Economia
Putin: l’Europa sta realizzando un «autodafé economico»
Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin ha presieduto il 17 maggio una riunione dei membri chiave del suo gabinetto di economia ed energia.
Oltre a rivedere le politiche occidentali di guerra economica anti-Russia, che stanno prima di tutto distruggendo l’Europa, l’incontro ha anche affrontato la questione di una politica energetica lungimirante per la Russia nelle nuove circostanze.
Putin ha iniziato sottolineando che, «per la Russia, con le sue enormi riserve di idrocarburi, questa industria, così come il complesso di combustibili ed energia nel suo insieme, è stata e rimane una delle componenti principali dell’economia nazionale».
Putin ha quindi accusato l’Occidente di utilizzare il cambiamento climatico come scusa per prendere di mira questa capacità.
«In effetti, la cosiddetta classe politica in Occidente ha iniziato a sfruttare la preoccupazione del tutto naturale di molte persone nel mondo per i problemi del clima e dei cambiamenti climatici (…) La cosiddetta classe politica in Occidente ha iniziato a sopravvalutare le potenzialità dell’alternativa energia e sottovalutando l’importanza di tutte le fonti energetiche tradizionali, compresi gli idrocarburi».
Putin si è poi rivolto alla politica delle sanzioni: «Sotto la pressione del loro padrone, gli Stati Uniti, i Paesi europei stanno imponendo più sanzioni sui mercati del petrolio e del gas che porteranno a una maggiore inflazione».
I Paese europei stanno progettando di fare a meno dell’energia russa del tutto, ma «si sono posti questo obiettivo ignari del danno che stanno facendo alle rispettive economie. Si ha l’impressione che i politici e gli economisti occidentali semplicemente dimentichino le leggi economiche di base o semplicemente scelgano di ignorarle».
Di conseguenza, i prezzi dell’energia sono in aumento, come i prezzi spot del petrolio e del carburante diesel, per i quali cercano di incolpare la Russia.
«Dire no all’energia russa significa che l’Europa diventerà sistematicamente e a lungo termine la regione più costosa del mondo per le risorse energetiche (…) Alcuni analisti affermano che minerà gravemente o addirittura irrevocabilmente la competitività di una parte significativa dell’industria europea, che sta già perdendo terreno rispetto ad aziende di altre parti del mondo».
«Questo autodafé economico (…) è ovviamente un suicidio, un affare interno ai Paesi europei. Ma intanto bisogna agire in modo pragmatico, partendo anzitutto dai nostri stessi interessi economici».
Quindi il presidente russo è rivolto alla politica russa in questo settore. «Ora le azioni irregolari dei nostri partner – questo è quello che sono – hanno portato de facto a una crescita dei ricavi nel settore petrolifero e del gas russo oltre al danno per l’economia europea»
«I cambiamenti nel mercato petrolifero sono tettonici (…) In queste nuove condizioni, è importante non solo produrre petrolio, ma anche costruire un’intera catena verticale, fino al consumatore finale».
Tra le modifiche richieste ci sono «migliorare le opportunità logistiche e garantire transazioni in valute nazionali (…) e incoraggiare progetti sulla lavorazione avanzata delle materie prime e sul potenziamento della tecnologia dei servizi petroliferi nazionali, compreso lo sviluppo di giacimenti e l’estrazione».
«Capendo quali passi farà l’Occidente nel prossimo futuro, dobbiamo trarre conclusioni in anticipo ed essere proattivi, trasformando i passi caotici sconsiderati di alcuni dei nostri partner a nostro vantaggio a beneficio del nostro Paese».
«Naturalmente, non dobbiamo sperare nei loro infiniti errori. Dovremmo semplicemente, praticamente procedere dalle realtà attuali, come ho detto. A questo proposito, vorrei discutere un piano per misure aggiuntive che ci consentano di proteggere il più possibile i nostri interessi nazionali e rafforzare la nostra sovranità economica, in questo caso nel settore dei combustibili e dell’energia, in primo luogo l’industria petrolifera».
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine tagliata.
Economia
L’Arabia Saudita annulla le spedizioni di petrolio verso l’Europa dopo l’attacco all’oleodotto
L’Arabia Saudita ha annullato alcune consegne di greggio destinate all’Europa dopo una serie di attacchi con droni che ha imposto la chiusura del suo oleodotto strategico Est-Ovest, lo riporta l’agenzia Reuters.
Si accresce così la tensione sulle forniture mondiali di petrolio in un quadro di instabilità che mette a rischio le infrastrutture energetiche in Medio Oriente e Nord Africa.
Secondo Reuters, Riad avrebbe comunicato ai clienti europei che alcune partenze di greggio previste per fine settembre verranno cancellate, mentre le operazioni di imbarco nel porto di Yanbu sul Mar Rosso sono state sospese, secondo fonti del settore petrolifero e marittimo. Saudi ARAMCO, la principale compagnia petrolifera del Regno, ha evitato di commentare.
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L’interruzione arriva dopo gli attacchi dei droni che hanno danneggiato l’oleodotto Est-Ovest, che collega le principali zone di produzione petrolifera orientali dell’Arabia Saudita a Yanbu sul Mar Rosso. Riad ha attribuito gli assalti a una milizia irachena.
Negli ultimi sei mesi questa rotta era divenuta particolarmente rilevante perché consentiva al greggio saudita di evitare lo Stretto di Ormuzzo, dove la navigazione è stata gravemente ostacolata dal conflitto con l’Iran. La sua interruzione rende Riad sempre più dipendente dalle esportazioni attraverso il Golfo, in un momento in cui il traffico ordinario di petroliere via Ormuzzo resta limitato.
Secondo Reuters, gli operatori di mercato si aspettano che l’Arabia Saudita cerchi di far passare maggiori volumi di greggio attraverso lo stretto tramite le cosiddette «spedizioni occulte», analoghe a quelle usate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Iraq. Tali spedizioni hanno consentito ai produttori del Golfo di esportare una quantità stimata tra i 7 e i 9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 30-40% dei volumi precedenti al conflitto, secondo i dati di navigazione.
La contrazione dell’offerta ha già spinto al rialzo i prezzi. Martedì i future sul Brent si attestavano intorno ai 108 dollari al barile, mentre i carichi fisici in Europa risultavano sensibilmente più cari, con il Brent di riferimento a circa 122 dollari al barile, secondo i dati LSEG citati da Reuters.
La Polonia è tra i Paesi che subiscono pressioni immediate. La raffineria statale Orlen sta cercando in fretta carichi sostitutivi dal Mare del Nord e da altri fornitori, secondo quanto riferito da Reuters da cinque fonti del settore.
Nel 2022 Saudi ARAMCO è diventata il principale fornitore di greggio di Orlen e oggi copre circa il 40% del suo fabbisogno, contribuendo a far cessare la dipendenza polacca dal petrolio russo, ma lasciando il Paese fortemente esposto a interruzioni nelle forniture saudite.
La pressione sulle infrastrutture di esportazione saudite cresce nel quadro dei rinnovati scontri con gli Houthi yemeniti. Il gruppo ha lanciato missili balistici e droni contro obiettivi all’interno del regno, mentre l’Arabia Saudita ha ripreso i raid aerei in Yemen. Le autorità saudite hanno dichiarato che 13 civili sono rimasti feriti negli attacchi di lunedì a Khamis Mushait, Abha e Taif.
Sono scattati allarmi antiaerei in tutto il sud dell’Arabia Saudita per il timore di ulteriori assalti. Il rischio è particolarmente elevato intorno a Jizan, dove si trovano importanti infrastrutture energetiche saudite, tra cui una grande raffineria.
L’escalation sta contemporaneamente gravando sulla rotta del Mar Rosso. Gli Houthi hanno ampliato la loro presenza lungo la costa occidentale dello Yemen e si sono impadroniti di un territorio strategico vicino allo stretto di Bab al-Mandeb, attraverso il quale le navi devono transitare tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
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La crescente pressione sul Paese espone l’Arabia Saudita a rischi su entrambi i versanti della penisola arabica: Ormuzzo resta gravemente compromesso a Est, mentre le infrastrutture e le rotte marittime usate per aggirarlo sono sempre più vulnerabili agli attacchi a Ovest.
Il problema potrebbe risultare particolarmente serio per l’Europa, che contemporaneamente affronta un’altra interruzione delle forniture in Libia.
La National Oil Corporation (NOC) libica ha dichiarato martedì che la produzione e le operazioni sono state interrotte nei giacimenti di Hamada e Al-Tahara e nella stazione NC5 dopo che i membri della Guardia degli Impianti Petroliferi hanno chiuso con la forza una valvola sull’oleodotto principale Hamada-Zawiya. La chiusura ha provocato un improvviso aumento di pressione nel punto di connessione di Tahara e ha costretto tutti e tre gli impianti a sospendere le attività.
La NOC ha avvertito che potrebbe dichiarare la forza maggiore se la valvola restasse chiusa o se le interruzioni forzate si estendessero ad altri giacimenti, affermando che interruzioni prolungate danneggerebbero l’economia libica e la sua reputazione di fornitore di energia affidabile.
Immagine di Planet Labs, Inc. via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Economia
L’oleodotto saudita colpito da un drone rimarrà fuori servizio per settimane
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Economia
Gli Stablecoin in declino?
Un articolo uscito l’8 settembre su Kucoin uno dei siti più noti dedicati alle criptovalute sosteneva che l’uso internazionale degli stablecoin è in calo («si è arrestato»), soprattutto per la contrazione delle quantità in circolazione delle due principali, l’USDT di Tether e l’USDC di Circle.
Gli stablecoin vengono presentate come strumenti per accumulare riserve internazionali in dollari, perché gli emittenti, come Tether dovrebbero comprare e tenere titoli del Tesoro (buoni a breve termine) a garanzia di ogni unità venduta. In pratica il meccanismo è diverso: gli emittenti potrebbero gonfiare il valore apparente in dollari con commissioni, «bonus» e «premi» che imitano gli interessi sui depositi in dollari veri; e la loro «garanzia in titoli del Tesoro» è spesso fatta di accordi di riacquisto, non di titoli effettivamente posseduti, scrive EIRN.
«Le aspettative iniziali che gli emittenti di stablecoin sarebbero diventati i principali acquirenti di debito statunitense si sono affievolite a causa della minore domanda. L’USDT di Tether ha perso quasi 3 miliardi di dollari [nella prima metà del 2026], e l’USDC di Circle ha registrato un calo simile… Gli analisti affermano che le stablecoin non forniranno una soluzione rapida» scrive Kucoin.
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Il grafico indica che l’uso globale delle principali stablecoin è rimasto «stabile» (in calo) da gennaio 2026, proprio quando il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva detto con sicurezza che sarebbero cresciute in modo esponenziale fino a un mercato da 3 trilioni di dollari per i titoli del Tesoro. Oggi USDT e USDC valgono circa 250 miliardi di dollari.
La ragione, peraltro riconosciuta, è semplice: gran parte della «domanda» di stablecoin arriva da chi vuole fare transazioni opache o illecite sulle blockchain, non da masse di investitori in attesa del modo più facile per entrare nel mercato dei titoli del Tesoro statunitense.
«Le tendenze recenti indicano che gli emittenti di stablecoin faranno fatica ad alleviare la pressione sul mercato dei titoli del Tesoro statunitense nel breve termine» è la formula eufemistica usata dal sito per alludere alle difficoltà ben più ampie di quel mercato nel trovare acquirenti diversi dagli hedge fund speculativi, un mondo da cui proviene il segretario Bessent – nel 2000 aveva fondato un hedge fund da 1 miliardo di dollari chiamato Bessent Capital.
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