Spirito
Mons. Viganò, omelia per l’Epifania di Nostro Signore
Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò
VIDIMUS STELLAM EJUS IN ORIENTE
Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nell’Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo
Et adorabunt eum omnes reges terræ;
omnes gentes servient ei.
Ps 71, 11
Sia lodato Gesù Cristo.
Questo giorno solenne è santificato da tre miracoli: l’adorazione dei Magi, la mutazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana e il Battesimo di Cristo nel Giordano.
Questi segni prodigiosi ci mostrano la divinità di Nostro Signore e la Sua Signoria universale sul cosmo, sulla natura e su di noi. Non sono più soltanto i pastori ad essere chiamati dagli Angeli a riconoscere il Verbum caro factum, ma è l’intero genere umano, è tutto il creato che la voce di Dio stesso chiama ad adorarLo, ad ascoltarLo, ad obbedirGli.
Una Signoria che alcuni riconoscono con umile Fede e che altri rifiutano per orgoglio.
Nel Martirologio della Vigilia di Natale abbiamo sentito cantare l’annuncio della Nascita del Salvatore secundum carnem, collocata nella Storia con una molteplicità di riferimenti cronologici precisi e dettagliati. Quel Toto orbe in pace composito che il cantore pronuncia con solennità poco prima di elevare il tono della voce per scandire la realtà storica dell’evento salvifico del Natale di Cristo, rimanda al triplice trionfo di Augusto, autore e pacificatore dell’Impero.
Un trionfo umano e pagano, certamente; ma che doveva preparare il trionfo eterno del Rex pacificus, dell’Imperatore immortale, del Sole invitto. Per questo il 6 Gennaio, da festa civile istituita per celebrare la gloria umana di Roma, venne scelto dalla Chiesa per celebrare la gloria imperitura di Cristo Re dei re e Signore dei signori.
In quest’epoca di apostasia, segnata da guerre e da lacerazioni provocate dalla ribellione a Dio, è difficile comprendere come l’autorità terrena dell’Imperatore potesse costituire nel piano della Provvidenza il necessario presupposto alla venuta del Signore.
Ci sembra più «normale» – per così dire – la risposta feroce e spietata di Erode, che nel suo folle tentativo di uccidere il Re Bambino fece sterminare i bambini di Betlemme che pochi giorni fa abbiamo ricordato nella Liturgia. Vita e morte, pace e guerra, luce e tenebre, grazia e dannazione: abbiamo costantemente sotto gli occhi le due grandi alternative per noi stessi, per le nostre famiglie, per la società civile.
Ed è Cristo che Si pone come punto di riferimento, come pietra di inciampo, chiedendoci di compiere la nostra scelta morale, riconoscendoLo come nostra Vita, nostra Pace, nostra Luce, nostro tutto. Se così non fosse; se cioè rinunciassimo a compiere questa scelta, se volessimo dichiararci neutrali dinanzi alla battaglia che combattono le schiere angeliche contro le potenze infernali, compiremmo comunque una scelta da cui dipende la salvezza nostra e del mondo intero.
Lo vediamo oggi: chi non scende in campo sotto i vessilli di Cristo finisce inesorabilmente per essere alleato dei Suoi nemici, rimane a guardare gli innocenti uccisi da Erode, e davanti alla mangiatoia si rifiuta di adorare il Signore, in nome di un concetto pervertito di libertà e di laicità in cui i diritti sovrani di Dio sono negati o taciuti.
Eppure, proprio nel contemplare i misteri di questo giorno santissimo, la Chiesa ci mostra la necessità dell’Epifania, della manifestazione della divinità di Gesù Cristo; una necessità per la quale la Provvidenza non esita a muovere gli astri, se una stella può condurre dei sapienti pagani verso la luce della Grazia e la conversione al vero Dio.
Non bastava infatti l’adorazione semplice e fedele dei pastori, fatta di un’interiorità umile e povera: essa richiama l’atto di Fede del singolo, di ciascuno di noi, ma rimane incompleta per le sorti del mondo se non si accompagna all’adorazione pubblica e ufficiale di chi ricopre in terra l’autorità, dal momento che questa autorità è un riflesso dell’autorità di Dio, sommo Legislatore e Giudice. Come profetizza il Salmo: Et adorabunt eum omnes reges terræ; omnes gentes servient ei.
Stupisce, in qualche modo, che siano dei saggi provenienti dall’Oriente a rendere omaggio al Dio Bambino, mentre i rappresentanti dell’autorità imperiale sono assenti, così come non compaiono né il re di Israele né i Sommi Sacerdoti; i quali pure ebbero un ruolo determinante nel processare e condannare a morte il Signore. Presenti nel momento della morte, ma assenti nel momento della vita.
Perché non vediamo il Procuratore romano, Erode, Anna e Caifa, i funzionari del Sinedrio e gli scribi del popolo intorno alla mangiatoia, mentre contempliamo Gaspare, Melchiorre e Baldassarre inginocchiati dinanzi al Bambino intenti ad offrire i loro doni?
La risposta è evidente in tutta la sua semplicità. I pastori adorarono Cristo con il fiducioso abbandono del semplice, che nulla ha da offrire se non se stesso e le povere cose della vita quotidiana e del suo umile lavoro. I Magi adorarono Cristo grazie alla Sua manifestazione prodigiosa nel corso degli astri, e la loro sapienza umana, la loro capacità di scrutare nel cosmo li condusse al Sole intramontabile perché anch’essi, con umiltà, seppero riconoscere la nascita di Dio nel mondo. Entrambi furono illuminati dalla Grazia, i primi tramite l’annuncio dell’Angelo, i secondi tramite i segni del cielo.
Invece Erode e i Sommi Sacerdoti, che pure avrebbero dovuto conoscere benissimo le profezie messianiche custodite da Israele, non seppero vedere né credere, perché la loro prima preoccupazione era il potere.
Da un lato, il potere temporale, esercitato sotto la dominazione della Roma pagana e dimenticando che i Sovrani ebrei erano vicari dell’unico Re di Israele, il Signore Dio degli eserciti; dall’altro, il potere spirituale, esercitato in quella che oggi chiameremmo «autoreferenzialità», ossia per conservare se stesso e mantenere nell’ignoranza il popolo. Ce lo confermano gli aspri rimproveri ed i severi ammonimenti dei profeti, per bocca dei quali il Signore richiamava i Suoi sacerdoti ai loro doveri, mentre essi erano impegnati ad allungare i denti delle forchette con cui trattenevano parte delle carni sacrificali per sé stessi, o mentre lucravano sui traffici dei cambiavalute e dei mercanti introdotti nel Tempio.
Sordi alla Grazia! Sordo Erode, che avrebbe dovuto vedere nel piccolo Gesù il ratificatore della propria autorità; sordi i Sommi Sacerdoti, che in Lui avrebbero dovuto riconoscere il Messia promesso, il Desiderato di tutti i popoli. Entrambi, significativamente, avevano preferito sottomettersi all’invasore, piuttosto di inchinarsi a Colui che tiene nella Sua mano le sorti del mondo e del tempo. Non habemus regem nisi Cæsarem.
La situazione presente non è in questo molto diversa da allora. Anche oggi le autorità civili ed ecclesiastiche si rifiutano di adorare Gesù Cristo, o lo fanno solo a parole tramando per la Sua uccisione, nel timore di perdere il proprio potere. Anche oggi vediamo i semplici e i capi di Nazioni lontane riconoscere il Salvatore, e a Lui conformare la propria vita privata e pubblica, mentre i leader mondiali preferiscono riunirsi a Davos per la loro agenda globalista, e i Prelati della setta bergogliana pensano a nascondere i propri scandali, a propagandare la sinodalità e incoraggiare i vizi più innominabili. Entrambi si sostengono l’un l’altro, si riconoscono reciproca legittimità.
Entrambi considerano Gesù Cristo uno scomodo ostacolo al perseguimento dei loro piani di potere e di dominio. Eppure, come cantiamo nell’inno dell’Epifania, non eripit mortalia qui regna dat cœlestia. Non rapisce i regni terreni Colui che ci da quelli celesti.
Ma se da un lato i Magi, con il loro tributo di Fede hanno saputo adorare pubblicamente il Re dei re, non avendo nulla da temere per la propria autorità; dall’altro i governanti ribelli e indocili a Dio, non riconoscendo l’origine divina del potere che esercitano, si pongono contro la Sua Signoria e contro i propri sudditi, trasformando il saggio e giusto governo in strumento di odiosa tirannide. Contro costoro così si esprime il profeta Geremia:
«Poiché tra il mio popolo vi sono malvagi che spiano come cacciatori in agguato, pongono trappole per prendere uomini. Come una gabbia piena di uccelli, così le loro case sono piene di inganni; perciò diventano grandi e ricchi. Sono grassi e pingui, oltrepassano i limiti del male; non difendono la giustizia, non si curano della causa dell’orfano, non fanno giustizia ai poveri. Non dovrei forse punire queste colpe? Oracolo del Signore. Di un popolo come questo non dovrei vendicarmi? Cose spaventose e orribili avvengono nel paese. I profeti predicono in nome della menzogna e i sacerdoti governano al loro cenno; eppure il mio popolo è contento di questo. Che farete quando verrà la fine?»
Ascoltando queste parole della Sacra Scrittura, ci chiediamo se non siano rivolte ai potenti di questo mondo, ai membri dell’élite globalista e a coloro che li servono per pavidità, per interesse, per complicità cortigiana. E a quanti, costituiti in autorità nella Chiesa per pascere il gregge loro affidato dal Signore, abusano del proprio potere per governare al cenno dei profeti del Nuovo Ordine Mondiale, che profetizzano pandemie ed emergenze di cui sono spietati artefici.
Che farete quando verrà la fine?, chiede il Signore. Creerete nuove emergenze, nuove crisi, nuove pandemie, nuove guerre con cui tenere soggiogato il popolo?
Continuerete a sterminare bambini innocenti, a render sterili i padri e le madri, a defraudare l’operaio della mercede, a corrompere i giovani, a uccidere il malato e l’anziano perché considerati inutili per i vostri turpi interessi? Vi asserraglierete nelle vostre fortezze, sperando di sfuggire all’ira di Dio e al vostro giusto castigo?
Cosa farete voi, servi del Grande Reset, quando i vostri padroni dovranno fuggire nelle loro tane, nascondersi nelle viscere della terra?
Credete di potervi vendere a un nuovo padrone come avete fatto sinora?
Poveri, miserabili illusi. Il giorno tremendo del Signore verrà per tutti, ed anche per voi: prima con il Giudizio particolare, e poi con quello universale. Se la giustizia terrena assiste inerte ai vostri crimini perché vi è asservita, la Giustizia divina sarà inesorabile e terribile, perché non rimangano impunite le vostre pubbliche colpe contro la Maestà di Dio e contro l’uomo che Egli ha creato a Sua immagine e somiglianza, e che ha redento con il proprio Sangue.
E se le nostre povere forze non riescono a vincere le vostre congiure, sappiate che ciascuno di noi, ogni fedele della Santa Chiesa, ogni anima buona prega, digiuna e fa penitenza per invocare l’intervento del Signore, Re delle Nazioni, che voi vi rifiutate di riconoscere, adorare e servire.
Che farete quando verrà la fine?
Figli carissimi: in questo giorno dell’Epifania, in cui celebriamo la manifestazione pubblica della divina Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e il pubblico tributo dei Re Magi alla Sua universale ed eterna Signoria, rinnoviamo anche noi la nostra offerta. Un’offerta povera e misera, perché viene da noi che nulla abbiamo se non quanto la Provvidenza ci ha concesso; un’offerta preziosa, se presentata dalla Nostra Signora, Maria Santissima, Regina Madre e nostra Avvocata presso il Trono del Figlio.
Un’offerta infinita, quando sale alla Maestà del Padre per le mani della Vittima pura e santa, il Sommo Sacerdote, l’Eterno Pontefice che rinnova il Sacrificio della Croce nel Santo Sacrificio della Messa.
Deponiamo ai piedi dell’Altare le nostre penitenze, perché diventino l’oro dei re; le nostre preghiere, perché salgano al cielo come l’incenso che i sacerdoti bruciano a Dio; i nostri digiuni, perché la Santa Messa li converta nella mirra del sacrificio. E chiediamo al Re Bambino di convertire coloro che costituiti in autorità nella società civile e nella Chiesa, si trovano oggi a dover scegliere se seguire la stella verso Betlemme per adorarLo, o ignorare la Sua Nascita per sottrarsi alla Sua volontà e muoverGli guerra.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
6 Gennaio 2023
Epifania di Nostro Signore Gesù Cristo
Immagine di Miguel Hermoso Cuesta via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Arte
Patti Smith avrebbe dato in adozione sua figlia con la promessa che non fosse cresciuta cattolica. Ora è accolta dal papa
Ecco servite le immagini che tutti giornali, giornaloni, giornaletti si aspettano: Patti Smith in Vaticano, va a trovare il papa, che sarebbe puro suo concittadino chicagoano. Sono quelle notizie per le quali dovremmo provare stupore, curiosità, forse – pensano i padroni del discorso – perfino gioia.
È, crediamo, quello che spera il gesuita Antonio Spadaro, già sostenitore di pellicole che esaltano l’apostasia invece del martirio (il terrificente Silenzio di Martino Scorsese) ed autore di pensieri come «Gesù appare come fosse accecato dal nazionalismo e dal rigorismo teologico», che a dir il vero credevamo per qualche ragione messo da parte dallo stesso Bergoglio che lo aveva dapprima innalzato (lo ha fatto con tanti).
Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso:… pic.twitter.com/6FoJraHcla
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
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«Quando quella porta si è aperta è successo qualcosa… una scintilla non priva di “siparietti”, ma anche un senso di profonda commozione e di una missione in questo mondo difficile. Due americani, due di Chicago, due figure altissime che sono voci di speranza per un mondo diviso: la “sacerdotessa” del rock Patti Smith come viene chiamata, e il Santo Padre papa Leone. Una lunga udienza che è stata come una conversazione tra due persone che si scoprono vecchi amici e condividono ricordi fatti di parole e musica, di sogni, visioni e speranze di ieri e di oggi».
Il post del gesuita, tra il melenso e il pretenzioso (con qualche immancabile segno inquietante, come l’uso della parola «sacerdotessa») rappresenta, con probabilità, il più grande spreco neuronale della settimana. Ma va così.
Lo Spadaro, un tempo definito lo «spin doctor» del papa precedente, continua spindoctorare con immagini e didascalie zuccherose sino all’insulino-resistenza.
Le foto affettuose e meno protocollari (e per me indimenticabili) dell’incontro tra Papa Leone e Patti Smith 📸 qui: https://t.co/S51HxdsB9W pic.twitter.com/BPbgEwJFly
— Antonio Spadaro (@antoniospadaro) July 31, 2026
Per chi, come il lettore di Renovatio 21, intuisce che vi sono – sempre – dinamiche profonde in gioco, potrebbe scattare un senso di fastidio. Ancora di più se poi ci si ricorda di alcune cose – ma sappiamo che i giornali sono fatti, appunto, non per rammentare, ma per dimenticare.
Ad esempio, dovrebbe essere chiaro a tutti che non si tratta della prima volta che la «madrina del punk» (la chiamano così: ma a noi sembra che la sua musica sopravvalutata e scadente nulla abbia a che fare col genere) si reca in Vaticano. Con evidenza i suoi sponsores vaticani continuano a riscaldare la ministra. Forse perché le sue canzonette ebeti sono legate alla loro vita di religiosi mezzi ribelli, preti un po’ pentiti e sicuramente rovinati dalle chitarre del Concilio Vaticano II.
Noi in effetti la ricordiamo in piazza San Pietro a stringere la mano di papa Francesco fresco di elezione. L’americana, ci era rimasto impresso, aveva questa espressione caprina… Eccola invitata a suonare al concerto di Natale in Vaticano nel 2014. Un altro invito a suonare nella città-Stato nel 2021.
Nel frattempo, l’incompatibilità dell’anziana rocker con la morale cattolica era stata reiterata: nel 2018 aveva dichiarato alla stampa che «salvare la vita delle giovani donne è più importante di qualsiasi ideologia». Sapete cosa significa: la trita convinzione, profusa a piene mani da radicali e dai loro omologhi dagli anni Settanta (e che mai hanno sentito il bisogno di aggiornare), secondo cui l’aborto legale, che uccide i bambini non ancora nati, «salvi la vita» delle madri impedendo loro di morire praticando figlicidi autonomamente.
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Non solo, nel 2022, l’ugola vegliarda definì «terribile» l’annullamento della sentenza Roe v. Wade (cioè la fine dell’aborto concepito come diritto federale americano) da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, affermando che le aveva spezzato il cuore.
Ma che importa. Oggi i monsignori pattismittisti impenitenti ci ricicciano la vecchia perfino al padiglione della Biennale di Venezia, quella attaccata dall’Europa per la presenza del Padiglione russo, che sta lì dal 1914. Capiamoci: il Vaticano, il Paese che può rivendicare il più grande ruolo nella Storia dell’Arte, con capolavori seminati nei secoli ovunque, alla Biennale Internazionale dell’Arte mostra… Patti Smith. È, sì, davvero disperante.
Vanno spese due parole sulle interazioni tra la Smith e il cattolicesimo, perché ce ne sono state, e sono spesso problematiche, quando non spaventose.
Innanzitutto, la Smith non è, come forse pensano i più, una lapsa. Non è una delle usuali ragazze cresciute nell’America cattolica che ad una certa perdono la strada, divenendo attrici, pornostar, cantanti o altre pizie della società della dissoluzione. La famiglia della Smith è… testimone di Geova.
L’attrazione per concetti cattolici apparrebbe, quindi, in qualche modo indotta da preferenze estetiche. Scrivono che si sarebbe interessata della storia dei Santi, in particolare a San Francesco, concepito come santo ambientalista – eccerto. La vedete, anche nella foto sopra, con un bel Tau francescano al collo.
Tuttavia in queste ore è un altro il riferimento, a dire il vero inquietante, che qualche giornale ha riconosciuto. La Smith avrebbe salutato Leone dicendo «hi, hi», «ciao, ciao». Si tratta di un’espressionr che aveva usato nell’oscura canzone che dava il titolo ad uno dei suoi album più noti, Wave. «Hi, hi» era l’apertura di un dialogo immaginato tra la cantante e Giovanni Paolo I, Albino Luciani, il cui papato era durato pochissimo, quanto la registrazione del disco, e che era morto quando il pezzo, angosciante, fu inciso.
Insomma, la Smith parla al papa vivo come quando parlava al papa morto.
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Riferimenti li possiamo trovare anche altrove, come nella canzone Dancing Barefoot, qualcuno definita come un «incantesimo». La canzone dice di essere dedicata alle donne, in particolare all’amante di Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne (1898-1922), che si suicidò all’ottavo mese di gravidanza appena due giorni dopo la scomparsa di Modigliani.
Ebbene la canzone termina con un pezzo recitativo, le cui ultime parole sono «blessed among women», «benedetta fra le donne». Lasciamo al lettore interrogarsi su tale riferimento mariano calato in questo contesto raccapricciante.
In realtà, l’ambiente da cui proviene la Smith è molto più raccapricciante di così. In molti dimenticano che la sua carriera era partita assieme a quella del suo compagno, il fotografo Robert Mapplethorpe (1946-1989), con cui, dice, ha condiviso anni di amore e povertà a Nuova York alla fine dei Sessanta.
Mapplethorpe era cresciuto in una famiglia cattolica all’interno di una parrocchia neoeboracena. Divenuto artista dapprima vendendo bigiotteria a tema religioso, era inserito, con la sua girlfriend, in quel milieu culturale dove spopolava la «Factory» di Andy Warhol. Si racconta che lui e la Smith si considerassero «muse» l’uno dell’altra.
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Più avanti, come fotografo, vi fu la svolta. I suoi scatti lo rendono, ancora oggi, famosissimo, ma a guardarli ci si chiede cosa c’entri Patti con lui, visto che si tratta di foto che non è nemmeno possibile definire «omoerotiche»: sono foto di pornografia omosessuale anche violentissima (al punto, in un episodio famoso, che la polizia britannica chiese lo strappo di alcune pagine di un suo libro in una biblioteca), immagini invero rivoltanti che, scrivono antisetticamente le storie dell’arte e pure l’enciclopedia online, «documentano ed esaminano la sottocultura BDSM gay maschile di New York City tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta».
Per chi non lo sapesse, il BDSM sta per «bondage, discipline, dominance and submission, sadomasochism», ossia la sottocultura organizzata attorno alla perversione del sadomasochismo. In pratica, il moroso della Smith – che non disdegnava di autofotografarsi con i cornetti, talvolta pure con corna di capro o simili – contribuì più di chiunque altro allo sdoganamento, con la scusa dell’arte, della parafilia più indegna e violenta, oggi bellamente accettata dalla società e interamente visibile nei gay pride: prima che per le strade della vostra città, omosessuali al guinzaglio erano finiti nelle mostre e nei cataloghi di Mapplethorpe.
Il quale non è che si limitasse a fare foto. Nel suo libro di memorie Taking Woodstock (poi divenuto pellicola per la regia di Ang Lee), lo scrittore gay Elliot Tiber racconta di un incontro in cui Robert Mapplethorpe lo prelevò in una sauna di Nuova York e lo portò in un loft per un rapporto sessuale sadomasochista sotto una bandiera nazista con la svastica. L’estetica hitlerista, lo sappiamo, eccita non poco alcuni omosessuali, specie quelli con certe pulsioni di degrado e dissoluzione.
La vulgata vuole che, una volta che Mapplethorpe capì il suo orientamento, il rapporto amoroso con la Smith cessò, tramutandosi in una amicizia durata sino alla sua morte nel 1989, causata, non un dettaglio scioccante, dall’AIDS. Nella sua autobiografia Just Kids, la Smith sostiene che inizialmente nutriva l’idea romantica di poterlo salvare dalla sua attrazione per gli uomini, e di essere stato emotivamente sopraffatta quando lui le rivelò la sua omosessualità e si unì alla comunità gay. Non si capisce allora, ma questi siamo noi, come possa aver continuato l’amicizia, anche quando, vista la sua arte, era chiaro quale strada terrificante il ragazzo stesse imboccando.
Tuttavia, è un altro il dettaglio che può colpire, e non siamo in grado di giudicarne la veridicità, perché comparso in una biografia non autorizzata apparsa a fine anni Novanta. In Patti Smith: An Unauthorized Biography l’autore Victor Bockris scrive della prima figlia avuta a vent’anni in Pennsylvania dalla cantante, poco prima di trasferirsi a Nuova York e conoscere Mapplethorpe.
Secondo il libro, «nonostante le dichiarazioni successive di Patti secondo cui avrebbe avuto un parto cesareo (e una grande cicatrice a provarlo), ha detto ad almeno un’amica intima che ha avuto una nascita vaginale regolare. Indipendemente dal metodo di parto, Patti ha aderito al suo piano di dare in adozione la bambina, con il solo caveat che non dovesse essere cresciuta cattolica».
Fermo restando che siamo, sinceramente, grati a Patti di non aver ucciso la sua primogenita, non possiamo non restare sconvolti da questa informazione, che ripetiamo non sappiamo verificare, la vediamo solo riportata in questa biografia non autorizzata. Perché l’esclusione del cattolicesimo? È molto controintuitivo: la Smit, ripetiamo, non era una ragazza fuggita dall’ambiente cattolico, era una Testimone di Geova… E in un altro caso famoso, quello dell’adozione di Steve Jobs, i giovani genitori biologici, si ricorda, avevano chiesto il contrario – che i genitori adottivi del futuro inventore di Apple fossero cattolici, desiderio che fu poi disatteso.
Non sappiamo dire di più di questa strana storia, se non rimanere affranti davanti a questa ennesima iniezione di Patti Smith nel cuore della cristianità.
Non c’è chiarezza. Non appare nessun pentimento rispetto a nulla, eppure il romano pontefice è lì a stringerle la mano, sorriderle, concederle tempo: cioè a rilanciare, presso i fedeli cattolici, il messaggio artistico ed esistenziale di Patti Smith.
Non siamo distanti, notiamo, da altri casi, alcuni dei quali allignano persino nel governo, di signore che hanno fatto cose indicibili negli anni Settanta e poi sono state cooptate dalle strutture ecclesiastiche e cattopolitiche senza che vi sia stata una minima storia di conversione.
E quindi, il quadretto è chiaro: dentro le Patti Smith, fuori i cattolici, fuori la FSSPX, con terrorismo nelle diocesi e nelle parrocchie, dove la scorsa settimana sono state fatte, in varie parti d’Italia, omelie che annunziavano la scomunica per cui i fedeli che frequentano la Fraternità – cioè, per coloro che, più che ascoltare Patti Smith, desiderano di restare cattolici.
Siamo all’inversione assoluta, con punte di parodia e di satanismo piuttosto evidenti.
Questa è Roma oggi. Questo è ciò contro cui combatteremo fino a che non sarà riportato l’ordine di Nostro Signore.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Birgit Fostervold via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Epidemie
Mons. Viganò: Vaticano complice di Fauci
Il 6 maggio 2021, mentre il mondo intero era ancora sotto il giogo della dittatura sanitaria, la Santa Sede ospitava – sotto l’egida del Pontificio Consiglio della Cultura – una Conferenza intitolata “Exploring the Mind, Body & Soul. Unite to Prevent & Unite to Cure”. Ad aprire i… pic.twitter.com/T5Ns7nMvfM
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) July 31, 2026
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Spirito
L’arcivescovo Cordileone afferma che le restrizioni vaticane sulla Messa tridentina non sono «realistiche»
L’arcivescovo Salvatore Cordileone ha affermato che la restrizione imposta dal Vaticano alla Messa tradizionale in latino «non è realistica» perché l’amore dei giovani cattolici per la tradizione è «inarrestabile». Lo riporta LifeSite.
«A dire il vero, non credo sia realistico. Guardiamo alla generazione più giovane. A loro piace molto la tradizione», ha detto il prelato al giornalista Raymond Arroyo durante la trasmissione «The World Over» del canale televisivo cattolico statunitense EWTN.
«Apprezzano il modo più classico in cui la Chiesa celebra il culto, la Messa tradizionale», ha affermato, citando anche l’interesse per la Messa del Novus Ordo celebrata «in modo più tradizionale, con il sacerdote ad orientem, la musica sacra e grande solennità e riverenza».
«Desiderano questa profonda tradizione. Li conduce in un luogo molto intimo», ha affermato l’arcivescovo statunitense. «È inarrestabile. È ciò che attrae i giovani e continuerà a farlo.»
L’arcivescovo di San Francisco, che la scorsa settimana papa Leone XIV ha nominato membro della più alta corte vaticana, ha inoltre respinto le affermazioni del cardinale Arthur Roche, il capo dell’ufficio liturgico del Vaticano, secondo cui Leone XIV non modificherà le restrizioni imposte da papa Francesco al rito tradizionale.
«Non so quanto bene conosca il pensiero del Santo Padre», ha detto l’arcivescovo Cordileone a proposito di Roche. «Tuttavia credo che una cosa sia chiara a tutti: il Santo Padre vuole unire tutti. Per lui l’unità è fondamentale», ha continuato.
«La mia preoccupazione è che, se queste restrizioni rimarranno in vigore, come ho affermato nella mia dichiarazione, le persone si sentiranno costrette a cercare un luogo dove nutrirsi spiritualmente secondo la forma più tradizionale di culto della Chiesa, al di fuori delle istituzioni e delle comunità ufficialmente riconosciute», ha detto l’arcivescovo. «E lo faranno».
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Il cardinale Roche ha dichiarato mercoledì al settimanale cattolico eterodosso The Tablet che Papa Leone «non cambierà la Traditionis Custodes e non tornerà al Summorum Pontificum», il documento del 2007 di Papa Benedetto XVI che concedeva ai sacerdoti un permesso pressoché illimitato di celebrare la Messa in latino.
«Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso», ha affermato Benedetto XVI in una lettera che accompagnava la Summorum Pontificum.
In passato, Leone XIV ha manifestato il suo sostegno all’accesso alla Messa in latino, anche in una lettera inviata a marzo ai vescovi francesi. Allo stesso tempo, ha finora mantenuto in vigore il Traditionis Custodes e ha permesso ai vescovi di tutto il mondo di continuare a reprimere la Messa in latino e le pratiche liturgiche riverenti, come ha fatto il vescovo Michael Martin di Charlotte, che ha vietato la Messa in latino nelle chiese parrocchiali e proibito l’uso di balaustre e inginocchiatoi sull’altare.
L’arcivescovo Cordileone, dal canto suo, ha ripetutamente chiesto la fine delle restrizioni al rito tradizionale e ha anche incoraggiato la ricezione della Santa Comunione in ginocchio e l’uso delle balaustre dell’altare, sollecitando un «accesso più agevole» alla Messa in rito tradizionale dopo la consacrazione di quattro vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X all’inizio di questo mese, senza l’approvazione della Santa Sede.
La settimana scorsa papa Leone ha nominato l’arcivescovo Cordileone membro della Segnatura Apostolica, la più alta corte della Chiesa cattolica.
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Immagine di Dennis Calahan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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