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Mons. Viganò: Europa delirante e guerrafondaia verso il Nuovo Ordine Mondiale

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Renovatio 21 pubblica l’intervento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò al convegno «Eurasia e valori tradizionali: la sfida al globalismo» tenutosi a Verona il 5 Aprile 2025.

 

Cari Amici, 

permettetemi anzitutto di porgere a tutti voi il mio saluto e un ringraziamento per l’opportunità offertami di partecipare a questo evento. Come sapete, ho avuto modo di intervenire al Convegno Internazionale dei Russofili il 14 Marzo 2023 e il 28 Febbraio 2024.

 

Anche in quelle circostanze ho ribadito il mio appoggio e la mia vicinanza spirituale al popolo Russo e al suo Presidente Vladimir Putin, evidenziando le pretestuose menzogne che la propaganda globalista diffonde impunemente per legittimare un conflitto che non avrebbe mai dovuto iniziare.

 

Non posso che rallegrarmi per il riavvicinamento tra l’America di Trump e la Russia di Putin, in un momento in cui gli eversori dell’Unione Europea cercano a tutti i costi di sabotare i colloqui di pace e aizzare contro entrambi Zelensky, il loro corrotto fantoccio. 

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La situazione politica internazionale

Mentre siamo qui a confrontarci su temi che ci stanno particolarmente a cuore, i nostri governanti pianificano il riarmo dei Paesi europei, motivandolo con la presunta minaccia che la Federazione Russa rappresenterebbe per la pace e la sicurezza internazionale. Eppure sappiamo bene che è stata la NATO a non rispettare gli impegni assunti, relativi alla non espansione delle basi verso Est, con la complicità del deep state angloamericano nella destabilizzazione dell’Ucraina mediante regime change sponsorizzato da USAID.

 

La costituzione di un esercito comune serve in realtà a creare le premesse per la creazione di un soggetto europeo che assorba e annulli le sovranità nazionali, e che sia in grado di forzare gli Stati membri – in attesa di fagocitarli – mediante l’uso della forza militare. Se l’Ungheria o la Romania o qualsiasi altra Nazione non sottomessa ai diktat di Bruxelles dovesse creare problemi al perseguimento degli scopi dell’Unione Europea, potremmo infatti vedere l’esercito della von der Leyen muovere su Budapest o Bucarest, magari con militari islamici arruolati tra le orde di immigrati che ci invadono.

 

Ci pensi bene la Premier Meloni, e dia ascolto a chi nella coalizione di governo conserva maggior obbiettività di alcuni membri «europeisti» del suo partito e di Forza Italia. Non dimentichiamo che le forze armate sono istituzioni che devono godere di legittimazione democratica: poste sotto il controllo di una entità superiore, sono di fatto uno strumento di coercizione illegittima di una dittatura. Ma questo, in una prospettiva a lungo termine, è esattamente ciò che si prefigge concretamente la sinarchia globalista: creare una nazione europea che a sua volta confluisca nel governo unico del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Sarà da vedere se gli Stati Uniti consentiranno la creazione di un esercito potenzialmente nemico, che paradossalmente opererebbe nel quadro della NATO di cui Washington ancora fa parte. 

 

 

Le vere ragioni del riarmo

Come per le precedenti emergenze, pandemica e ambientale, la ragione ufficiale della paventata emergenza bellica serve a nascondere altri scopi: il vero obiettivo del piano Rearm Europe – ribattezzato Readiness 2030, con significativi richiami all’omonima Agenda – è consentire alla Germania e alla Francia, oltre che alla Gran Bretagna, di convertire il settore automobilistico distrutto dalle folli politiche del NetZero nella produzione di armi e carri armati.  (…)

 

E mentre il contribuente paga i disastri dell’Agenda 2030, la von der Leyen si appresta a metter le mani sui conti correnti dei privati per finanziare con oltre 800 miliardi di euro i suoi deliri guerrafondai, con l’incoraggiamento dei leader nazionali, allettati dalla prospettiva di produrre armamenti a spese dei propri cittadini e in deroga ai parametri di Maastricht.

 

Certo, vedere riunita a Roma in Piazza del Popolo, il 15 Marzo scorso, la Sinistra pacifista per sostenere il riarmo ha del surreale, reso grottesco dalla presenza di chi è pronto a rinnegare le proprie idee a comando, e a pagamento. Ma non possiamo dimenticare che la Sinistra di Elly Schlein si vuole erede di quell’eversivo Manifesto di Ventotene, nel quale il (…) «padre fondatore» dell’Unione Europea Altiero Spinelli teorizzava la dittatura del proletariato, l’inutilità del processo democratico e l’uso di un esercito europeo per costringere le masse all’obbedienza.

 

Vi è chi sostiene che nei negoziati di pace per l’Ucraina non si possa escludere Zelensky, nonostante sia palesemente perdente su tutti i fronti e non goda di alcuna legittimazione, avendo egli proibito le elezioni presidenziali e messo al bando i partiti di opposizione ucraini. Nel 2023 scrivevo: 

 

«L’Ucraina agisce come testa di ariete nella proxy war della NATO contro la Federazione Russa, per cui dovremmo anzitutto smettere di considerare Zelensky come un interlocutore negli eventuali accordi di pace: se non ha contato nulla nella dichiarazione di guerra e nel proseguimento delle azioni militari sinora condotte, non vedo quale dovrebbe o potrebbe essere il suo ruolo a un tavolo di pace». 

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È ciò che hanno dichiarato recentemente i Presidenti Putin e Trump, nell’apprestarsi a negoziare la fine di un conflitto disastroso, che si sarebbe potuto evitare se solo si fosse fatto rispettare l’accordo di Minsk. In quest’ottica, la tregua voluta da Macron e da Starmer, peraltro già violata, sembra finalizzata – come già avvenuto in precedenza – a prender tempo per riarmare l’Ucraina e proseguire la guerra, e non per porvi fine. 

 

Il Generale Marco Bertolini ha recentemente dichiarato: 

 

«Il Regno Unito […], dopo aver ripudiato l’Europa Unita fuoriuscendone con un referendum, vuole ora mettersi a capo dei restanti Paesi europei per portarci tutti in guerra per realizzare il suo obiettivo storico, quello di distruggere la Russia per smembrarla in tanti piccoli Stati vassalli e depredarne con il suo classico spirito colonialista le immense risorse. Le élites europee […] oggi vorrebbero di nuovo attaccare la Russia portando ancora una volta guerra e distruzione in Europa. Il paradosso è che questa guerra la vogliano tutti coloro che hanno sbandierato fino ad ora i colori della pace e ciarlato di Europa di Pace, di Libertà e di Democrazia proprio nel momento in cui USA e Federazione Russa stanno trovando un accordo di pace. Falsi, più falsi di una banconota da 1 euro. Per questo motivo spero vivamente che questa orribile Unione Europea, oligarchica, guerrafondaia, autoritaria e antipopolare, fallisca presto e che Stati veramente sovrani trovino forme di collaborazione e cooperazione diverse da quelle attuali tendenti alla Pace e al benessere sociale ed economico dei loro cittadini».

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Focolai di nuovi conflitti

Eppure, proprio mentre sembra scongiurata l’ipotesi di una Terza Guerra Mondiale nel cuore dell’Europa, ecco aprirsi un nuovo fronte in Medioriente, dove questa volta la proxy war è condotta dagli Stati Uniti contro lo Yemen, e di conseguenza l’Iran. Dobbiamo sperare e pregare che il Presidente Trump non si lasci coinvolgere in un nuovo conflitto, che fa il gioco di chi, in Israele, è delegittimato dai suoi stessi cittadini.

 

Un altro fronte è quello della Siria, dopo il colpo di stato che ha portato al governo il terrorista islamico Abu Mohammed al-Jolani, spodestando il legittimo Presidente Bashshār al-Assad. Il Vicepresidente americano JD Vance ha denunciato la persecuzione e il genocidio della minoranza cristiana e alawita, ma nel frattempo l’Unione Europea ha annunciato poche settimane fa l’invio di 5,8 miliardi di euro di aiuti per chi in Siria massacra i nostri fratelli Cristiani.

 

E a Gaza, per l’ennesima volta, il criminale di guerra Netanyahu infrange il cessate il fuoco e continua a sterminare i civili palestinesi, con l’alibi di voler eliminare i terroristi di Hamas. 

 

 

L’azione eversiva delle lobby

Ci troviamo insomma dinanzi ad una situazione politica estremamente complessa, nella quale le decisioni sono assunte quasi sempre da persone che non hanno alcuna legittimazione democratica e che rispondono a potenti lobby sovranazionali.

 

Lo abbiamo visto, qui in Italia, con l’intervento di Mario Draghi dello scorso 18 Marzo, volto a perorare la necessità di «una catena di comando superiore che coordini eserciti eterogenei e si distacchi dalle priorità nazionali». Mi chiedo se all’epoca del Presidente Cossiga questa dichiarazione eversiva non avrebbe meritato (…) l’arresto per alto tradimento.

 

Nella mente degli eurocrati, il nostro ruolo deve limitarsi a pagare di tasca nostra – e forse anche con le nostre stesse vite – i deliri di potere dell’élite di Bruxelles. E se allo stanziamento di 800 miliardi di euro per il riarmo da parte dell’Unione Europea si affianca l’attivazione della valuta digitale da parte della BCE (prevista per il prossimo ottobre), comprendiamo bene che il controllo del Sistema sul denaro dei cittadini diventa totale e sarà per noi impossibile ribellarci alle scelte dei tiranni globalisti. 

 

Credo non occorra essere degli esperti di strategia internazionale per comprendere che questo quadro sia tutt’altro che tranquillizzante, perché gli interessi economici di grandi fondi di investimento – cui fanno capo tanto le industrie farmaceutiche quanto le banche e l’industria bellica – sono i principali fautori dell’ideologia globalista, e allo stesso tempo ne sono i primi, se non gli unici beneficiari.

 

 

Pax christi in regno Christi

Ciò che è evidente è che la pace costituisce un’eventualità che molti, troppi interessi devono assolutamente scongiurare. D’altra parte – e qui vi parlo da Vescovo – la Pax Christiana non ha nulla a che vedere con la pace del mondo.

 

Ce lo ha ricordato Nostro Signore, nel Suo splendido discorso tenuto agli Apostoli durante l’Ultima Cena: Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore (Gv 14, 27).

 

Perché la pace di Cristo presuppone un ordine morale e sociale che questo mondo non comprende e non vuole, finché non si converte e non torna a Cristo.

 

Perché la pace di Cristo dipende dal riconoscerLo come Re e Signore di tutte le società terrene, dal comprendere che l’unico detentore dell’autorità in terra è Nostro Signore, e che il potere dei governanti è legittimo solo se esso è esercitato nei confini del bene che Dio ha stabilito.

 

Perché la pace di Cristo è esattamente l’opposto del pacifismo ipocrita di un mondo anticristiano asservito all’Avversario. Pax Christi in regno Christi, dice l’adagio: ma quale pace si può avere, dove diventa hate speech proclamare che Cristo è Re?

 

 

L’attacco alla società occidentale

E qui veniamo al punto focale del nostro incontro.

 

L’oggetto del vostro Convegno è Eurasia e valori tradizionali: la sfida al globalismo. Permettetemi di farvi notare che questa non è una sfida, ma una guerra non convenzionale, non dichiarata: una guerra senza quartiere, nella quale una minoranza eversiva di criminali che ha usurpato il potere a tutti i livelli intende soggiogare i popoli dell’Occidente un tempo cristiano, addirittura mettendoli in guerra contro l’Islam per assistere cinicamente alla reciproca distruzione.

 

Noi ci confrontiamo con una lobby di personaggi ampiamente compromessi, moralmente corrotti, intellettualmente traviati e tenuti sotto ricatto per crimini esecrandi. Questa lobby, infiltratasi fino ai vertici delle istituzioni civili e religiose, rappresenta una minaccia mortale – letteralmente – per l’umanità intera, che considera alla propria mercé e che intende decimare, per poi rendere schiavi i sopravvissuti. 

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In questi ultimi anni abbiamo assistito alla definitiva demolizione dei principi che costituiscono i fondamenti della Civiltà cristiana, con la complicità della chiesa bergogliana non meno corrotta e ricattabile. E quell’atteggiamento rinunciatario che alcuni di voi credevano motivato da tolleranza o dal desiderio di concordia tra i popoli si è rivelato invece colpevole complicità con il nemico, cortigiano asservimento al piano globalista e vile tradimento dei popoli. 

 

La sostituzione etnica e l’islamizzazione delle nostre città mediante l’invasione di immigrati clandestini; la propaganda woke in favore delle perversioni morali dell’ideologia LGBTQ e gender; la farsa pandemica e vaccinale con la complicità dei media mainstream e della classe medica; la frode climatica, basata su teorie palesemente infondate e su assurdi allarmismi; la guerra come mezzo per occultare la corruzione della classe dirigente occidentale; la distruzione della famiglia naturale; l’impoverimento sistematico delle classi più deboli e la continua riduzione delle tutele sindacali e previdenziali: tutti questi attacchi alla nostra società non sono frutto di mere contingenze, ma il risultato di un piano eversivo che parte dall’élite globalista e principalmente dal World Economic Forum, con il finanziamento da parte di USAID e di altre agenzie governative americane durante le Amministrazioni precedenti.

 

Il taglio dei fondi deciso negli Stati Uniti dal DOGE ha portato alla luce una macchina infernale pensata per interferire – a spese del contribuente e a suo danno – nel governo delle Nazioni e sovvertire l’ordine sociale: finora ne abbiamo visto solo la punta dell’iceberg. Siamo tutti persuasi che l’azione di Soros e delle sue fondazioni “filantropiche” vada fermata e punita, come già sta avvenendo in alcuni Stati.

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La minaccia del globalismo woke

Per queste ragioni, cari amici, non parlerei di «valori tradizionali», quasi si trattasse di qualcosa di antiquato che meriti di rimanere presente nella nostra memoria come in un museo. La Tradizione – nella sua accezione cattolica – consiste nel tenere accesa la fiamma sacra della Verità, e non nel conservarne le ceneri.

 

Se oggi voi siete qui, come eravate nelle piazze a protestare contro il green pass e più recentemente contro la propaganda guerrafondaia della Sinistra radicale, è perché avete capito che la minaccia non viene dall’esterno, né tantomeno è rappresentata dalla Federazione Russa; ma che essa è costituita da chi, senza alcuna legittimazione, ai vertici degli Stati e dell’Unione Europea sta perseguendo l’instaurazione di una dittatura globale.

 

Questa dittatura vuole distruggere ogni residuo di sovranità nazionale, di identità, di cultura, di religione, di civiltà. Deve uccidere ogni speranza, disarmare ogni protesta, silenziare ogni critica, criminalizzare ogni voce dissenziente, impedire ogni confronto: perché oltre alla violenza e alla censura, essa non ha alcun argomento per legittimare la propria azione tirannica.

 

Ecco perché non userei il termine «valori», ma «principi»: perché i valori sono soggetti a cambiamento, mentre i principi si fondano sulla verità e rimangono immutabili nel tempo.

 

Voglio essere ancora più chiaro, e spero che vorrete perdonarmi se potrò apparire un po’ tagliente nelle mie affermazioni. Se crediamo di poter combattere la minaccia epocale del globalismo massonico continuando a difendere «valori» come il Risorgimento, la democrazia o la Resistenza, siamo decisamente fuori strada.

 

Queste idee hanno in comune la matrice rivoluzionaria, che è intrinsecamente antiumana e anticristica. La società moderna ha dimenticato, anzi calpestato i diritti sovrani di Dio per sostituirli con i «diritti dell’uomo» che si fa dio; e molti continuano a non comprendere che se non riconosciamo all’autorità terrena un limite datole dalla sua necessaria conformità con l’autorità divina da cui essa promana, apriamo la via ad un regime totalitario in cui il potere è autoreferenziale e quindi assoluto. 

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Instaurare omnia in Christo

Se la Federazione Russa e il suo Presidente Vladimir Putin sono oggi nemici del globalismo, è proprio in ragione della loro riappropriazione di un’eredità cristiana che il materialismo ateo aveva cercato di cancellare. Ed è a questa eredità – che noi Italiani abbiamo avuto la grazia di ricevere ben prima che i Santi Cirillo e Metodio convertissero a Cristo i popoli slavi – che dobbiamo tornare anche noi: non celebrandola come vestigio di un passato glorioso ma tramontato, bensì facendola rinascere, rendendola viva e palpitante nelle nostre vite, nei nostri focolari, nelle nostre Nazioni.

 

Questa eredità tornerà a risplendere non come semplice valore tradizionale, ma come ragione della nostra stessa esistenza, poiché fondata su Nostro Signore Gesù Cristo, Alfa e Omega, principio e fine di ogni cosa, Signore del tempo e della Storia.

 

Ha ragione il Primo Ministro Viktor Orbàn: occorre rifondare l’Europa – non l’Unione Europea, sia chiaro – sul Cristianesimo, e questa rinascita morale e sociale è possibile solo nella difesa delle sovranità nazionali, nella tutela della famiglia, con una riforma economica finalmente svincolata dal giogo della finanza usuraia, nella promozione di pacifici accordi di cooperazione tra gli Stati. E nella messa al bando degli eversori che cospirano per ucciderci nel corpo e nell’anima.

 

Per combattere il globalismo occorre essere immuni dai suoi errori e dai suoi inganni. Iniziamo a smantellare le falsità e le frodi che esso ha costruito, e torniamo a Cristo, proclamando la Sua universale Signoria e dando, noi per primi, testimonianza del Suo Vangelo.

 

Questo è il mio auspicio, in questi giorni della Quaresima che ci preparano alla Pasqua. Facciamo nostro il grido degli Apostoli, squassati dalla tempesta sul lago di Galilea: Signore salvaci: siamo perduti! (Mt 8, 25).

 

Il sonno nel quale il Salvatore sembra ignorare le nostre paure finirà nel momento in cui avremo finalmente il coraggio di rivolgerci all’Unico che può davvero salvarci, a Colui che comanda agli elementi, al Principe della Pace. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo, già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

 

5 Aprile 2025
Sabato della IV Settimana di Quaresima

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Il diavolo suona il flauto

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Le ripugnanti bestemmie pronunciate in alcune istituzioni ecclesiastiche non suscitano alcuna reazione da parte delle autorità, troppo impegnate a sinodalizzare.   Un articolo (1) pubblicato sul sito web della Conferenza Episcopale Tedesca, katholisch.de, ha scatenato proteste in tutti i media cattolici conservatori. Il testo recensisce, senza la minima analisi critica, un libro pubblicato da Simone e Claudia Paganini, professori di teologia, esegesi e filosofia, entrambi considerati ferventi cattolici. (2)   Il libro cerca tracce di disturbi psicologici in diverse figure bibliche: depressione in Mosè, disturbo ossessivo-compulsivo in Giobbe (visto che offre sacrifici per i possibili peccati dei suoi figli), tendenze maniacali in Giuditta, propensione all’alcolismo in Gesù stesso (dato che i suoi avversari lo chiamano ubriacone) e narcisismo in Dio, poiché afferma di essere l’unico Dio. E questo è tutto ciò che ci serviva.   Di fronte a questa ripugnante bestemmia, stiamo ancora aspettando i comunicati che annunciano il divieto di ogni preghiera pubblica nei santuari di Lourdes o Mariazell per tali autori e per tutti coloro che li raccomandano, come la Conferenza Episcopale Tedesca. Quale reazione ci potrebbe essere? «E allora?» direbbe Gesù (3), secondo il vangelo apocrifo di padre Arnaud Alibert, caporedattore di La Croix.

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Come per le controversie sulle unioni contro natura, ci verrà detto che questa non è la cosa più importante (4). Ciò che è urgente è la sinodalità e la denuncia dei peccati contro l’ecologia (5). La Chiesa è stordita da incontri sinodali, mistagogici e kerygmatici, ed è ossessionata dai cubetti di ghiaccio e dalle specie in via di estinzione .   Si narra che un monaco del deserto vide, in lontananza vicino a un eremo, uno sciame di demoni che cercavano invano di indurre un eremita al peccato. Altrove, vicino a una grande città, si ergeva un singolo demone che suonava il flauto. Un anziano spiegò al monaco che in quella città il demone non aveva motivo di trovarsi, poiché gli umani svolgevano il suo lavoro. Tuttavia, il fedele monaco diede loro ben più filo da torcere.   Nelle sue regole per il discernimento degli spiriti, Sant’Ignazio analizza il fenomeno nel modo seguente:   «Riguardo a coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il nemico di solito fa quello di offrire loro piaceri apparenti, occupando la loro immaginazione con delizie e piaceri sensuali, per trattenerli e farli sprofondare ulteriormente nei loro vizi e peccati. Lo Spirito Buono, al contrario, agisce in loro in modo opposto: suscita turbamento e rimorso nella loro coscienza, facendo loro sentire i rimproveri della ragione».   Nella Chiesa conciliare, il diavolo può suonare il flauto.   Abate Nicola Cadiet   NOTE 1) https://katholisch.de/artikel/70153-experten-viele-biblische-figuren-zeigen-psychische-auffaelligkeiten 2) Basato su un’intervista rilasciata a Die Zeit: https://www.zeit.de/2026/38/zwischen-wahn-und-weisheit-simone-claudia-paganini-bibel-psychische-erkrankungen. 3) https://www.la-croix.com/a-vif/mariage-de-cristiano-ronaldo-la-star-du-foot-et-le-pape-sur-un-meme-terrain-20260821 4) https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026–04/conference-de-presse-leon-xiv-vol-papal.html 5) https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260821_prendersi-cura-casa-comune_it.html   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine da FSSPX.News  
     
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Messa tradizionale: dal rifiuto alla convivenza, si evita lo stesso problema

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Don Thomas Reese ammette di «odiare» la messa tradizionale, mentre il cardinale Robert Sarah condanna la “guerra” scatenata contro i suoi fedeli.

 

A distanza di due giorni, due influenti figure ecclesiastiche hanno dato, sulla Messa tradizionale in latino, giudizi apparentemente inconciliabili.

 

Il 25 agosto 2026, padre Thomas Reese ha pubblicato un articolo intitolato: Perché odio la vecchia Messa in latino: una confessione. Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha denunciato sul quotidiano italiano Il Giornale l’ostilità verso questa stessa liturgia, definendola «miope», «ideologica» e «distruttiva per la Chiesa».

 

La contraddizione è evidente, ma non deve oscurare una convergenza più profonda: né il gesuita americano né l’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino mettono in discussione la validità del nuovo rito. Uno vuole proseguire la riforma; l’altro vuole permettere alle due liturgie di coesistere e influenzarsi reciprocamente. La vera causa della crisi, quindi, rimane al di fuori del dibattito.

 

Thomas Reese, una voce influente del progressismo americano

Padre Thomas J. Reese non è né un oscuro editorialista né un ecclesiastico con una carica ufficiale in ambito liturgico. Nato nel 1945, è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1962 ed è stato ordinato sacerdote nel 1974. È una delle figure più note del progressismo cattolico americano.

 

È stato vicedirettore della rivista gesuita America dal 1978 al 1985 e poi direttore dal 1998 al 2005. Il suo abbandono della direzione è avvenuto dopo diversi anni di tensione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, in merito alla pubblicazione di articoli che contestavano la dottrina della Chiesa.

 

In seguito è diventato editorialista e poi analista per il National Catholic Reporter, prima di essere nominato analista senior del Religion News Service, una delle principali agenzie di stampa religiose americane. Autore di diversi libri sulle conferenze episcopali, sull’organizzazione della Chiesa e sul funzionamento del Vaticano, viene spesso interpellato dai media per commentare le questioni di attualità del cattolicesimo.

 

Nel 2014, Barack Obama lo ha anche nominato membro della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, che ha presieduto dal 2016.

 

Le sue osservazioni, pertanto, non implicano alcuna autorità ecclesiastica, ma rappresentano una corrente influente all’interno del cattolicesimo americano e ci permettono di valutare la persistente ostilità di certi ambienti nei confronti della liturgia tradizionale.

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La Messa tradizionale, questo «zombie» che si rifiuta di morire

Il titolo scelto da Padre Reese non lascia spazio ad ambiguità: Perché odio la vecchia Messa latina. Il testo assume la forma di una confessione immaginaria, in cui il gesuita interpreta il ruolo del penitente. Fin dalle prime righe, ammette di aver espresso il suo «odio per la vecchia Messa». Poi segue la similitudine, pensata per fare impressione: «La vecchia Messa in latino è come uno zombie. Pensavamo fosse morta, ma continua a tornare».

 

Padre Reese ricorda il passaggio dal latino all’inglese nel 1964: «Pensavamo che sarebbe scomparsa», o che i fedeli si sarebbero accontentati di «una versione latina della nuova liturgia». Ma, osserva con sgomento, «Non è successo niente del genere». Il termine «zombie» rivela il presupposto di fondo dell’intera riforma: la Messa tradizionale doveva morire. La sua continua esistenza da allora non è vista come una testimonianza della sua fecondità, ma come l’anomalo ritorno di ciò che i riformatori credevano di aver definitivamente seppellito.

 

Il gesuita chiarisce di non avere nulla contro i fedeli legati a questa liturgia: «Molti sono brave e pie persone. Trovano nutrimento spirituale nella loro Messa». «Ma questa concessione è immediatamente accompagnata da un giudizio condiscendente: «Con una catechesi migliore, credo che apprezzerebbero la nuova liturgia». Se questi fedeli preferiscono la Messa tradizionale, è quindi perché non sono ancora stati adeguatamente preparati alla riforma.

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Dall’obbedienza al cambiamento costante

Don Thomas Reese ammette, tuttavia, di aver amato lui stesso la Messa tradizionale. Vi partecipava quotidianamente durante la sua giovinezza e la seguiva senza difficoltà in un messale bilingue. Quando entrò nel noviziato, nel 1962, pensava che sarebbe rimasta la Messa della sua vita.

 

Perché allora ne accettò l’abbandono? La sua ragione principale non era dottrinale, ma disciplinare: «Se la Chiesa dicesse che la Messa deve essere in inglese, ci inchineremmo e lo faremmo senza discutere». Critica quindi i cattolici legati alla Tradizione per non praticare la stessa obbedienza: «Se vogliono essere tradizionalisti, dovrebbero obbedire al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare».

 

La questione del valore intrinseco della riforma viene quindi respinta. Ciò che la Chiesa aveva venerato per secoli poteva essere abbandonato quasi all’istante non appena l’autorità avesse dato l’ordine. E poiché l’obbedienza funge da test, ulteriori modifiche possono sempre essere imposte utilizzando lo stesso metodo.

 

Il principio generale, inoltre, è chiaramente formulato dal gesuita: «La Messa è cambiata costantemente nel corso della storia. La nostra tradizione è quella di cambiare». L’evoluzione organica della liturgia diventa così una giustificazione per gli sconvolgimenti orchestrati da alcune Commissioni. Il cambiamento non è più il risultato di un lento e omogeneo sviluppo del rito ricevuto; esso stesso diventa la norma. Siamo immersi nel modernismo evoluzionistico.

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Una riforma che deve continuare

Padre Reese non si limita a difendere il Messale di Paolo VI contro la Messa tradizionale; chiede che la trasformazione della liturgia continui.

 

Desidera una nuova traduzione inglese del Messale, una prefazione specifica per ogni domenica e nuove preghiere eucaristiche ispirate a ciascuno dei Vangeli o alle Epistole di San Paolo. Si rammarica che coloro che auspicano «nuove riforme liturgiche» non riescano più ad attirare l’attenzione.

 

Ammette persino di provare invidia per i sostenitori della Messa tradizionale: «Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, ricevono un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media».

 

La vecchia Messa, quindi, non è odiata solo per il suo linguaggio o le sue cerimonie, ma perché persiste. La sua permanenza contraddice il concetto di una liturgia infinitamente trasformabile.

 

Questa opposizione si estende anche alla dottrina della Messa. Padre Reese afferma: «Nell’Eucarestia preghiamo con Gesù, non Gesù». Sostiene inoltre che prima della riforma «eravamo praticamente all’oscuro dello Spirito Santo». Tali affermazioni accusano ingiustamente secoli di liturgia cattolica e rivelano la nuova concezione del culto che accompagna il rifiuto del rito tradizionale.

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Il cardinale Sarah condanna la «guerra» liturgica

Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha espresso un’opinione quasi diametralmente opposta su Il Giornale.

 

L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino attribuisce l’avversione al latino e al canto gregoriano a «certi circoli culturali autoreferenziali». Questa ostilità gli sembra «più psicologica che realmente fondata» e principalmente generazionale: «Quando la generazione del ’68 non ci sarà più, anche queste infondate posizioni unilaterali scompariranno».

 

Il contrasto con padre Reese è sorprendente. Il gesuita, entrato nel noviziato nel 1962, incarna proprio quella generazione che conosceva la vecchia Messa, ne ha accettato la scomparsa e fa del cambiamento liturgico un principio.

 

Il cardinal Sarah, d’altro canto, rende omaggio ai fedeli che devono percorrere lunghe distanze per trovare una Messa tradizionale: «Non posso che ammirare questa grande espressione d’amore per Dio». Sottolinea inoltre che «il fenomeno si sta diffondendo sempre di più». La Messa che don Reese credeva morta sta quindi attirando sempre più fedeli, famiglie e giovani sacerdoti.

 

Il prelato, infine, esprime un giudizio molto severo su Traditionis Custodes. Ha giudicato la decisione di Francesco «né saggia né rispettosa», soprattutto perché presa mentre Benedetto XVI era ancora in vita.

 

Un rito che «conserva e promuove la fede»

Il cardinale afferma che l’accesso a una liturgia tramandata da secoli non dovrebbe dipendere da decisioni amministrative arbitrarie: «L’accesso a forme rituali riconosciute che esistono da secoli non può mai essere artificialmente limitato da decreti».

 

Collega direttamente la vitalità di un rito alla sua capacità di trasmettere la fede: «Se un rito non servisse alla fede, morirebbe da solo». Ma se «conserva e promuove la fede», aggiunge, limitarlo equivarrebbe a ostacolare «la conservazione e la diffusione della fede stessa».

 

Il rito, che padre Reese ha definito uno «zombie», diventa, secondo il cardinal Sarah, una liturgia viva che nutre e trasmette la fede. Ciò che il primo vorrebbe veder scomparire è ciò che il secondo ammira per la sua fecondità.

 

Il cardinale conclude condannando fermamente l’atteggiamento delle autorità che perseguitano i fedeli legati alla vecchia Messa: «Non possiamo, come Chiesa, muovere guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa». Un tale atteggiamento è, a suo avviso, «miope e del tutto ideologico», «non pastorale e anticristiano», e infine, «dannoso e distruttivo per la Chiesa».

 

Queste parole sono vere. Non si può che concordare con la condanna della guerra condotta contro i sacerdoti e i fedeli a causa del loro attaccamento alla liturgia tradizionale. Ma il cardinal Sarah non affronta la questione essenziale.

 

La coesistenza dei riti non è la soluzione

Per il cardinale Sarah, il conflitto potrebbe essere superato permettendo ai fedeli di scegliere pacificamente tra le due liturgie. Attribuisce quindi a Benedetto XVI l’intenzione di permettere al popolo cristiano, «nel corso dei decenni», di determinare quale forma si adattasse meglio al suo modo di vivere la fede. Riassume la questione parlando dei fedeli che «preferiscono una forma all’altra».

 

Tuttavia, l’attaccamento alla Messa tradizionale in latino non è una questione di preferenza personale tra due espressioni ugualmente appaganti della stessa fede. Non si tratta di scegliere tra il latino e la lingua volgare, tra il canto gregoriano e gli inni moderni, tra una celebrazione silenziosa e una liturgia più comunitaria. Il problema è dottrinale.

 

La Fraternità San Pio X, dal canto suo, non ha mai chiesto che al rito tradizionale venga dato un posto accanto al nuovo rito, come una sensibilità tra le altre. Non cerca la pacifica coesistenza di due riti opposti nei princìpi e nelle espressioni. Essa sostiene che il Novus Ordo stesso presenta gravi carenze che mettono a repentaglio la piena espressione della fede cattolica nella Messa.

 

La soluzione non sta nell’organizzare in modo permanente la coesistenza delle due liturgie, ma esige che sia riconosciuta la natura problematica della riforma stessa.

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La Messa antica come correttivo del nuovo rito?

Il cardinal Sarah ritiene che l’apertura introdotta da Benedetto XVI abbia avuto «un’influenza positiva», persino una «correzione», su certi abusi commessi nella celebrazione del nuovo rito. Aggiunge: «Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio».

 

Ma si premura subito di precisare che gli abusi, anche quelli molto gravi, non possono essere attribuiti alla forma ordinaria in sé: «Non possiamo mai identificarli con la forma ordinaria in sé».

 

Questo è il limite stesso della sua diagnosi. La Messa tradizionale viene accettata perché può contribuire a rendere il nuovo rito più dignitoso, più contemplativo e più conforme alle sue rubriche. Diventa uno strumento per correggere o arricchire la riforma liturgica.

 

Ma perché il rito tramandato attraverso secoli di Tradizione dovrebbe servire da correttivo a quello che pretendeva di sostituirlo? E se il nuovo rito deve ereditare dal vecchio il senso del sacro, la riverenza, il silenzio, l’orientamento verso Dio e la più chiara espressione del sacrificio, non dovremmo forse esaminare proprio ciò che gli manca?

 

Parlare solo di abusi consente di non mettere mai in discussione la riforma. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito ai celebranti, mentre tutto ciò che appartiene ai libri liturgici stessi viene dichiarato irreprensibile. La crisi diventa un incidente esterno al nuovo rito, anche se si è diffusa con esso in tutta la Chiesa latina.

 

Due risposte opposte, un principio preservato. Don Reese e il Cardinale Sarah sono dunque veramente in disaccordo sul destino della Messa tradizionale in latino. Il primo vorrebbe che scomparisse, il secondo che fosse autorizzata. Il primo considera il suo ritorno quello di uno “zombie”, il secondo lo vede come «una grande espressione d’amore per Dio».

 

Ma entrambi hanno lasciato intatto il principio della riforma di Paolo VI. Thomas Reese ne ha auspicato lo sviluppo, mentre il Cardinal Sarah ne ha deplorato gli abusi e ha voluto riequilibrarla con la vecchia liturgia. Nessuno dei due ammette che il nuovo rito possa essere viziato nella sua stessa struttura.

 

La confusione, quindi, non può che continuare. Alcuni chiederanno sempre ulteriori adattamenti, mentre altri cercheranno di celebrare in modo più degno un rito che si rifiutano di mettere in discussione. Le autorità romane alterneranno tolleranza e restrizione della Messa tradizionale.

 

Risalire alla causa

Già nel 1969, i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci avvertirono Paolo VI che il Novus Ordo Missæ «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino».

 

La loro critica non era rivolta a poche stravaganze estranee al messale; riguardava il rito stesso: la soppressione e le modifiche delle preghiere, l’indebolimento dell’espressione del sacrificio propiziatorio, la moltiplicazione delle opzioni, il nuovo ruolo attribuito all’assemblea e il desiderato riavvicinamento alle forme del culto protestante.

 

Fintanto che questa critica intrinseca verrà respinta, il dibattito rimarrà distorto. La Messa tradizionale è talvolta perseguitata come l’imbarazzante retaggio di un’epoca passata, talvolta tollerata come una legittima preferenza. Al contrario, essa deve essere riconosciuta per quello che è: il rito romano ricevuto e trasmesso dalla Chiesa, sicura espressione della fede cattolica e baluardo contro le ambiguità che hanno invaso il culto sin dalla Riforma.

 

La soluzione non è né la scomparsa auspicata da padre Reese, né la coesistenza proposta dal cardinal Sarah. Il rito tradizionale e il nuovo rito non sono due espressioni equivalenti tra cui i fedeli possono scegliere secondo la propria sensibilità, e organizzare la propria convivenza non fa altro che perpetuare la crisi liturgica.

 

Senza mettere in discussione il Novus Ordo in sé, si possono denunciare gli abusi, incoraggiare il latino, ripristinare il canto gregoriano e concedere qualche dispensa. Nulla si risolverà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di François-Régis Salefran via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

 

 

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Spirito

«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.   Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».   Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.

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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».   «Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.   È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.   «La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.   «Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».   «Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.   «È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»  

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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).   Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.   Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.   Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.   Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.   Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».

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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).   Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù   Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.   Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.   Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.   Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che lasciano la materia per vagolare nell’aria».   «Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […] comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».   «Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.   «Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».

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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».   «Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»   Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».   La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.   Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.  

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