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Netanyahu ordina all’esercito israeliano di intensificare gli attacchi in Libano
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di intensificare gli attacchi contro Hezbollah in Libano per infliggere quello che ha definito un colpo decisivo al gruppo armato.
L’escalation potrebbe ulteriormente complicare i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, poiché Teheran ha affermato che l’esercito israeliano deve porre fine all’operazione contro Hezbollah affinché il cessate il fuoco con Washington possa essere esteso. Il presidente statunitense Donald Trump aveva precedentemente dichiarato che Israele avrebbe dovuto intraprendere solo azioni militari «chirurgiche» in Libano.
In un videomessaggio diffuso lunedì, Netanyahu ha insistito sul fatto che Israele è «in guerra con Hezbollah» e che le autorità del Paese «non intendono allentare la presa (…) Al contrario, ho dato istruzioni loro [alle Forze di Difesa Israeliane] di premere ancora più forte sull’acceleratore», ha affermato.
Hezbollah «ci sta attaccando con i droni… ma ciò che questo ci impone ora è di intensificare i colpi, aumentare la forza», ha sottolineato Netanyahu.
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Poco dopo, l’esercito israeliano ha annunciato ulteriori attacchi contro obiettivi di Hezbollah nella valle della Beqaa, nel Libano orientale, e in altre parti del paese.
L’ordine di Netanyahu è arrivato nonostante il cessate il fuoco in corso tra lo Stato Ebraico e il governo libanese di Beirut, concordato a metà aprile dopo oltre un mese di combattimenti e prorogato all’inizio di maggio.
La tregua ha ridotto l’intensità delle ostilità, ma non le ha interrotte completamente: Israele ha continuato a bombardare il territorio libanese e Hezbollah ha risposto con attacchi tramite droni.
Lunedì, in mattinata, un soldato israeliano è stato ucciso e un altro gravemente ferito da un drone nel Sud del Libano.
Questo sviluppo ha spinto il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, il sionista secolarista Itamar Ben-Gvir, a dichiarare che «è ora che il primo ministro batta sul tavolo di Trump e lo informi che stiamo tornando in guerra in Libano». Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha insistito sul fatto che per ogni drone lanciato da Hezbollah «devono crollare dieci edifici a Beirut».
Un giornalista di Axios ha dichiarato lunedì su X che un funzionario statunitense, rimasto anonimo, avrebbe lasciato intendere che l’amministrazione Trump potrebbe appoggiare un’intensificazione degli attacchi israeliani in Libano. «Hezbollah ha ignorato le ripetute richieste di cessare il fuoco… Non ci si può aspettare che Israele subisca passivamente gli attacchi contro le sue forze e i suoi civili. Questa non è l’amministrazione Biden», ha affermato il funzionario.
Secondo il ministero della Salute libanese, almeno 3.185 persone sono state uccise nel Paese dopo che Israele ha lanciato la sua operazione militare contro Hezbollah all’inizio di marzo, pochi giorni dopo l’attacco israelo-americano all’Iran.
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Immagine di Major Ofer, Israeli Air Force via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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