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Lo strano caso del pilota di caccia abbattuto due volte

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Si ricorderanno i due piloti del F-15E Strike Eagle dell’aeronautica militare statunitense abbattuti da Teheran lo scorso 2 aprile. Dopo l’espulsione dall’abitacolo erano atterrati in pieno territorio iraniano, e uno dei due uomini rimase ferito per la difettosa apertura del paracadute. Si nascosero in qualche anfratto del monte Zagros, dove accorsero i nemici per catturarli. Le forze armate statunitensi riuscirono a recuperarli in una corsa contro il tempo, bombardando i convogli iraniani e dando fuoco, già che c’erano, ai rottami dei velivoli.

 

La vicenda, diffusa in questo modo, si arricchisce oggi di un bizzarro retroscena, pure segnalato dalla stampa mainstream statunitense, ad esempio sul New York Post.

 

Un mese prima, il 2 marzo, altri tre F-15E Strike Eagle si erano levati in volo per un’operazione di bombardamento. La contraerea del Kuwait, per motivi mai chiariti, aveva fatto fuoco e li aveva tirati giù. Gli equipaggi riuscirono a sbalzare dalle carlinghe e ad atterrare nelle ridenti piane della nazione alleata.

 

Il dettaglio finora non reso noto è che ad entrambe le operazioni aveva partecipato uno stesso pilota, e precisamente quello a cui il 3 aprile non si è aperto bene il paracadute ed è rimasto ferito. Pare sia la prima volta dai tempi della guerra in Vietnam che un pilota venga abbattuto per due volte in meno di un mese.

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La circostanza induce a pensare: chi sarà mai costui?. La giallista Agatha Christie diceva che un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova. Ma prova che che cosa? Non se ne sa niente.

 

In attesa che arrivi il terzo indizio a chiarire le idee, è lecito arrischiare qualche ipotesi.

 

Uno: il pilota è un inetto. Così, vincendo ogni riguardo, gli ha strillato contro il suo diretto superiore, la mascella prognata, le pupille piccole, facendosi balzare la vena del collo. L’infelice era già scarso all’accademia, ma – ipotizziamo – ha il padre senatore ed è riuscito a non farsi espellere. Ma ora basta: confonde gli amici e si fa beccare dai nemici, non sa dare il colpo d’ala al momento esatto per scansare il proiettile, impaccia i compagni, non colpisce un bersaglio che è uno, sbaglia le traiettorie. Una volta passi, ma due no. Senatore o no, lo aspetta la cella di rigore, la degradazione, lo sputo del graduato, lo scherno dei colleghi aviatori.

 

Due: il pilota è uno jellato. Uno di quelli che al corso buca con la matita il foglio delle prove scritte, quello che arriva tardi perché gli si blocca il motore dell’auto in mezzo al nulla, quello il cui telefono si scarica quando serve, quello dell’aereo sulla pista con la ruota bucata. Bel rischio si sono presi a mandarlo in missione. Si può capirli, però. Così volenteroso, così entusiasta, sempre malconcio e sgualcito, eppure sempre con il sorriso. Come negargli l’occasione di mettersi alla prova? Con che faccia?

 

Hanno detto di sì chini sulla scrivania, facendo finta di scribacchiare qualcosa, per non guardarlo negli occhi da cane fedele. Spiace per l’altro pilota, ma alla peggio, si sono detti, l’amministrazione avrebbe avuto dei martire da vendicare, lanciando all’assalto quegli altri tipo Top Gun, quelli a cui tutto va dritto. Quando è caduto una prima volta, d’impulso hanno pensato di rimandarlo a casa, ma poi se lo sono visti davanti di nuovo, con la voglia di rivincita, hanno provato pena. Non se la sono sentita, gli hanno dato un copilota bravo e privo di immaginazione. Quando l’hanno tirato giù ancora, si sono messi una mano sugli occhi.

 

Tre: il pilota è un fortunato, uno nato con la camicia. Profondamente nauseato dalla guerra, magari è pure attratto dalla civiltà persiana e nasconde nello zaino le poesie di Omar Khayyam, foderate con una finta copertina di un romanzo di Stephen King. Mandato a bombardare, decide di sacrificarsi, all’insaputa del copilota. É appena decollato e già vede la contraerea amica del Kuwait che tentenna. Lui fa ammuina, disorientando anche i compagni di formazione: uno spostamento di qua, uno in su, uno in giù. Sembrano cimici impazzite, dal basso hanno l’impressione che si tratti di una minaccia iraniana.

 

Parte il colpo e lui quasi gli va incontro, ebbro ed esaltato. La carlinga esplode, si alzano fiamme, i comandi vanno a pallino e i piloti vengono espulsi. Ma il paracadute si apre e finisce con tutti gli altri fra le sabbie dell’emirato. Fa di tutto per tornare all’attacco, e siccome è baciato dalla sorte, ci riesce. Va, vola lungo, fin dietro le retrovie, dove l’insidia è più grande. Da terra brillano i lanciamissili, partono i segnali di allarme, il compagno gli strilla di stare attento, attento, ma rimane impigliato dal coraggio di questo spavaldo eroe.

 

Una nuvoletta giù in basso, il nostro pilota chiude gli occhi e lascia cadere la cloche. Bum, sbrang, tutti i suoni più fumettosi si accavallano, viene sbalzato fuori dall’abitacolo mentre il caccia si dirige al suolo come una cometa. É la fine, anzi no: il paracadute si apre perfettamente. Lo lasciamo così, sotto lo sguardo atterrito del copilota, mentre cerca di metterlo fuori uso, furibondo, strappandolo con le mani e le unghie.

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Quattro: il pilota ha uno stigma sacro, è un eletto da Dio. Aviatore di grande merito, impeccabile, ha prestato servizio con onore in altri scenari di guerra ottenendo risultati eccellenti. Ma qui tutto gli va storto. È incomprensibile. Non un missile a segno, anzi. La terra arida dell’antica Persia sembra inghiottirli come ha inghiottito i secoli. E in più, l’aereo risponde male proprio nei momenti più delicati.

 

Un’ombra di maledizione e di inanità gli sembra stendersi sopra questa missione, e sopra di lui in particolare. Poche settimane fa, non ha fatto in tempo a staccarsi dal suolo che il fuoco amico l’ha centrato come un tordo. É stato facile attribuirlo all’incompetenza dei beduini, se non alla fatalità che tutto comanda, soprattutto in guerra. Però essere abbattuti una seconda volta non può essere un caso. Suo malgrado, mentre precipita con il paracadute danneggiato, pensa che dall’alto l’abbiano prescelto per essere un segno.

 

Il velivolo fila giù da una parte stendendo scie bianche di fumo e rosse di fuoco, in alto scende dolcemente l’ignaro copilota. Lui, capovolto, sente l’aria che gli sbatte sul viso e contro le orecchie con il ritmo dell’inno nazionale, , ta-tà, , , . Cade sgraziato a somiglianza di Icaro, e tra le nuvole che si ritrova sotto i suoi piedi e la terra sopra la testa intuisce, confusamente, di essere come l’America.

 

Chissà. Intanto, il Comando Centrale USA non ha reso noto il nome del pilota e si rifiuta di commentare.

 

Avv. Renzo Magalozzi

 

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Sosia di Adolfo Hitler convocato in tribunale: oltre il cosplay, la grande lezione della storia

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Stefan Wijkamp, ritenuto sosia di Adolfo Hitler, è stato chiamato a presentarsi davanti a un tribunale tedesco con l’accusa di incitamento all’odio, secondo quanto riferito dal quotidiano germanico Bild.   Il Wijkamp, cittadino neerlandese, negli ultimi anni si era recato più volte in Germania per partecipare a manifestazioni di estrema destra.   Domenica, il Bild ha citato Matthias Bieling, vicepresidente del tribunale distrettuale di Monaco di Vestflaia (che per qualche ragione ora gli italiani chiamano col nome tedesco Münster), il quale ha confermato che la prima udienza del caso è fissata per venerdì prossimo, 24 luglio.

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Secondo il tabloide berlinese, le autorità tedesche hanno contestato un’intervista rilasciata da Wijkamp a uno YouTuber durante una manifestazione di estrema destra a Monaco di Vestflalia la scorsa estate. Nell’intervista, il Wijkamp avrebbe affermato che il suo «amore per la Germania si chiama Adolfo Hitler», che l’esponente olandese ha descritto come una «meraviglia mondiale senza eguali» e un «genio».   Nella Germania odierna, la glorificazione pubblica della Germania nazista e dei suoi leader non è considerata un’espressione protetta ed è punibile con una pena detentiva fino a tre anni o con una multa. L’apologia e la propaganda della Germania nazista non sono regolate da una singola «legge» isolata, ma da vari specifici articoli del Codice Penale Tedesco (Strafgesetzbuch o StGB), inseriti nel quadro della tutela dell’ordine democratico   Ad esempio, l’articolo 130 StGB («Volksverhetzung», cioè «Incitamento all’odio») punisce l’incitamento all’odio contro segmenti della popolazione, ma contiene commi specifici (introdotti e inaspriti nel tempo) per colpire il neonazismo; l’articolo 86a StGB («Uso di simboli di organizzazioni incostituzionali») vieta tassativamente l’esibizione in pubblico, la diffusione, la produzione o l’importazione di simboli legati al nazismo come le bandiere con la svastica, le rune delle SS, l’emblema del teschio (Totenkopf), il saluto nazista (braccio teso accompagnato dai classicissimi «Heil Hitler» o «Sieg Heil») e persino slogan ufficiali del regime. La pena prevista arriva a tre anni di reclusione.   Ancora: l’articolo 86 StGB («Diffusione di mezzi di propaganda di organizzazioni incostituzionali») vieta la diffusione, la produzione, l’importazione o l’esportazione di materiale cartaceo, digitale o audiovisivo che promuova gli obiettivi di partiti o organizzazioni dichiarate incostituzionali, inclusa l’ideologia nazionalsocialista. Renovatio 21 ipotizza che per decenni milioni di tedeschi si siano resi colpevoli dell’infrazione di tale articolo quando, in vacanza sulla costa adriatica (Lignano, Jesolo, Sottomarina, Riccione, etc,) hanno golosamente comperato copie del Mein Kampf, il libro-manifesto che lanciò la carriera dell’Hitlerro, simbolo del credo nazionalsocialista proibitissimo in patria.   Grandi serque di bancarelle e negozietti improvvisati nei lungomare della villeggiatura veneto-romagnola approntavano, tra i libri italiani a metà prezzo, anche moltissime copie del libro hitleriano in lingua tedesca, copertina con la svasticona sia in versione brossura che in copertina rigida in pelle. Va pure ricordato che quando ancora Amazon non era presente in Europa, il libro che sul sito americano i tedeschi acquistavano di più era… il lettore indovini.   Qualora Wijkamp non si presentasse in tribunale, potrebbe essere emesso un mandato di arresto a suo nome, ha riferito Bild-Zeituing, citando un avvocato specializzato in diritto penale e dell’immigrazione.   Secondo quanto riportato dalla stampa, il sosia dello Hitler avrebbe frequentato raduni di estrema destra nella vicina Germania almeno dal 2017. Si dice addirittura che si sia unito al partito «Die Rechte – Partei für Volksabstimmung, Souveränität und Heimatschutz» («La Destra – Partito per il Referendum, la Sovranità e la Sicurezza Nazionale»), ora dissolto, e che abbia fatto parte del suo consiglio direttivo per un certo periodo.

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La storia dello Wijkamp, tuttavia, ci porta molto oltre il cosplay.   Secondo l’enciclopedia online all’inizio degli anni ’90, lo Wijkamp era coinvolto nel movimento Centrum Democraten, ma in seguito passò al Nederlandse Volks-Unie. L’uomo, nato nel 1967, cominciò ad acquisire notorietà nei Paesi Bassi nel 2001 quando partecipò a una manifestazione di estrema destra a Kerkrade vestito dallo Hitler. Alle elezioni comunali del 2002, divenne il candidato principale del partito a Landgraaf. Dopo che il partito ottenne appena lo 0,2% dei voti, fu espulso dal partito – tuttavia, secondo un comunicato stampa sul sito web dell’NVU, Wijkamp si dimise personalmente.   Nel novembre 2008 lo Wijkamp furono condannati per aver fatto il saluto nazista durante una manifestazione neonazista a Lommel, in Belgio, l’anno precedente. Nell’estate del 2010, fu arrestato a una manifestazione nazista a Nieuw-Scheemda dopo essersi rifiutato di andarsene su ordine del sindaco.   Non si tratta dell’unico caso di sosia del pittore austriaco. Proprio nel luogo di nascita del cancelliere tedesco, a Branau, in Austria, nel 2017 fu arrestato un venticinquenne sosia che si faceva chiamare Harald Hitler.  

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La faccenda si complica quando si pensa alla fotografia del 1954 circa, resa pubblica dalla CIA, raffigurante un ex ufficiale delle SS in compagnia di quello che sembra essere decisamente Adolfo Hitler, ma che ci dicono essere il sosia Adolf Schüttelmayor, all’epoca ritenuto dagli americani un possibile alias di Hitler in persona sopravvissuto.     La foto scattata in Colombia nel dopoguerra dall’agente Phillip Citroen, e alimenta ancora oggi le teorie per cui Hitler sarebbe sopravvissuto e fuggito in Sudamerica (da cui la famosa barzelletta dove Merz lo va a trovare in un villaggio della foresta amazzonica per chiedergli di tornare e risolvere i problemi del Paese ma il vecchio Hitler accetta solo ad una condizione: «cattivi, stavolta!»)   Ora, è chiaro al lettore che in realtà nessuno di costoro assomiglia davvero allo Hitler, perché – esattamente come Trump per la chioma bionda irrealistica – egli ha saputo trasformare un tratto unico, il baffetto (cui volendo si può aggiungere il capello col riportino), in un brand di potenza devastante: se mettete il baffetto quadrato sotto non solo a qualsiasi persona, ma a quasliasi cosa, essa diventa magicamente «Hitler»   Ne sa qualcosa Amazon, che anni fa dovette cambiare un logo di una sua app perché varie persone avevano iniziato a sostenere che esso ricordava la faccia del Fuhrer.   Ricordiamo al lettore di Renovatio 21, ancora una volta, la legge di Godwin. Mike Godwin, informatico pioniere delle prime reti tra computer (quella che utilizzava lui si chiamava Usenet, antesignana di Internet) ebbe a formulare una inviolabile legge per cui «mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1».   È come dire: Hitler è una maledizione semiotica da cui il mondo potrebbe non guarire mai. A meno che i giornali ed alcuni committenti, che chissà perché vogliono che ci ricordiamo di lui (con giorni specifici ad inizio anno dedicati alla sua demonizzazione), non la piantino – oppure, la buttiamo là, potrebbero commettere l’errore di iniziare a fare loro stessi quello che ha fatto Hitler, in modo da far uscire tutti dall’incantesimo del baffetto che appare ubiquamente.   Sappiamo bene che ciò non succederà: ma quando mai le vittime poi diventano carnefici? Quando mai chi subisce un genocidio, poi lo perpetra a sua volta? Quando mai chi viene schiacciato dal suprematismo razziale, poi si mette a praticarlo su piano genetico-religioso?   Per fortuna, l’umanità impara sempre dalla sua storia.  

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Passeggero di un Boeing Ryanair parzialmente risucchiato fuori dall’oblò

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Un passeggero sarebbe stato parzialmente risucchiato fuori da un Boeing 737 della Ryanair dopo che un finestrino è esploso in circostanze non chiare poco dopo il decollo. La notizia sta facendo il giro del mondo.

 

L’incidente è avvenuto venerdì a bordo del volo FR1879 dalla Grecia alla Germania, operato da Malta Air, compagnia sussidiaria di Ryanair. Secondo diverse fonti giornalistiche, uno dei motori dell’aereo ha avuto un malfunzionamento, proiettando detriti nella fusoliera. Un frammento avrebbe mandato in frantumi un oblàdella cabina, causando il parziale risucchio all’esterno del passeggero seduto accanto.

 

Il cittadino serbo di 61 anni ha riportato contusioni e ustioni da attrito causate dall’aria gelida ed è stato ricoverato in ospedale in istato di shock dopo l’atterraggio dell’aereo. Secondo le ricostruzioni, è riuscito a evitare di essere estratto dall’aereo perché indossava la cintura di sicurezza, mentre la moglie gli avrebbe afferrato le gambe e altri passeggeri lo avrebbero aiutato a rientrare.

 

 

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Un filmato girato poco dopo l’incidente e diffuso online mostra il finestrino completamente distrutto e parzialmente ostruito da una scatola. Secondo quanto riportato, l’incidente ha scatenato il panico a bordo, con l’attivazione delle maschere d’ossigeno a causa della depressurizzazione.

 

Ryanair ha confermato l’incidente, dichiarando che l’aereo è riuscito a tornare all’aeroporto in sicurezza e che è stato predisposto un aereo sostitutivo per i passeggeri rimasti a terra. La compagnia aerea non ha fornito dettagli su cosa abbia esattamente causato il malfunzionamento del finestrino.

 

«Un volo Ryanair da Salonicco a Memmingen, partito venerdì mattina, è tornato a Salonicco poco dopo il decollo a causa del distacco di un finestrino durante il volo», ha dichiarato la compagnia.

 

Boeing ha dichiarato di essere a conoscenza dell’incidente e di essere «in contatto con Ryanair».

 

Se un oblò esplode o si rompe durante un volo di linea, si verifica una depressurizzazione rapida o esplosiva della cabina a causa dell’enorme differenza di pressione tra l’interno pressurizzato dell’aereo e l’aria rarefatta dell’alta quota. L’evento è violento, tuttavia i piloti, in teoria, sono addestrati a gestirlo in sicurezza. La cintura di sicurezza allacciata evita che i passeggeri vengano scagliati fuori dall’aereo.

 

Al momento della distruzione del finestrino, si avverte un rumore assordante generato dal vento e dal flusso d’aria. Contemporaneamente, l’improvviso calo di pressione e temperatura causa la condensazione istantanea dell’umidità, riempiendo la cabina di una fitta nebbia bianca. La temperatura crolla in pochi istanti a livelli estremi (anche fino a -40 °C o -50 °C se l’aereo si trova a quota di crociera), accompagnata da correnti d’aria violentissime.

 

I piloti attivano immediatamente una procedura standard che prevede una discesa picchiata controllata ma estremamente ripida. L’obiettivo è portare l’aereo sotto i 10.000 piedi (circa 3.000 metri) di quota nel minor tempo possibile. A questa altitudine l’aria esterna è respirabile e le maschere d’ossigeno non sono più necessarie.

 

Una volta raggiunta una quota sicura e stabilizzata la situazione a bordo, i piloti dichiarano lo stato di emergenza alle torri di controllo e dirigono l’aeromobile verso l’aeroporto più vicino per effettuare un atterraggio immediato.

 

Non si tratta del primo problema in cui l’industria aerospaziale Boeing è incorsa in questi anni. Un mese fa il carrello di atterraggio anteriore di un Boeing 787 è collassato improvvisamente mentre l’aereo era parcheggiato a un gate dell’aeroporto di Francoforte.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa la Federal Aviation Administration (FAA), l’ente di controllo del volo degli Stati Uniti, aveva emesso una direttiva all’inizio di quest’anno avvertendo che un difetto negli aerei Boeing 777 potrebbe causare «incendio o esplosione» se non risolto.

 

Come riportato da Renovatio 21, in quel periodo due ex lavoratori della Boeing, divenuti informatori sui problemi dell’azienda, erano stati trovati morti. settimane.

 

Problemi anche per un satellite Boeing Intelsat-33 che due anni fa aveva lasciato pensare che avrebbe potuto scatenare un processo di distruzione orbitale.

 

 

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Donna di colore vince concorso per sosia di Beniamino Franklin

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Una donna di colore è stata proclamata vincitrice di un concorso per sosia di Beniamino Franklin, tenutosi venerdì a Filadelfia. Lo riportano i mezzi di informazione locali.   Alla vigilia del Giorno dell’Indipendenza, decine di partecipanti vestiti come i Padri Fondatori si sono radunati all’Independence Mall, sfoggiando parrucche incipriate, occhiali bifocali e abiti in stile settecentesco. Ogni concorrente ha pagato 1 dollaro per iscriversi, e il vincitore ha ricevuto il montepremi.   «C’è qualcosa nell’essere paffuti e calvi che, non so, piace ai francesi e a quanto pare piace anche ai filadelfiani», ha detto Mitchell Kramer, che ha contribuito a incoronare il vincitore del concorso, secondo quanto riportato da KYW News Radio.   La gara è stata vinta da Kiya Burgess, residente a Filadelfia, che ha ritirato il premio circondata dagli altri concorrenti in abiti dallo statista, diplomatico ed inventore protoamericano Beniamino Franklin. Con un aquilone in mano, è stata dichiarata vincitrice.    

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  «Adoro il cosplay. Mi piace travestirmi e avevo già questo costume, quindi volevo solo venire a mostrare a tutti cosa ho realizzato perché mi piace cucire e questo è uno dei miei primi costumi», ha detto Burgess alla testata giornalistica.   L’evento è stato organizzato da Elena Jackendoff, che ha distribuito volantini in tutta la città e non si aspettava una partecipazione così ampia. «Chiaramente avevo preparato solo 10 numeri e poi, oh, ecco una folla di persone pronte, disponibili ed entusiaste di partecipare. E quindi ha davvero superato tutte le aspettative che avrei potuto avere», ha detto Jackendoff.   La vittoria ha suscitato perplessità tra gli utenti dei social media, i quali hanno sottolineato l’evidente mancanza di somiglianza con il padre fondatore e hanno interpretato la scelta come frutto di un compromesso tra umorismo e correttezza politica.   I concorsi per sosia celebrano la straordinaria somiglianza fisica con celebrità o icone storiche, trasformandosi in veri e propri raduni culturali. Tra le competizioni più famose al mondo spicca l’Hemingway Look-Alike Contest che si tiene ogni anno in Florida, dove decine di uomini barbuti si sfidano per vincere il titolo.   Un altro evento leggendario è il raduno dedicato a Elvis Presley a Memphis, capace di attirare migliaia di sosia del Re del Rock in una gigantesca celebrazione collettiva. Negli ultimi tempi sono diventati popolarissimi anche i contest improvvisati e virali dedicati a star del cinema attuale, come quelli organizzati per i sosia di Timothée Chalamet o Pedro Pascal. Come da aneddoto notissimo, non sempre i concorsi di sosia proderebbero risultati non sempre congrui: secondo una leggenda metropolitana Charlie Chaplin si classificò terzo, o ventesimo, a un concorso di sosia di se stesso è uno degli aneddoti più famosi del cinema. Tuttavia si trattarebbe un falso storico ampiamente smentito dalle ricerche biografiche ufficiali . La storia, nata come una satira sui giornali degli anni ’10 e ’20, è tornata ciclicamente popolare per sottolineare l’ironia della fama, ma lo stesso Chaplin smentì ufficialmente la vicenda in un’intervista del 1966 .   Va chiarito qui che vi è una confusione di fondo: i concorsi per sosia nulla hanno a che fare con il cosplay, drammatico fenomeno del nostro tempo contro il quale Renovatio 21 da anni chiede l’istituzione di leggi ad hoc che lo proibiscano con pene severissime per i trasgressori.  Tre anni fa, in una grande lezione di civiltà data al mondo, la Repubblica Popolare Cinese aveva lasciato capire che avrebbe emesso un bando al cosplaying.   Secondo voci raccolte da Renovatio 21, la Tabarrata Nazionale 2026, organizzata per il prossimo gennaio-febbraio dalla Civiltà del Tabarro, potrebbe prevedere un concorso per sosia di Giuseppe Verdi.  

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