Cina
Mar Cinese, Filippine vs. Cina: Marcos jr. si allinea alla sentenza dell’Aia
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il pronunciamento sarà usato per impedire che i cinesi calpestino i diritti marittimi di Manila. È cambio di linea rispetto alla politica del capo dello Stato uscente Duterte. Marcos jr. non vuole schierarsi però nel confronto geopolitico tra Cina e USA, come la maggior parte dei leader del sud-est asiatico.
Le Filippine sosteranno la sentenza della Corte internazionale di arbitrato dell’Aia che nel 2016 ha definito «senza basi legal le rivendicazioni cinesi su quasi il 90% del Mar Cinese meridionale. Lo ha detto ieri il presidente eletto Ferdinand Marcos jr. in un apparente mutamento di direzione rispetto alla politica del capo dello Stato uscente Rodrigo Duterte.
Sin dalla sua elezione sei anni fa, Duterte ha costruito un rapporto privilegiato con la Cina. A differenza del suo predecessore Benigno Aquino III, egli ha cercato di ridurre le tensioni con i cinesi, decidendo di ignorare il pronunciamento della Corte dell’Aia. In cambio Pechino ha offerto promesse commerciali e di investimenti che secondo i critici non si sono materializzate.
Insieme a Vietnam, Brunei, Malaysia, Taiwan e in parte l’Indonesia, le Filippine si oppongono alle pretese territoriali della Cina, che da anni continua militarizzare alcune isole e banchi coralliferi nel Mar Cinese meridionale.
Per contenere l’espansione di Pechino, le navi da guerra degli Stati Uniti compiono regolari pattugliamenti nei pressi di questi avamposti militari.
Durante la campagna per le presidenziali, Marcos jr. aveva mantenuto un profilo più cauto rispetto ai rapporti di Manila con la Cina. Il figlio dell’omonimo dittatore che ha governato il Paese dal 1965 al 1986, dichiarava di voler rimanere in termini amichevoli con Washington come con Pechino. Ora puntualizza che non lascerà che i cinesi calpestino i diritti marittimi delle Filippine.
Per smorzare i toni, Marcos jr. ha aggiunto che le Filippine non vogliono una guerra con la Cina. Egli ha indicato di voler trovare un punto di equilibrio tra Pechino e Washington, che si affrontano in un duro confronto geopolitico nel sud-est asiatico.
Il presidente filippino in pectore respinge poi l’idea di un sistema di relazioni statuali stile Guerra fredda, dove le due grandi potenze hanno le loro sfere d’influenza.
Quello di Marcos jr- è un pensiero condiviso dalla stragrande maggioranza dei leader regionali, che per i propri Paesi vogliono conservare la maggiore flessibilità diplomatica possibile, senza doversi schierare in modo aperto con i cinesi o gli statunitensi.
Ad esempio, in un’intervista rilasciata a Nikkei Asia il 20 maggio, il premier di Singapore Lee Hsien Loong ha salutato con favore il recente lancio dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity, il piano di cooperazione commerciale tra gli Stati Uniti e diversi Paesi asiatici promosso dall’amministrazione Biden (in chiave anti-Pechino).
Allo stesso tempo, Lee ha dichiarato di vedere in modo positivo l’eventuale ingresso della Cina nella Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP).
L’accordo di libero scambio è l’erede della Trans-Pacific Partnership (TPP), voluta in origine dall’ex presidente Usa Barack Obama per contrastare l’ascesa di Pechino e abbandonata nel 2017 da Donald Trump.
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Immagine di patrickroque01 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Cina
Taiwan espelle un cittadino cinese accusato di promuovere la maternità surrogata.
Le autorità di Taiwan hanno espulso un cittadino cinese accusato di promuovere la maternità surrogata nel Paese, nonostante tale pratica sia illegale. Lo riporta LifeSite.
L’uomo, noto online come «Berlinsun», è descritto come un influencer cinese con oltre un milione di follower sulle piattaforme social. È stato accusato di promuovere attività legate alla maternità surrogata, in particolare per gli omosessuali, fornendo loro consigli su come ottenere un figlio tramite tecniche di procreazione assistita.
Come riportato dal Taipei Times, «l’uomo era entrato a Taiwan con un visto turistico, ma ha svolto attività non coerenti con lo scopo della sua visita, violando le normative che regolano l’ingresso dei visitatori provenienti dalla Cina continentale».
Venerdì i funzionari del governo della città di Kaohsiung hanno annunciato che Berlinsun è stato espulso e multato di 200.000 dollari taiwanesi (6.100 dollari statunitensi) per aver violato la legge sull’assistenza medica del paese, che vieta a chiunque non sia un professionista medico autorizzato di pubblicizzare servizi medici. Le sue azioni hanno inoltre violato la legge nazionale sulla procreazione assistita, che proibisce la maternità surrogata a scopo commerciale.
Proprio il mese scorso le autorità di Taiwan hanno annunciato di aver smantellato un giro illegale di maternità surrogata che coinvolgeva una cittadina cinese e due taiwanesi, le quali si rivolgevano specificamente a una clientela maschile. I bambini nati attraverso questa pratica si trovano ora in una situazione di incertezza, mentre le autorità si adoperano per definire il loro status legale e accertare la loro paternità.
In Cina non esiste una legge nazionale che vieti o autorizzi espressamente la maternità surrogata. Il divieto poggia su un regolamento del ninistero della Salute del 2001, che proibisce a ospedali e medici di praticarla.
Nel 2015 un divieto generale, previsto nella bozza della riforma sulla pianificazione familiare, fu stralciato dai legislatori per timore che spingesse il fenomeno nella clandestinità. Ne risulta una zona grigia: agenzie e committenti non hanno sanzioni esplicite, i contratti non sono tutelati e i tribunali decidono caso per caso. Nella pratica prospera un mercato sommerso di agenzie e cliniche non autorizzate, colpito a intermittenza da operazioni di polizia. Altre coppie si rivolgono all’estero, soprattutto agli Stati Uniti. È il caso dell’attrice Zheng Shuang, che nel 2021 le autorità accusarono di sfruttare le lacune normative.
A Taiwano la legge sulla procreazione assistita riserva l’accesso alle coppie eterosessuali sposate con problemi di infertilità e non prevede la gestazione per altri, che di fatto resta vietata. Nel 2024 il ministero della Salute aveva proposto di legalizzarla in forma solidale. Davanti a consultazioni in cui circa l’80% dei pareri era contrario, ha però separato il tema dalla riforma. Il governo ha poi approvato una bozza che estende l’accesso a donne single e coppie lesbiche sposate.
Nel 2026 il Parlamento di Formosa ha esaminato più proposte: il TPP vorrebbe legalizzare anche la surrogata, mentre i gruppi femminili chiedono di trattarla a parte. Intanto chi la cerca, comprese coppie omosessuali, si rivolge ad agenzie all’estero.
Qui si innesta quindi il fenomeno, popolare nella Cina Popolare, del «turismo delle nascite», che consiste nel viaggiare negli Stati Uniti, in genere con visto turistico, per partorire e ottenere la cittadinanza del figlio. Agenzie, spesso in California, offrono pacchetti con alloggi per le madri e assistenza medica, a prezzi di decine di migliaia di dollari.
Partorire negli USA da turista non è di per sé un reato: lo diventa la frode sul visto. Nel 2019 la procura di Los Angeles ha incriminato 19 persone legate a questi circuiti, e nel 2024 due gestori sono stati condannati per cospirazione e riciclaggio. Dal 2020 un regolamento del dipartimento di Stato consente di negare il visto B-2 a chi viaggia soprattutto per questo scopo.
Il tema è diventato politico con l’ordine esecutivo di Trump contro lo ius soli. I suoi sostenitori citano il turismo delle nascite cinese come prova degli abusi, ma l’Avvocato generale ha ammesso che non esistono dati certi sulla dimensione del fenomeno. Il 30 giugno 2026 la Corte Suprema, con una decisione 6-3, ha annullato l’ordine e ribadito il principio fissato nel caso Wong Kim Ark (1898). Il presidente americano Donaldo Trump si è ironicamente «congratulato» con l’omologo sinico Xi Jinping e ha poi firmato nuovi ordini contro il fenomeno.
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Cina
Il Pentagono: i centri culturali cinesi sono una minaccia alla sicurezza nazionale
Secondo Hegseth, negli ultimi due mesi il dipartimento della Guerra ha «smantellato sistematicamente» 80 nuovi centri culturali finanziati dalla Cina in 30 università, aggiungendo «queste organizzazioni dormienti alla nostra lista di istituzioni che minacciano la nostra sicurezza nazionale». Il funzionario ha affermato che le entità prese di mira avevano cercato di «rubare proprietà intellettuale e di infiltrarsi nelle menti degli studenti americani», ma si è astenuto dal fornire prove concrete. Nel 2020, il Dipartimento di Stato americano ha designato gli Istituti Confucio come «missione estera della Repubblica Popolare Cinese», imponendo a tali istituzioni di fornire regolarmente al governo statunitense informazioni riguardanti il personale cinese, il reclutamento, i finanziamenti e le attività operative. Il Dipartimento di Stato ha descritto i centri culturali finanziati dalla Cina come «parte dei molteplici sforzi di propaganda di Pechino». Più tardi, nello stesso anno, l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo affermò che i centri stavano lavorando per reclutare «spie e collaboratori» nei college statunitensi, ed espresse la speranza che «riusciremo a chiuderli tutti». All’epoca, il ministero degli Esteri cinese accusò il Pompeo di minare deliberatamente gli scambi culturali ed educativi «screditando gli Istituti Confucio… [per] pregiudizi ideologici e opportunismo politico». Pechino ha esortato Washington ad «abbandonare la mentalità a somma zero della Guerra Fredda… [e a] smettere di interferire con i normali scambi culturali e tra le persone». Anche gli Istituti Confucio di diversi altri paesi occidentali hanno subito pressioni governative negli ultimi anni. Lo scorso anno, i media australiani hanno riportato che sei università locali avevano chiuso centri culturali finanziati da Pechino a seguito delle indagini governative, dimezzando così il numero di tali istituzioni nel paese. Nel 2020, diverse testate giornalistiche, tra cui il Times, hanno affermato che la Svezia era diventata la prima nazione europea a chiudere tutti gli Istituti Confucio e le relative aule. In Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito alcune università hanno interrotto o ridimensionato la collaborazione, mentre i parlamenti e le agenzie di sicurezza hanno chiesto più controlli e maggiore trasparenza sui finanziamenti. Nel Regno Unito il tema è stato legato anche alle norme sulle interferenze straniere. Pechino ha sempre respinto le accuse, sostenendo che gli istituti svolgono solo attività linguistiche e culturali, e ha riorganizzato la gestione affidandola a una fondazione formalmente non governativa.The War Department has designated Confucius Institutes as a threat to our national security. https://t.co/bvMTUBwGei
— Secretary of War Pete Hegseth (@SecWar) October 23, 2026
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Cina
I cinesi svelano il progetto di un carro armato in grado di rimanere immerso per due ore
La Cina sta sviluppando un prototipo di veicolo militare che potrebbe permettere a un carro armato di restare immerso fino a due ore, offrendo potenzialmente alle sue forze armate un nuovo strumento per avvicinarsi alle coste nemiche durante le operazioni anfibie. Lo riporta il giornale di Hong Kong South China Morning Post.
Il sistema in progetto consentirebbe a un mezzo blindato di spostarsi a profondità fino a 50 metri prima di riemergere e proseguire la missione sulla terraferma. L’obiettivo è garantire alle forze militari maggiore flessibilità negli assalti costieri, riducendo al contempo la dipendenza dai tradizionali mezzi da sbarco.
Il South China Morning Post riferisce che il progetto, elaborato dai ricercatori del Primo Gruppo Meccanico della Mongolia Interna e dell’Istituto di Tecnologia di Pechino, rientra in un più ampio sforzo volto a realizzare veicoli militari in grado di adattarsi rapidamente alle diverse condizioni del campo di battaglia.
Invece di progettare mezzi distinti per ogni ambiente, i ricercatori stanno sperimentando moduli intercambiabili che potrebbero consentire a un’unica piattaforma di assolvere più funzioni. I veicoli proposti integrerebbero inoltre droni per aiutare a rimuovere gli ostacoli e potenzialmente accelerare gli sbarchi anfibi.
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Sulla terraferma la piattaforma ibrida dovrebbe avere un’autonomia di circa 600 km e raggiungere velocità superiori a70 km/h. I ricercatori mirano inoltre a un tempo di reazione di nove secondi tra l’individuazione di una minaccia e l’inizio di un attacco.
I test iniziali hanno dato risultati promettenti per i componenti modulari del veicolo, ma le capacità subacquee non sono ancora state dimostrate. I ricercatori non hanno rivelato la velocità che il mezzo potrebbe raggiungere sott’acqua né la distanza che potrebbe percorrere una volta immerso.
Il concetto si inserisce nella pianificazione tecnologica militare a lungo termine della Cina per il periodo 2030-2050, nell’ambito del quale i ricercatori studiano come i veicoli blindati potrebbero operare in diversi scenari di combattimento.
Come riportato, la Cina sta preseguendo nella ricerca di armi laser, armi robotiche, armi spaziali e armi biologiche.
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Immagine generata artificialmente
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