Spirito
Mons. Viganò: chi era realmente San Francesco di Assisi
Renovatio 21 pubblica questa omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.
Il Venerabile Pontefice Pio XII, il 18 Giugno 1939, proclamò San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena Patroni d’Italia. Nel suo memorabile discorso, egli definì il Poverello «il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani». Permettetemi dunque di condividere con voi una breve meditazione su questo grande Santo, per meglio comprendere quali siano le sue virtù dalle quali prendere esempio e modello.
Prima di tutto, lasciatemi dire che cosa San Francesco non fu.
Non è quel giovinetto anarcoide ed efebico partorito dal regista Zeffirelli, nonostante che a quel modello effeminato e pacifista si siano abbeverati migliaia di sacerdoti, religiosi e suore.
San Francesco non ha nulla a che vedere con Dolce sentire, tanto melenso e insulso quanto apprezzato dai modernisti.
Non è quel frate ecumenico che incontra il Gran Sultano per dialogare senza convertire. Non è nemmeno quel figlio dei fiori ante litteram che tanto piace agli intellettuali di sinistra e ai preti di strada, né un antesignano dei pacifisti alla Sant’Egidio, o un ispiratore di vecchi e nuovi pauperismi.
Non è, insomma, un Santo «conciliare», anche se a quel preciso modello – falso e ideologicamente manipolato – si richiama la scelta del nome di colui che ha occupato il Soglio di Pietro. Vi è dunque un’icona, anzi direi quasi un archetipo a cui i Santi dovrebbero essere ricondotti per poter piacere ai seguaci del Concilio. Se vi è stato chi ha impunemente definito San Pio X un precursore del Vaticano II, potete ben immaginare che a questa sorta di maquillage ideologico non si sia potuto sottrarre nemmeno il Poverello d’Assisi.
Vediamo cosa fu invece Francesco, per come lo conosciamo dalle cronache e dalle testimonianze dei suoi contemporanei. Fu un giovane scapestrato che comprese come i beni di questo mondo fossero un intralcio verso la santità, e che scelse di unirsi a Donna Povertà, la sposa di colui ch’ad alte grida / disposò lei col sangue benedetto, come recita Dante (Par XI, 32-22), vivendo i consigli evangelici nella Regola dell’Ordine Serafico.
Francesco fu dunque povero, di quella santa povertà che non è miserabile né abbietta, ma nobile e fiera, perché fiduciosa dell’aiuto della Provvidenza.
Fu instancabile predicatore del Vangelo.
Nel 1219 egli si recò sino al Cairo, alla corte di al-Malik al-Kamil: in quella circostanza egli volle affrontare la prova del fuoco per dimostrare la verità della Fede cattolica e persuadere il Sultano alla conversione e a desistere dal combattere i Cristiani impegnati nella Quinta Crociata.
San Francesco fu promotore del decoro e della dignità della Liturgia. Nei suoi scritti leggiamo mille raccomandazioni sul rispetto e l’adorazione dovuti al Santissimo Sacramento e sappiamo che nulla lesinava per acquistare pissidi e vasi sacri da donare alle chiese povere.
Un’antifona del proprio dell’Ordine lo chiama Vir catholicus et totus apostolicus, e ricorda: Ecclesiæ teneri Fidei Romanæ docuit, presbyterosque monuit præ cunctis revereri, insegnò a professare la Fede Romana e ammonì a riverire i sacerdoti prima di chiunque altro. La sua venerazione per i Ministri dell’Altissimo era tale, da portarlo a rifiutare di ricevere il Sacerdozio considerandosene indegno.
Fu l’Ordine Serafico a istituire i Monti di Pietà e i «monti frumentari», per sottrarre i poveri all’usura praticata dai banchieri e dalle speculazioni dei mercanti: ben altro modo di concepire l’economia secondo il Vangelo rispetto agli investimenti spericolati di chi oggi veste il saio francescano…
Francesco fu insomma l’esempio eroico di quelle virtù che in un’epoca di crisi e di guerre avrebbero riformato la Santa Chiesa. Per questo Dante ci mostra accomunati dalla missione riformatrice e dalla povertà evangelica San Francesco e San Domenico: L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore (Par XI, 37-39).
Forse qualcuno ricorderà ancora, silenziosi e sorridenti, i frati mendicanti passare per via col sacco in spalla, a chiedere il pane avanzato dai fornai a fine giornata: quella presenza discreta e ammonitrice era l’ultima traccia dell’amore per Sorella Povertà, ormai cancellata dalla furia iconoclasta conciliare. Oggi i Francescani accumulano e sperperano ricchezze con ardite operazioni di speculazione finanziaria, rinnegando l’essenza della loro vocazione e l’esempio del loro Fondatore. Ma la povertà francescana non è miseria stracciona: è piuttosto distacco dai beni materiali, da usare per i poveri e per il Signore piuttosto che per le proprie comodità.
In che cosa, dunque, San Francesco fu «il più italiano dei Santi, il più santo degli Italiani»? Possiamo dire che fu il più italiano dei Santi, perché in lui si mostrò quell’indole propria al nostro popolo, fatta di carità serena verso i più poveri e i bisognosi, quella carità che tanti Ordini e Congregazioni ha visto nascere nel corso dei secoli sotto il soffio dello Spirito Santo. Un’indole fatta di carità e di amore per Dio, di Fede solida e intemerata, di quotidiana testimonianza con l’esempio.
In Francesco troviamo anche quella incrollabile certezza nelle Verità eterne, di quella Roma onde Cristo è romano (Par XXXII, 102) che ancora sopravvive nel nostro popolo nonostante l’azione devastatrice della gerarchia modernista. Egli fu anche il più santo degli Italiani, perché la sua vita fu esempio e modello di vera umiltà, di santa povertà, di totale abbandono a Dio e in Dio, al punto da ricevere le Sacre Stimmate che lo assimilassero anche nella carne alla Passione del Signore.
Egli portava su di sé i segni dell’infinita Carità di Cristo, dinanzi alla quale ogni bene terreno, ogni ricchezza, ogni piacere scompare e si annichilisce, e ha un senso solo se orientato al Bene e all’eterna salvezza.
Non pauperismo, dunque, ma povertà per sé e tutto per Cristo. Non ecumenismo che mercanteggia le verità della Fede, ma zelo apostolico per la conversione delle anime lontane. Non pacifismo, ma ricerca della pace in justitia et sanctitate veritatis (Ef 4, 24), nella giustizia e nella santità che procedono dalla verità.
Il mondo odierno, ribelle a Cristo e ai Suoi santi, si è costruito un idolo con le sembianze del Poverello d’Assisi: un simulacro falso e menzognero come tutti gli idoli, in cui l’anima della povertà francescana è rimossa, privata della sua causa prima e del suo fine ultimo in Dio.
Qual è la costante che ritroviamo nelle opere di Dio? La gratuità dell’Amore che si mostra come perfettamente e semplicemente Vero.
E qual è la costante che ritroviamo nelle opere di Satana? Il prezzo dell’odio che si manifesta come oscenamente falso e ingannatore.
Satana ci offre cose non sue: le ricchezze di questo mondo, il potere, il successo, il consenso, il piacere. E ce le vende, barattando la sua paccottiglia con il tesoro della nostra anima immortale, che non ci appartiene e che siamo invece tenuti a conservare pura e santa per il momento del Giudizio. Ma questa realtà – così evidente a chi non ha gli occhi dell’anima bendati dai sensi e annebbiati dal peccato o dal vizio – sfugge altresì a chi pensa di essere libero ed è invece schiavo di sé, del mondo, del diavolo.
Se qualcosa della vita di San Francesco rimane ancora da imitare in questo mondo traviato e traditore, è il miracolo dell’azione della Grazia santificante in un’anima totalmente orientata in Dio, illuminata dalla luce della Sua Verità e infiammata della Sua Carità. Un’anima che comprende la vanità delle cose terrene e l’assoluto primato di quelle spirituali.
Un’anima generosa, capace di privarsi di tutto perché ha già tutto; pronta a rischiare la vita predicando Cristo, perché sa che la vera vita è Cristo stesso. Un’anima che non teme le privazioni, quando si è già spogliata del superfluo perché ha scoperto l’Unico Necessario.
Guardiamo all’esempio di questo grande Santo italiano non solo per ritrovare con fierezza le nostre comuni radici, dalle quali possa rinascere l’albero del Vangelo che ha reso grande e prospera la Civiltà cristiana della nostra amata Patria; ma anche per riscoprire in noi stessi, figli di questa terra benedetta da Dio e dalla presenza della Sede di Pietro, quel temperamento genuinamente cattolico e romano, che ci ha permesso già in passato di veder rinascere la Chiesa di Cristo mediante l’esercizio della povertà evangelica, la professione della vera Fede e la pratica della Carità.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò
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Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani
In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.
Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».
Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.
Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.
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Una necessità prevedibile
Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.
Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».
L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.
In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.
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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante
L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.
Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».
Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».
Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».
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Vescovi ausiliari senza giurisdizione
All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.
I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.
Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».
Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».
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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?
Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.
Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.
L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».
L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.
Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.
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Doppi standard
L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.
Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.
A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».
L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».
È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.
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Il difficile compito di giudicare
L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?
Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.
Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».
L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».
«L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.
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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?
Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.
La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».
Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.
Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.
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Il precedente del 1988
Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».
Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».
L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».
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La paternità di un superiore
Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».
Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.
Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
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La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX
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