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Persecuzioni

L’arcivescovo Mourad, vescovo di Homs, spiega candidamente la situazione in Siria

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L’arcivescovo Jacques Mourad ha partecipato al Sinodo dei Vescovi della Chiesa siro-cattolica a Roma. Al suo ritorno, ha ripreso le sue funzioni di Vescovo di Homs. Ha parlato della situazione in Siria al giornalista Gianni Valente, direttore dell’Agenzia Fides. Non fa mistero della tragica situazione che il suo Paese sta attraversando.

 

Il vescovo della Chiesa siro-cattolica non esita: afferma e ripete che «oggi la Siria è finita come Paese». Ma vuole credere nella continua esistenza della Chiesa in Siria, perché la vede come volontà di Dio: «Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. Questa idea di svuotare la Siria dei cristiani, non è certo la volontà di Dio».

 

Il massacro dei cristiani

Dopo l’attacco del 22 giugno alla chiesa ortodossa di Sant’Elia (25 morti e 63 feriti), il governo ha ribadito che i cristiani sono una componente essenziale del popolo siriano. «Voglio dire», sottolinea Mons. Mourad, «che il governo porta direttamente la responsabilità di tutto quello che è successo. Perché ogni governo è responsabile della sicurezza del popolo. E non parlo solo dei cristiani. Molti sunniti e alawiti sono stati uccisi, molti sono scomparsi. Se una squadra inviata da un’organizzazione internazionale venisse a ispezionare le prigioni, troverebbe molte persone oggi che non hanno nulla a che fare con i crimini del precedente regime. Credo si possa dire che questo governo sta perseguitando il popolo. Tutto il popolo».

 

L’Arcivescovo percepisce l’ostilità del nuovo regime: «Ogni volta che sento parlare della “protezione” dei cristiani, sento che siamo messi sotto accusa. E sotto minaccia. Sono formule usate non per manifestare benevolenza, ma per incriminare. Quello che devo dire è che questo governo fa le stesse cose fatte dal regime di Assad contro il popolo. Ambedue i regimi, quello di Assad e quello di adesso, non hanno alcun rispetto per il popolo siriano e la sua storia».

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La Siria è finita

La Siria, spiega Mourad, ha un grande patrimonio e una popolazione giovane. «Ma i governi recenti sembrano voler distruggere la civiltà di questo popolo. È un crimine globale. Molti siti siriani sono Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Ma nessuno li protegge. E ora dobbiamo proteggere il nostro patrimonio vivente, non solo i monumenti».

 

Prima i megafoni, poi il terrore

Il terrorismo cambia spesso «etichetta». Il governo siriano ha attribuito l’attacco di Damasco ai militanti di Daesh, lo «Stato Islamico». Ma è stato un gruppo jihadista di recente creazione, Saraya Ansar al-Sunna, forse formato da dissidenti di Tahrir al-Sham [il partito del presidente], a rivendicarne la responsabilità. Si è trattato di un caso di comunicazione e gestione della propaganda «professionali».

 

Secondo fonti e testimoni, i cristiani ortodossi della chiesa di Sant’Elia sono stati massacrati «come punizione» dopo una lite con militanti islamici che passavano continuamente davanti alla chiesa a bordo di auto, scandendo a tutto volume versetti del Corano e inviti alla conversione e all’abbraccio dell’Islam.

 

La stessa cosa, spiega l’Arcivescovo Mourad, sta accadendo a Homs e in tutta la Siria. «Vanno in giro con le auto della sicurezza governativa e, attraverso gli altoparlanti, chiedono ai cristiani di convertirsi. I funzionari della sicurezza spiegano che si tratta di iniziative individuali. Ma nel frattempo, continuano a usare le auto della sicurezza… la gente non crede più in questo governo».

 

Relazioni con Israele

Nel frattempo, coloro che oggi comandano la Siria continuano a cercare il riconoscimento da parte di circoli e potenze esterne. I rappresentanti del governo si sono dichiarati pronti a rinnovare l’armistizio del 1974 con Israele.

 

«Non sono un politico», spiega l’arcivescovo. «Quasi tutta la gente vuole la pace. Vuole anche raggiungere un accordo con Israele per tutti i paesi del Medio Oriente. Ma se dovessimo raggiungere un accordo del genere ora, sarebbe solo perché la Siria è debole». Un accordo del genere, in un momento come questo, non sarebbe altro che una nuova umiliazione per la popolazione.

 

«Prima che il presidente firmi un accordo del genere, dovremmo almeno parlare chiaramente alla gente, spiegare loro cosa significa e cosa contiene questo accordo. Quali sono le condizioni per Israele e per i siriani?»

 

L’esercito israeliano, ha proseguito l’Arcivescovo di Homs, «ha occupato molti territori siriani dopo la caduta di Assad. Dobbiamo senza dubbio dimenticare per sempre le alture del Golan. Ciò significa che il popolo siriano, soprattutto a Damasco, sarà sempre minacciato dalla sete, perché l’acqua di Damasco proviene dalle alture del Golan. E se rimaniamo sotto il controllo israeliano per l’acqua, figuriamoci per il resto…»

 

Un’osservazione disillusa

«La Siria è finita come Paese», ha ripetuto. «Continuiamo a dire che è il primo Paese al mondo, che Damasco e Aleppo sono le città più antiche del mondo, ma oggi questo non significa più nulla”. È finita, gran parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, siamo massacrati, umiliati, stanchi. Non abbiamo la forza di riconquistare la nostra dignità da soli».

 

«Se non c’è un sincero sostegno politico al popolo, e non al governo, siamo finiti». E «nessuno può condannare il popolo siriano per essere emigrato e aver cercato salvezza fuori dalla Siria. Nessuno ha il diritto di giudicare». In una situazione in cui l’intera economia, il sistema educativo e persino quello sanitario sono al collasso.

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Da dove ricominciamo?

È possibile trovare una via d’uscita quando l’orizzonte è così cupo e ci sentiamo senza fiato? «Secondo me», afferma l’arcivescovo, «la Chiesa è l’unica fonte di speranza per tutto il popolo siriano. Per tutti, non solo per i cristiani. Perché stiamo facendo tutto il possibile per sostenere il nostro popolo».

 

Dopo la caduta di Assad, la paura ha attanagliato le nostre comunità e parrocchie. Una disperazione terribile. Ho visitato ogni parrocchia, ogni villaggio, per incoraggiare i cristiani e parlare del futuro. Grazie a Dio, mi sento ispirato a parlare ai fedeli. Stiamo organizzando incontri per i giovani, per i bambini, per i gruppi impegnati nella Chiesa.

 

In una situazione per molti aspetti tragica, la vita ordinaria delle comunità ecclesiali continua. E sono proprio loro a cercare di promuovere il dialogo per la convivenza tra tutti i gruppi e le componenti, in un contesto lacerato, intriso di dolore e risentimento.

 

A Homs cerchiamo di organizzare incontri con tutte le altre comunità: alawiti, ismailiti, sunniti, cristiani. Le persone che incontriamo sono tutte preoccupate per la politica del governo, persino i musulmani. Siamo uniti perché siamo tutti sulla stessa barca, come ha ripetutamente detto Papa Francesco.

 

Incontro con Papa Leone XIV

È stato papa Leone a chiedere ai vescovi siro-cattolici di recarsi a Roma per celebrare il loro Sinodo Ordinario nella Città Eterna, che si tenne dal 3 al 6 luglio. «È stata una meravigliosa opportunità per incontrarlo, conoscerlo e ricevere la sua benedizione. Lo ringraziai e gli chiesi di incoraggiare tutta la Chiesa a sostenere il popolo siriano nei suoi bisogni più urgenti».

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La speranza risplende

«È importante», sottolinea mons. Mourad, «che la Chiesa sia coinvolta nella ricostruzione delle scuole e del sistema educativo. E nella costruzione di ospedali dignitosi. Abbiamo già scuole operative ad Aleppo e Damasco, ma non basta. A Homs non c’è nulla. Questo può contribuire a frenare l’emigrazione dei cristiani. I genitori pensano al futuro dei loro figli. E se non possono garantire loro scuole dove studiare e ospedali funzionanti, non hanno altra scelta che andarsene».

 

«Abbiamo bisogno di tutto. Dobbiamo far rivivere centri pastorali e culturali che possano sostenere la crescita umana e culturale dei nostri giovani. E anche alloggi per i giovani che vogliono sposarsi. In questo modo, tutti i giovani saranno incoraggiati a rimanere nel Paese, non ad andarsene».

 

Le risorse mancano, ma la visione dell’arcivescovo Mourad è chiara: «possiamo procedere sul cammino della nostra Chiesa in Siria perché questa è certamente la volontà di Gesù. Gesù vuole che la Sua Chiesa rimanga in Siria. Questa idea di svuotare la Siria dei suoi cristiani non è certamente la volontà di Dio».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Rasibo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata

 

 

 

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Messa cattolica a Vienna interrotta da adolescenti arabi che gridavano «Allah Akbar»

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Alcuni adolescenti hanno interrotto una messa cattolica a Vienna gridando «Allah Akbar», secondo quanto riportato dai media austriaci. Lo riporta LifeSite.   Il 6 ottobre, alcuni giovani hanno interrotto una messa cattolica in una chiesa parrocchiale nella zona ovest di Vienna, gridando a gran voce «Allahu Akbar» (Dio è grande), uno slogan arabo spesso usato dai musulmani.   Il parroco ha dichiarato al quotidiano austriaco Die Presse di essere preoccupato per l’accaduto e di non voler rivelare l’ubicazione esatta della chiesa per non attirare altri potenziali disturbatori, raccontando di aver sentito prima delle forti risate e del rumore provenire dal fondo della chiesa durante la messa, seguiti da diverse grida di «Allah Akbar» che si sono propagate in tutto l’edificio.

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Il sacerdote stimato che i responsabili avessero circa 14 o 15 anni e fossero di etnia araba. Il gruppo di adolescenti si è dileguato rapidamente dopo aver interrotto la funzione religiosa. «Non ho mai vissuto niente del genere prima d’ora. E sono qui da 20 anni», ha detto il religioso.   Nonostante il trambusto, il sacerdote ha sottolineato che in nessun momento c’è stata una vera minaccia. «Non c’era alcun pericolo; non si trattava di una situazione minacciosa, voglio che sia chiaro. Probabilmente si è trattato solo di esuberanza giovanile», ha affermato, aggiungendo che non avrebbe sporto denuncia alla polizia perché probabilmente non avrebbe portato ad alcun risultato.   Il sacerdote ha detto di aver parlato con un altro parroco di un altro quartiere di Vienna, il quale gli ha riferito che episodi simili si verificano regolarmente nella sua parrocchia.   Il parroco ha espresso sorpresa e perplessità riguardo all’accaduto, dato che la sua parrocchia sostiene gli immigrati musulmani dal 2015. La parrocchia li ha aiutati a trovare un alloggio, a interfacciarsi con gli enti governativi e a frequentare corsi di lingua tedesca. Ha affermato di mantenere un buon rapporto con le famiglie musulmane della zona.   Come molte altre città dell’Europa occidentale, Vienna ha assistito a un massiccio afflusso di immigrati musulmani, soprattutto a partire dalla crisi migratoria del 2015. Secondo gli ultimi dati, il 41,2% degli studenti delle scuole elementari e medie (dai 6 ai 14 anni) a Vienna è di fede musulmana, rappresentando la religione più diffusa in questa fascia d’età. I cristiani costituiscono il 34,5% (17,5% cattolici e 14,5% ortodossi), mentre il 23% non professa alcuna religione.   L’episodio mostra che potrebbe essere in corso, in tutta Europa, un processo di radicalizzazione degli adolescenti, come visto nei disordini di Parigi e di Milano, spacciate per rivolte studentesche quando invece sono germi di guerra etnica vera e propria, con devastazioni e razzie. È logico che le chiese, sparuto simbolo di quello che rimane della religione locale, siano ora prese di mira – così come le catene di messaggi riguardo ad un presunto programma di stupro massivo da parte dei branchi di giovani stranieri sono presi sul serio da tante famiglie.

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È molto probabile che cià accada perché viene discusso in chat dove il comando dell’attacco alla religione cattolica è lanciato, e dove magari gli esiti (gli immancabili video della teppa) vengono vantati.   In Italia, l’interruzione o il turbamento di una funzione religiosa è punito dall’articolo 405 del Codice Penale, che sanziona con la reclusione fino a 2 anni chiunque impedisca o turba cerimonie o pratiche di qualsiasi confessione religiosa. La pena aumenta da 1 a 3 anni di reclusione se il fatto avviene con violenza o minaccia alle persone.   Qualora capitasse al lettore, difenda il sacro con la legge, senza i dubbi dei sacerdoti austriaci: non c’è da essere perplessi, né da pensare alle ragazzate.  

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Immagine: Lato nord e tetto della Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, visti dalla terrazza panoramica dell’Hotel Lamée.
Immagine di Herzi Pinki via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
 
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Vandalizzata statua della Madonna delle vette

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Una delle vette del bellunese, la Croda Granda — montagna appartenente alle Pale di San Martino nelle Dolomiti — è stata recentemente teatro di un atto sacrilego: una statua della Madonnina collocata sulla cima da oltre quarant’anni è stata divelta e gettata in un canalone. Assieme a lei anche due targhe commemorative dedicate ad alpinisti scomparsi sono state staccate e disperse chissà dove.

 

L’effigie della Madonna è stata poi fortunatamente individuata da due escursionisti a una quota inferiore e dovrà essere recuperata con un intervento alpinistico non semplice, in quanto il terreno risulta impervio e solo personale esperto può raggiungere quel luogo.

 

Secondo quanto riferito dal Comune di Gosaldo, gli accertamenti sul posto escluderebbero che la statua possa essersi staccata accidentalmente: sarebbe stata rimossa intenzionalmente dal suo ancoraggio.

 

«Chi sale in quota munito di attrezzi per distruggere ed eradicare i simboli delle nostre vette non è un escursionista», è la dura presa di posizione dell’amministrazione comunale, riportata da RadioPiù. Il Comune parla inoltre di una «profanazione lucida e senza senso».

 

La Croda Granda non è una meta raggiungibile per caso: arrivare a quell’altitudine richiede tempo, fatica e competenze alpinistiche. Ed è proprio questo l’aspetto che rende il gesto di difficile comprensione: qualcuno sarebbe arrivato fin lassù utilizzando appositi strumenti per rimuovere manufatti fissati alla vetta.

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C’è da aggiungere che questo è l’episodio più grave avvenuto finora nella zona, ma non l’unico, perché negli ultimi tempi si sono moltiplicati atti vandalici, furti e comportamenti pericolosi nei bivacchi.

 

Già anni fa, sempre nel bellunese, l’immagine della Beata Vergine è stata al centro di preoccupazioni per la presunta scomparsa, poi rivendicata da sedicenti ecologisti che pretendevano di non volere alcunché in vetta per preservare la natura. 

 

La domanda è: perché oltraggiare in tal modo l’immagine della Vergine Maria? Un gesto indegno, di totale mancanza di rispetto — non solo per la montagna e per i suoi valori — ma soprattutto per la fede verso la Madonna, icona di speranza e di pace per miliardi di fedeli in tutto il mondo.

 

Resta l’immagine più difficile da ignorare: quella di una statua che per anni aveva accolto chi raggiungeva quella vetta, strappata dal suo piedistallo per essere gettata decine e decine di metri giù per la parete.

 

Tali gesti, ahinoi, non sono nuovi: come scritto giorni fa su Renovatio 21, due giovani vandali sono stati arrestati in Corsica dopo aver distrutto una statua della Beata Vergine Maria. «È oltraggioso perché stanno profanando ciò che è più sacro», ha dichiarato ai media francesi don Thibault Lambert, parroco della parrocchia proprietaria della statua, che ha anche annunciato di aver presentato una denuncia formale.

 

Un uomo ha distrutto una statua della Vergine Maria in una chiesa parrocchiale del Queens, a Nuova York, che negli ultimi due anni ha subito diversi atti di vandalismo. Il criminale ha usato un martello per distruggere una statua della Beata Vergine Maria, decapitandola e facendola cadere dal piedistallo. La diocesi di Brooklyn ha affermato che si tratta del quarto atto di vandalismo nella chiesa di Santa Rita dal 2024.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso, nella cittadina francese di Guingamp, la statua della Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù, situata nella Basilica di Nostra Signora del Buon Soccorso, è stata vittima di un incendio doloso. Si è trattato di un altro atto di vandalismo anticristiano, commesso proprio nel giorno in cui la chiesa celebra la Natività della Vergine Maria.

 

Francesco Rondolini

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Immagine di Simo Räsänen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Pastore protestante fa distruggere ai bambini le statue della Madonna e degli angeli

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Un pastore di una congregazione protestante battista in Texas ha permesso ai bambini di distruggere statue di angeli e della Beata Vergine Maria sul palco come ricompensa durante un’esercitazione biblica. Lo riporta LifeSite.   Dopo una recente funzione religiosa presso la Stedfast Baptist Church di Cedar Hill, in Texas, il pastore Jonathan Shelley ha pubblicato, tra il 12 e il 13 ottobre, dei video dal suo account @bannedpastorX in cui si vedevano dei bambini distruggere «statue della Vergine Maria» e «idoli cattolici», giustificando le sue azioni anticattoliche come una difesa del Secondo Comandamento. Aveva predicato un sermone sul tema del Secondo Comandamento e del culto degli idoli.  

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Nel video si vede lo Shelley sorridere mentre una ragazzina abbatte con un martello una statua della Vergine Maria davanti al pulpito della chiesa. La clip, pubblicata sull’account Protestia X, ha totalizzato oltre 100.000 visualizzazioni e suscitato numerose polemiche sia tra i protestanti che tra i cattolici.   Il pastore Shelley è stato in passato al centro di numerose controversie, predicando che gli omosessuali sono «meritevoli di morte», il che ha portato allo sfratto della sua chiesa dall’edificio nel 2022 per violazione dei termini del contratto di locazione, a causa di minacce e incitamento alla violenza. Il predicatore ed evangelista fondamentalista ha difeso le sue affermazioni sulla comunità LGBT sostenendo di «credere in ciò che dice la Bibbia».   La furia contro le immagini sacre definite «idoli» è ciò che accomuna il protestantismo con l’islam radicale. Sia il wahhabismo (l’islam fondamentalista che regge l’Arabia Saudita) sia molte correnti del protestantesimo storico, soprattutto quelle riformate e calviniste, condividono la convinzione che il culto sia stato corrotto dall’aggiunta di pratiche umane e che vada riportato alla purezza originaria.   Il primo punto di contatto tra le due sette è l’idolatria. Entrambi leggono il divieto biblico e coranico di rappresentare il divino come una condanna di ogni mediazione materiale: i calvinisti svuotarono chiese e spogliarono altari nel Cinquecento, mentre i wahhabiti demolirono tombe, mausolei e luoghi di venerazione dei santi, a partire dal XVIII secolo e poi a Medina e alla Mecca nel XX.   Il secondo è il rifiuto dell’intercessione. I protestanti respingono il culto dei santi e della Madonna come intermediari, e i wahhabiti condannano come shirk (associazionismo) l’invocazione di santi e la visita devozionale alle tombe.   Il terzo è il ritorno alle sole fonti scritturali: sola Scriptura da una parte, Corano e Sunna dei «pii antenati» (salaf) dall’altra, con diffidenza verso tradizione, clero e scuole interpretative stratificate.   Il quarto è il rigorismo morale e una certa austerità comunitaria, visibile nel puritanesimo come nel salafismo.

L’iconoclastia protestante toccò l’apogeo nel XVII secolo, ma come evidente non si piò essere esaurita nei rivoli del fondamentalismo luteranoide americano.

Per l’islam il caso di estrema iconoclastia più documentato è il cimitero di Jannat al-Baqi a Medina, dove sono sepolti familiari e compagni di Maometto: le cupole e i mausolei furono demoliti dalle forze wahhabite nel 1806 e di nuovo nel 1925-26, dopo la conquista saudita del Hijaz. Nel Novecento e fino ai giorni nostri sono poi scomparsi, tra Mecca e Medina, numerosi edifici legati ai primi tempi dell’islam, spesso per far posto all’ampliamento delle moschee e a nuove strutture, con giustificazioni di ordine pratico oltre che dottrinale. Tra questi ci sono la casa di Khadija, prima moglie del Profeta, e quella di Abu Bakr. La casa natale di Maometto a Mecca fu invece trasformata in una biblioteca.

Si dice che nel 1800 e nel 1925 i wahhabiti avessero valutato di abbattere la casa di Maometto a Medina, ma non lo fecero, probabilmente per la reazione che avrebbe suscitato nel mondo musulmano.

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Immagine di Nheyob via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
 
 
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