungere l’Unione Sovietica in cinque-otto minuti. In Germania erano stazionati 108 missili Pershing II, insieme a 368 missili da crociera a bassa quota.

 

«Una pace costruita sulle fondamenta di scenari di annientamento nucleare non è pace, ma un cessate il fuoco temporaneo. Abbiamo bisogno di una pace disarmata e che porti al disarmo», ha affermato Leone quest’anno in occasione della Giornata mondiale della pace, il 1° gennaio 2026.

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La manifestazione per il bando dei missili balistici europei e il disarmo atomico si tenne a Roma il 22 ottobre 1983, considerata la fase più calda della Guerra Fredda, portando in piazza la cifra, si dice, di un milione di persone tra cui movimenti pacifisti, sindacati, associazioni e delegazioni religiose.

 

Forse all’insaputa dei manifestanti e del futuro papa, proprio in quei giorni l’umanità arrrivò vicina al rischio della distruzione termonucleare. Tra il 2 e l’11 novembre la NATO infatti effettuò l’esercitazione Able Archer 83.

 

La manovra atlantica rappresentò il culmine dell’esercitazione annuale su più vasta scala denominata Autumn Forge ed è ricordata come uno dei momenti più rischiosi della guerra fredda, poiché la leadership dell’Unione Sovietica temette che i giochi di guerra fossero la copertura per un reale attacco nucleare preventivo.

 

Poche settimane prima il sangue freddo di un militare russo salvò il mondo dalla devastazione atomica: nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1983, il tenente colonnello delle forze di difesa aerea sovietiche Stanislav Evgrafovič Petrov, evitò il peggio dal bunker segreto Serpuchov-15, dove lavorava al riconoscimento di incipienti minacce missilistiche.

 

Quella notte, il sistema satellitare di prima allerta sovietico (Oko) segnalò erroneamente il lancio di cinque missili balistici intercontinentali statunitensi diretti verso l’URSS. Il Petrov mantenne la calma e giudicò l’allarme un falso positivo, classificandolo come un malfunzionamento del computer anziché come un vero attacco. La sua decisione di non segnalare il falso allarme ai superiori impedì una rappresaglia nucleare immediata contro gli Stati Uniti.

 

Le indagini successive confermarono che i satelliti avevano scambiato il riflesso della luce solare sulle nuvole per la scia di missili in partenza. Nonostante l’iniziale rimprovero per non aver compilato correttamente i registri, la sua storia venne resa pubblica negli anni Novanta e Petrov ricevette numerosi premi internazionali per aver salvato il mondo dalla catastrofe nucleare.

 

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 Immagine di Gianni Novelli

 

 

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Suore fingono di concelebrare la Messa mentre il sacerdote cambia la consacrazione

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Un video riportato dalla testata InfoVaticana mostra come, nel monastero di Suesa (in Cantabria, Spagna), la comunità di monache circondi l’altare con le mani tese durante la preghiera eucaristica mentre il celebrante altera le parole della consacrazione: le femminilizza, sostituisce il «per molti» con «per tutta l’umanità» e sostituisce il comando del Signore —«Fate questo in memoria di me»— con una formula di sua invenzione.   Non si tratta di un episodio isolato: la stessa comunità da anni teorizza e insegna questo modo di celebrare, con l’avallo di istituzioni diocesane. Tutto ciò avviene nella diocesi governata da monsignor Arturo Ros Murgadas, nominato vescovo di Santander da Bergoglio nel 2023..   Nelle immagini, riprese nella chiesa del Monastero della Santissima Trinità di Suesa (Ribamontán al Mar), il sacerdote non occupa alcun posto preminente. Le religiose, disposte in cerchio attorno all’altare, tendono le mani durante la preghiera eucaristica nel gesto epiclettico riservato al sacerdote concelebrante. L’effetto visivo risulta inequivocabile: una concelebrazione simulata in cui il ministro ordinato si dissolve nell’assemblea.    

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Come nota Infovaticana, il celebrante, inoltre, non prende il pane né il calice nelle sue mani pronunciando le parole della consacrazione, come prescrive il Messale Romano. Sul pane dice: «Prendete e mangiate tutte di esso». Sul calice, questa è la formula che il video riporta letteralmente:   «Allo stesso modo, terminata la cena, prese il calice e, rendendoti di nuovo grazie, lo passò dicendo: Prendete e bevete tutte di esso, perché questo è il calice del mio sangue, sangue della nuova ed eterna alleanza, che sarà versato per voi e per tutta l’umanità per la remissione dei peccati. Fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve».   Il confronto con il testo del Messale Romano rivela almeno quattro manipolazioni deliberate, scrive Infovaticana.   La prima, la femminilizzazione delle parole del Signore —«tutte», «per voi»—, che indirizza all’assemblea presente, una comunità femminile, ciò che Cristo pronunciò nell’istituzione dell’Eucaristia sugli Apostoli.   La seconda, la sostituzione del pro multis («per molti») con «tutta l’umanità», una traduzione che la Santa Sede ha espressamente corretto: la Congregazione per il Culto Divino ordinò nel 2006 di recuperare la fedeltà al testo biblico, e Benedetto XVI dedicò nel 2012 una lettera all’episcopato tedesco spiegando perché «per molti» non è negoziabile.   La terza, l’alterazione del racconto dell’istituzione: dove il Messale dice che «lo diede ai suoi discepoli», il celebrante dice che «lo passò», cancellando dalla narrazione i discepoli —i Dodici, ai quali il Signore conferì il sacerdozio in quella stessa Cena— e suggerendo un calice che circola orizzontalmente nell’assemblea.   E la quarta, la più vistosa: la soppressione del comando «Fate questo in memoria di me», sostituito da «fate questo per ricordare che io sono in mezzo a voi come colui che serve», un innesto tratto da Luca 22, 27 che sposta il memoriale sacrificale dell’Eucaristia verso una lettura puramente diaconale e comunitaria. Non è una sfumatura: il comando della commemorazione è precisamente il fondamento del sacerdozio ministeriale e del rinnovamento sacramentale del sacrificio. Eliminarlo dal racconto dell’istituzione, in una celebrazione la cui scenografia già sfuma il sacerdote, risulta coerente con tutto il resto.   Il canone 846 §1 del Codice di Diritto Canonico è tassativo: «Nella celebrazione dei sacramenti, si osservino fedelmente i libri liturgici approvati dalla competente autorità; perciò nessuno aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa».

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L’Istruzione Redemptionis Sacramentum (2004) scrive: «Si ponga fine al riprovevole uso con il quale i Sacerdoti, i Diaconi o anche i fedeli mutano e alterano a proprio arbitrio qua e là i testi della sacra Liturgia da essi pronunciati. Così facendo, infatti, rendono instabile la celebrazione della sacra Liturgia e non di rado ne alterano il senso autentico» (n. 59).   «La recita della Preghiera eucaristica, che per sua stessa natura è come il culmine dell’intera celebrazione, è propria del Sacerdote, in forza della sua ordinazione. È, pertanto, un abuso far sì che alcune parti della Preghiera eucaristica siano recitate da un Diacono, da un ministro laico oppure da uno solo o da tutti i fedeli insieme. La Preghiera eucaristica deve, dunque, essere interamente recitata dal solo Sacerdote». (n. 52)   «Mentre il Sacerdote celebrante recita la Preghiera eucaristica,«non si sovrappongano altre orazioni o canti, e l’organo o altri strumenti musicali tacciano». (n. 53)   Secondo quanto riportato, la comunità in questione avrebbe fatto una cosa simile anche nell’ottobre 2022, quando un gruppo scout che trascorse un fine settimana di ritiro nel monastero pubblicò una cronaca entusiasta in cui descriveva, senza rilevare alcun problema, esattamente la stessa cosa: «un coro monastico circolare, senza spazi gerarchizzati», «una comunità femminile che forma una circonferenza aperta» e l’«uso di un linguaggio inclusivo» nelle messe.   La stessa comunità lo teorizza apertamente. Nel 2016 organizzarono nel monastero il laboratorio «Il gesto nella liturgia», diffuso attraverso il bollettino progressista Eclesalia, la cui convocazione —firmata dalla comunità— proclamava: «Sta ormai finendo quel tempo in cui la liturgia restava solo nelle mani del presbiterato» e invitava a «osare altri gesti, altri simboli», compresa «la danza comunitaria come faceva lo stesso Gesù». Il laboratorio era coordinato dal gesuita Carlos del Valle insieme a un’animatrice di «danza contemplativa».   Il sito web del monasterio mantiene una sezione dedicata a queste danze circolari, con video su YouTube, che si praticano in contesto orante.

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«Il substrato ideologico non è nemmeno un segreto» scrive il sito di informazione cattolica. Nel giugno 2022, in occasione della Giornata Pro Orantibus, la comunità espose sul sito Religión Digital i suoi contributi al Sinodo: «denunciavano una Chiesa “piramidale e gerarchica, dove le norme vengono dall’alto”, chiedevano di “abbassarsi dalla mentalità patriarcale per vivere nell’orizzontalità delle relazioni tra uguali” e sostenevano che la partecipazione della donna “in condizioni di parità nella Chiesa cattolica è una questione strutturale, e non una riforma secondaria”. Chiesero al Dicastero per la Vita Consacrata «che lasci pensare le monache, che non vengano imposti loro criteri dall’alto».   «L’estetica accompagna il discorso: le religiose conservano l’abito trinitario con la croce, ma hanno rinunciato al velo, il che conferisce loro un aspetto ambiguamente clericale —più vicino a quello di un presbitero con il colletto che a quello di una monaca contemplativa—, coerente con la scenografia della circonferenza attorno all’altare».   Redemptionis Sacramentum ricorda che qualsiasi fedele ha il diritto di denunciare gli abusi liturgici al vescovo diocesano o direttamente alla Sede Apostolica (nn. 183-184).   La notizia delle celebrazioni spurie delle suore – e dell’avallo che ottengono dall’alato – arriva nei giorni in cui sempre Infovaticana aveva mostrato il video di un rito per la Pachamama a Cusco, in Perù, prima della visita apostolica del papa. Al rituale, che pare essere stato eseguito all’interno di un evento catto-filo-omotransessualista, hanno partecipato alti funzionari vaticani.   Come riportato da Renovatio 21, mentre i monasteri conciliari mostrano aberrazioni o si svuotano (come nel caso del crollo verticale del numero di suore in Germania), gli istituti tradizionalisti di suore legati dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X vedono una crescita costante ed incoraggiante.

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Occulto

A Cusco, la Pachamama precede Leone XIV

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Pochi mesi prima della visita annunciata di Papa Leone XIV in Perù, un incontro organizzato a Cusco con la partecipazione di diversi prelati si aprì con un «pagamento alla terra», un rito pagano di offerta a Pachamama. Le immagini mostrano un vescovo e un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede che depongono personalmente foglie di coca.

 

Il 13 e 14 agosto 2026 si è tenuto a Cusco, in Perù, un incontro macroregionale dal titolo «Intrecciare voci per la dignità: per i diritti umani e il bene comune». L’incontro ha riunito rappresentanti della Conferenza episcopale peruviana, organizzazioni sociali, comunità indigene e diversi gruppi provenienti da varie regioni del Paese.

 

Tra i partecipanti figuravano il vescovo Lizardo Estrada Herrera, vescovo ausiliare di Cusco e segretario generale del Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico (CELAM), il vescovo Miguel Ángel Cadenas, vescovo di Iquitos, e il vescovo Jordi Bertomeu, funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e Pontificio Commissario nel caso Sodalicio, una società di vita apostolica di cui è incaricato dello scioglimento a seguito di scandali.

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Un’offerta a «Madre Terra»

Secondo i video resi pubblici e riportati da InfoVaticana, l’incontro non inizia con una preghiera cristiana o un’invocazione della Santissima Trinità, bensì con un rito mutuato dalla visione pagana andina.

 

Una donna spiega ai presenti che il mese di agosto è dedicato a «Madre Terra», presentata come amorevole, benevola e dispensatrice di sostentamento. Vengono quindi distribuite foglie di coca. I partecipanti sono invitati a meditare, a eseguire esercizi di respirazione e poi a soffiare sulle foglie prima di offrirle. Questo gesto è chiamato «pago a la tierra», «pagamento alla terra», legato al culto di Pachamama.

 

Le immagini visionate da diverse testate giornalistiche mostrano il vescovo Estrada e il vescovo Bertomeu mentre eseguono personalmente il rituale: ciascuno si avvicina con delle foglie di coca e le depone nel recipiente ardente preparato per l’offerta. Il commento orale che accompagna il rito parla di riportare le offerte al fuoco e di chiedere alla «Madre Fuoco» di ricevere i messaggi portati dai partecipanti e, a sua volta, di concedere loro la «saggezza».

 

È difficile ridurre la scena a una semplice rappresentazione folcloristica di un’usanza locale. Il gesto viene compiuto in un contesto esplicitamente religioso: la terra e il fuoco vengono invocati e ricevono offerte.

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Il precedente del 2019

La scena richiama inevitabilmente alla mente gli scandalosi eventi del Sinodo sull’Amazzonia dell’ottobre 2019. Statuette raffiguranti una donna incinta furono utilizzate durante una cerimonia svoltasi nei giardini vaticani, alla presenza di Papa Francesco, e successivamente esposte nella chiesa di Santa Maria in Traspontina e portate in diverse occasioni legate al Sinodo.

 

Il 21 ottobre, diverse di queste statue furono rimosse dalla chiesa e gettate nel Tevere da un uomo. Francesco si scusò quindi per la loro scomparsa e si riferì a esse come alle «statue di Pachamama», affermando che erano state presenti «senza intenti idolatrici».

 

La vicenda aveva suscitato forti reazioni; in particolare, il cardinale Robert Sarah denunciò l’infiltrazione del paganesimo nella Chiesa e si chiese: perché presentare Pachamama anziché la Madonna di Guadalupe, veramente venerata dai popoli cattolici dell’America Latina?

 

Sette anni dopo, le immagini provenienti da Cusco dimostrano che il problema sollevato nel 2019 è tutt’altro che scomparso.

 

Inculturazione o sincretismo?

La Chiesa non ha mai preteso che i popoli che evangelizza abbandonassero tutto ciò che appartiene alla loro cultura; è sempre stata capace di adottare e purificare costumi, lingue, forme artistiche e persino certi simboli naturali, purché potessero acquisire un significato conforme alla fede cattolica.

 

Una foglia di coca, ad esempio, non è ovviamente di per sé idolatrica; fa parte della vita quotidiana e della cultura di molte popolazioni andine da secoli. Ben diversa è la situazione quando un oggetto diventa lo strumento di un’offerta religiosa rivolta a una forza della natura considerata «Madre Terra», o quando il fuoco viene invocato come una «Nonna» capace di ricevere richieste e impartire saggezza.

 

Su questo punto la Rivelazione è inequivocabile: «Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto» (Mt 4,10). L’inculturazione cattolica consiste nel purificare le culture alla luce dell’Apocalisse, e non nel reintrodurre nella pratica della Chiesa i culti pagani e idolatri dai quali l’evangelizzazione aveva liberato i popoli.

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Un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede

La presenza attiva dell’arcivescovo Jordi Bertomeu conferisce particolare rilevanza alla questione, in quanto funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede e incaricata di svolgere missioni di fiducia come commissario pontificio della Santa Sede. Secondo InfoVaticana , dopo aver parlato della Sodalicio durante l’incontro, l’arcivescovo Bertomeu avrebbe girato il cartello con il suo nome prima di lasciare il suo posto. Il media spagnolo riferisce di aver tentato invano di contattarlo per ottenere chiarimenti.

 

Sarebbe ovviamente auspicabile che la persona in questione spiegasse pubblicamente il significato che attribuiva alle sue azioni. Ma a prescindere dalla sua intenzione soggettiva, resta la natura oggettiva della cerimonia a cui ha partecipato. Mentre un ufficiale del dicastero ha il compito di salvaguardare l’integrità della fede cattolica, viene visto prendere parte a un rito in cui si invocano elementi naturali e si ricevono offerte.

 

Un incontro con obiettivi più ampi

L’ Istituto Lepanto osserva che le organizzazioni e le rivendicazioni rappresentate a Cusco andavano ben oltre le questioni puramente sociali relative alle popolazioni indigene.

 

L’evento è stato organizzato in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH), che ha esplicitamente incluso le “persone LGBTIQ+” tra le categorie rappresentate. L’ Istituto Lepanto sottolinea che la sua identità visiva raffigura una donna con un foulard verde, simbolo dei movimenti pro-aborto in America Latina, accanto a una persona vestita con i colori dell’arcobaleno LGBT.

 

Le fotografie pubblicate da Ruth Luque, parlamentare peruviana presente all’evento, mostrano anche i partecipanti che espongono una bandiera transgender, mentre i documenti di lavoro menzionano specificamente “l’accesso a un’assistenza sanitaria completa per le persone LGBTIQ+ (trans/nb)”. Bruno Montenegro ha partecipato a questi incontri in qualità di rappresentante della Fraternità Transmaschile del Perù.

 

L’ inchiesta dell’Istituto Lepanto mette in luce anche la partecipazione della Confederación Campesina del Perú (CCP), storicamente strettamente legata alla sinistra rivoluzionaria peruviana. Per decenni, è stata guidata da attivisti appartenenti al Partito Comunista Peruviano. Questa organizzazione internazionale, che si definisce in un’ottica anticapitalista, sostiene anche le rivendicazioni per il diritto all’aborto e i diritti LGBT.

 

La dichiarazione finale redatta a Cusco chiede, in particolare, politiche pubbliche che promuovano «la parità di genere» e «un’educazione sessuale completa nelle scuole». Secondo i suoi autori, questo testo è stato ufficialmente presentato a Leone XIV e si prevede che gli venga consegnato durante la sua visita in Perù. Cosa ne farà?

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Il silenzio imbarazzante di Vatican News

Vatican News, il sito di notizie ufficiale della Santa Sede , ha pubblicato un resoconto favorevole dell’incontro, sottolineando come esso abbia «offerto uno spazio per condividere esperienze provenienti da diverse regioni, individuare sfide comuni e sviluppare proposte in risposta alle principali problematiche relative ai diritti umani che affliggono il Paese». Tuttavia, come hanno fatto notare InfoVaticana e altri osservatori, il resoconto ufficiale non menziona né il rito di apertura della Pachamama, né la partecipazione del vescovo Bertomeu ad esso.

 

L’omissione è difficile da comprendere. Se il «pagamento alla terra» era considerato una pratica culturale perfettamente compatibile con la fede cattolica, perché non menzionarlo nel resoconto di un evento ecclesiastico? Se, al contrario, poneva una difficoltà dottrinale, perché dei prelati cattolici, e ancor più un funzionario del Dicastero per la Dottrina della Fede, vi presero parte attivamente?

 

Leone XIV conosceva a fondo il Perù, avendo a lungo ricoperto la carica di ministro e possedendo la cittadinanza peruviana. La sua prossima visita nel Paese, dall’11 al 17 novembre, darà inevitabilmente particolare risalto a tutto ciò che riguarda il rapporto tra il cattolicesimo e le culture indigene.

 

Cusco, dove si è appena svolto questo «pagamento alla terra», è tra le quattro città che il papa visiterà. Sette anni dopo lo scandalo Pachmama in Vaticano, quale posizione adotterà Leone XIV in quel luogo?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Estonian Foreign Ministry via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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